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mercoledì 22 febbraio 2017

Gli ultimi giorni del PD



Michele Emiliano resta, Enrico Rossi va. Alla fine lo Scisma si consuma, ma ha ben poco di drammatico e molto di farsesco. I protagonisti aspirerebbero forse a recitare un ruolo tragico, shakespeariano, in questa vicenda. Il Governatore della Toscana probabilmente si sente un novello Macbeth, quello della Puglia un Amleto dei giorni nostri. Pierluigi Bersani, uno dei numi tutelari di questa fine ingloriosa di un partito che era finora sopravvissuto a ben altri drammi e scissioni, probabilmente vaga sconsolato per i meandri della propria mente sconvolta come un Riccardo III  Duca di York. E chissà, a proposito di menti, se quella di Massimo D’Alema ormai è tormentata dagli stessi incubi di un Re Lear.
Ma Shakespeare è lontano dalla sede del PD, non siamo sull’Avon ma sul Tevere le cui acque hanno visto scorrere anche questa, mentre fuori della sede di quello che era il partito di maggioranza urlano i tassisti inferociti contro la legge Bersani e il Milleproroghe di Gentiloni, qualcuno alza il braccio destro in un saluto romano che da queste parti è sempre fortemente evocativo, ed i Cinque Stelle di lotta e di governo non trovano di meglio che cavalcare questa tigre inaspettata, trattenendo a stento il grido di carica! e l’irruzione nella sede dello psicodramma del partito democratico.
Shakespeare, dicevamo, non abita qui. I personaggi in cerca di riposizionamento, più che di autore, assomigliano più a quelli della commedia goldoniana o dei pupi siciliani. Baruffe chiozzotte e finte mazzate,  scene da consultorio di igiene mentale alternate a sussulti di straordinaria lucidità e autoconsapevolezza sul letto di morte.
Già, perché l’unico dato certo è che il partito che una volta si chiamava comunista e adesso democratico non riuscirà quasi certamente a bissare la ricorrenza del centenario che riuscì di celebrare al partito socialista, poco prima di dissolversi nella bufera di Mani Pulite. Il 21 febbraio, giorno in cui ricorre il 169° anniversario della pubblicazione a Londra da parte di Karl Marx e Friedrich Engels del Manifesto del partito comunista, il PCI – PDS – DS – PD vede certificata la sua entrata in coma irreversibile e si appresta a lasciare la scena che ha calcato per tutto il dopoguerra nel nostro paese.
A differenza di Craxi, bersaniani e/o renziani non riusciranno a soffiare sulle cento candeline che avrebbero dovuto essere accese il 21 gennaio 2021, e chissà in che condizioni arriveranno alla ricorrenza della rivoluzione d’ottobre, il 7 novembre prossimo, secolare anniversario del suo evento fondante principale, la rivoluzione bolscevica russa.
Ma per quanto lunga, più o meno drammatica (è dal 1956 all'incirca che il principale avversario degli esponenti e dei militanti di questo partito è la coscienza, prima ancora che l’intelligenza), più o meno condivisibile o esecrabile, la lunga storia della cosa rossa finisce appunto in farsa, in tragicommedia.
E’ lo stesso segretario uscente Matteo Renzi a confermarlo: «Fuori di qui, ci prendono per matti». E meno male, viene da aggiungere, non a selciate, come è toccato a tanti malcapitati che ieri a Roma si sono imbattuti o trovati sulla strada dei manifestanti anti-Uber. O a monetine, come toccò a Craxi all’uscita dell’Hotel Rafael quando Mani Pulite lo detronizzò togliendogli il partito socialista, dimenticando poi di fare la stessa cosa con i dirimpettai comunisti.
C’è la sensazione appunto che questo appuntamento con la storia sia stato ritardato - con quali danni per l’Italia chissà quando finiremo di apprezzarlo e di quantificarlo - di venticinque anni circa. E che alla fine si ritorni comunque al celebre aforisma di Karl Marx, secondo cui la storia si ripete sempre due volte, la prima in tragedia, la seconda in farsa. O magari, nell’accezione di Indro Montanelli, secondo cui in Italia si riesce sempre a trasformare la tragedia direttamente in farsa, saltando – è sottinteso – il primo passaggio.
E così, mentre chi sogna un’Italia senza PD dovrà rassegnarsi a ringraziare paradossalmente Matteo Renzi, l’uomo che ce la sta facendo a distruggerlo, restano sul palco, o a terra, le comparse. Michele Emiliano fa un dribbling degno di Lionel Messi e scarta tutti, compagni ed avversari. «Questa è casa mia», dice, annunciando la candidatura anti-renziana. «Se vinco, riunirò di nuovo il PD». Più facile annullare lo Scisma del 1054 con la Chiesa Ortodossa o la Riforma Protestante, ma non è questo che interessa al funambolico fantasista pugliese. Emiliano è il vero erede di Walter Veltroni, con i suoi ma anche. Sto fuori, ma anche dentro. Provate a prendermi, se vi riesce.
Bersani si aggira sconsolato per la landa desertica dei suoi collegi elettorali, una volta orgogliosamente bulgari nelle loro percentuali, farneticando di recupero di posizioni tra i giovani e scrivendo sonetti in vernacolo ad Elsa Fornero. D’Alema si è imbarcato sul suo brigantino, e veleggia verso chissà quale porto. Forse il suo destino è quello dell’Olandese Volante, tra Capalbio e Gallipoli le sue urla e le sue maledizioni risuoneranno terrorizzando gli scismatici fino alla notte dei tempi.
Ma il destino più incerto, per gli amanti del genere thriller, è quello di Enrico Rossi. Malgrado schiere di legulei e di filosofi del diritto siano già all’opera per dimostrare il contrario, da ieri sera il transfuga convinto di essere l’unica e ultima speranza dei lavoratori italiani non ha più maggioranza in Consiglio Regionale. La sua Giunta reggerà fino al 15 marzo, data in cui il congresso del suo ex partito sancirà verosimilmente la riconferma di Renzi a segretario e, tra le altre cose, il passaggio dei suoi 28 consiglieri ad altro referente. Da quel momento (che peccato aver riformato lo Statuto e la legge elettorale giusto qualche anno fa......), decorrono sei mesi oltre i quali – a prescindere da come avranno luogo le doverose dimissioni di presidente ed assessori – c’è soltanto la conclusione anticipata (per la prima volta dal 1970) della legislatura regionale, dopodiché  nuove elezioni.
A quel punto, una candidatura al parlamento europeo, sdegnata da Rossi due anni fa e adesso agognata come unica ancora di salvezza della sua carriera politica, sarà assai improbabile, se conosciamo Matteo Renzi come abbiamo imparato a conoscerlo in questi anni.
Poi resterà un uomo solo al comando. Fino alle elezioni politiche. La storia cominciata a Livorno finisce a Rignano.

venerdì 10 febbraio 2017

Il Giorno del Ricordo secondo Laura Boldrini

Questa volta, Sergio Mattarella fa sapere per tempo che non ci sarà. Precedenti e superiori impegni. Lo Stato italiano, alla commemorazione dei Martiri delle Foibe, non ci sarà. La prima carica di quello Stato ha di meglio da fare. Del resto, dopo nove anni di presidenza del comunista Napolitano, ci siamo in qualche modo abituati: i morti giuliani e istriani della metà degli anni Quaranta sono morti di serie B.
Recupero di cadaveri alla Foiba di Vines
Sapevamo di dovercelo aspettare dall’uomo che aveva cominciato la sua carriera inneggiando ai carri armati sovietici a Budapest nel 1956, e che l’ha conclusa dando una robusta spallata alla democrazia nel suo paese, nel 2011. Non sapevamo ancora bene cosa aspettarci dal suo successore, il democristiano Mattarella. Adesso è chiaro, stessa retorica a vuoto, stesso assenteismo istituzionale, quando non peggio.
La seconda carica del medesimo Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso, si accoda volentieri, come suo solito. Non ci sarà nemmeno lui. Da Grasso, sapevamo di dovercelo aspettare, punto e basta.
Con la terza carica, la presidentessa della Camera Laura Boldrini, non siamo così fortunati, è il caso di dire. La donna che si è fatta un dovere di insultare quasi quotidianamente il popolo che rappresenta (e per di più, a sue spese) ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio prodigioso. Ecco dunque invitata a tenere una conferenza stampa alla Camera dei Deputati la storica (si fa per dire) negazionista Alessandra Kersevan, le cui tesi sono riassunte esaurientemente in questo estratto: Commemorare i morti nelle Foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette personali, c’è il 2 novembre.
Non c’è che dire, sostituire il Giorno del Ricordo (stabilito con legge della Repubblica 30 marzo 2004 n. 92, che recita tra l’altro:  al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale) con il Giorno dell’Insulto rappresenta veramente l’ultima frontiera per l’ineffabile presidentessa della Camera, che veramente non si pone più limiti.
La donna che vorrebbe mettere sotto controllo tutto il web non riesce più a tenere sotto controllo la propria brama distruttiva del sentimento nazionale e dei valori fondanti di questo paese, affermatisi tra l’altro nel bagno di sangue che questo paese stesso come il resto del mondo affrontò negli anni tra il 1940 ed il 1945.
Quello che salta agli occhi, oltre al già ricordato silenzio delle istituzioni, è il parallelo silenzio della comunità civile, eccezion fatta per i sopravvissuti ed i discendenti di quei poveri martiri di cui la signora Kersevan ha così brillantemente concionato nelle stanze di Montecitorio. Quando si fa avanti il negazionismo dell’Olocausto del popolo ebraico, le comunità e le istituzioni interessate si fanno subito sentire, stigmatizzando giustamente questa pratica incentivata dall’analfabetismo popolare di ritorno, non soltanto sul piano storico. Per gli istriani ed i giuliani non si fa sentire nessuno, se non quei pochi che hanno avuto la ventura di conoscere la loro tragica vicenda, o per retaggio familiare o per fortunosa acquisizione sui banchi di una scuola che è sempre stata vergognosamente acquiescente alle ragioni della parte comunista e di chi con essa voleva più o meno storicamente compromettersi, nelle varie epoche fino al 1992.
L’Istria è persa ormai per la nostra comunità nazionale, e nessuno vi andrà mai a scavare per riportare alla luce quelle fosse comuni, quelle foibe piene di cadaveri giustiziati in modo atroce, bestiale, che smentirebbero in cinque minuti la cialtroneria storica della signora Kersevan e svergognerebbero i motivi non meno abbietti di chi l’ha ospitata a tenere la sua vergognosa conferenza. Ma Trieste è tornata all’Italia, nel 1954, dopo i 40 giorni di terrore assoluto vissuti sotto la scorribanda e la razzia dell’esercito del popolo di Tito nel 1945 e dopo i quasi dieci anni di purgatorio sotto l’amministrazione e la (provvidenziale) difesa dei Blue Devils americani installati nel Castello di Miramare. A Trieste chiunque può raccontare la verità storica sulle Foibe, e basta fare pochi chilometri e salire sull’altopiano carsico, dove il Sacrario di Basovizza parla più di qualsiasi parola.
Un altro Giorno del Ricordo trascorrerà nel doloroso silenzio a cui le vittime sono abituate da settant’anni, così come i superstiti. Lo Stato italiano ha dimenticato, quando non ha sbeffeggiato come stavolta. Il popolo italiano, per il suo stesso bene, è il caso però che non dimentichi.

Il sangue dei giuliani, degli istriani, degli italiani del nord-est riposi in pace, finalmente, se può.

martedì 6 dicembre 2016

LEGENDS




Il giorno dopo, freddati gli entusiasmi suscitati dalla storica difesa della Costituzione antifascista, arrivano le conferme di quanto si temeva. La Casta il potere non lo molla, Mattarella è un vecchio arnese del trasformismo democristiano, e farà di tutto – quanto e più di Napolitano – per difenderne posizioni e privilegi. Renzi è congelato fino alla legge di bilancio, poi ci sarà la legge elettorale, poi qualche pubblica calamità (è inverno, non mancano). Insomma, di riffa o di raffa, il calcolo è di tirarla per le lunghe per superare – come altre volte – il momento difficile.
Magari stavolta il calcolo non torna. Hanno un bel dire i renziani che il 40% dell’elettorato espressosi è con loro. Se avessero studiato qualcosa sui banchi di scuola, saprebbero che in Italia il perdente ha perso e sparisce un attimo dopo la sua sconfitta. Il 24 aprile 1945 erano tutti con Mussolini, il 25 nessuno lo conosceva più ed erano tutti con Baffone.
Chi ha votato Si, lo ha fatto in parte per interesse (e quindi sta già cercando cavalli più sicuri da cavalcare, se non glieli hanno già indicati le sue appartenenze, diurne e notturne), in parte per ignoranza (nel senso che ignorava di cosa si parlasse, o per aver sprecato il tempo passato su quei banchi di scuola, o per essersene dimenticato), in parte per servilismo verso un padrone (e in analogia alla prima fattispecie ne sta già cercando un altro, riposizionandosi in fretta e furia ma comunque sempre a 90°), in parte per consapevolezza: che se il PD va ai maiali è finita una pacchia che dura dagli anni 70, dai tempi del Movimento Studentesco, quella in cui la politica ha consentito a tanti di sbarcare il lunario facendo tutto fuori che lavorare.
E’ tutta gente che sta risalendo in rotta le chine che aveva orgogliosamente disceso, per dirla con il generale Armando Diaz. Del resto questo è un Bollettino della Vittoria, la citazione ci sta. E’ gente in fuga, magari piena di livore vendicativo, e ritirandosi farà danni, compirà razzie, distribuirà altro male.
Come già Monti prima di lui, Matteino è tentato di fondare il suo partito, il ridotto renziano della Valtellina. Scoprirà quello che hanno scoperto personaggi di spessore comunque ben superiore al suo. Un attimo dopo aver lasciato Palazzo Chigi, del suo esercito non resterà più un solo uomo.
Al PD lo aspettano per la resa dei conti a lungo rimandata. Se ti metti contro un D’Alema (per dirne uno), prega di vincere alla prima, perché non ti lascerà il tempo di sparare un secondo colpo. Sei una vipera che attacca un Black Mamba, auguri. Per chi è comunque spettatore esterno e interessato soltanto alla liberazione di questo Paese dalle camicie rosse, che si ammazzino tra loro, e con loro tutti questi orfani improvvisi della sinistra le cui magnifiche sorti e progressive questo Paese l’hanno condotto quasi alla rovina. Per quanto mi riguarda, mi stava sulle scatole Enrico Berlinguer, figuriamoci se posso avere umana comprensione e simpatia per questi scazzabubboli che ne aspirano all’eredità. A cominciare da quell’altro Enrico che si è candidato alla successione di Renzi ancora prima che questi cominciasse il suo discorso di annuncio delle dimissioni.
Il vecchio Berlusca l’ha indovinata anche questa volta: lasciate che quelli restino dove sono, e si ammazzino fra sé. In questo senso fanno gioco anche l’arbitraggio alla Damato di Sergio Mattarella e la stessa sicumera dei democrats superstiti che vedono quel 40% di voti così come Mussolini vedeva quei famosi otto milioni di baionette.
Dice: ma toccherà votare Grillo. Cari signori, c’è da buttare giù un regime, chi salì sul Muro di Berlino il 9 novembre 1989 non stette a chiedersi chi votare dopo Honecker. Sono il primo ad essere perplesso a proposito dei Cinque Stelle, avendoli praticati, ma qui ci sono loro, come disse quel sergente delle Giubbe Rosse. Soltanto loro. E se si mettono per una volta d’accordo con le altre opposizioni (Berlusconi, Salvini, Meloni) forse riescono davvero a liberarci da questa pietra al collo che è stato il partito comunista e post-comunista per 50 anni, di cui gli ultimi 20 drammatici.
Che poi una Raggi sia peggio di un Nardella o un Di Maio peggio di Renzi raccontatevelo per consolazione e raccontatelo ai vostri nipoti come favola della buona notte, se almeno loro vi stanno a sentire. Quanto a Grillo, è stato un utile idiota, come avrebbe detto quello Stalin che è ancora segretamente nei cuori di tanti votanti del SI. Utile perché senza le sue piazzate e i suoi vaffanculo staremmo ancora qui a discutere se il prossimo incarico darlo a Fassino piuttosto che a Veltroni, ma anche alla Serracchiani.
C’è da dire vaffanculo adesso,e  forse Grillo è ancora utile, poi il Movimento dovrà andare avanti con altre gambe, o sparire a sua volta come altri prima di lui.
Intanto, la Costituzione del 1947 permette a Mattarella di fare i suoi giochi di prestigio, ma anche a chi di quei giochi non ne può più di preparare scenari futuri diversi. Se avesse vinto quel 40% che adesso rivendica una surreale maggioranza assoluta all’italiana, non sarebbe stato così.
Un giorno, anche quelli del SI ringrazieranno chi ha votato NO. Viva l’Italia, viva la Costituzione.

giovedì 29 settembre 2016

Silvio Berlusconi, 80 anni di storia d'Italia



Compie 80 anni oggi Silvio Berlusconi, l’uomo che – comunque lo si giudichi - ha scritto, o contribuito a scrivere, forse, il maggior numero di pagine della storia dell’Italia repubblicana, insieme a Gianni Agnelli. Il Cavaliere e l’Avvocato. La Finivest e la Fiat, il potere economico e poi politico che hanno determinato e indirizzato la qualità della nostra vita e della nostra storia contemporanea.
Peccato non poterci essere quando tra 100 anni gli storici daranno il loro giudizio definitivo su di lui, Silvio Berlusconi. Chissà cosa avrà prevalso, l’immagine dell’uomo che ha cambiato irreversibilmente la storia d’Italia o quella di colui che ha esaltato in maniera parossistica i vizi peggiori degli italiani? L’uomo che vendeva da giovane scope elettriche porta a porta e che sembrava ad un certo punto addirittura candidarsi a diventare presidente di una Repubblica riformata in senso  presidenziale, o quello che investiva da giovane soldi di cui nessuno ha mai accertato la provenienza (ma molti hanno vociferato a proposito delle più equivoche)? Il demiurgo oppure il grande corruttore (anche se a tutt’oggi degli oltre venti procedimenti giudiziari a lui intentati solo uno è arrivato a condanna definitiva, e con modalità che hanno destato più che qualche perplessità)?
Giulio Cesare, per dirne uno, è considerato unanimemente una delle più grandi figure storiche di tutti i tempi. Genio politico e militare, uomo che cambiò in modo definitivo la storia del suo tempo e di tutti quelli a venire, dai suoi contemporanei fu esaltato o detestato senza mezze misure, né fu fatto oggetto da essi di quel minimo di obbiettività che sarebbe necessario ma che è tuttavia impossibile adottare da parte di chi vive nello stesso tempo della persona in questione. L’uomo che distrusse la Repubblica Romana, oppure l’uomo che permise la nascita e la prosperità dell’Impero Romano. L’uomo a cui si rivolgevano speranzosi e grati migliaia di veterani legionari e l’immensa plebe romana, ed anche quello che i suoi stessi parenti decisero di uccidere con 23 coltellate.
Chissà quanto tempo dovrà passare perché Silvio Berlusconi sia fatto oggetto di un giudizio storico obiettivo. Le passioni del proprio tempo sono sempre troppo intense per permetterlo. E allora chi vuole scrivere su di lui ha di fronte la materia più difficile. Perché da lui e intorno a lui passa tutta la storia d’Italia, e non solo quella degli ultimi 20 anni. Nei primi anni settanta, all’epoca della fondazione della Fininvest e prima ancora della costruzione di Milano 2, giornalisti autorevoli come Giorgio Bocca si chiedevano a voce più o meno alta da dove provenissero i capitali impiegati da questo costruttore che si stava affermando rapidamente, in un panorama nel quale, nell’Italia di allora del boom economico, di costruttori edili ce n’erano a bizzeffe.
Finanziatrice di molte delle sue opere era la banca d’affari Rasini, di cui suo padre era amministratore delegato. E dentro cui è stato detto che transitasse denaro di provenienza non proprio limpida depositato da signori che non erano propriamente benemeriti della Repubblica, da Michele Sindona a Bernardo Provenzano e Totò Riina, da Roberto Calvi a Licio Gelli a Monsignor Paul Marcinkus. Niente di tutto ciò ovviamente è mai stato provato, almeno sotto il profilo del riciclaggio di denaro poco pulito. Ma materia per dubitare ce n’era, come del resto è legittimo che sia.
A fine anni settanta, un Berlusconi che aveva ormai raggiunto prestigio e notorietà e fondato la sua creatura più importante, la Fininvest, acquisì due titoli che alimentarono entrambi i filoni della sua leggenda, quella bianca e quella nera: il Cavalierato del lavoro (per cui da allora è il Cavaliere, come Agnelli appunto era l’Avvocato) e la tessera della Loggia di Propaganda 2. E’ storia che conoscono tutti, anche senza aver letto Giorgio Bocca o Marco Travaglio. Da lì in poi, il mito dell’imprenditore di successo che rappresentava il sogno italiano al suo meglio e quello dell’intrallazzatore che realizzava per conto proprio o di altri il piano di rinascita democratica elaborato dalla P2 procedettero di pari passo. Da lì in poi, non fu più questione di obbiettività, ma più spesso di ideologia o simpatia a pelle, ed ognuno scelse la leggenda che più gli si confaceva.
Un punto in particolare di quel Piano, qualunque fosse il suo rapporto con chi l’aveva ideato, l’imprenditore Berlusconi dimostrò di apprezzare e di voler realizzare: «il vero potere risiede nelle mani di chi ha in mano i mass media». Certo, non ci voleva Licio Gelli per una intuizione del genere, bastava aver visto Quarto Potere di Orson Welles. Da che esistono l’industria e la stampa, gli industriali hanno sempre cercato di possedere quotidiani prima e televisioni poi. Fatto sta che non appena nel 1976 la Corte Costituzionale liberalizzò le frequenze televisive sottraendole al monopolio di stato, Berlusconi fu uno dei primi ad intuire la potenza dell’arma di cui all’improvviso era possibile dotarsi. Con l’acquisto di Canale 5 Silvio Berlusconi fece l’ultimo e decisivo passo verso la storia che tutti conosciamo.
Profondamente anticomunista, grande comunicatore esperto di marketing (non per nulla la sua tesi di laurea riguardava la pubblicità a pagamento sui media), grande istrione capace di tenere avvinta con le sue parole apparentemente spontanee ma in realtà attentamente calibrate una platea variegata, il Tycoon Berlusconi usò i suoi mezzi di informazione, le reti Mediaset, il Giornale (per poco) di Montanelli e le case editrici che stava acquisendo, per la propaganda dapprima in favore dell’amico Bettino Craxi, segretario del P.S.I. anticomunista quanto e più di lui, e poi in favore di se stesso.
Quando venne il momento di scendere in campo, nel 1994 dopo Mani Pulite e la fine della cosiddetta Prima Repubblica, nessuno poteva meravigliarsi delle sue capacità di rivolgersi al più eterogeneo elettorato che la storia d’Italia ricordi e di convincerlo (nel più breve tempo che la stessa storia registri) ad affidarsi a lui. Nessuno poteva meravigliarsi, se non i suoi avversari politici che credevano di aver fatto o ottenuto tutto ciò che serviva a vincere, con l’abbandono della Falce e Martello, il crollo del Muro di Berlino e la fine dei partiti di governo sotto la spinta del Pool di magistrati di Milano. E invece scoprirono che c’era una parte del paese per nulla convinta della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto, e che a quella parte Silvio Berlusconi aveva saputo parlare. Loro invece no.
Sui vent’anni in cui Berlusconi ha governato o ha fatto opposizione a Prodi, D’Alema o chi per essi, i vari alter ego che la sinistra gli ha opposto a partire dalla fine anni novanta, si esprimerà la storia, e giustamente. Quello che si può dire senza mancare di obbiettività allo stato attuale, è che il politico Berlusconi si è dimostrato – a prescindere da qualsiasi considerazione sulle sue motivazioni e le sue finalità – di un’altra categoria rispetto ai suoi competitors.
Anche adesso che per età e per vicissitudini personali e politiche sembra ai margini del gioco, l’onda lunga delle conferme di quanto sopra continua a lambire la nostra vita pubblica. In un panorama politico che sembra ritornato quello dei tempi della televisione in bianco e nero, con una serie di governi tecnici o comunque non votati ma piuttosto subìti dalla gente che insieme all’esplodere di scandali da far impallidire il ricordo di Mani Pulite hanno di fatto favorito un pericolosissimo distacco di quella stessa gente dalla politica, il periodico riapparire dell’ex premier Silvio Berlusconi ha continuato a bucare lo schermo come ai vecchi tempi.
Quando scelse finalmente di affrontare la sua Nemesi Marco Travaglio in una puntata di Servizio Pubblico di Michele Santoro divenuta storica, il Cavaliere ottenne un risultato molto più significativo dei nove milioni di spettatori registrati quella sera. Sancì il ritorno (momentaneo) del colore, in senso figurato ma anche sostanziale, in quella campagna elettorale di allora e in generale in una vita politica e civile che é sembrata in seguito destinata all’encefalogramma piatto ed avviata verso la crisi della democrazia in Italia.
Fu l’ultima volta che il centro-destra sembrò avere un unico leader effettivo, capace di rimettere in moto l’intero sistema politico italiano azzerato ed avvilito dal governo burocratico-bancario dei professori prima, e da quello riformistico-ciarlatanesco degli affabulatori poi.
Fu anche l’ultima volta che il sistema politico italiano poté godere, beneficiare (si fa per dire) di quella tendenza alla semplificazione che ne ha avvelenato il funzionamento negli ultimi vent’anni: o con Berlusconi o contro Berlusconi. E tutti contenti, nessuno escluso, perché era tutto molto più semplice piuttosto che elaborare un programma politico in grado di dare risposte alla crisi economica che attanagliava ed attanaglia tutt’ora il nostro paese ed il nostro continente.
Come già successo per Mussolini ed il Fascismo, con Berlusconi in campo il quadro era semplificato a prescindere, o pro o contro, e pazienza se la gente aspettava di sapere cosa avrebbe fatto il prossimo governo per risollevare l’economia degli anni 2000.
In quel quadro politico, comunque, era indubbio che il Grande Comunicatore avesse avuto una marcia in più, e fosse riuscito a toccare corde nell’elettorato di cui gli altri ignoravano e ignorano l’esistenza. Come la Thatcher nella Gran Bretagna degli anni 80, dominatrice assoluta della scena finché il Labour Party non seppe opporle un alter ego capace di dispiegare la stessa efficacia ma nel campo opposto, Tony Blair, così anche il Partito Democratico sembrò però alla fine aver trovato il competitor adatto a confrontarsi non tanto con un Berlusconi avanti negli anni e nel frattempo alle prese anche con la propria salute, quanto con il berlusconismo come sistema, perché - come il Cavaliere - apparentemente capace di parlare agli elettori nel modo in cui essi vogliono, a torto o a ragione, che ci si rivolga loro.
Matteo Renzi, anch’egli personaggio controverso di questo scorcio di storia politica italiana, amato o odiato senza mezzi termini ma comunque dotato del dono di saper parlare al popolo scegliendo toni e argomenti giusti, è nel frattempo diventato molto più che il leader del centrosinistra. Gli ultimi gesti politici rilevanti di Silvio Berlusconi, prima dell’infausta campagna elettorale amministrativa a Roma, sono stati non a caso quelli di benedire la vittoria di Renzi alle primarie del PD, e poi di stipulare il patto del Nazareno, dove è stato disegnato il percorso politico-istituzionale che stiamo attualmente compiendo. Basato sull’intuizione, interessata e condivisa dallo stesso PD, che la forza antisistema di Beppe Grillo e dei Cinque Stelle fosse un pericolo ulteriore per quella democrazia che essa si proponeva di rifondare, oltre che per le rendite di posizione vigenti.
Nell’allora giovane sindaco di Firenze l’allora leader del PDL riconobbe inevitabilmente un antagonista più formidabile di quanto la sua età gli avrebbe forse consentito di affrontare, ma nella sua ascesa scorse anche la non necessità di un simile antagonismo. Paradossalmente, Renzi era colui in grado di portare a compimento il suo stesso programma. Magari accentuandone molti aspetti in senso più confusionario e meno liberal.
Ma si sa, questi ragazzi non son più quelli di una volta, e nemmeno le scuole che hanno frequentato. Si fanno prendere dall’affabulazione e dall’entusiasmo. Eventualmente, per dare consigli preziosi, le porte di Arcore per Renzi c’è da scommettere che sono  comunque aperte. Poi, come sempre, sarà quel che il popolo italiano vorrà.

lunedì 20 giugno 2016

Non moriremo PD



Il ballottaggio delle Amministrative 2016 ci riconsegna un’Italia dove perché tutto cambi stavolta qualcosa deve cambiare davvero, per parafrasare il celebre adagio di Tomasi di Lampedusa. Qualcosa sta già cambiando.
Alle una di notte del 20 giugno, quando escono le prime proiezioni attendibili (che confermano exit poll già affidabili) ed il Movimento 5 Stelle sa con certezza di aver sfondato a Roma, Torino e in altri 17 ballottaggi sui 18 in cui erano impegnati, Beppe Grillo si affaccia alla finestra della stanza all’Hotel Forum di Roma, dove ha stabilito il quartier generale di se stesso. Senza parole – come ormai è consuetudine da quando è scomparso il suo partner Casaleggio ed è partita questa lunga campagna elettorale – brandendo in mano un appendiabiti che è più eloquente di ogni dichiarazione.
Nello stesso momento, al quartier generale del Movimento, un tifo da stadio accoglie Virginia Raggi, la prima donna sindaco della Capitale. Sin-da-co, Sin-da-co, Sin-da-co di Roma, Virginia Raggi Sin-da-co di Roma! I 5Stelle hanno appena vinto uno storico derby contro il PD di Giachetti. Al triplice fischio della chiusura dei seggi divampa la festa tanto attesa.
Virginia Raggi prima donna sindaco di Roma
Più in la, Luigi Di Maio cerca di essere istituzionale, nel momento in cui il popolo delle Cinque Stelle potrebbe fare salti di gioia come quelli che a Napoli un De Magistris in formato Masaniello sta facendo sull’onda dell’unico risultato che in termini numerici può reggere il confronto con quello della Raggi. Roma e Napoli sono le due facce stravolte di un disagio urbano che ormai tracima dai confini istituzionali. Un rabbioso voto di protesta di segno diverso, un certificato di morte per la politica così come l’abbiamo conosciuta finora.
Hanno un bel dire i PD che si tratta solo di un voto amministrativo. Lo diceva Casaleggio, lo ripete Di Maio ai microfoni post-elettorali: se il Movimento vince a Roma, è l’anticamera di Palazzo Chigi. Il Movimento versione 2.0 da stanotte ha l’onore e l’onere di rimettere in piedi la capitale dopo anni di dissesto bipartisan. Sapendo che se ci riesce subito dopo avrà l’onore e l’onere di fare altrettanto con il paese.
L’appendino di Grillo allude al risultato di Torino. L’omonima candidata grillina ha rimontato e surclassato il democratico storico Fassino, che adesso vaga per microfoni senza capacitarsi, dando tutta la misura della scollatura ormai insanabile tra il suo partito e il paese. Se Roma era quasi scontata (ma non nelle proporzioni con cui la Raggi ha conquistato il Campidoglio), Torino è la sorpresa vera. Il risultato che impedisce al PD di uscirsene con la solita formula di rito, abbiamo tenuto, e lo costringe ad ammettere una sconfitta senza se e senza ma.
Chiara Appendino neo-sindaco di Torino
La vecchia capitale operaia del paese, la città dove l’antico Partito Comunista misurava più che altrove tenute e avanzamenti, si scopre esausta del post-comunismo soprattutto in quei quartieri dove la classe operaia ancora sopravvive. Non basta la borghesia radical chic ancora osservante della liturgia (pur a collo torto verso la vulgata renziana) a ripetere il risultato di Milano, dove Sala sfrutta una onda lunga dell’Expo su cui bisognerebbe interrogarsi, per salvare la nottata dei democratici.
Sala sopravanza Parisi di una incollatura, ma è quanto basta. La metà più uno dei milanesi che vanno a votare si dicono in qualche modo soddisfatti di cinque anni di gestione Pisapia. Agli altri, soprattutto – come rimarca Salvini – a quel mezzo milione circa di elettori meneghini di centrodestra che non sono andati a votare rispetto al primo turno, i prossimi cinque anni serviranno per capire se l’astensione è bene o male.
Nel paese, complessivamente, un italiano su due è rimasto fuori dai seggi. E’ il partito che vince realmente questa consultazione elettorale, ed è un mandato politico di difficilissima gestione.
Per parte sua, il partito democratico deve aver mobilitato come suo costume tutti coloro che erano in grado di reggersi su due gambe e di rispondere al richiamo delle sirene del Nazareno. A Trieste, il candidato della sinistra nostrana ed etnica Cosolini (la regione è a statuto speciale e le guarentigie alla minoranza slovena superano addirittura quelle dei sudtirolesi in Alto Adige) dimezza lo svantaggio iniziale rispetto al candidato unico del centrodestra Di Piazza. Memori della elezione della governatrice Serracchiani nel 2013, è da immaginarsi che ci sia stato addirittura un bel traffico di pullman tra la Venezia Giulia e la ex Jugoslavia.
Tiene Bologna, roccaforte assieme ad una Firenze che stavolta non votava di un partito che nel resto d’Italia rischia l’estinzione e abbisogna forse di essere dichiarato specie protetta dal W.W.F. Il sindaco felsineo uscente, riconfermato al 54%, si chiama Merola. In realtà la sceneggiata va in onda in quel di Napoli, dove De Magistris si conferma fenomeno indecifrabile. L’ex magistrato governa come Masaniello e si comporta come tale, rivendicando una vittoria contro tutto e contro tutti. Anche qui, ai prossimi cinque anni l’ardua sentenza.
Adesso viene il momento più difficile, per tutti. Sia per chi è uscito dalla rabbia e dalla protesta, sia per chi è sopravvissuto sull’onda di un vero o presunto buongoverno. E’ il momento, appunto, di governare. Perché le nostre città grandi e piccole ne hanno bisogno. E perché il prossimo appuntamento è politico. Ad ottobre il referendum pro o contro l’attuale esecutivo, ed en passant pro o contro la riforma della Costituzione che questo ha imposto al paese. Poi le elezioni. Le prime che dovrebbero partorire bene o male un esecutivo rappresentativo dal 2008 a questa parte.
Ci sarà ancora Matteo Renzi a tweettare, pardon, a governare su tutto ciò? Il premier si è ricordato stanotte di essere segretario del partito che ha perso e ha convocato il direttivo per il prossimo 24 giugno. Non ha l’aria di essere un Gran Consiglio, come quello che si riunì il 24 luglio di qualche anno fa. Ma insomma al Nazareno confluiranno diversi personaggi che hanno voglia – e da tempo – di presentare il conto all’ex ragazzo prodigio di Rignano sull’Arno. E zanne affilate come tigri dai denti di sciabola. Forse potrebbero trovare l’occasione per presentare quel conto.
Il 24 giugno è San Giovanni. L’ex sindaco di Firenze dovrebbe ricordare che da queste parti si usa dire che San Giovanni non vuole inganni. Non più, almeno.

lunedì 8 febbraio 2016

Porzus



« Cari compagni, vi trasmetto, per l'esecuzione, l'ordine pervenuto dal Superiore Comando Generale. Preparate 100-150 uomini, completamente armati ed equipaggiati, con viveri a secco per 3-4 giorni, da porre alle dipendenze della divisione Garibaldi Natisone operante agli ordini del Maresciallo Tito. Vi raccomando la precisa esecuzione del presente ordine, che ha carattere di estrema importanza per il prossimo avvenire. Non appena gli uomini saranno pronti, mi avvertirete immediatamente. Provvedete ad eseguire rapidamente e cospirativamente. Gli uomini dovranno sapere solo quando saranno in viaggio. Quando verrò da voi, e cioè fra qualche giorno, spiegherò meglio ogni cosa. Ricordate che ne va del buon nome GAP e che è cosa di massima importanza. L'armata Rossa gloriosa avanza e ormai i tempi stringono. Fraternamente. Ultra 24.1.1945»
I partigiani della Brigata Osoppo alle Malghe di Porzus
Ci sono voluti oltre 50 anni, fino al film di Renzo Martinelli che nel 1997 rese finalmente giustizia alla verità storica ed alle vittime delle Malghe di Porzus. Per tutta la durata della Guerra fredda i diciassette partigiani della Brigata Osoppo assassinati a sangue freddo il 7 febbraio 1945 da quelli che credevano essere compagni nella lotta di liberazione del territorio nazionale dal Nazifascismo avevano seguito la sorte dell’oblio toccata a tutte le vittime del Comunismo assassino trionfante nel 1945.
Finché il crollo dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti, compreso quello riottoso incarnato dalla Jugoslavia di Tito, aveva consentito il venir meno della ragion di stato, per quanto malintesa nel dopoguerra, e di quelle più abbiette dei singoli partiti. E finalmente la verità vera era venuta fuori, per essere comunque sepolta di nuovo da un mare di polemiche interessate.
Il Superiore Comando generale era quello del IX Korpus dell’Eesercito di liberazione popolare jugoslavo sotto il comando di Josip Broz detto Tito. A partire dal 7 novembre 1944, anniversario della Rivoluzione d’Ottobre sovietica, i partigiani italiani del Nord Est appartenenti ai cosiddetti Gruppi di Azione Patriottica meglio conosciuti come Brigate Garibaldi si erano posti “volontariamente” sotto il comando dei compagni sloveni e jugoslavi che prendevano ordini da Tito, ponendosi di fatto al di fuori del controllo del Comitato di Liberazione Nazionale e del legittimo governo ristabilito nel loro paese.
L’ordine che rinnegava la propria patria ed il suo stesso Risorgimento veniva direttamente da Palmiro Togliatti, che aveva acconsentito per ragioni di partito (il Partito Comunista d’Italia affiliato alla Terza Internazionale di Stalin) alle rivendicazioni jugoslave: non solo Trieste ma tutti i territori del Nord Est dove erano presenti minoranze slovene dovevano essere lasciati in mano jugoslava. Ogni diversa interpretazione del futuro delle terre italiane era una sottomissione alle ragioni del capitalismo incarnate da Stati Uniti e Inghilterra – i “nemici del domani” - e dovevano essere combattute allo stesso modo del Nazismo.
Il film di Renzo Martinelli con Lorenzo Flaherty e Gianni Cavina
Ultra era Alfio Tambosso, segretario del partito Comunista di Udine. A lui toccò impartire invece l’ordine operativo di esecuzione dei diciassette partigiani della Brigata Osoppo, una formazione di ispirazione mista cattolico-socialista operante nello stesso Nord Est che aveva già fatto sapere di rifiutare la strategia comunista di acquiescenza alle mire jugoslave, al punto di intavolare addirittura trattative con formazioni superstiti della Repubblica Sociale di Salò come la Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese allo scopo di scongiurarla.
I cento – centocinquanta uomini armati come per una azione di sabotaggio contro i tedeschi erano quelli che conversero la mattina del 7 febbraio 1945 sulle Malghe di Topli Uork, una località del comune friulano di Faedis che in seguito sarebbe diventata tristemente famosa con il toponimo della vicina Porzus, una frazione del Comune di Attimis sempre in provincia di Udine. Agirono secondo gli ordini, “rapidamente e cospirativamente”. La maggior parte dei componenti del gruppo di fuoco conobbe quegli ordini soltanto al momento di eseguirli. Nessuno peraltro esitò, e per i diciassette partigiani non comunisti non ci fu scampo.
La storia del Nord Est durante i giorni dell’occupazione jugoslava è ormai tristemente nota. Delle terre italiane della Venezia Giulia si salvarono solo Trieste e metà Gorizia, malgrado per Togliatti e i suoi accoliti esse fossero destinate ai “compagni” jugoslavi in accoglimento delle loro “giuste rivendicazioni”, contro gli stessi sentimenti nazionali della popolazione locale, comunisti – a quanto pare – compresi. Come accadde per l’ancora più tragica vicenda delle Foibe, la verità storica fu sepolta sotto la coltre spessissima della propaganda di parte e il “buon nome dei Gap” si salvò dal fango che – almeno per quelle vicende – si era ampiamente meritato.
I processi che ebbero luogo nel dopoguerra si limitarono ad accompagnare i reati alla prescrizione e a lasciare tutti a piede libero, traditori, assassini e mandanti. Finché il Comunismo non venne meno come entità politica, permettendo almeno la commemorazione postuma di tante vittime note ed ignote. Ma ancora alla fine degli anni 90 le repubbliche dalla coscienza sporca di Slovenia e Croazia, nate dalla dissoluzione della Jugoslavia non più tenuta insieme dalle maniere forti di Tito, accusavano studiosi e politici italiani interessati alla verità su Porzus e altre vicende analoghe di strumentalizzare storie ormai lontane e controverse a fini di revanscismo.
Gli stessi post-comunisti italiani, confluiti nel PDS prima e nel PD poi, non hanno mai dedicato grande enfasi all’accertamento delle responsabilità omicide di quei loro progenitori che avevano rivolto le armi contro i propri connazionali anziché contro le SS. Anche se infine è toccato al presidente della repubblica ex comunista mai del tutto pentito Giorgio Napolitano andare a scoprire la targa dedicata alle vittime dell’eccidio dal Comune di Faedis il 29 maggio 2012, lo stesso anno in cui il film di Martinelli riuscì a passare finalmente sulle reti RAI che ne avevano la proprietà.
Il tardivo auspicio di Napolitano a che siano «sanate le più dolorose ferite del passato» pare peraltro destinato a restare inascoltato almeno per il tempo in cui i reduci di quella Guerra Civile ormai lontana ma ancora così vicina per i suoi strascichi sentimentali e le sue conseguenze politiche saranno in vita. L’Associazione Nazionale Partigiani continua ad accusare l’Associazione Partigiani della Osoppo di non voler riconoscere le proprie trattative con i fascisti negli ultimi giorni di Salò. L’A.P.O. per parte sua accusa l’A.N.P.I. di non volersi assumere una buona volta le responsabilità degli assassini del comandante Francesco De Gregori detto “Bolla” (zio dell’omonimo cantautore) e dei suoi diciassette uomini tra cui Guido Pasolini detto “Ermes”, fratello minore di Pierpaolo, ed Elda Turchetti detta "Livia", originariamente accusata dai gappisti di essere una spia dei fascisti e infine sepolta insieme agli uomini che l’avevano dapprima scagionata e poi affiliata. Tutti trucidati lassù alle Malghe di Porzus nei giorni in cui finiva la Seconda Guerra Mondiale e cominciava la Terza.

venerdì 9 ottobre 2015

Fenomenologia del Partito Democratico



“Non faremo le primarie. Il nome per il dopo Marino lo scelgo io.” Con quella faccia un po’ così, a metà tra la Rificolona che anima una delle feste più celebri della città il cui hinterland gli ha dato i natali e Gasperino il carbonaio, uno tra i personaggi più riusciti tra le centinaia interpretati dal compianto Alberto Sordi (qualcuno aggiunge anche Mister Bean, il celeberrimo character interpretato da Rowan Atkinson), Matteo Renzi pone fine alla breve stagione di Ignazio Marino quale Sindaco di Roma, nonché all’altrettanto breve stagione del sogno veltroniano del partito democratico di assomigliare un giorno – nei comportamenti se non nei programmi – all’omologo americano, the Donkey Party dei Kennedy e dei Clinton.
Marino si è dimesso, non era più vita la sua al Campidoglio. All’opinione pubblica si era aggiunta tra i suoi acerrimi nemici anche la maggioranza del suo partito, quello per cui aveva corso le primarie prima e le amministrative capitoline poi. Chi è causa del suo mal pianga se stesso, dicono molti, soprattutto romani che l’hanno sperimentato come amministratore privo di un po’ di tutto ciò che serve, dal carisma alle idee alla cultura della burocrazia e della legalità. Altri invece sottolineano (a voce sommessa, non è il momento di farsi nemici potenti) che i guai per il medico-sindaco sono cominciati il giorno in cui si mise pubblicamente in urto con il neo-presidente del consiglio a proposito dei fondi speciali richiesti per il risanamento di Roma Capitale.
Può darsi. Con quella faccia un po’ così, Matteo Renzi non è quel bravo ragazzo un po’ cresciuto che sembra a prima vista. Non è generoso, e non perdona ai suoi nemici. C’è voluto un po’ di tempo, ma il conto è stato presentato, con l’aiuto delle sciocchezze fatte dal diretto interessato. Adesso un capo del governo che nessun cittadino italiano avente diritto al suffragio ha potuto mai votare ha finalmente spazzato via un sindaco (oppositore interno al suo partito) che invece era stato eletto a maggioranza in elezioni regolari, quelle di Roma 2013.
Matteo Renzi conosce la storia, ed ha – a modo suo – gran fiuto politico, oltre a potenti appoggi nazionali ed internazionali. Sa di avere forse in questo momento una base di consenso, sia tra i cittadini che tra i poteri forti, che forse non aveva nemmeno Benito Mussolini in quei primi anni del secondo decennio del ventesimo secolo in cui trasformò lo stato liberale in un regime autoritario. Di sicuro il futuro Duce qualche cautela almeno dialettica la osservava nelle sue pubbliche esternazioni. Il ragazzo di Rignano può permettersi sicuramente maggiore disinvoltura.
E’ cambiata l’Italia, sono cambiati i tempi. Non è cambiata purtroppo l’idiosincrasia italiana di chi amministra o subisce la cosa pubblica verso una cultura amministrativa, diremmo in generale verso una educazione civica che ci possano far sperare di diventare un giorno una vera democrazia europea. Un paese normale, almeno secondo gli standard occidentali, come scriveva qualche anno fa un altro segretario del PD, e pazienza se poi è stato quello che ha le maggiori responsabilità circa i pessimi connotati assunti negli ultimi tempi dal suo partito.
Massimo D’Alema apparteneva ed appartiene a quella generazione che fece il Salto della Quaglia da un Partito Comunista che non era compatibile nemmeno con un mondo occidentale in cui stavano venendo giù i Muri ad una Quercia dai vari nomi che avrebbe cercato di coniugare il Trasformismo italico di vecchia data con i sogni più o meno avveniristici di chi sognava democrazie all’americana.
Pietro Ingrao, recentemente scomparso, aveva deciso già di non cambiare idea restando fedele alla Falce e Martello, ma si alzò tuttavia per andare a stringere la mano ad un affranto ed esausto Achille Occhetto, probabilmente per rincuorarlo in vista di quello che doveva apparirgli un compito immane (come poi si rivelò), ostaggio dei D’Alema, dei Mussi, dei Fassino, dei Veltroni. La negazione di una vera classe dirigente politica, come già aveva potuto intuire in tenerà età chi li aveva avuti come compagni di studi ai tempi eroici della F.G.C.I. e del Movimento Studentesco.
Con i comunisti potevi scontrarti e combattere per una vita, certo che ti avrebbero almeno affrontato a viso aperto e con ideali alternativi anche se non compatibili. Gente di principi, insomma, con la quale potevi almeno scrivere assieme una delle migliori Carte Costituzionali che la storia moderna ricordi. Con i post-comunisti potevi solo farci affari, o soccombere. Eredi inconsapevoli (perché ai tempi del Movimento Studentesco avevano fatto tutto fuori che studiare) di due partiti fondamentalmente anti-Stato ed anti-nazione, il Comunista spalleggiato dall’U.R.S.S. ed il Democristiano spalleggiato dalla Chiesa cattolica (due nemici mortali da sempre del nostro paese), avevano ereditato anche un panorama politico assai “semplificato”, per non dire decimato, da Tangentopoli.
Avevano ereditato anche la mancanza di scrupoli e di ideali tipica di una generazione, quella post-sessantottina, nata e cresciuta nella mancanza assoluta di bisogni e di difficoltà. Quella che aveva portato un profetico Pier Paolo Pasolini, ai tempi dei fatti di Valle Giulia, a schierarsi di fatto dalla parte dei veri “proletari”, i poliziotti della Celere reclutati tra i poveracci del sud e delle campagne, contro i “figli di papà” che giocavano a fare i rivoluzionari.
Quando crollò il Muro di Berlino e l’establishment comunista e democristiano apparvero ormai come superati dai tempi per limiti di età, questo nuovo establishment si ritrovò a gestire il patrimonio ideale e materiale del centro-sinistra senza avere più da rispondere a niente ed a nessuno. E la discesa in campo di Berlusconi semplificò loro ulteriormente il compito. Non c’era più bisogno di elaborare un progetto o un programma politico. Bastava essere contro il Cavaliere.
Era difficile immaginare una generazione successiva ancor più priva di scrupoli, di ideali, di memoria storica ed in ultima analisi di freni giuridici inibitori. E’ quella dei Renzi, dei Nardella, delle Serracchiani, delle Boschi, delle Boldrini (tecnicamente non in quota al PD, ma pronta – c’è da giurarci – a fare il salto della Quaglia anch’essa, ora che il suo mentore Vendola si avvia verso un dorato pensionamento).
Una generazione che sta riuscendo a scardinare un assetto costituzionale (ed il modello di convivenza sociale che vi è sotteso) senza bisogno di squadracce. Bastano altri tipi di appoggio, nelle opportune sedi istituzionali e non. Basta fare leva formalmente sul malcontento popolare che si traduce in astensionismo. Se hai una legge elettorale come quella della Toscana che da un premio di maggioranza spropositato a chi ottiene una semplice maggioranza dei voti (altro che Legge Acerbo o Legge Truffa), non ti devi preoccupare di nulla. Ed infatti a Firenze come a Roma (dove verrà adeguata la legge elettorale per tutto il Paese) non si preoccupano di nulla.
Al punto che un governatore di Regione a tempo perso come Debora Serracchiani può permettersi di dichiarare in pieno senato al suo Presidente Grasso: “Si ricordi che lei è stato eletto alla sua carica con i voti determinanti del PD”. Ed il Presidente Grasso, di fronte ad un simile oltraggio (all’istituzione, prima ancora che alla sua persona) invece di dimettersi immediatamente china la testa ed obbedisce. Chissà quanti Padri della nostra Patria si stanno rivoltando nella tomba.
Di sicuro non si sta rivoltando Matteo Renzi. Da oggi, decide tutto lui. Un altro record di Mussolini mandato in soffitta anzitempo per il più giovane ed il più spregiudicato demiurgo della Storia d’Italia.

sabato 3 ottobre 2015

Lo spettro che si aggirava per l'Europa

La scomparsa di Pietro Ingrao è l’occasione di fare una riflessione rimandata da tempo. Se ne va l’ultimo componente di quella che fu la nomenklatura del Partito Comunista Italiano. Forse l’unico che veramente non gli era sopravvissuto, pur avendo festeggiato in vita oltre 100 primavere.
Pietro Ingrao era diventato testimonial di coloro che non cambiano idea. O perlomeno la cambiano una volta sola. Prima della guerra era stato iscritto alla GUF, come la maggior parte dei giovani italiani. Alcuni nel dopoguerra erano stati etichettati da Oriana Fallaci come “fascisti neri” che erano diventati “fascisti rossi”. Per lui come per altri la conversione era avvenuta attraverso la guerra partigiana. Da allora per Pietro Ingrao erano esistite soltanto la falce e il martello. Nell’Italia collocata nel campo occidentale lui non aveva avuto dubbi, schierandosi fino alla fine dalla parte dell’ideale comunista fino alle estreme conseguenze, quando a quell’ideale non aveva più corrisposto un partito.
L’uomo per la sua vita vissuta merita indubbiamente rispetto. Le sue idee meritano un’analisi spassionata ed approfondita, visto che per circa centocinquant’anni hanno determinato la storia d’Europa prima e del mondo poi come nessun altra corrente di pensiero e azione.
Lo spettro cominciò ad aggirarsi per l’Europa nel 1848, l’anno in cui Karl Marx e Friedrich Engels con il loro Manifesto diedero vita ufficialmente al Partito Comunista. La Prima Internazionale rivoluzionaria arrivò nel 1864 e dopo una lotta iniziale per la supremazia contro gli anarchici, i comunisti ebbero la meglio accaparrandosi il monopolio della lotta per il sovvertimento dell’ordine vigente, quello uscito dalla Rivoluzione Francese del 1789 e che faceva perno sulla classe sociale cosiddetta della Borghesia.
La storia del Comunismo è la storia delle migliori intenzioni che nella vita reale diventano il pavimento dell’Inferno. Nel XIX secolo, il secolo delle rivoluzioni, l’ideale o utopia socialista dette per la prima volta nella storia dell’umanità speranza di emancipazione alla sterminata classe sociale che finalmente non venne più definita come plebe, ma diventò popolo: la marea umana di coloro che non avevano altra ricchezza che la propria prole, i “proletari”. Il Quarto Stato che le rivoluzioni borghesi avevano ignorato, a cui Marx ed Engels avevano dato speranza e strumenti di lotta, a cui Pellizza de Volpedo aveva fatto l’impareggiabile e suggestivo ritratto che lo consegna alla storia della pittura.
Nel XX secolo, per l’appunto, quando il tempo sembrò maturo per l’ingresso delle grandi masse sulla scena della politica attiva, ci fu una sola vera rivoluzione, quella bolscevica del 1917. Sembrò il trionfo del Comunismo. Fu la sua dannazione.
La storia della Russia è fatta di grandi tragedie, sofferenze inaudite subite da quel popolo. Il fatto che il Comunismo prendesse il potere per la prima volta in quel paese fu da una parte una conseguenza obbligata delle condizioni storiche: la tesi di Marx secondo cui il socialismo si sarebbe affermato nei paesi industrialmente più avanzati fu smentita dai fatti. In quei paesi il sistema si dimostrò più forte, reagendo – se del caso, come in Italia e Germania – con dittature feroci. Il Comunismo vinse dove lo stato, la società erano più deboli, l’economia più arretrata. Il guaio era che dai tempi di Ivan il terribile i russi erano abituati a spargimenti di sangue immani ad ogni svolta della loro storia. Quello purtroppo fu il modello che si affermò con Lenin e che il suo successore Stalin esportò fuori dai confini, nel resto del mondo caduto sotto il controllo dell’Armata Rossa.
Il Comunismo era stato per la Russia la fine del plurisecolare atroce dominio zarista, il Medioevo barbarico portato fino ai giorni nostri. Per sopravvivere prima e per affermarsi poi a livello internazionale dovette però incarnarsi in un regime assassino, non meno spietato di quelli che si era fatto avanti a rovesciare. Dopo il 1945 poteva venire il suo momento. Arrivò invece il momento della resa dei conti, il mondo reagì con la paura di “Baffone”, dei suoi cosacchi, delle sue purghe e delle sue “democrazie popolari”. Et pour cause.
La vita della mia generazione è stata quella dei dissociati, divisi tra la repulsione per una ideologia che al di là delle intenzioni produceva dolore e morte quanto e più del nazifascismo (non foss’altro per il lasso di tempo avuto a disposizione) ed il fascino esercitato da tante brave persone tra familiari e conoscenti che – ripeto, degnissime e capacissime persone -  apparivano assolutamente convinte di quell’ideologia e di chi si dava da fare per farla trionfare. Da un lato i racconti degli istriani sopravvissuti alle foibe di Tito e dei rarissimi profughi dall’Est, dall’altro la buona fede di tanti comunisti che in effetti con il loro stile di vita qualche messaggio in termini di possibilità di convivenza migliore lo lanciavano.
Pietro Ingrao non ha cambiato idea fino al suo ultimo giorno di vita. Per lui la politica attiva era finita insieme al Partito Comunista Italiano. Lui era un uomo di un’altra generazione, di un’altra epoca. Ma sono stati tanti quelli che attraverso le generazioni anche successive hanno continuato a credere in ideali che probabilmente vanno al di là delle incarnazioni che la storia ha concesso loro. Un po’ come confondere il Cristianesimo con la sua attuazione pratica bimillenaria, il Cattolicesimo. Due cose completamente diverse. Inevitabile però, per quanto sbagliata, la fatale commistione.
Questa gente merita rispetto come il vecchio partigiano a cui è stata data sepoltura pochi giorni fa. Anche se non si può dimenticare il dolore che indirettamente le loro idee hanno provocato. Ma mai quanto quello che provocherà la totale mancanza di idee, di scrupoli degli eredi, quelli che nel 1991 si scoprirono “post” insieme ad Achille Occhetto, con il loro spregiudicato laburismo all’italiana.

Si può avere rispetto per Pietro Ingrao e per la sua generazione, almeno per la parte che non fu assassina. Del resto, cambiare idea non è di per sé un pregio n senso assoluto, è semmai un dono che ti viene o non ti viene dato. Una cosa è certa, nessuno avrà rispetto per la generazione dei D’Alema, dei Mussi, dei Bersani, delle Finocchiaro, e infine dei Renzi. Prima ancora della famiglia dello Zar, viene da pensare che sarebbero stati proprio loro i primi bersagli delle epurazioni di Lenin e di Stalin. Ed in quel caso con qualche fondata simpatia da parte del pubblico di ogni ordine di posti.

giovedì 15 gennaio 2015

La scissione di Livorno

Quell’anno il congresso, l'XVII dalla fondazione del Partito Socialista Italiano, si tenne a Livorno. Cominciò il 15 gennaio 1921 al Teatro Goldoni, e fu subito chiaro che non sarebbe stato un congresso di routine. I socialisti vi arrivarono già profondamente divisi al loro interno, le profonde tensioni vissute nei primi vent’anni del Novecento avevano lasciato una traccia indelebile, un solco inconciliabile tra le due anime, quella riformista e quella rivoluzionaria, che si contendevano la leadership del partito dei lavoratori italiani.
Il Biennio Rosso seguito alla fine della prima guerra mondiale ed il sogno sempre più affascinante di poter ripetere le gesta dei compagni russi, che nel giro di pochi mesi avevano abbattuto lo Zar e consegnato il potere ai Bolscevichi di Lenin, avevano fatto sì che si creasse all’interno del P.S.I. una corrente di minoranza che si autodefiniva dei comunisti puri, guidati da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, che si contrapponeva alla maggioranza del partito, ancora ispirata dal riformismo del leader storico Filippo Turati pur con la deriva massimalista di quel dopoguerra.


Il congresso cominciò dunque al Teatro Goldoni di Livorno il 15 gennaio, e finì il 21 al Teatro San Marco, dove la corrente comunista si recò cantando in coro l’Internazionale e sancì la scissione dal Partito Socialista, che aveva riconfermato la sua appartenenza al campo della socialdemocrazia rifiutando le direttive dell’Internazionale Comunista a guida sovietica. I comunisti il 21 gennaio 1921 aprirono quindi al teatro San Marco di Livorno il I° congresso nazionale del Partito Comunista d’Italia, elessero come segretario Amedeo Bordiga, rimasero quali unici interlocutori della neonata Unione Sovietica, che del resto aveva favorito quella scissione in Italia così come negli altri paesi europei.

La storia che ne è seguita la conoscono tutti. Il partito Comunista Italiano emerse dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla caduta del Fascismo come il più grande partito di sinistra del campo occidentale, e costituì un fattore estremamente condizionante per la politica italiana per tutta la durata della Guerra Fredda. La conventio ad excludendum di una opposizione che era ritenuta non compatibile con il sistema democratico occidentale fece sì che in Italia non fosse possibile una vera alternanza di governo fino alla caduta del Muro di Berlino. Prendendo atto faticosamente, dolorosamente e con moltissime riserve al suo interno dell’avvento di una nuova epoca storica e politica, il 3 febbraio 1991 il P.C.I. cambiò nome, travasando uomini e mezzi nelle varie Cose che da allora si sono succedute al suo posto, fino all’attuale Partito Democratico.