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giovedì 29 settembre 2016

Silvio Berlusconi, 80 anni di storia d'Italia



Compie 80 anni oggi Silvio Berlusconi, l’uomo che – comunque lo si giudichi - ha scritto, o contribuito a scrivere, forse, il maggior numero di pagine della storia dell’Italia repubblicana, insieme a Gianni Agnelli. Il Cavaliere e l’Avvocato. La Finivest e la Fiat, il potere economico e poi politico che hanno determinato e indirizzato la qualità della nostra vita e della nostra storia contemporanea.
Peccato non poterci essere quando tra 100 anni gli storici daranno il loro giudizio definitivo su di lui, Silvio Berlusconi. Chissà cosa avrà prevalso, l’immagine dell’uomo che ha cambiato irreversibilmente la storia d’Italia o quella di colui che ha esaltato in maniera parossistica i vizi peggiori degli italiani? L’uomo che vendeva da giovane scope elettriche porta a porta e che sembrava ad un certo punto addirittura candidarsi a diventare presidente di una Repubblica riformata in senso  presidenziale, o quello che investiva da giovane soldi di cui nessuno ha mai accertato la provenienza (ma molti hanno vociferato a proposito delle più equivoche)? Il demiurgo oppure il grande corruttore (anche se a tutt’oggi degli oltre venti procedimenti giudiziari a lui intentati solo uno è arrivato a condanna definitiva, e con modalità che hanno destato più che qualche perplessità)?
Giulio Cesare, per dirne uno, è considerato unanimemente una delle più grandi figure storiche di tutti i tempi. Genio politico e militare, uomo che cambiò in modo definitivo la storia del suo tempo e di tutti quelli a venire, dai suoi contemporanei fu esaltato o detestato senza mezze misure, né fu fatto oggetto da essi di quel minimo di obbiettività che sarebbe necessario ma che è tuttavia impossibile adottare da parte di chi vive nello stesso tempo della persona in questione. L’uomo che distrusse la Repubblica Romana, oppure l’uomo che permise la nascita e la prosperità dell’Impero Romano. L’uomo a cui si rivolgevano speranzosi e grati migliaia di veterani legionari e l’immensa plebe romana, ed anche quello che i suoi stessi parenti decisero di uccidere con 23 coltellate.
Chissà quanto tempo dovrà passare perché Silvio Berlusconi sia fatto oggetto di un giudizio storico obiettivo. Le passioni del proprio tempo sono sempre troppo intense per permetterlo. E allora chi vuole scrivere su di lui ha di fronte la materia più difficile. Perché da lui e intorno a lui passa tutta la storia d’Italia, e non solo quella degli ultimi 20 anni. Nei primi anni settanta, all’epoca della fondazione della Fininvest e prima ancora della costruzione di Milano 2, giornalisti autorevoli come Giorgio Bocca si chiedevano a voce più o meno alta da dove provenissero i capitali impiegati da questo costruttore che si stava affermando rapidamente, in un panorama nel quale, nell’Italia di allora del boom economico, di costruttori edili ce n’erano a bizzeffe.
Finanziatrice di molte delle sue opere era la banca d’affari Rasini, di cui suo padre era amministratore delegato. E dentro cui è stato detto che transitasse denaro di provenienza non proprio limpida depositato da signori che non erano propriamente benemeriti della Repubblica, da Michele Sindona a Bernardo Provenzano e Totò Riina, da Roberto Calvi a Licio Gelli a Monsignor Paul Marcinkus. Niente di tutto ciò ovviamente è mai stato provato, almeno sotto il profilo del riciclaggio di denaro poco pulito. Ma materia per dubitare ce n’era, come del resto è legittimo che sia.
A fine anni settanta, un Berlusconi che aveva ormai raggiunto prestigio e notorietà e fondato la sua creatura più importante, la Fininvest, acquisì due titoli che alimentarono entrambi i filoni della sua leggenda, quella bianca e quella nera: il Cavalierato del lavoro (per cui da allora è il Cavaliere, come Agnelli appunto era l’Avvocato) e la tessera della Loggia di Propaganda 2. E’ storia che conoscono tutti, anche senza aver letto Giorgio Bocca o Marco Travaglio. Da lì in poi, il mito dell’imprenditore di successo che rappresentava il sogno italiano al suo meglio e quello dell’intrallazzatore che realizzava per conto proprio o di altri il piano di rinascita democratica elaborato dalla P2 procedettero di pari passo. Da lì in poi, non fu più questione di obbiettività, ma più spesso di ideologia o simpatia a pelle, ed ognuno scelse la leggenda che più gli si confaceva.
Un punto in particolare di quel Piano, qualunque fosse il suo rapporto con chi l’aveva ideato, l’imprenditore Berlusconi dimostrò di apprezzare e di voler realizzare: «il vero potere risiede nelle mani di chi ha in mano i mass media». Certo, non ci voleva Licio Gelli per una intuizione del genere, bastava aver visto Quarto Potere di Orson Welles. Da che esistono l’industria e la stampa, gli industriali hanno sempre cercato di possedere quotidiani prima e televisioni poi. Fatto sta che non appena nel 1976 la Corte Costituzionale liberalizzò le frequenze televisive sottraendole al monopolio di stato, Berlusconi fu uno dei primi ad intuire la potenza dell’arma di cui all’improvviso era possibile dotarsi. Con l’acquisto di Canale 5 Silvio Berlusconi fece l’ultimo e decisivo passo verso la storia che tutti conosciamo.
Profondamente anticomunista, grande comunicatore esperto di marketing (non per nulla la sua tesi di laurea riguardava la pubblicità a pagamento sui media), grande istrione capace di tenere avvinta con le sue parole apparentemente spontanee ma in realtà attentamente calibrate una platea variegata, il Tycoon Berlusconi usò i suoi mezzi di informazione, le reti Mediaset, il Giornale (per poco) di Montanelli e le case editrici che stava acquisendo, per la propaganda dapprima in favore dell’amico Bettino Craxi, segretario del P.S.I. anticomunista quanto e più di lui, e poi in favore di se stesso.
Quando venne il momento di scendere in campo, nel 1994 dopo Mani Pulite e la fine della cosiddetta Prima Repubblica, nessuno poteva meravigliarsi delle sue capacità di rivolgersi al più eterogeneo elettorato che la storia d’Italia ricordi e di convincerlo (nel più breve tempo che la stessa storia registri) ad affidarsi a lui. Nessuno poteva meravigliarsi, se non i suoi avversari politici che credevano di aver fatto o ottenuto tutto ciò che serviva a vincere, con l’abbandono della Falce e Martello, il crollo del Muro di Berlino e la fine dei partiti di governo sotto la spinta del Pool di magistrati di Milano. E invece scoprirono che c’era una parte del paese per nulla convinta della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, e che a quella parte Silvio Berlusconi aveva saputo parlare. Loro invece no.
Sui vent’anni in cui Berlusconi ha governato o ha fatto opposizione a Prodi, D’Alema o chi per essi, i vari alter ego che la sinistra gli ha opposto a partire dalla fine anni novanta, si esprimerà la storia, e giustamente. Quello che si può dire senza mancare di obbiettività allo stato attuale, è che il politico Berlusconi si è dimostrato – a prescindere da qualsiasi considerazione sulle sue motivazioni e le sue finalità – di un’altra categoria rispetto ai suoi competitors.
Anche adesso che per età e per vicissitudini personali e politiche sembra ai margini del gioco, l’onda lunga delle conferme di quanto sopra continua a lambire la nostra vita pubblica. In un panorama politico che sembra ritornato quello dei tempi della televisione in bianco e nero, con una serie di governi tecnici o comunque non votati ma piuttosto subìti dalla gente che insieme all’esplodere di scandali da far impallidire il ricordo di Mani Pulite hanno di fatto favorito un pericolosissimo distacco di quella stessa gente dalla politica, il periodico riapparire dell’ex premier Silvio Berlusconi ha continuato a bucare lo schermo come ai vecchi tempi.
Quando scelse finalmente di affrontare la sua Nemesi Marco Travaglio in una puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro divenuta storica, il Cavaliere ottenne un risultato molto più significativo dei nove milioni di spettatori registrati quella sera. Sancì il ritorno (momentaneo) del colore, in senso figurato ma anche sostanziale, in quella campagna elettorale di allora e in generale in una vita politica e civile che é sembrata in seguito destinata all’encefalogramma piatto ed avviata verso la crisi della democrazia in Italia.
Fu l’ultima volta che il centro-destra sembrò avere un unico leader effettivo, capace di rimettere in moto l’intero sistema politico italiano azzerato ed avvilito dal governo burocratico-bancario dei professori prima, e da quello riformistico-ciarlatanesco degli affabulatori poi.
Fu anche l’ultima volta che il sistema politico italiano poté godere, beneficiare (si fa per dire) di quella tendenza alla semplificazione che ne ha avvelenato il funzionamento negli ultimi vent’anni: o con Berlusconi o contro Berlusconi. E tutti contenti, nessuno escluso, perché era tutto molto più semplice piuttosto che elaborare un programma politico in grado di dare risposte alla crisi economica che attanagliava ed attanaglia tutt’ora il nostro paese ed il nostro continente.
Come già successo per Mussolini ed il Fascismo, con Berlusconi in campo il quadro era semplificato a prescindere, o pro o contro, e pazienza se la gente aspettava di sapere cosa avrebbe fatto il prossimo governo per risollevare l’economia degli anni 2000.
In quel quadro politico, comunque, era indubbio che il Grande Comunicatore avesse avuto una marcia in più, e fosse riuscito a toccare corde nell’elettorato di cui gli altri ignoravano e ignorano l’esistenza. Come la Thatcher nella Gran Bretagna degli anni 80, dominatrice assoluta della scena finché il Labour Party non seppe opporle un alter ego capace di dispiegare la stessa efficacia ma nel campo opposto, Tony Blair, così anche il Partito Democratico sembrò però alla fine aver trovato il competitor adatto a confrontarsi non tanto con un Berlusconi avanti negli anni e nel frattempo alle prese anche con la propria salute, quanto con il berlusconismo come sistema, perché - come il Cavaliere - apparentemente capace di parlare agli elettori nel modo in cui essi vogliono, a torto o a ragione, che ci si rivolga loro.
Matteo Renzi, anch’egli personaggio controverso di questo scorcio di storia politica italiana, amato o odiato senza mezzi termini ma comunque dotato del dono di saper parlare al popolo scegliendo toni e argomenti giusti, è nel frattempo diventato molto più che il leader del centrosinistra. Gli ultimi gesti politici rilevanti di Silvio Berlusconi, prima dell’infausta campagna elettorale amministrativa a Roma, sono stati non a caso quelli di benedire la vittoria di Renzi alle primarie del PD, e poi di stipulare il patto del Nazareno, dove è stato disegnato il percorso politico-istituzionale che stiamo attualmente compiendo. Basato sull’intuizione, interessata e condivisa dallo stesso PD, che la forza antisistema di Beppe Grillo e dei Cinque Stelle fosse un pericolo ulteriore per quella democrazia che essa si proponeva di rifondare, oltre che per le rendite di posizione vigenti.
Nell’allora giovane sindaco di Firenze l’allora leader del PDL riconobbe inevitabilmente un antagonista più formidabile di quanto la sua età gli avrebbe forse consentito di affrontare, ma nella sua ascesa scorse anche la non necessità di un simile antagonismo. Paradossalmente, Renzi era colui in grado di portare a compimento il suo stesso programma. Magari accentuandone molti aspetti in senso più confusionario e meno liberal.
Ma si sa, questi ragazzi non son più quelli di una volta, e nemmeno le scuole che hanno frequentato. Si fanno prendere dall’affabulazione e dall’entusiasmo. Eventualmente, per dare consigli preziosi, le porte di Arcore per Renzi c’è da scommettere che sono  comunque aperte. Poi, come sempre, sarà quel che il popolo italiano vorrà.

domenica 22 febbraio 2015

Numero Zero, i misteri d'Italia secondo Umberto Eco

Settima prova d’autore per Umberto Eco. Avevamo lasciato il professore di Alessandria all’ultima pagina del diario, bruscamente interrotto, di Simone Simonini, l’avventuriero che aveva attraversato tutto l’Ottocento ed il Risorgimento italiano per andare a concludere la propria esistenza in un improbabile attentato alla metropolitana di Parigi (allora in costruzione, siamo nel 1898).
Lo ritroviamo (siamo in Italia, nel 1992, nei giorni in cui esplode l’inchiesta Mani Pulite) nelle prime, allucinate pagine del diario di tale Colonna, giornalista fallito, o perlomeno che non ha mai sfondato. Il nuovo personaggio di Umberto Eco è anche lui un paradigma vivente, e del resto non a caso il suo creatore è il massimo esponente italiano (e forse internazionale) di semiotica, la scienza che studia i segni ed il loro significato, la base di quell’altra scienza diventata fondamentale ai nostri giorni, la comunicazione.
Se Simonini, falsario e spia, aveva rappresentato il lato oscuro di tutta la nostra epopea risorgimentale, entrando direttamente o indirettamente in tutte le trame ordite dai servizi che fiancheggiarono – e spesso precedettero – gli eserciti in campo pro o contro l’Unità d’Italia, questo ancor meno accattivante dottor Colonna, di cui non sappiamo e non sapremo nemmeno il nome di battesimo, rappresenta il lato oscuro della nostra vita politica e civile contemporanea, la “notte della Repubblica” incarnata dalla degenerazione del suo Quarto Potere, quello che avrebbe dovuto esserne il guardiano più fedele.
Simonini attraversa un secolo in cui tutto si vena – nel bene e nel male – di Romanticismo. Perfino le leggende nere che vengono ad arte coltivate dal mondo delle spie per discreditare avversari pericolosi, fino a quella destinata a diventare la madre di tutte, la favola tragica del Protocollo dei Savi di Sion, la presunta cospirazione ebraica per il dominio del mondo di cui si sarebbe nutrito in buona parte l’antisemitismo nel secolo successivo. Con le conseguenze che sappiamo.
Colonna non lo si può definire un suo epigono, ma semmai qualcosa di meno e di diverso, un ingrediente grezzo. I suoi tempi sono assai meno romantici, ed anche meno eroici, anche se di bombe ne scoppiano e di guerre ne vengono combattute con pari spargimento di sangue, anzi. E’ un personaggio di quel sottobosco del mondo dell’informazione che in tempi di tarda Prima Repubblica può portare un individuo ad essere un nuovo Mino Pecorelli (il re del dossieraggio ricattatorio scomparso misteriosamente nel 1979) così come il probabile capo-redazione di un misterioso settimanale destinato a rivoluzionare il panorama dell’editoria giornalistica italiana.
A cinquant’anni, quando sembra ormai che l’avvenire sia per lui tutto dietro le spalle, il Colonna viene contattato dal misterioso faccendiere di un ancor più misterioso imprenditore (il Commendatore) desideroso di una entrata nel salotto buono dell’informazione in vista di una discesa in campo successiva. Alzi la mano chi non ha riconosciuto il riferimento storico, peraltro tutt’ora di attualità.
Antonio Di Pietro all'epoca del Pool Mani Pulite
Al Colonna, giornalista oscuro ma a suo modo provetto, viene affidato il compito di istruire una redazione fatta di personaggi ancora più borderline di lui su come si costruisce una notizia. Si badi bene, in quei giorni – primavera 1992 – di notizie ce ne sarebbero a sfare, basterebbe uscire per strada e recarsi presso uno dei tribunali della Repubblica, a cominciare da quello di Milano dove il Dott. Antonio di Pietro ha cominciato la sua breve stagione di magistrato di Mani Pulite.
Al Commendatore, gli viene ben presto fatto capire, non interessano le notizie di per sé, ma solo quelle che possono dare, se opportunamente enfatizzate e/o arricchite, giovamento a lui e fastidio ai suoi avversari. Si lavora ad un “Numero Zero” (di qui il titolo del romanzo) di un periodico, Domani, che dovrà rivoluzionare il mondo del giornalismo italiano. In che misura, il faccendiere del Commendatore lo lascia soltanto intuire, ma efficacemente.
E così, da una riunione all’altra di una redazione di sgangherati reporters che navigano a vista tra il miraggio finalmente di una carriera vera e l’inquietudine di una coscienza che non vorrebbe piegarsi del tutto a sacrificare la libertà di stampa al tornaconto dell’editore, si consuma una parabola del giornalismo italiano che di per sé sola farebbe del racconto di Eco un altro capitolo interessante della sua produzione sia narrativa che saggistica. Pagina dopo pagina, riunione dopo riunione, l’esperto di comunicazione illustra – e ci illustra - i suoi trucchi (o che almeno potevano considerarsi tali nel 1992, quando eravamo tutti più speranzosi o più ingenui) e ci svela come le voci COMUNICAZIONE ed INFORMAZIONE in realtà possano arrivare a contenere tutto ed il contrario di tutto.
E’ la stampa, bellezza! dice Humphrey Bogart al boss della malavita Rodzich che vorrebbe chiudere la bocca al suo giornale, nel film L’Ultima minaccia. Il cinema e la letteratura americani ci hanno tramandato un’immagine epica della stampa locale, da Quarto Potere di Orson Welles a Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula. E’ un’immagine peraltro accreditata dai brillanti risultati ottenuti nella realtà. La testardaggine di Bernstein e Woodward fu fondamentale per arrivare alle dimissioni di Nixon dopo il Watergate.
In Italia, le rare pellicole di ambientazione giornalistica come il Muro di Gomma di Marco Risi sulla tragedia di Ustica dipingono la carta stampata a tinte migliori di quelle visibili nella realtà. Il 1992 fu un anno fatidico, quello in cui finalmente la società civile avrebbe potuto prendere il controllo del proprio destino in questo paese, guidata da una stampa che avesse colto l’occasione di affrancarsi da padronato e politica cavalcando la tigre della stessa libertà dei cittadini. Una breve ed illusoria stagione.
12 dicembre 1969, Milano, banca Nazionale dell'Agricoltura,
Piazza Fontana
La parabola di Domani, il settimanale immaginato da Umberto Eco, è quella di tutto il giornalismo nostrano. Il breve esperimento del fantomatico, si fa per dire, Commendatore e della sua improbabile redazione va ad infrangersi al pari dell’opera del falsario Simonini sulle conseguenze di una leggenda nera. Una delle tante di cui è piena la storia d’Italia, ma anche la più attuale. Il presupposto è clamoroso, e non diciamo quale per non rovinare il piacere della lettura e la suspence. Il senso è che la storia d’Italia del Ventesimo Secolo è attraversata tra trame nere (e questo lo sapevamo) collegate da un unico filo anch’esso nero (e questa è un’ipotesi suggestiva, che gli storici un giorno potranno confermare o smentire e che nel frattempo ci aiuta a mettere in fila tanti fatti oscuri della notte della Repubblica, fin da prima della sua nascita).
Il protagonista inconsapevole di Numero Zero non a caso si chiama di cognome Braggadocio, parola che l’italiano ha mutuato dall’inglese e che significa spaccone, millantatore, imbroglione. E’ la parte di coscienza che tira la giacchetta a Colonna invitandolo ad aprire gli occhi sui dossier, sui documenti veri o fabbricati che circolano nel sottobosco dell’informazione e dei servizi italiani. Un ambiente comune, magmatico e fetido nel quale non si distingue più nulla.
San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974, treno Italicus
Come il Simonini istruito dai maestri dello spionaggio ottocentesco, Braggadocio e Colonna oscillano tra verità e fantapolitica in modo che non è più possibile stabilire ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il giornalista in Italia è un apprendista stregone che impara a dosare gli ingredienti nelle misure “giuste”, vero o falso è tutta questione di momento o di enfasi, per un popolo abituato a ricevere la verità dal Potere, senza mai metterla in discussione, senza ribellarsi.
Finisce male, come l’opera precedente. Come la realtà. Mentre il Belpaese vive la breve, illusoria stagione di Tangentopoli, il ficcanaso che voleva svelare le Trame Nere fa una brutta fine, il suo collega che credeva di poter fare uno scoop giornalistico, di avere quantomeno davanti un avvenire giornalistico, si trova di fronte al dilemma di tutti i perseguitati da parte dei servizi segreti: far perdere le proprie tracce? E dove?
Il finale è amaro, come le conclusioni dell’autore, e di chiunque sa già com’è andata la storia, quella vera. Per far perdere le proprie tracce, anche nei confronti di se stessi, non importa scappare. Basta rimanere qui, nel paese dove dopo un po’ la gente si stanca, aspira alla normalità del “proprio particulare”, come lo definiva Guicciardini, mal digerisce rivoluzioni e capipopolo, politicanti (vecchi e nuovi) e magistrati. Aspira a voltare pagina, di quel giornale che non sopporta troppo carico di cattive notizie. Anestetizzata agli effetti ed al peso della verità.
Basta continuare come se nulla fosse successo. Nessuno si ricorderà più di te, di cosa hai fatto, di cosa cercavi. Il giornale che oggi sembra dinamite, domani al limite viene messo da parte per qualche ricerca di scuola. Domani l’altro ci si incarta il pesce o ci si copre un pavimento per rimbiancare.



Se un milione di persone crede ad una cosa idiota, la cosa non cessa di essere idiota” 
(Anatole France)

domenica 1 febbraio 2015

70 anni fa il voto alle donne

Compie settant’anni il suffragio universale in Italia. Il voto alle donne fu definitivamente introdotto nel nostro ordinamento giuridico con decreto luogotenenziale n. 23 del 31 gennaio 1945, che ratificava la proposta del presidente del consiglio il socialdemocratico Ivanoe Bonomi, capo del governo provvisorio istituito dal Comitato di Liberazione Nazionale dopo la caduta del Fascismo.
Proprio al Fascismo spetterebbe in realtà tecnicamente il diritto di paternità per il suffragio femminile nel nostro paese. Dopo l’esperimento dannunziano a Fiume con la Reggenza del Carnaro, paradossalmente le cosiddette Leggi Fascistissime del 1925 se da un lato introdussero una serie di norme gravemente liberticide alle quali si fa risalire il vero e proprio inizio della dittatura di Benito Mussolini dall’altro introdussero quale elemento clamorosamente rivoluzionario proprio l’estensione del voto alle donne, ancorché limitato alle sole elezioni amministrative.
Peccato che quella innovazione che avrebbe consegnato alla storia il regime con un connotato incredibilmente progressista e che raccoglieva comunque un’istanza che il liberalismo post-unitario aveva fortemente disatteso fosse destinata a rimanere lettera tragicamente morta, poiché ad essa fece seguito a breve scadenza,  nel 1928, l’altra norma che aboliva definitivamente le consultazioni elettorali in Italia, eliminando il diritto all’elettorato attivo e passivo tanto per gli uomini che per le donne.
Il "programma di San Sepolcro" del 23 marzo 1919
Il Fascismo delle origini prevedeva il voto alle donne
Toccò quindi attendere la Liberazione, affinché le forze politiche della rinata democrazia rendessero effettivo tale diritto, in linea con la Costituzione che ci si stava accingendo a scrivere e con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che di lì a poco le neonate Nazioni Unite avrebbero promulgato. Perfino il Luogotenente del Regno Umberto di Savoia, di fatto dal 1944 il capo dello stato italiano per l’abdicazione prima sostanziale e poi formale del padre Vittorio Emanuele III di Savoia, vide con favore il provvedimento, in quanto riteneva che la componente femminile dell’elettorato sarebbe stata benevola verso la Monarchia nel referendum istituzionale che di lì a poco avrebbe avuto luogo.
Dopo il test delle elezioni amministrative del maggio 1946, le prime in Italia dopo 18 anni, le donne tornarono a votare insieme agli uomini proprio in occasione della scelta tra Monarchia e Repubblica il 2 giugno sempre di quell’anno. Il calcolo di Umberto, nel frattempo diventato Re di maggio, si rivelò sbagliato, le donne parteciparono al trionfo repubblicano. Il suffragio universale allineò definitivamente l’Italia al novero delle nazioni politicamente e civilmente progredite partecipanti alle Nazioni Unite.
Tra queste, era ormai senza discussione il primato dei paesi anglosassoni, Commonwealth britannico e Stati Uniti d’America, che avevano acconsentito alla concessione del suffragio femminile già al termine della prima guerra mondiale. Il movimento delle Suffragette, nato in Gran Bretagna nella seconda metà dell’Ottocento, era stato fortemente osteggiato nella patria del liberalismo moderno. Ma alla fine della Grande Guerra, durante la quale per forza di cose le donne avevano avuto un ruolo paritario a quello degli uomini nella società civile riorganizzata dal conflitto, le Suffragette avevano vinto. Anche se il primato storico spetta tuttavia alla Nuova Zelanda, formalmente sotto la corona britannica ma autoamministrata, che nel 1893 fu la prima delle colonie di Sua Maestà la Regina Vittoria a concedere il voto alle donne, seguita poco dopo dalla vicina Australia.
Vignetta satirica dei primi del 900 sulle Suffragette inglesi
Tra queste date, il 1918, anno in cui la Madrepatria inglese si allineò a sua volta a colmare la lacuna, ed il 1920, anno in cui le ex colonie americane, gli U.S.A., fecero altrettanto, il primato di civiltà fu soffiato agli anglosassoni dagli scandinavi. Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca ebbero il suffragio universale tra il 1903 ed il 1913. La Turchia di Kemal Ataturk segnò da parte sua un bel punto di modernizzazione e laicizzazione risultando il primo paese di area musulmana a concedere il diritto di voto alle donne nel 1926. La Russia bolscevica, tra i primi atti stabiliti dal nuovo governo dei Soviet in quell’annus mirabilis et terribilis 1918, adottò proprio quello che estendeva il voto alle donne, in linea con la dottrina socialista.
La rivoluzione russa fu un fattore di accelerazione ulteriore per la realizzazione di un sogno, quello della parità di diritti con l’uomo, che le donne europee ed americane avevano iniziato a coltivare all’epoca della rivoluzione francese. Fu Robespierre a porre fine durante il Terrore a qualsiasi dibattito in merito. La Francia dovette attendere anch’essa la Liberazione dal nazifascismo, nel 1944, allorché De Gaulle e la quarta repubblica colmarono quella che era stata una vistosa e grave lacuna delle prime tre.
Le Suffragette inglesi immortalate magistralmente da Walt Disney
nel film Mary Poppins
I francesi a suo tempo avevano soffocato anche un altro esperimento progressista sul proprio territorio. Nel 1755 Pasquale Paoli aveva dichiarato l’indipendenza della Corsica dalla Repubblica di Genova e adottato una costituzione democratica che prevedeva un’Assemblea Nazionale eletta a suffragio sia maschile che femminile, la prima della moderna storia europea.
Quando conquistarono l’isola 14 anni dopo annettendosela, i francesi revocarono quella costituzione riportando l’isola stessa a quell’Ancien Regime che vent’anni dopo sarebbe stato spazzato via dalla Grande Rivoluzione, ma non ancora per le donne. E così, nella civile Francia che tante volte abbiamo ammirato per i suoi istituti e le sue idee all’avanguardia, le donne finirono ad avere il diritto di decidere del proprio destino soltanto pochi mesi prima delle loro cugine italiane.
Anche la rivoluzione americana si dimenticò delle donne. Nel 1776, mentre a Philadelphia il Congresso dichiarava l’indipendenza e la libertà di tutti gli uomini (di razza bianca) nati sul suolo americano, solo lo Stato del New Jersey volutamente omise di specificare che quel diritto era riservato alla componente maschile. Per vent’anni le donne del New Jersey poterono votare, anche se con consistenti limitazioni. Finché nel 1807 quel diritto fu emendato, ma in negativo.

Dopodiché, se gli americani di origine africana dovettero aspettare Lincoln e la Guerra Civile per essere riconosciuti uomini, liberi, americani e soggetti di diritto, le donne di qualsiasi colore dovettero attendere Woodrow Wilson e la Grande Guerra. L’Inutile Strage almeno a questo si rivelò utile: dopo il 1918 il mondo non fu più lo stesso per nessuno. Ma soprattutto diventò un posto più vivibile per le donne, che con il diritto di voto poterono quasi dappertutto iniziare la loro scalata effettiva alle pari opportunità.

giovedì 5 giugno 2014

La Repubblica italiana festeggia 200 anni della sua Benemerita

Nei secoli fedele, recita il suo celebre motto. Oggi l’Arma dei Carabinieri ha celebrato due secoli di servizio e fedeltà allo Stato italiano. Con la tradizionale cerimonia a Piazza di Siena a Roma è stata rievocata come ogni anno la carica dei Carabinieri a Cavallo a Pastrengo, la storica battaglia della Prima Guerra di Indipendenza che ebbe luogo il 30 aprile 1848 e durante la quale essi furono determinanti per salvare addirittura la vita al Re Carlo Alberto. La cerimonia del Bicentenario si è conclusa come di consueto con gli onori finali al Presidente della Repubblica.
L’Arma dei Carabinieri nacque per volontà di un Capo dello Stato in esilio. Nel 1814 Vittorio Emanuele I Re di Sardegna si trovava appunto nell’isola, costretto alla fuga dalle truppe di Napoleone che avevano invaso il Piemonte al pari del resto d’Italia. Per quanto esecrasse la Rivoluzione Francese ed il bonapartismo che l’aveva esportata in tutta Europa, il Savoia aveva avuto modo di ammirare l’efficienza di alcune sue istituzioni. Tra di esse, aveva desiderato di costituire nel suo regno un corpo di polizia moderno sul modello della Gendarmerie d’Oltralpe.
La data di nascita del nuovo corpo di pubblica sicurezza, inquadrato fin dall’inizio nel Regio Esercito savoiardo, fu appunto il 5 giugno 1814. I gendarmi presero il nome di Carabinieri dall’arma che ebbero in dotazione e che hanno mantenuto fino al 1990, anno in cui è stata sostituita dal più moderno fucile d’assalto Beretta AR 70/90. Erano inizialmente un corpo d’élite (era richiesto alle reclute perfino saper leggere e scrivere, cosa che per l’epoca era ristretta veramente ad una minoranza) classificato di fanteria leggera, che si distinse fin da subito nella lotta al brigantaggio in Sardegna.
Al rientro a Torino dopo la sconfitta di Napoleone, Vittorio Emanuele rilasciò il 13 luglio 1814 le “regie patenti” che istituivano definitivamente il Corpo dei Reali Carabinieri con funzioni di polizia sia civile che militare. L’8 maggio 1861, due mesi dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il Corpo fu elevato al rango di Arma (al pari di Fanteria, Cavalleria ed Artiglieria) in considerazione del crescente prestigio acquisito durante le campagne risorgimentali e la difficile normalizzazione delle zone del regno infestate dal brigantaggio. In breve tempo, l’importanza dei Reali Carabinieri crebbe al punto da farli considerare la prima Arma dell’Esercito, anzi l’Arma per antonomasia.
Da quell’epoca in poi, la storia dei Carabinieri è sempre stata profondamente legata a quella d’Italia, soprattutto nelle sue vicende più drammatiche. Sempre usi ad obbedir tacendo, e tacendo morir, come recita un altro dei loro motti. Se nella Prima Guerra Mondiale toccò loro recitare lo scomodo ruolo di polizia militare nei confronti del malcontento serpeggiante nelle trincee italiane contro quella che il Papa Benedetto XV aveva definito l’inutile strage, se durante il Ventennio Fascista toccò loro spesso provvedere ad assicurare il rispetto di norme odiosamente liberticide che ebbero il culmine nelle Leggi Razziali del 1938, fu a partire dall’8 settembre 1943 che i Carabinieri ripresero il loro posto nel cuore del popolo italiano, mantenuto indiscutibilmente fino ai giorni nostri.
Si calcola infatti che furono circa 2.700 i Carabinieri che subirono la deportazione per essersi rifiutati di collaborare con le milizie nazifasciste, o anche solo di eseguirne gli ordini. Tutti conoscono la storia di Salvo D’Acquisto, il Carabiniere che si sacrificò il 23 settembre 1943 a Torre di Palidoro nei pressi di Roma per salvare la vita a 22 condannati a morte civili durante una rappresaglia tedesca. Alle Fosse Ardeatine i Carabinieri vittime della tragica rappresaglia di Kesselring per l’attentato partigiano di Via Rasella a Roma furono addirittura 10.
Durante la storia repubblicana, l’Arma dei Carabinieri è sempre stata sentita dalla popolazione come una istituzione positiva, “su cui poter fare conto”, sempre e comunque. Per tutti gli atti di coraggioso altruismo compiuti al servizio del popolo italiano, l’Arma si è guadagnata nel tempo il soprannome eloquente di “Benemerita”.
Non è riuscito ad infangare il suo buon nome nemmeno il discusso periodo di comando di Giovanni De Lorenzo, il generale accusato di aver messo a punto ed aver cercato di attuare il cosiddetto Piano Solo, il colpo di stato che nell’estate del 1964 – proprio nell’anno del centocinquantesimo anniversario - avrebbe dovuto portare all’assunzione del potere da parte dei Carabinieri e dell’Esercito, con arresto di tutti gli esponenti dei partiti di sinistra, dei sindacati e di tutta una serie di organizzazioni ritenute “sovversive”. La gente preferisce ricordare le migliaia di circostanze in cui quotidianamente gli uomini - e da qualche anno anche le donne - con la fiamma d’argento sul berretto e la riga rossa sui pantaloni sono stati al suo fianco, per ordine pubblico o per calamità naturali, spesso a costo del sacrificio della propria vita.

Dall’anno 2.000 i Carabinieri sono stati elevati al rango di Forza Armata autonoma al pari di Esercito, Marina ed Aviazione, completando così un percorso che nei 200 anni appena trascorsi ne ha fatto una componente essenziale della nostra vita quotidiana, prima ancora che del nostro assetto istituzionale.

domenica 1 giugno 2014

Il giorno che l'Italia diventò una repubblica

Eravamo un paese sconfitto, umiliato. Uno dei tre, quelli dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo, che portavano il tremendo peso morale dell’immane tragedia appena conclusasi, la Seconda Guerra Mondiale. Come avrebbe detto Alcide De Gasperi alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1947, l’Italia non poteva sperare nella benevolenza di nessuno degli altri paesi. Solo nel loro interesse semmai a creare un assetto internazionale post-bellico più solido possibile, anche alla luce delle nuove tensioni che stavano emergendo fra le nuove grandi potenze uscite dalla guerra, che di lì a poco avrebbero dato luogo ad un nuovo conflitto, anche se di tipo diverso: la Guerra Fredda tra USA e URSS.
Vittorio Emanuele III e Mussolini
Nessuno voleva bene all’Italia nell’immediato dopoguerra, a parte gli americani, con i quali la conflittualità era durata troppo poco perché potesse dare origine a una vera ostilità, e che dovevano fare anche i conti con la moltitudine di italo-americani che avevano combattuto in prima linea lungo tutta la   penisola, e che erano comprensibilmente rimasti legati a loro paese d’origine. Gli altri Alleati, inglesi e francesi ci detestavano, i primi per la parte svolta nei bombardamenti su Londra a fianco della Luftwaffe, il cosiddetto blitz, e per l’attacco all’Impero Britannico in Egitto, i secondi per la pugnalata alle spalle del 1940. I russi invece erano solo interessati a spostare il confine con l’Occidente il più ad ovest possibile, e solo in tal senso erano interessati al destino dell’Italia.
Quel destino era assai incerto, e paradossalmente per l’Italia la Guerra Fredda fu una manna. Come sarebbe successo a Germania e Giappone, odi, rancori e strascichi furono messi ben presto da parte, perché c’erano nuovi nemici da affrontare all’orizzonte. L’US Army e l’Armata Rossa si erano incontrate sull’Elba il 25 aprile 1945, e lì sarebbero rimaste per i successivi 40 anni dopo aver polverizzato la Wehrmacht. Su quel confine sarebbe scesa nel 1947 quella che Winston Churchill avrebbe definito la Cortina di Ferro, che avrebbe condizionato la vita di centinaia di milioni di cittadini europei e le loro scelte fino a Gorbaciov e alla caduta di quel Muro che sarebbe stato costruito a Berlino per dare visibilità alla nuova realtà dell’Europa: non più centro del mondo ma continente a sovranità molto limitata.
Alcide De Gasperi
Per l’Italia, la scelta epocale in quegli anni fu in primo luogo quella della forma di governo. La democrazia restituita dai vincitori a un paese in cui per vent’anni aveva deciso tutto uno solo per tutti richiedeva che fossero sciolti due nodi fondamentali:. Il primo era quello della nuova Costituzione che avrebbe dovuto sostituire lo Statuto Albertino, la vecchia gloriosa Carta del 1848 che aveva accompagnato degnamente il Risorgimento e l’avvio dei primi passi della nuova nazione italiana ma che aveva mostrato tutta la sua drammatica fragilità allorché la politica aveva cessato di essere un fatto riservato alle elites borghesi e vi si erano affacciate le grandi masse. Il secondo era quello del Capo dello Stato: Monarchia o Repubblica?
Contrariamente a molti paesi che avevano sofferto la tragedia del conflitto mondiale, in Italia il Re non era stato il simbolo dell’unità e della dignità nazionale pur messe a dura prova da nemici dall’apparato bellico più forte, ma con il sostegno a Mussolini prima e con la fuga a Brindisi poi (dopo avere inutilmente tentato di rinnegare e mettere fuori gioco quel Duce che aveva incaricato legalmente come proprio Primo Ministro vent’anni prima e che adesso era diventato troppo scomodo per lui e perfino per i camerati fascisti) Vittorio Emanuele III si era giocato definitivamente il sostegno di una gran parte della popolazione. Il paese era spaccato in due anche su questa questione, e le forze politiche riflettevano la situazione popolare.
Palmiro Togliatti
La nascente forza egemone, la Democrazia Cristiana di De Gasperi, era divisa al suo interno poiché tra i cattolici ed i moderati erano egualmente rappresentati tanto i monarchici che i repubblicani. Il Partito Comunista italiano di Togliatti aveva fatto una scelta legalitaria in linea con la politica dell’URSS, e ne era risultato altrettanto diviso al suo interno: da una parte la base, che voleva la svolta repubblicana, dall’altra la nomenklatura, che accettava la tesi staliniana secondo cui la Monarchia avrebbe finito di discreditarsi preparando il campo ad una situazione favorevole alla rivoluzione popolare, e comunque nel frattempo non si doveva interferire con il controllo americano dell’Italia, per favorire analogo atteggiamento degli USA verso la sfera di influenza sovietica.
Socialisti e repubblicani erano per la Repubblica senza se e senza ma, mentre liberali e monarchici erano per il mantenimento della forma di governo sotto la quale l’Italia era stata unificata. Magari, si valutava, non più incarnata dal discreditato Vittorio Emanuele III, ma piuttosto da suo figlio Umberto il Principe di Piemonte, che insieme ala consorte Maria José del Belgio aveva cercato di salvare quanto possibile dell’onore dei Savoia e del futuro della istituzione monarchica in Italia. Maria José aveva giocato un ruolo di primo piano nella complessa trattativa segreta che aveva portato alla caduta del Fascismo e all’uscita dalla guerra a fianco di Hitler, e si sperava che questo – insieme all’immagine pressoché intatta del marito – giocasse a favore del partito monarchico.
Gli alleati, come detto, avevano la loro attenzione focalizzata su altre questioni, e sostanzialmente si tennero fuori dalla disputa. I Britannici erano monarchici per forza di cose, i Sovietici in quel momento lo erano per interesse. I Francesi sempre in quel momento ci consideravano dei traditori che non meritavano nessun riguardo, ma di certo non avevano particolari predilezioni per i Savoia. Gli americani erano per la Repubblica altrettanto per forza di cose, ma pur avendo la voce in capitolo principale non erano pronti in quel momento, nella primavera del 1946, a forzare la mano. Gli italiani furono quindi lasciati abbastanza liberi di vedersela per proprio conto. O almeno così parve.
Umberto II lascia l'Italia
Mentre le forze politiche, almeno quelle più importanti preferivano non prendere posizione per non legare il proprio simbolo ad un’eventuale sconfitta, ii monarchici giocarono la carta dell’abdicazione del vecchio Re in favore del nuovo. Con atto privato presso un notaio di Napoli (un gesto in carattere con lo stile sui generis di colui che aveva regnato sull’Italia per 40 anni), Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 cedette la corona al figlio Umberto, che divenne il secondo di questo nome, dopo il nonno ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci, e partì per l’Egitto in esilio. Fedele al motto savoiardo che in Casa Savoia si regna uno alla volta, Vittorio Emanuele aveva tenuto Umberto completamente fuori dalle questioni di stato, salvando così involontariamente la sua immagine.
Umberto era consapevole che per quanto sostanzialmente incolpevole si trovava a regnare su un paese che aveva imparato a detestare la Monarchia, prima a causa di una dittatura fortemente voluta e poi della guerra. Tra gli esiti probabili della contesa politica, di cui quella sulla forma di governo era solo un aspetto, c’era da mettere in conto anche una guerra civile, sulla falsariga di quanto stava accadendo nella vicina Grecia. Fu così che nel convocare i comizi elettorali per la nuova Assemblea Costituente e nell’indire il Referendum istituzionale (che sarebbe rimasto il primo e l’ultimo della storia italiana fino ad adesso) sulla forma di governo, Umberto di Savoia scelse di usare toni soft, promettendo di accettare il verdetto popolare, qualunque esso fosse stato.
I seggi furono aperti la mattina del 2 giugno 1946, e secondo una prassi che sarebbe rimasta anche in seguito si votò anche nella giornata seguente. Lo spoglio delle schede cominciò il giorno 4, la conta dei voti prosegui su doppio binario (avvalendosi di calcolatrici e di conteggi manuali nello stesso tempo) per due giorni, ma per quanto già la sera del 5 alcuni quotidiani avessero anticipato che “la Repubblica è in vantaggio”, il risultato finale dovette attendere il 10, allorché la Corte di Cassazione proclamò (di fatto, in attesa della proclamazione formale di diritto) che gli italiani avevano optato per la forma di governo repubblicana con una maggioranza di 12.718.019 contro 10.709.423. I monarchici parlarono subito di brogli, e proposero di fare ricorso alla stessa Corte di Cassazione (quella Costituzionale era di là da venire) per il riconteggio. Il ricorso non ci fu mai, e del resto i brogli non vennero mai accertati.
Con decisione che teneva conto comunque più delle esigenze di ordine pubblico (a Napoli, città di fede monarchica, c’erano già stati scontri di piazza con la polizia e diversi morti) che del rispetto della forma e della sostanza della legge, il governo nella notte tra il 12 ed il 13 giugno decise di proclamare la Repubblica, attribuendo al Presidente Alcide De Gasperi la funzione provvisoria di Capo dello Stato. Il 13 giugno, dopo un breve comunicato con cui accettava il risultato del pronunciamento popolare e invitava tutti a fare altrettanto, sciogliendo il popolo italiano dal giuramento di fedeltà al Re e limitandosi a stigmatizzare il semmai comportamento del governo che aveva voluto precorrere i tempi, Umberto II di Savoia si imbarcò a Ciampino su un aeroplano diretto in Portogallo, dove avrebbe trascorso in esilio i successivi 40 anni. Il Re di maggio onorò la Monarchia nel suo ultimo giorno come mai suo padre aveva saputo fare nei 46 anni precedenti.

Il 18 giugno la Corte di Cassazione proclamò definitivamente validi i risultati del referendum istituzionale, e di conseguenza la Repubblica Italiana. Il 28 la neocostituita Assemblea Costituente si insediò ed elesse come Capo Provvisorio dello Stato il giurista napoletano Enrico De Nicola, uomo politico monarchico che era già stato Presidente della Camera dei Deputati prima della Marcia su Roma. Per andare a regime, la nuova Repubblica avrebbe dovuto attendere il 1948, con la promulgazione della Costituzione e l’elezione del primo Parlamento repubblicano. Ma i passi fondamentali erano stati fatti, e la Repubblica - il cui compleanno è rimasto quel 2 giugno in cui i primi italiani, uomini e per la prima volta anche donne, si affacciarono ai seggi elettorali riaperti per la prima volta dopo 20 anni di dittatura – poteva finalmente camminare con le proprie gambe e ridare all’Italia un’immagine accettabile nel consesso delle nazioni civili.

Trieste festeggia il Giro d'Italia e la Repubblica

TRIESTE – Poco prima dell’arrivo cadono le prime gocce di un acquazzone tropicale, ma non riescono a rovinare la festa del Giro d’Italia, né quella della città che ne ospita la  ventunesima ed ultima tappa di questa edizione 2014, la novantasettesima.
L'arrivo del Giro sulle Rive di Trieste
Sulle Rive di Trieste taglia il traguardo posto nella suggestiva cornice del tratto di lungomare antistante la storica Piazza dell’Unità d’Italia lo sloveno Luka Mezgec, che riesce a mettersi in vetrina proprio qui, a due passi da casa, precedendo Nizzolo, Farrar e Bonhami, gli ultimi attori di questa corsa che ieri sullo Zoncolan ha visto scrivere dall’australiano Rogers e dallo sfortunatissimo Bongiorno l’ultima pagina della sua storia, e che oggi offre questa passerella di lusso alla gente di Trieste e ai turisti appositamente venuti qui.
E’ festa colombiana, perché il paese sudamericano festeggia per la prima volta nella sua storia sportiva il primo ed il secondo posto al Giro, con Nario Quintana che ha agguantato la maglia rosa sul Grappa strappandola al connazionale Rigoberto Uran e non l’ha mollata più. Ma è anche festa italiana, e non solo perché Fabio Aru – il ragazzo a cui tante bandiere con le quattro teste di moro giunte fin qui dalla Sardegna inneggiano sul lungomare di Trieste – conclude splendido terzo. Ma anche e soprattutto perché in questa conclusione della corsa ciclistica più amata dagli italiani si sommano tante e tali ricorrenze da estendere il significato di questa giornata ben al di là dell’evento sportivo, seppur importante.
Il lungomare imbandierato
W Trieste italiana, recitava uno striscione ieri sullo Zoncolan. Non è un caso che un’organizzazione attenta al momento storico e a certe simbologie abbia volutamente rinunciato al tradizionale arrivo a Milano, sede storica della “rosea”, colei che ha dato vita a questa corsa e da quasi un secolo la organizza e ne canta le gesta, la Gazzetta dello Sport. Quest’anno il Giro, partito da Belfast, finisce nel capoluogo della Venezia Giulia, in quella città che fu l’ultima importante a riunirsi all’Italia quasi cento anni fa e che il 26 ottobre 1954 ritornava sempre all’Italia a conclusione dell’occupazione alleata conseguente alla seconda Guerra Mondiale.
Umorismo triestino al Molo Audace
A ricordo dell’entrata in città dell’VIII battaglione dei Bersaglieri quella mattina di sessant’anni fa, l’ultima tappa del Giro è stata preceduta da una parata degli stessi Bersaglieri. Il Giro del resto finisce a poche ore dalla Festa della Repubblica, quel 2 giugno a cui nei tempi attuali di crisi si fatica ad attribuire valore, e che proprio qui, su queste Rive dove il 3 novembre 1918 ancora i Bersaglieri sbarcarono con la bandiera italiana in pugno dall’incrociatore Audace concludendo insieme il Risorgimento e la Prima Guerra Mondiale, è giusto che sia celebrato con tutta l’enfasi di cui sono capaci da sempre le nostre Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica più famosa del mondo che ha sede proprio qui, nella vicina base militare di Rivolto in provincia di Udine, e che da oltre cinquant’anni porta in giro assieme alla sua scia tricolore il sentimento positivo di una comunità italiana più volte risorta e ricostituita dalle sue storiche crisi.
Lo spettacolo delle Frecce
L’ultima tappa è partita in mattinata da Gemona del Friuli, la città che tra il 6 maggio ed il 15 settembre del 1976 non esisteva più, devastata dal terremoto che per poco non mise in ginocchio questa regione. Non esisteva la Protezione Civile, i friulani dissero “facciamo da soli”. Fatto sta che oggi Gemona appare come se non avesse mai trascorso quei momenti tremendi. Il Giro attraversa tutte le zone del terremoto, dopodiché si reca a rendere omaggio a quelle della guerra mondiale, scorrendo sotto la base del Carso fino al sacrario di Redipuglia. E’ quindi il momento di entrare a Trieste, per la splendida via della Costiera che scende fino a Barcola. L’ultima tappa è una cavalcata di 167 chilometri, gli ultimi cinquanta sono costituiti dagli otto giri nel circuito cittadino, che tocca tutte le strade e le piazze conosciute in tutto il mondo dai tempi di Maria Teresa e di James Joyce.
Oggi sarebbe anche il centesimo compleanno di Giordano Cottur, una leggenda del ciclismo triestino e italiano. La sua carriera prese il via proprio da un altro ben più drammatico arrivo a Trieste, nel 1946. La seconda guerra mondiale era terminata da poco e da queste parti aveva lasciato lo strascico sanguinoso dell’occupazione militare jugoslava, la cosiddetta zona B che si estendeva quasi fino alle porte di Trieste. La carovana del Giro fu accolta dalle sassate di alcuni contestatori filo-comunisti e filo-titini, che cercavano il gesto eclatante fermando la corsa rosa. L’organizzazione tenne duro insieme ad un gruppo di ciclisti coraggiosi, tra i quali Cottur a cui fu lasciato l’onore della vittoria in volata nel capoluogo giuliano. Anche alla memoria di quest’uomo era dedicata questa giornata, a cui in fondo lui ha mancato di assistere per pochi anni, essendosene andato all’età di 92 nel 2006.
Tante ricorrenze, tante suggestioni. Da queste parti, come del resto un po’ dovunque, qualcuno si chiede se questa Repubblica non sia stata un po’ “matrigna” – diciamo così – andando magari a spulciare il trattato di Parigi del 1947 e il memorandum di Londra del 1954 per trovarvi dei vizi di forma che rendano nulla la riannessione all’Italia. A queste suggestioni al contrario non poteva esserci miglior risposta di una giornata come questa. Quando all’ultimo passaggio delle Frecce Tricolori lo speaker di una radio privata (una di quelle che di solito trasmettono musica spensierata e poco altro) ha urlato “sono orgoglioso di essere italiano”, l’applauso che è partito è stato scrosciante, e crediamo non si limitasse soltanto a sottolineare la performance di nove splendidi acrobati dell’aria o dei cento e passa campioni della bicicletta che sono passati di lì a poco per il primo dei loro otto giri.

Una splendida conclusione per una splendida corsa. Uno splendido viatico per il 2 giugno. All’anno prossimo, con la speranza di festeggiare un altro anno di questa Repubblica un po’ più fausto di questi ultimi, che comunque ci hanno portati tutti qui, sulle Rive di Trieste, a celebrare sentimenti che non perdono di valore.