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lunedì 27 giugno 2016

DIARIO AZZURRO: Rulli di tamburo per la Roja

Rispetto, è la Spagna. Quattro anni dopo Kiev, arriva la rivincita azzurra, ed è il momento migliore per ricordarsi le parole di Iker Casillas, che invitò i compagni a non infierire su un’Italia allora in difficoltà. La Furia Roja arriva stanca all’appuntamento con la storia, l’ennesimo di questo ciclo avviato ormai più di dieci anni fa, che adesso il quotidiano di informazione sportivo iberico Marca definisce concluso.
Antonio Conte festeggia con la moglie Elisabetta Muscarello in tribuna
Sulla faccia stremata di Chiellini, sul viso di Antonio Conte che ancora non riesce a distendersi nella gioia e ancora mostra i segni dell’incredibile tensione di questo ottavo di finale, c’è tutta la verità a proposito della reale condizione dei campioni uscenti. La verità è che l’Italia ha fatto una grande partita, la partita della vita. Ma la Spagna, pur arrivata a questo Europeo con la stanchezza di chi ha portato quattro squadre agli atti conclusivi della Champion’s e della Europa League e di chi è costretto sempre e comunque ad essere all’altezza di se stesso e del proprio grande passato, ha messo in campo orgoglio, hombria, e negli ultimi minuti – quando è toccato agli azzurri avvertire la stanchezza – qualche sprazzo di quel gioco che da Vienna a Johannesburg a Kiev aveva incantato il mondo. E allora c’è stata gloria anche per Gigi Buffon.
Il ciclo spagnolo è tutt’altro che finito. Ma è singolare che a poche ore di distanza e migliaia di chilometri scenda il crepuscolo sul sogno di Leo Messi di vincere anche con la sua Nazionale ed anche su quello delle Furie Rosse di fermare il tempo ed allungare un glorioso palmares. Lo squadrone catalano che ha nascosto il pallone al mondo scopre che il mondo non è rimasto fermo. E soprattutto non lo è rimasto, appunto, il tempo.
La smorfia finale di Andres Iniesta ricorda quella di Andrea Pirlo a Kiev quattro anni fa. C’è la consapevolezza che quel tempo maledetto è l’unico avversario che non si può dribblare. C’è anche la sensazione che il vento soffi al contrario, e quello che in passato filava dritto e finiva nella porta avversaria adesso finisca fuori o tra le braccia del portiere. Quel portiere che quattro anni fa si era chinato quattro volte a raccogliere il pallone in fondo alla rete e che stasera sembrava tornato quello dei vent’anni.
La gioia dei tifosi italiani a Saint Denis
Vent’anni. Tanti ne sono passati dall’ultima vittoria italiana in gara ufficiale contro i cugini spagnoli. In campo c’era un’altra generazione. Antonio Conte allora giocava, e nemmeno da titolare, era agli esordi. Giocava Roberto Baggio, quello che portò le notti magiche negli U.S.A., e che portò la partita dalla parte dell’Italia all’ultimo istante, dopo una fuga per la vittoria che oggi Darmian e Pellé sono quasi riusciti ad imitare.
La follia di chi ha sorteggiato i gironi a questo Euro 2016 ha fatto sì che si incontrassero negli ottavi due squadre che avevano disputato l’ultima finale. Due squadre che oggi hanno dimostrato di essere – ci sia consentito dirlo –una spanna sopra tutte le altre, con l’unica possibile eccezione della Germania. E se così è, lo vedremo subito, perché al prossimo turno si rinnova un altro scontro epocale. Nei quarti sarà Italia-Germania. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Italia-Spagna, avevamo scritto presentandola, è la storia del calcio. Italia-Spagna a Saint Denis, stadio dove gli azzurri non hanno mai vinto e gli spagnoli sì, una volta, sembra una partita di un altro Europeo. Uno di quelli del passato dove si giocava ancora gran calcio. Partita da dentro o fuori. Partita che prevedeva comunque un addio, alla fine. Quello di Antonio Conte, se avesse perso. Quello della Roja, almeno a questo torneo in cui era imbattuta dal 2004.
Conte non ha voglia di vedere ancora la fine di questa avventura azzurra. Per il Chelsea c’è tempo. Conte ha il fiuto dell’uomo di campo di razza. Sente che il vento stavolta soffia lievemente dalla parte degli azzurri. Che di sicuro hanno più fame e meno acido lattico nelle gambe di questa Spagna, carica di gloria ma anche di ferite. Sente che può ritagliarsi un posto nella storia battendo chi ha fatto la storia recente.
Il primo gol di Chiellini
Vicente Del Bosque, nominato marchese da Re Juan Carlos dopo la vittoria mondiale del 2010, ha invece il problema di tutti i grandi conducadores, non soltanto spagnoli. Il problema di Bearzot, di Lippi, noi lo conosciamo bene. Gestire il crepuscolo dei suoi campioni, e trovar loro dei sostituti all’altezza. Adesso nessuno in patria gli perdonerà di aver tenuto fuori gente come Isco, Saul Niguez. La verità è che Iniesta, Xavi, Fabregas, Piqué, Sergio Ramos non li sostituisci. Li tieni in campo finché ce la fanno. E poi esci dal campo con loro, quando non ce la fanno più. A testa comunque alta, e con l’onore delle armi.
L’Italia che gli si para davanti ha la fame dei ragazzi che si affacciano ora al grande calcio e di un tecnico che vuole essere ricordato come vincente. Unita a ciò, l’esperienza della vecchia guardia dei legionari Buffon, Chiellini, Bonucci, Barzagli. Gente che aveva quasi messo sotto il Barcellona, la scorsa Champion’s League, se l’arbitro turco Cakir, lo stesso di oggi, non avesse arbitrato addirittura peggio di oggi. Gente che aveva fatto fuori il Bayern quest’anno, se solo il fiato avesse retto altri cinque minuti.
La gioia di Chiellini
Antonio Conte deve rinunciare a Candreva. Il destino gli offre un De Sciglio finalmente all’altezza delle sue promesse. Gli mantiene un Giaccherini in formato spaziale, un De Rossi in formato Berlino, un Parolo e un Florenzi che non si pongono più limiti, un Eder in formato Sampdoria e un Pellé che si carica sulle spalle da solo l’attacco e ne tira fuori un reparto. Prende botte, si rialza, ne dà, prende il cartellino a sproposito di Cakir, prende un valium e si dispone ad una partitaccia di sacrificio e di pazienza. Col Belgio arrivò alla fine il suo momento. Anche oggi sarà così.
Primo tempo da stropicciarsi gli occhi. Gli spagnoli vorrebbero riprodurre il proverbiale tiki taka, ma gli italiani si avventano su tutti i portatori palla e li travolgono in velocità. Sono almeno due le occasioni clamorose azzurre per passare, compresa una rovesciata alla Pelé di Giaccherini ingiustamente annullata dall’arbitro per gioco pericoloso. Dall’altra parte, de Sciglio salva su Fabregas, e per la Spagna è tutto.
Quando al ’31 Pellé viene atterrato appena fuori l’area spagnola, il pensiero corre ad Andrea Pirlo. Lungo conciliabolo azzurro, le gerarchie non sono stabilite. Alla fine la spunta Eder, e gli dei mostrano di non avere l’Italia in dispetto quest’oggi. Il tiro del brasiliano naturalizzato è un missile su cui de Gea non trattiene. Sulla palla Giaccherini, e soprattutto Chiellini. 1-0, e non solo i tifosi azzurri cominciano a stropicciarsi gli occhi.
A fine tempo Florenzi e Giaccherini potrebbero addirittura raddoppiare, ma l’erede di Casillas fa miracoli. Nella ripresa, Del Bosque cambia Nolito con Aduriz. Ma è la musica a non cambiare, anche se la Spagna comincia a prevalere nel possesso palla, che a fine primo tempo era sorprendentemente in parità. Combina poco Morata, mentre De Rossi accusa la fatica e obbliga Conte ad inserire Thiago Motta.
Al ’55 fuga di Eder, ma il miracolo riuscitogli contro la Svezia non si ripete. Si resta sul filo dell’1-0, mentre la Spagna lentamente chiude gli azzurri nella loro metà campo. Due percussioni italiane al ’60 però potrebbero chiudere il discorso. Manca un po’ di cinismo in area, e Giaccherini comincia a mostrarsi in debito di ossigeno. Ma Conte sorprendentemente non cambia fino ai minuti finali.
Esce Morata per Vazquez. Al ’71 Iniesta costringe Buffon alla prodezza salva-patria con un tiro dal limite. Poi Piqué, murato ancora dal portiere azzurro. Gli azzurri sono costretti indietro, Conte toglie Eder per Insigne e Florenzi per Darmian. I minuti non passano, anche se è Insigne il più pericoloso all’85 con una fuga in perfetto stile Eder. De Gea risponde alla Buffon.
La gioia di Pellé al raddoppio
Al ’90, Cakir concede quattro minuti di recupero, e sembrano un’enormità per gli italiani stremati dalla fatica. Ci vorrebbe una prodezza come quella nella prima partita. Oppure come quella che – proprio al ’90 – ci dette l’ultima vittoria contro la Spagna più di vent’anni fa. Roberto Baggio ormai è un signore brizzolato che guarda le partite della Nazionale alla TV. Tocca ad uno dei suoi eredi. Tocca a Darmian trovarsi in area sulla ripartenza dopo l’ennesimo calcio d’angolo spagnolo. La difesa iberica è scoperta, anche se mura il tiro dell’ex torinista. Ma la palla rimbalza a centro area e lì c’è Graziano Pellé. Che ricorderà questo gol, in tutto simile a quello segnato al Belgio, finché campa.

La gioia finale del clan italiano è quella travolgente delle grandi imprese. Stavolta Conte riesce a scatenarsi senza farsi male. A ringraziare Xavi, la storia del calcio spagnolo, per i complimenti appena ricevuti. E a far capire alla Germania che quella che l’aspetta adesso è la peggiore delle partite possibili, per lei. Come sempre, da sempre.

mercoledì 22 giugno 2016

DIARIO AZZURRO: Arriba España



Alle 21,00 scende in campo l’Italia contro l’Irlanda, sapendo già che alla partita successiva l’aspetta di nuovo l’appuntamento con la storia. Sarà Spagna – Italia, el clàsico del calcio europeo e mondiale. La Furia Roja si fa rimontare dalla Croazia e pertanto concederà agli azzurri la rivincita di Kiev con largo anticipo su pronostici, calendari e aspettative delle rispettive tifoserie.
Si apre il dibattito, venato di suggestioni shakespeariane: se sia meglio l’outsider Croazia, contro la quale l’Italia non ha mai avuto vita facile né adesso né quando si chiamava Jugoslavia, oppure il vecchio leone ferito – ma pur sempre leone e pur sempre campione in carica – che non è più forse la macchina da gioco di Vienna, Johannesburg e Kiev ma che ha sempre dentro di sé, pronto a riaffiorare, l’orgoglio dei campioni blasonati al servizio di una tecnica che ancora almeno sul continente non ha eguali.
Decide, come sempre, il Fato. Sergio Ramos sbaglia un rigore che è un segno degli Dei, forse diventati avversi agli eroi di Spagna. Nikola Kalinic risorge da un campionato con la Fiorentina che per almeno tutto il girone di ritorno ha quasi configurato un assenteismo da furbetti del cartellino e porta la Croazia al primo posto del girone e la Fiorentina – forse – ad una bella plusvalenza.
Arriba España, dunque. E’ tempo di hombres, e non di piagnistei. Consapevoli che qualunque sia il valore dell’Italia, è più facile che venga fuori contro squadroni come la Furia Roja piuttosto che con squadre che non eccitano la fantasia (almeno non la nostra) come i nostri dirimpettai adriatici, che invece quando vedono tricolore vedono rosso. Se Plaza de toros dev’essere, meglio finire incornati dai campeònes. Sarà una fine gloriosa. Se non sarà una fine, invece, sarà la vittoria più prestigiosa di tutte.
Complimenti alla Francia, alla quale il presidente dell’UEFA uscente (per motivi giudiziari) Michel Platini ha fatto l’ultimo regalo di un sorteggio come meglio non si poteva. Spagna, Germania, Portogallo, Croazia, Italia, sono tutte dall’altra parte del tabellone. Dalla parte francese, solo l’Inghilterra e il Galles. Noi a giocare il Superbowl, loro al Torneo Sei Nazioni. Facile arrivare in finale così, Gran Bretagna permettendo.
Ma torniamo a noi, torniamo alla storia del calcio, che si arricchirà di un nuovo capitolo. Le due principali penisole del Mediterraneo si contendono da sempre la supremazia continentale, a livello di nazionali e di club. Un derby dalla storia lunga come quella del calcio stesso. A partire da quel 1934 in cui Italia e Spagna si scontrarono ai mondiali italiani, e fu uno scontro nel senso letterale della parola. Volarono botte da orbi, la partita si concluse in parità. Sul gol del pareggio azzurro ci fu l’ombra di un fallo non fischiato sul portiere, il leggendario Ricardo Zamora.
Il giorno dopo, la partita venne ripetuta secondo il regolamento di allora. Gli spagnoli dovettero operare diverse sostituzioni, lamentando ben sei contusi. Ma soprattutto rinunciarono (per motivi non meglio precisati, ma si parlò di un intervento di Mussolini presso il governo spagnolo) a saracinesca Zamora. Con un portiere normale come Nogues tra i pali, finirono per beccare un gol da Meazza e non furono più capaci di rifarlo. Ancora botte da orbi, contestazioni sull’arbitrato dello svizzero Mercet. L’Italia andò a vincere quel mondiale battendo le pur forti Austria in semifinale e Cecoslovacchia in finale. Ma l’avversario più duro, a prescindere dai retroscena, era stato senza dubbio la Spagna.
Seguì il lungo e sanguinoso intermezzo della Guerra Civile e della Guerra Mondiale. Le nazioni preferirono incontrarsi sul campo di battaglia anziché su quello di calcio. L’Italia fece in tempo a rivincere un mondiale nel 1938, stavolta senza discussioni. La Spagna era alle prese con la ribellione di Franco, e non poté dire la sua. Negli anni cinquanta, l’Italia sconfitta nella guerra fascista e la Spagna emarginata a causa della permanenza del governo falangista furono comunque riammesse nella comunità internazionale a causa delle necessità imposte dalla Guerra Fredda.
Andres Iniesta e Andrea Pirlo
La supremazia calcistica continentale divenne ben presto un affare tra noi e loro. Più a livello di club che di nazionali, al principio. Mentre si costruiva la leggenda del Real Madrid che vinse le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni battendo tra l’altro Fiorentina e Milan, da noi rispondevano rossoneri e nerazzurri dividendosi equamente le vittorie. Negli anni sessanta, prima le Furie Rosse poi gli azzurri diventarono Campioni d’Europa. Poi il declino in parallelo degli anni settanta.
Nel 1980, la Spagna frenò la corsa dell’Italia all’Europeo casalingo che finì per vedere trionfatrice la Germania. La Spagna dovette assistere poi alla vittoria italiana in casa propria al Mondiale del 1982. Gli spagnoli andarono in finale nel’84 all’Europeo francese (vinto dai padroni di casa) e ai Mondiali 86 furono fermati ai quarti dal Belgio. Gli azzurri erano usciti al turno precedente contro Platini & c.
Nel 1988, lo scontro diretto all’Europeo tedesco finì 1-0 per gli italiani. Dopo il deludente - per entrambe - Italia 90, fuori tutte e due dall’Europeo 92. La rivincita spagnola arrivò infine nei quarti del torneo olimpico di Barcellona: 1-0 per le Furie Rosse che finirono a vincere poi la medaglia d’oro. Due anni dopo, a USA 94, ancora quarti di finale, ancora Italia – Spagna. Avanti gli azzurri con Dino Baggio, pareggio della Roja con Caminero. Giallo per una gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique non vista dall’arbitro. Al novantesimo due squadre stanche sembrano destinate ai rigori, ma l’Italia quel giorno aveva Roberto Baggio. Lanciato da Signori, arrivò davanti a Zubizarreta dopo essersi fatto mezzo campo, e non perdonò.
Mentre a livello di club il Barcellona da una parte e la Juventus dall’altra alimentavano la rivalità continentale a suon di vittorie, le due nazionali conobbero un periodo interlocutorio a cavallo della fine del secolo e l’inizio del nuovo. Male l’Italia, incapace di vincere malgrado l’elevato tasso tecnico dei suoi giocatori. Male la Spagna, che con gente del calibro di Raul, De la Pena e Morientes collezionò un paio di eliminazioni al primo turno. Nel 2002, entrambe vittime della Corea e degli arbitri: negli ottavi gli azzurri, nei quarti la Roja. Male entrambe in Portogallo nel 2004.
Poi gli anni d’oro. Nel 2006 toccò all’Italia vincere un mondiale di cui nessuno al mondo, italiani compresi, la riteneva capace. Nel 2008 partì il ciclo iberico, con Aragones prima e Del Bosque poi. Due Europei e un Mondiale. Mentre Milan, Inter, Real e Barcellona impinguavano il bottino a livello di club.
Negli ultimi anni, due vittorie spagnole: ai rigori nel 2008 dopo una sostanziale parità, 4-0 nel 2012 e non ci fu partita: azzurri al loro minimo storico, Furia Roja al suo massimo.
L'abbraccio finale a Kiev tra Iker Casillas e Gigi Buffon
Tra pochi giorni, tocca di nuovo a loro. Italia e Spagna giocano per la sopravvivenza in terra di Francia e per il loro onore passato, presente e futuro. Loro non volevano noi, noi non volevamo loro, non così presto almeno. Ma siamo come gli spadaccini dei Duellanti di Ridley Scott, destinati ad incontrarci all’infinito in una tenzone senza fine.
Di tutti gli antagonisti, la Spagna per noi italiani è comunque quella più suggestiva. Siamo realmente cugini, molto più che con i francesi, coi quali c’è rispetto ma mai affetto. Con gli spagnoli è diverso, da sempre. Sono stati tra l’altro gli unici dominatori nella nostra penisola che non sono stati percepiti come stranieri. Ci sentiamo affini, vicini. Magari pensiamo anche – a volte – che loro sono come vorremmo essere noi: in una parola, hombres. Cosa pensano loro di noi è altrettanto complesso. Ma è difficile dimenticare Iker Casillas che a Kiev, con gli azzurri già sotto di due gol e la squadra decimata da infortuni invitava i suoi compagni a non infierire: compañeros, respeto: es la Italia!
Viggo Mortensen nei panni del capitan Diego Alatriste
Siamo come – sempre per restare in tema – come quel pugno di soldati che alla fine del Destino di un Guerriero (trasposizione cinematografica delle avventure del capitan Alatriste di Arturo Perez Reverte) si vede offrire da un emissario del Principe di Condé, comandante delle soverchianti forze francesi, una resa onorevole prima della decisiva battaglia di Rocroi. La risposta del capitan è semplice, emblematica e leggendaria. “Ringrazi el señor Principe. Siamo soldati spagnoli. Non possiamo accettare”.


Non possiamo arrenderci, nessuna delle due. Siamo la storia del calcio. Ne andrà avanti una sola, e dopo ci abbracceremo, come sempre. Fino al momento in cui toccherà di nuovo a noi, incrociare le spade. Vencido y vencidor, siempre con honor.

lunedì 28 settembre 2015

Omaggio alla Catalogna



“Chi non salta spagnolo è!”. Così si canta sulle Ramblas di Barcellona dopo la fine dello scrutinio dei risultati elettorali, un canto che risuonerà prepotente non solo in tutta la Spagna ma probabilmente in tutta Europa.
A poche ore dalla chiusura dei seggi, il parlamento regionale catalano risulta governato da una maggioranza costituita dal movimento separatista Junts Pel Sì e da quello di estrema sinistra del Cup (Candidatura d’Unitat Popular), che hanno ottenuto rispettivamente il 39,57% e l'8,21% dei voti. Per la legge elettorale catalana, è un 48% dei voti scarso che vale comunque 72 seggi alle Cortes locali, abbondantemente la maggioranza assoluta.
Non avendo potuto ottenere di poter tenere il referendum consultivo sulla separazione dalla Spagna sulla falsariga di quanto fecero un anno fa gli scozzesi in Gran Bretagna, i catalani si sono riversati in massa alle urne per dare a questa consultazione politico-amministrativa un significato analogo a quello del referendum stesso. E adesso gli avversari dell’unione con lo stato centrale iberico gridano in direzione di Madrid le loro intenzioni. 
«Dedicato allo Stato spagnolo. Senza rancore, adios!», twitta Antonio Banos leader dei secessionisti del Cup. Di tenore più o meno equivalente i commenti di Artur Mas, presidente uscente della Catalogna e leader del Junts Pel Sì. In realtà la costituzione spagnola non prevede la messa in atto di qualsiasi meccanismo che porti alla secessione di una delle sue componenti territoriali ed etniche. Tuttavia è indubbio che il voto di Barcellona e dintorni risuoni come uno schiaffo in faccia al paese di cui Felipe di Borbone ha assunto la corona lo scorso anno succedendo al padre Juan Carlos. Ed al suo premier Rajoy che aveva fatto della campagna per il NO all’indipendenza catalana una battaglia di bandiera.
La Catalogna ha una lunga storia di aspirazioni indipendentistiche e di antagonismo con la capitale Madrid, che raggiunse il suo culmine durante la Guerra Civile, allorché Barcellona divenne il simbolo della resistenza al Franchismo trionfante e l’ultimo baluardo della repubblica spagnola a cadere. Lo stato spagnolo sorto dall’unificazione della penisola iberica operata da Castiglia ed Aragona al tempo della reconquista della stessa dai Mori ha per forza di cose storicamente osteggiato queste aspirazioni, che sono rimaste a covare fatalmente come brace sotto la cenere. Finché il referendum scozzese non ha ravvivato queste braci facendole nuovamente divampare.
Artur Mas presidente della Catalogna
Barcellona è inoltre il motore culturale ed industriale del paese. Una ipotesi secessionista è vista in prospettiva come drammatica dagli altri spagnoli, che preferiscono puntare in queste ore l’accento sul dato puramente statistico: il restante 52% dei votanti (circa il 76% degli aventi diritto, un dato invidiabile da parte del resto d’Europa che la dice lunga su quanto fosse sentita questa consultazione elettorale), astenuti compresi, non si è di fatto espresso a favore della secessione.
In attesa di vedere quali saranno gli sviluppi interni alla Spagna (considerata anche la presenza di un’altra etnia che scalpita per aver riconosciuta da sempre una autonomia la più grande possibile, i Baschi), è interessante adesso considerare che dopo aver visto gli scozzesi ripiegare i loro vessilli a Bannockburn, i movimenti autonomisti e federalisti di tutta Europa, a cominciare dalla Lega Nord italiana, hanno l’occasione di rialzare di nuovo la testa, con lo sguardo puntato a quello che succede tra Barcellona e Bilbao. In un momento in cui, da Wolfsburg a Bruxelles ad Atene, l’Europa – questa Europa - appare sempre di più una insopportabile matrigna.

domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: Il mondo nuovo (1992 - 1996)



All’indomani del crollo del Muro di Berlino, qualcuno si affrettò a dire che il mondo era giunto nientemeno che alla Fine della Storia. Se Hegel aveva avuto ragione, il progressivo alternarsi di tesi, antitesi e sintesi nelle idee e nelle vicende umane sembrava aver raggiunto un prodotto definitivo, non più migliorabile, emendabile. Il venir meno del Comunismo aveva lasciato sul campo un Capitalismo finalmente costretto a prendere in considerazione le cosiddette istanze sociali, e senza più alibi per continuare a non farlo. Il mondo ideale insomma che soltanto i più fervidi utopisti avevano saputo sognare, fino a quel momento.
L'Anello Olimpico di Calatrava a Barcellona
Nel 1992, quando le nazioni si radunarono sotto i Cinque Cerchi a Barcellona, questa illusione idealista era già abbondantemente in crisi. Il Blocco Sovietico si era sbriciolato dall’oggi al domani come una fetta biscottata maneggiata con poca cura. Ma la Prima Guerra del Golfo aveva già chiarito a tutti che la Storia continuava, eccome. Ed era la solita storia. Quella che aveva costretto gli Antichi Greci ad immaginarsi almeno un periodo di tregua, all’ombra del più celebre dei templi dedicati a Dei che di costringere altrimenti la razza umana a progredire realmente ed a rinunciare ai propri istinti più feroci non sembravano interessati granché.
Fatto sta, comunque, che l’8 febbraio di quell’anno, quando Michel Platini accese la fiamma olimpica ad Albertville, in Alta Savoia, e Francois Mitterand dichiarò aperti i XVI^ Giochi Olimpici Invernali, i vecchi atlanti geografici erano già finiti tutti nella spazzatura, al pari di tante vecchie certezze. Il mondo era irrimediabilmente cambiato. La prova più eclatante era quella bandiera sotto cui sfilava la squadra di quella federazione che una volta si era chiamata Unione Sovietica. Dal 1° gennaio 1992 si chiamava Comunità degli Stati Indipendenti, ed era diretta da Boris Eltsin, l’eroe dello sventato golpe di Mosca contro il riformatore Gorbaciov.
Il C.I.O. aveva ammesso la C.S.I. sotto la dizione di Squadra Unificata, con la bandiera dei Cinque Cerchi in luogo della vecchia bandiera rossa con la falce ed il martello. In quei giorni, si cominciava inoltre a sparare anche in Jugoslavia per spartirsi l’eredita di Tito e Milosevic. La questione avrebbe richiesto molti più anni e molto più sangue rispetto all’U.R.S.S. per essere risolta. Più di una Olimpiade, e non solo, ne sarebbe stata influenzata.
Ad Albertville, l’Italia festeggiò il suo momento di grazia negli Sport Invernali con Alberto Tomba che bissò la vittoria in Gigante di Calgary mettendo in fila i migliori del mondo, da Aamodt a Girardelli, mentre in Speciale si fermò – si fa per dire – all’argento dietro al norvegese Finn Christian Jagge. Ma in compenso altre buone notizie vennero dalle donne.
Debora Compagnoni da Bormio si impose all’attenzione del Circus dello Sci Alpino come la Tomba al femminile, dominando il Supergigante. Il giorno dopo, in Gigante, sembrava lanciata verso una splendida conferma quando il ginocchio le cedette in occasione del primo dei gravi infortuni che avrebbero condizionato la sua altrimenti leggendaria carriera.
A impinguare il medagliere ci pensarono Josef Polig, vincitore in Combinata, e soprattutto la piemontese Stefania Belmondo con una splendida tripletta nel Fondo: oro nei 30 km, argento nei 15 km e bronzo in staffetta, dove si mise in luce per la prima volta anche la promettente Manuela Di Centa.
Cinque mesi dopo, la fiamma olimpica arrivò sulle Ramblas. Sulle note di Barcelona, l’ultimo regalo del compianto Freddy Mercury al mondo cantata assieme alla soprano catalana Montserrat Caballé, un tedoforo paralimpico, l’arciere iberico Antonio Rebollo, accese il braciere mentre Re Juan Carlos dichiarava aperti los Juegos de la XXV Olimpiada.
Freddy Mercury e Montserrat Caballé cantano Barcelona
La Spagna li attendeva da tempo, e con ragione. Barcellona 1992 fu per la nazione iberica che stava riacquistando il proprio posto nel consesso delle nazioni più avanzate a grandi balzi, quello che Roma 1960 era stato per una nazione italiana a quel tempo in condizioni non dissimili. Il motore ed insieme il simbolo di un boom economico e sociale con pochi eguali nella storia.
La capitale della Catalogna, alla cui designazione non era stata secondaria l’influenza del concittadino illustre Juan Antonio Samaranch allora presidente del C.I.O., fu rimessa a nuovo per l’occasione grazie all’opera di architetti di fama mondiale come Calatrava e Isozaki, che lasciarono in eredità post-olimpica alla città capolavori come l’Anello Olimpico del Montjuic, il Palau San Jordi, l’Estadi Olìmpic, la Torre de telecomunicaciones.
A Barcellona, il mondo festeggiò la fine dei Blocchi anche in ambito sportivo. Non soltanto la Spagna, che con i suoi 13 ori e 22 medaglie complessive registrò il miglior risultato di sempre, e la Germania riunificata due anni prima, che si attestò al terzo posto del Medagliere dietro Squadra Unificata e U.S.A., beneficiarono di un clima apparentemente nuovo e meno dopato in tutti i sensi.
Carl Lewis non era più il Figlio del Vento nei 100 e 200, ma era ancora il migliore nel Salto in Lungo (terzo oro consecutivo) e con lui nei ranghi la staffetta americana 4 x 100 tornò a volare. Nei 100 metri, si mise in luce invece il britannico Linford Christie, mentre nei 200 una intossicazione alimentare mise fuori gioco l’astro nascente Michael Johnson, che lasciò via libera al connazionale Michael Marsh.
Nel nuoto, Alexander Popov cominciò la sua splendida carriera olimpica, che avrebbe continuato come atleta della Russia dopo la dissoluzione definitiva della federazione. Tra le donne, si misero in luce per la prima volta a sorpresa le cinesi, che consentirono al loro paese un quarto posto finale nel Medagliere. Altri personaggi in luce, il leggendario canottiere britannico Steve Redgrave alla terza conferma olimpica, l’algerina Hassiba Boulmerka nei 1.500.
Il Dream Team americano di Basket
La Spagna vinse il torneo di Calcio, che presentò una innovazione significativa. Per rimediare ad un equivoco storico ormai non più sostenibile, il C.I.O. aveva messo definitivamente da parte il dilettantismo obbligatorio aprendo in tutti gli sport ai professionisti. Nel Calcio, ciò avrebbe significato però creare un doppione o un pericoloso concorrente dei Mondiali, e fu stabilito pertanto di porre ai partecipanti un limite di età. In pratica, finirono per partecipare ai Giochi Olimpici a partire dal 1992 le Nazionali Under 21 di ciascun paese. L’Italia era campione europea in carica, ma nei quarti lasciò via libera ai padroni di casa concedendo loro proprio la rivincita dell’Europeo di categoria.
L’apertura al professionismo portò conseguenze epocali soprattutto in un altro torneo. Le Olimpiadi del 1992 si ricordano principalmente per il Dream Team. Gli Stati Uniti poterono finalmente schierare una selezione allestita impiegando i migliori giocatori dell’N.B.A., e non più ricorrendo a studenti universitari per quanto promettenti. Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Scottie Pippen sono nomi che non hanno bisogno di commento e che tutti gli appassionati di Basket hanno impressi nella memoria. Come per il Brasile di Pelé nel calcio, probabilmente nella Pallacanestro non sarà dato di rivedere all’opera una squadra dei sogni come questa. In finale, la Croazia che rappresentava la prestigiosa scuola jugoslava fu scherzata dagli americani, finendo sotto di ben 30 punti.
Nella Pallavolo, il Dream Team sarebbe stato quello italiano, la generazione di fenomeni che a quel tempo mieteva un successo dietro l’altro con facilità apparentemente irrisoria. Nei quarti di finale di un torneo olimpico che sembrava non poterle sfuggire, l’Italia incontrò però per la prima volta la sua bestia nera, quella Olanda che le avrebbe sbarrato la strada anche in seguito. Il torneo fu vinto dal Brasile proprio sull’Olanda.
La finale di Pallanuoto Italia - Spagna
Per l’Italia, si confermò nel Medagliere una posizione a ridosso del decimo posto con 19 medaglie complessive di cui sei ori. L’ultimo dei quali, come a Seul, arrivò nelle battute finali, grazie al Settebello. Nella Pallanuoto, gli azzurri non vincevano da Roma 60 e prima ancora da Londra 48. In finale, nella nuovissima piscina Bernat Picornell, avevano la Spagna favoritissima e tradizionale avversaria, ma riuscirono a prevalere in una partita drammatica conclusasi al terzo tempo supplementare per 9-8. Da Canoa, Ciclismo (con la partecipazione straordinaria del povero Fabio Casartelli, che avrebbe incontrato un tragico destino al Tour de France due anni dopo) e Scherma le altre soddisfazioni azzurre.
Quando si spense il braciere olimpico il 9 agosto 1992, il sipario calò su una delle più belle edizioni dei Giochi. Il vecchio mondo era andato in mille pezzi e alle gare avevano partecipato ben 169 nazioni, tra vecchie e nuove. 9.356 atleti, di cui 6.652 uomini e 2.704 donne.
I tempi del barone de Coubertin sembravano ormai lontanissimi, come se risalissero alla preistoria. E tuttavia, in occasione del primo centenario delle Olimpiadi moderne che cadeva nel 1996, la cosa più giusta da fare sembrava proprio quella di omaggiare la figura del loro inventore assegnando ad Atene la ventiseiesima edizione dei Giochi. Quella appunto del Centenario, una scelta che il barone avrebbe sicuramente approvato. Sul tavolo del C.I.O. c’erano due candidature: quella di Atene, appunto, forte della suggestione della Storia, e quella di Atlanta, forte del peso economico della Coca Cola, la bevanda che dagli inizi del secolo era diventata lo sponsor principale delle Olimpiadi e la cui fabbrica aveva appunto sede nella capitale della Georgia.
Inutile dire che gli Dei di Atlanta risultarono meno suggestivi ma più potenti di quelli di Olimpia, rimontandoli all’ultima votazione. L’opinione pubblica internazionale stigmatizzò il torto fatto ad Atene, ma lo fece comunque tenendo in mano la consueta lattina di coke.
L’antipasto invernale degli ultimi Giochi del ventesimo secolo aveva avuto luogo nel 1994. Il C.I.O. aveva infatti deciso di sfalsare le due sessioni olimpiche per riempire un vuoto nel calendario degli anni pari. A Lillehammer in Norvegia, due anni dopo Albertville, Alberto Tomba aveva confermato l’argento dello Speciale a pochi secondi dal vincitore Stangassinger. Manuela Di Centa era esplosa nel Fondo femminile vincendo tutte e cinque le gare in cui era iscritta.
Ma l’evento che rimase memorabile di quelle Olimpiadi fu l’arrivo della Staffetta 4x10 km maschile. La Norvegia del fuoriclasse Bjorn Daelie sembrava strafavorita, ma De Zolt, Albarello e Vanzetta tennero fino all’ultima frazione, permettendo a Silvio Fauner da Sappada di ingaggiare uno spettacolare testa a testa con Daelie nel rush finale. Davanti a 120.000 scandinavi ammutoliti, Fauner vinse quel leggendario sprint entrando nella storia del suo sport.
Mohamed Alì accende il braciere olimpico
Il 19 luglio 1996 al Centennial Olympic Stadium di Atlanta il presidente Bill Clinton aprì i Giochi della XXVI^ Olimpiade, mentre il braciere veniva acceso da un tedoforo d’eccezione. Mohamed Alì sapeva dal 1984 di soffrire di morbo di Parkinson, ma vederne i segni progressivi sul suo volto e su quel corpo che una volta aveva rivaleggiato con le farfalle nello sport più violento che esista commosse il mondo più di quanto avessero fatto le più grandi delle sue vittorie. Alì affrontò la prova con il consueto coraggio. Il C.I.O. lo premiò restituendogli quella Medaglia d’Oro vinta a  Roma, che lui aveva gettato per rabbia nel fiume Ohio a Louisville, dove viveva ed era tornato dopo la vittoria soltanto per scoprire che il razzismo era ancora tutto da affrontare e sconfiggere.
Atlanta passò alla storia come un capolavoro di disorganizzazione, che acuì il rimpianto per la mancata designazione di Atene. Ma dal punto di vista dei risultati fu una buona Olimpiade. Non solo per l’Italia, che eguagliò quasi il successo di Los Angeles con 13 medaglie d’oro (mancò la quattordicesima la nazionale di Volley che sbatté per la seconda volta contro l’Olanda, in finale). In compenso, Yuri Chechi si riprese ciò che la sorte gli aveva negato a Barcellona. Paola Pezzo impose la sua classe ed il suo decolleté nella Mountain Bike, che esordiva ai giochi. Agostino Abbagnale rinverdì i fasti di Giuseppe e Carmine nel Canottaggio, mentre Antonio Rossi insieme a Daniele Scarpa si prese la Canoa per la prima volta.
Yuri Chechi
Poi, la solita messe di medaglie da Ciclismo, Scherma, Tiro. In Atletica, l’attesissima Fiona May – l’inglese che aveva scelto l’Italia per amore – si fermò all’argento nel Salto in Lungo. Dove tra i maschi, Carl Lewis entro nella ulteriore leggenda sportiva come uno dei tre che erano riusciti a trionfare in quattro Olimpiadi diverse, dopo il discobolo Al Oerter e il velista Paul Elvstrom. Josefa Idem, tedesca naturalizzata italiana anche lei per amore, si fermò al bronzo nella Canoa.
Michael Johnson aveva già superato nei Trials pre-olimpici lo storico e longevo record del mondo del nostro Pietro Mennea, ottenuto nel 1979 a Città del Messico in altura. Ad Atlanta, Johnson disintegrò ulteriormente il proprio limite portandolo ad uno strepitoso 19’’32. Dopodiché si aggiudicò anche i 400 metri. La francese Marie-José Perec fece la stessa doppietta tra le donne, stabilendo anch’essa un primato (sui 400) che avrebbe resistito a lungo, 48’’25.
Nel torneo di Basket, nuova vittoria statunitense stavolta sulla Jugoslavia (ovverosia le superstiti della vecchia federazione, Serbia e Montenegro), ma il Dream Team non era stato rimesso in campo. Nel calcio, vittoria della sorprendente Nigeria sulla favorita Argentina. Nel Tennis, vittoria del superfavorito André Agassi su Sergi Bruguera. Avrebbe potuto benissimo essere la finale di un torneo da Grand Slam. Anche questo era un segno dei tempi. Lo sport professionistico aveva conquistato definitivamente Olimpia. Bevendo Coca Cola.
Michael Johnson