Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport. Mostra tutti i post

lunedì 4 agosto 2014

Jesse Owens, il figlio del vento che sconfisse il Tiranno

Questa è una storia di quelle che paiono fatte apposta per diventare leggende, favole mitologiche che celebrano lo spirito più nobile della razza umana. Teseo che sfida il Minotauro, Prometeo che sfida gli Dei per il fuoco, Ulisse che sfida le Colonne d’Ercole. E’ una storia moderna però, il cui momento culminante ebbe luogo tra il 3 ed il 9 agosto del 1936, ed è un peccato che non vi fossero più Omero e gli altri cantori di miti classici, perché la storia di Jesse Owens e di come andò a vincere le Olimpiadi in casa del Tiranno nelle loro mani sarebbe diventata un grande poema epico.
Luz Long e Jesse Owens all'Olympiastadion di Berlino
James Cleveland Owens era un nero dell’Alabama, nato nel 1913. Basterebbe questo a far capire quale fu il suo esordio nel mondo, miseria senza nessuna possibilità di riscatto come quella di tanti altri ragazzi della sua razza, o della sua etnia, come si dice oggi in modo politicamente corretto. Gli afroamericani avevano avuto nel 1865 l’affrancamento dalla schiavitù per merito del Presidente Lincoln e della Guerra Civile da lui affrontata e vinta. Ma ancora cinquanta anni dopo, i diritti civili e politici – nonché condizioni di vita minimamente decenti – erano per quella gente tutt’altra questione.
Un primo barlume di progresso arrivò con la Prima Guerra Mondiale, a cui i neri americani parteciparono in gran numero, ma fu stroncato subito dalla Grande Depressione. Alla fine degli anni 20, la famiglia Owens si spostò in cerca di sopravvivenza lungo le linee di una migrazione interna della disperazione. Finirono a Cleveland. Il piccolo J.C. non riusciva a farsi capire nel suo slang del profondo sud dagli insegnanti di scuola della città industriale, se non per quelle iniziali. Uno di questi insegnati risolse la questione: J.C. stava per James Cleveland, abbreviato in Jesse. Con questo nome, il ragazzino nero un giorno sarebbe passato alla storia.
Jesse amava la corsa, lo sport dei poveri da sempre, perché non richiede alcuna risorsa economica per essere praticato, solo gambe, fiato, testa e tanta voglia di sacrificarsi. Nel 1933, a 20 anni, i suoi risultati ai campionati studenteschi (frequentava le scuole tecniche e per pagarsi gli studi lavorava in un negozio di scarpe) lo imposero all’attenzione del mondo sportivo. Gli U.S.A. erano già il paese dove se eccellevi nello sport compariva subito una borsa di studio per te, come per magia. Jesse Owens fu ammesso all’Università Statale dell’Ohio. Per la sua famiglia fu l’inizio di tempi di vacche meno magre, per lui fu il momento di dedicarsi seriamente all’atletica.
Dall’altra parte dell’Oceano, i risultati delle elezioni in Germania avevano dato intanto a Herr Adolf Hitler il Cancellierato di quel paese. Alla guida del Partito Nazionalsocialista, che predicava senza mezzi termini la supremazia della razza ariana in Germania e della Germania nel mondo, da conseguire con ogni mezzo, Hitler mostrò subito all’opinione pubblica internazionale che faceva sul serio, che i tempi della pacifica convivenza tra le nazioni, i popoli e le razze erano finiti e che il suo regime sarebbe stato totalitario per eccellenza.
Adolf Hitler allo Stadio di Berlino durante le gare olimpiche
Le Olimpiadi del 1936, che erano state assegnate alla città di Berlino, erano un’occasione troppo ghiotta perché quel regime si lasciasse sfuggire la possibilità di una celebrazione imperiale quale il mondo non vedeva più dal tempo degli imperatori romani. Il ministro della propaganda Goebbels e la più grande regista cinematografica dell’epoca Leni Riefenstahl fecero delle Olimpiadi di Berlino di fatto le prime dell’Era Moderna, intesa come epoca dei mass media. Furono anche, inevitabilmente, l’apoteosi del Nazismo.
Jesse Owens fu iscritto dalla federazione americana a quattro gare: 100 e 200 metri piani, staffetta 4x100 e salto in lungo. Vinse tutte e quattro le gare, stabilendo un record che per essere eguagliato avrebbe dovuto attendere ben 50 anni e un altro figlio del vento, il nero Carl Lewis anche lui originario dell’Alabama. Il 3 agosto vinse la finale dei 100, il giorno dopo si ripetè in quella del Lungo, dove superò nientemeno che l’atleta di casa, il campione ariano Luz Long, il favorito. Quel pomeriggio ci fu anche l’episodio passato alla storia del mancato incontro con Hitler.
Narrano le cronache che il Fuhrer si rifiutasse di partecipare personalmente alla premiazione (come faceva sempre quando era presente allo stadio olimpico) e se ne andasse via sdegnato per la vittoria di quel nero che aveva sovvertito l'ordine naturale delle cose, almeno secondo la filosofia esposta nel Mein Kampff. In realtà, come ha raccontato Owens, non ci fu alcun incidente del genere, Il Cancelliere tedesco si limitò ad alzarsi in piedi al passaggio della Medaglia d’Oro di ritorno negli spogliatoi e lo salutò con un timido gesto della mano, che Owens ricambiò.
Il podio del salto in lungo: Owens medaglia d'oro,
 Long medaglia d'argento, Tajima medaglia di bronzo
Fu semmai il democratico presidente americano Franklin Delano Roosevelt a snobbare il plurimedagliato campione nero, l’eroe americano delle Olimpiadi di Berlino. Roosevelt era impegnato nella campagna per la rielezione, che cadeva quell’anno, e temendo di compromettere i suoi voti negli Stati del Sud ritenne opportuno annullare il ricevimento di Owens alla Casa Bianca. A questa mancanza, rimediò nel 1976 un altro presidente americano, Gerald Ford, che gli conferì la Medaglia presidenziale della Libertà, massima onorificenza concessa negli U.S.A. ad un civile. Ford lo omaggiò con queste parole: «Owens ha superato le barriere del razzismo, della segregazione e del bigottismo mostrando al mondo che un afroamericano appartiene al mondo dell'atletica».

Jesse Owens morì quattro anni dopo a causa di un cancro ai polmoni. Dal 1984 c’è una strada di Berlino intitolata a suo nome. Dal 1990, grazie al presidente George W. Bush senior c’è una Medaglia d’Oro del Congresso che riposa sulla sua tomba, a Chicago. Luz Long, lo sconfitto della gara del salto in lungo del 1936, divenuto poi suo grande amico in barba a qualsiasi precetto tra quelli in vigore all’epoca nel suo paese, era morto da molto tempo. Cadde il 14 luglio 1943 in Sicilia mentre combatteva con la Wehrmacht nei giorni successivi allo sbarco alleato. La sua tomba è nel cimitero militare tedesco di Motta Sant’Anastasia, presso Catania.

domenica 3 agosto 2014

Chi ha ucciso Marco Pantani?

Mamma Tonina ce l’ha fatta. Sono passati dieci anni da quel 14 febbraio in cui suo figlio, il campione più amato e rimpianto dagli italiani, fu ritrovato morto nel bilocale D5 del residence Le Rose a Rimini. Dieci lunghi anni durante i quali é stata consegnata agli archivi della cronaca e ormai della storia un’unica versione. Marco Pantani, la cui carriera leggendaria era stata spezzata da valori di ematocrito troppo alti alla vigilia del Mortirolo del 1999 e della vittoria del secondo Giro d’Italia consecutivo, non aveva retto a uno dei mali del secolo. Anzi, a due. La droga e la depressione.
Al pari di un altro personaggio icona che si commemora negli stessi giorni e la cui scomparsa avvenne in circostanze forse altrettanto misteriose e mai chiarite in modo convincente, Marylin Monroe, il Pirata fu in sostanza accusato (postumo) di non saper far fronte alle avversità della vita a causa di un carattere fragile. Se nell’anima tormentata della grande attrice americana le tendenze depressive coltivate da un’infanzia e da un’adolescenza difficili erano state aggravate, secondo le perizie ufficiali, da un bipolarismo accentuato che rendeva verosimile un suicidio tentato con successo al termine di una giornata in cui molti l’avevano vista (per l’ultima volta) tutto sommato abbastanza allegra, per il campione romagnolo era intervenuto l’uso massiccio di droga a dar manforte ad analoghe tendenze autodistruttive.
Una volta disarcionato dalla bici, il Pirata era diventato tossicodipendente, non potendo più riabituarsi ad una vita normale, né venire a patti con le sanzioni sportive che ve l’avevano ricostretto. Questa la spiegazione della sua morte, consegnata frettolosamente alla cronaca ed alla storia da indagini superficiali e da un’attenzione assai distratta da parte di un’opinione pubblica sempre più affamata di attualità (meglio se con i connotati scandalistici) e sempre meno disposta a comprenderne le vere ragioni.
Una spiegazione che non aveva mai convinto una mamma straziata, disperata, ma mai disposta ad arrendersi. E che finalmente dopo 10 anni ha ottenuto la riapertura delle indagini sulla morte del figlio. ”Me l’hanno ammazzato. La mia sensazione, sin da subito è che avesse scoperto qualcosa e gli abbiano tappato la bocca. Non vedo altre ragioni. Non mi sono mai sbagliata su Marco. Così come non credo che siano stati gli spacciatori”.
Che cosa aveva scoperto Marco? Qualcosa di innominabile legato al mondo dello sport? Erano gli anni, per esempio, in cui Lance Armstrong minacciava di una “brutta fine” colleghi restii a piegarsi a giochi sporchi, e lo faceva in strada, alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti. Oppure qualcosa appartenente ad altri mondi, alla cronaca nera di cui le nostre giornate frettolosamente disattente sono piene? La Procura di Rimini ha acconsentito a riaprire le indagini, su istanza dei legali della famiglia Pantani, che negli ultimi mesi hanno corredato la domanda con un corposo dossier nel quale sono elencate tutte le anomalie e i difetti di un’indagine che non doveva soddisfare gli inquirenti neppure dieci anni fa, con il corpo di Marco ancora caldo.
La velocità con cui la Procura ha acconsentito alla richiesta dell’avv. De Rensis per conto della famiglia Pantani è sorprendente, sia se messa in relazione con i tempi “normali” della giustizia italiana sia se confrontata con i precedenti del caso. A parte Mamma Tonina e i suoi legali, pochi avevano creduto a una spiegazione diversa della morte del campione rispetto a quella fornita a suo tempo. Ma la perizia legale di parte, condotta dal prof. Francesco Maria Avato e allegata al dossier dell’avv. De Rensis, ha evidenziato come sul corpo dello sfortunato corridore romagnolo ci fossero i segni di ripetute volenze, frutto forse di una lite degenerata in colluttazione. Ferite che una persona sola, in preda a un’overdose autoprovocata, non avrebbe mai potuto infliggersi, così come segni di trascinamento del corpo.
La perizia ha evidenziato inoltre come la quantità di cocaina presente nell’ organismo di Marco non fosse compatibile con l’assunzione diretta e volontaria da parte sua, ma piuttosto con una ingestione forzata, provocata da qualcuno che aveva ridotto la vittima all’impotenza e che l’aveva costretta a bere la sostanza stupefacente diluita nell’acqua di una bottiglia. Peraltro ritrovata in camera dalle autorità inquirenti, senza che nessuno si fosse dato la pena a suo tempo di rilevarne impronte e provenienza. Anzi, pare che in quella stanza maledetta di impronte non ne fossero state prese granché, in generale.
Tra le molte incongruenze da risolvere, ci sono anche le chiamate disperate di Pantani alla reception dell’hotel con richiesta di intervento dei Carabinieri. Che furono tutte ignorate o disattese. Marco aveva aperto la porta a qualcuno che conosceva, e quando si era reso conto che questo qualcuno avrebbe potuto diventare il suo assassino era troppo tardi. E nessuno aveva risposto alle sue richieste di aiuto.
La Procura di Rimini ha tenuto a sottolineare che si tratta di un procedimento a carico d’ignoti, sottolineando che al momento non vi sono indagati. Ma l’ipotesi di reato è senza mezzi termini quella di omicidio. Marco Pantani fu ucciso, ormai gli elementi raccolti portano in quella direzione. Come ha sottolineato Davide Cassani, CT della nazionale azzurra di ciclismo, “se la procura ha riaperto il caso vuol dire che ci sono delle basi su cui approfondire. Sarebbe bello conoscere la verità su quanto accaduto, se è diversa rispetto a quella che ci hanno raccontato in questi 10 anni".
Già, sarebbe bello. Non ci restituirebbe Marco Pantani, ma il suo buon nome sì. Tutti se lo portano nel cuore, da dieci anni, a prescindere da come siano andate veramente la sua vita e la sua fine.

venerdì 25 luglio 2014

Lance Armstrong si arrende all'anti-doping

24 agosto 2012

Lance Armstrong si è arreso. Come già Geronimo prima di lui, dopo una lunga resistenza ha deciso di consegnarsi alle giacche blu, nella fattispecie la United States Anti-Doping Agency (U.S.A.D.A.), che da dieci anni circa lo accusa di essersi dopato sistematicamente per ottenere i suoi successi leggendari, tra i quali sette vittorie al Tour de France a partire dal 1999 e una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Sidney 2000, e di essere stato addirittura uno dei leaders del sistema americano del doping a fini sportivi, al pari di Marion Jones, l’atleta trovata positiva dopo le stesse olimpiadi australiane e che fu squalificata nel 2007 e obbligata a restituire tutti i titoli e i premi in denaro ottenuti in carriera.
Questo sembra essere il destino anche del corridore texano, che ha rinunciato a opporre qualsiasi azione legale ai procedimenti messi in atto contro di lui dalla U.S.A.D.A, «Arriva un momento nella vita di ogni uomo in cui si deve dire: quando è troppo, è troppo. Per me questo momento è ora. Negli ultimi tre anni sono stato soggetto di due indagini penali federali in seguito alla caccia alle streghe di Travis Tygart». E ancora: «Io so chi ha vinto quei sette Tour. Nessuno può cambiarlo, neanche Travis Tygart».
Travis Tygart, presidente dell’U.S.A.D.A. chiamato in causa da Armstrong che lo ha esplicitamente accusato di persecuzione e di aver messo in piedi procedimenti scorretti e di parte, ha dichiarato dal canto suo: «E' un giorno triste per tutti quelli che amano lo sport. Questo è un esempio che spezza il cuore di come la cultura dello sport del vincere a tutti i costi, se non controllata, supera la giusta, sicura e onesta competizione».
Armstrong, che dice di volersi dedicare d’ora in avanti alla famiglia e alla sua Fondazione contro il Cancro (di cui egli stesso è stato vittima prima di cominciare la serie delle sue passeggiate trionfali sugli Champs Elysées), ha sempre contestato alla U.S.A.D.A .di non essere mai stato trovato positivo ai test anti-doping, ma di essere sempre stato accusato sulla base di prove indirette o testimonianze di colleghi. Tra i quali, per altro, sono spesso corse voci sia di comportamenti illeciti del texano, sia di sue minacce a corridori apparentemente disposti a riferire degli stessi alle autorità sportive.
Tra tutti gli episodi noti, è rimasto famoso ed eclatante lo scontro avvenuto tra Armstrong ed il suo ex-amico e compagno di stanza Tyler Hamilton, in procinto di testimoniare contro di lui. Armstrong minacciò Hamilton apertamente in un ristorante di Aspen, Colorado, di "distruggerlo e di rendere la sua vita un inferno", qualora non avesse rinunciato a testimoniare.
Adesso cala il sipario su una delle vicende sportive più affascinanti e controverse degli ultimi decenni. La statura di Armstrong, nel ciclismo moderno, è pari a quella che potrebbe avere nell’Atletica un Usain Bolt, o nel Basket un Michael Jordan, per fare degli esempi. C’è molta attesa per i provvedimenti che saranno adottati nei suoi confronti, con molta probabilità la revoca di tutti i titoli e i premi vinti e la radiazione perpetua da qualsiasi attività sportiva professionistica.

E non si può fare a meno di ricordare che quel 1999 che vide la sua prima vittoria a Parigi e l’inizio della sua favola sportiva di eroe buono che ha sconfitto prima il male e poi gli avversari fu lo stesso anno in cui era stato appena fermato Marco Pantani al Giro d’Italia per valori ematici fuori regola. La giustizia, anche quella sportiva, a volte segue percorsi tutti suoi.

Dieci anni senza il Pirata: i giorni della disperazione

L'estate del 1998 coincise con il momento più felice, ancorché conquistato a caro prezzo, della vita di Marco Pantani. Al Giro del 1999 era talmente favorito che nemmeno la proverbiale sfortuna, sotto forma di un salto di catena a Oropa a pochi chilometri dall'arrivo, sembrava poterci fare nulla. Sembrava, appunto.
A Madonna di Campiglio, il 4 giugno, vinse la terzultima tappa portando il distacco su Savoldelli, il secondo in classifica, a quasi sei minuti. Il giorno dopo c'era il Mortirolo, per chi sa un po' di ciclismo notoriamente il paradiso e l'apoteosi degli scalatori. Quasi una passeggiata per Marco, un inferno per gli altri. Il giorno dopo ancora, c'era la passerella a Milano e un nuovo capitolo da aggiungere alla sua leggenda.
Alle 10,00 circa, il destino colpì Marco alle gambe peggio di qualunque fuoristrada o gatto randagio. La Direzione Corsa lo squalificò sulla base dei risultati del controllo sul sangue effettuati dai medici dell'UCI: il valore del suo ematocrito, il tasso di concentrazione dei globuli rossi, era superiore dell'1% a quello consentito, 51%. Con 52%, Pantani fu disarcionato dalla bici e costretto a fermarsi. La Federazione non lo sapeva, ma aveva appena fermato la sua stessa vita. A nulla valsero le proteste di tifosi e anche compagni, Savoldelli si rifiutò di indossare la maglia rosa rischiando la squalifica. La Mercatone Uno, la squadra del Pirata, si ritirò in blocco dal Giro. Niente da fare, Pantani fu lasciato fuori, il Giro lo vinse un altro di cui non si ricorda nessuno. E il peggio doveva ancora venire.
Marco non era risultato positivo al doping, aveva assunto sostanze che agivano sull'ematocrito in violazione di una norma introdotta da poco con la buona intenzione di tutelare la salute dei ciclisti. Tuttavia nessuno percepiva questa violazione come qualcosa di grave, o di veramente influente sui suoi risultati. Il Pirata in salita volava perché era il Pirata. Perché le sue gambe schiantavano tutto e tutti, strada e fatica comprese. La sua forza era nel fisico e nel carattere. Proprio in quest'ultimo, però, accusò il colpo più duramente. «Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre.
Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile», dichiarò. La squalifica comminatagli, 15 giorni, gli avrebbe consentito di andare al Tour, ma lui non se la sentì e si chiuse in casa, per sfuggire alla pressione dei media scatenati ed al nuovo insidioso avversario che gli si era improvvisamente affiancato: la depressione.
Cominciavano a girare voci (mai provate e non si sa quanto interessate) circa un coinvolgimento del Pirata nel doping vero e proprio. Persino la sua fidanzata, la danese Christine Janssen lo abbandonò, finendo per dichiarare a un giornale svizzero che l'ex fidanzato faceva uso regolare di sostanze dopanti. Per quanto sia risultato in seguito evidente che il doping nel ciclismo fosse pratica comune, entro certi limiti, le accuse evidentemente erano una macchia troppo infamante per un animo come il suo.
Ce n'era di che abbattere un toro. Marco Pantani non si riprese più. Sebbene nei quattro anni successivi tentasse a più riprese di riannodare il filo della sua carriera, incrociando anche la strada di quel Lance Armstrong che stava approfittando della sua sostanziale uscita di scena per dare inizio a quella che sarebbe stata la sua fasulla epopea, Marco ritornò se stesso solo per brevi istanti. Come il giorno che batté proprio Armstrong a Mont Ventoux (e quest'ultimo, per non smentire il suo animo da sempre avvelenato, non trovò di meglio che dichiarare che aveva lasciato graziosamente la vittoria a Marco per ridargli morale, ottenendo invece di farlo arrabbiare). L'americano, che lo aveva definito uno dei più grandi scalatori di tutti i tempi, probabilmente temeva più di ogni altro un ritorno di Marco. Tanto quanto lo desideravano i tifosi.
Nel 2003 Marco decise finalmente di affrontare la sua depressione ricorrendo all'aiuto di medici specialisti. Ma era troppo tardi, il malessere aveva scavato troppo dentro di lui. In una lettera del dicembre di quell'anno, Marco Pantani consegnò ai suoi tifosi, all'opinione pubblica i suoi sentimenti più riposti, le ferite di un animo straziato che non trovava più pace. «Ho solo perso la mia voglia di essere come tanti sportivi (...) che le regole ci siano, ma siano uguali per tutti (....) ma andate a vedere cosa è un ciclista (....) mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare».
I ragazzi credevano in lui. Ci credono ancora, se è per quello. Ma lui non sentiva più quel calore che gli dava la gente lungo la strada, aspettando il suo passaggio e sperando di vedergli compiere il mitico gesto, quel gettare via il berretto che segnava l'avvio della sua proverbiale irresistibile fuga. Adesso era la vita che gli sfuggiva. Lui che forse non si era mai dopato per correre, o almeno non più di tanti altri campioni conclamati e sicuramente molto meno di quanto sarebbe emerso in seguito per Armstrong o altre primedonne, adesso doveva doparsi per vivere.
Il monumento a Marco Pantani
Quando lo trovarono nella stanza dell'albergo di Rimini in cui si era recluso per l'ultima volta nel giorno di San Valentino del 2004, nel suo sangue c'erano ovviamente le tracce dell'overdose di cocaina che lo aveva ucciso, causandogli un edema polmonare e cerebrale. L'autopsia in compenso consentì di escludere che nella sua carriera avesse fatto ricorso frequente ed in quantità all'Epo, la sostanza che aumentava il tasso di concentrazione dei globuli rossi nel sangue. Le sue vittorie erano state tutte vere. Ma questo la gente lo sapeva già. Certe cose si avvertono a pelle, basta guardare negli occhi un campione che passa stravolto dalla fatica.

Negli occhi di Marco c'era la voglia di vincere, di rivincita di un talentuoso e sfortunato ragazzo di Romagna. In quelli di Armstrong, per smascherare il quale ci sono voluti più di dieci anni di battaglie legali, a ben vedere si leggeva da subito il freddo come l'acciaio di un business man disposto a tutto e consapevole delle connivenze di cui poteva approfittare. Non c'era bisogno di analisi mediche e di pronunciamenti di federazioni varie per capire che abbiamo rivisto per un'ultima volta il grande Ciclismo con Marco Pantani detto il Pirata. E quel mondo è finito per sempre il 14 febbraio 2004.

Dieci anni senza il Pirata: i giorni della gloria

San Valentino è in tutto il mondo il giorno in cui gli innamorati festeggiano se stessi. Meno che a Cesenatico. Per gli abitanti della cittadina romagnola, da dieci anni a questa parte è la ricorrenza del giorno in cui se ne andò il loro compaesano più illustre. Marco Pantani detto il Pirata, l'uomo che aveva rinnovato (per l'ultima volta) la leggenda di un ciclismo epico di cui solo i più vecchi avevano ormai memoria.
Lo sport delle due ruote era stato soprattutto Fausto Coppi e Gino Bartali, due campionissimi italiani, due mostri sacri che avevano fatto del ciclismo del dopoguerra un derby tutto tricolore. Dopo di loro, tanti campioni, a cominciare da Felice Gimondi fino a Francesco Moser e Giuseppe Saronni e Mario Cipollini. Ma nessuno capace di rinverdire veramente quei fasti dei nostri due italiani "uomini soli al comando". Nessuno, a parte lui.
Era un ragazzo di Romagna come tanti, Marco Pantani. Tutti innamorati delle due e delle quattro ruote, in genere. Tutti a sognare una Ferrari o una Ducati, tutti con il mito della velocità nel sangue. Nel DNA. Il successo d'esordio del fuoriclasse della canzone Gianni Morandi, nato nella vicina Emilia, era stato Andavo a 100 all'ora, guarda caso. Anche Marco sognava la libertà e inseguiva le leggende che attraversavano in lungo e in largo la sua terra su una due ruote. Ma di quelle spinte dalle gambe di un uomo sui pedali, non da un motore.
Era nato nel 1970, vent'anni dopo esatti era già sul podio del Giro d'Italia dilettanti, che vinse altri due anni dopo nel 1992. Sembrava l'inizio di una grande carriera. Marco era uno scalatore impressionante, di quelli che arrivano in fondo alle corse a tappe, e si lasciano dietro gli altri a distacchi abissali. Questo fu subito chiaro fin dall'esordio, come fu chiaro anche che però la fortuna era l'unica a correre più veloce di lui.
Nel 1994 esplose, classificandosi secondo al Giro e terzo al Tour de France. Il mondo si accorse di questo ragazzo dall'aspetto antico, dal volto già segnato da una fatica immensa che lui sfidava e batteva tutti i giorni, dalla testa glabra che proteggeva dai raggi del sole con quella che sarebbe diventata la sua fedele compagna di tante fughe in salita: la bandana che gli avrebbe valso il suo Marco Pantani (in maglia rosa) soprannome più bello. Il Pirata.
Il 1995 doveva essere il suo anno, ma un'auto si mise di traverso ai suoi sogni e gli ridusse un ginocchio così male da costringerlo a saltare il Giro e ad accontentarsi di un 13° posto al Tour, impreziosito comunque da una clamorosa vittoria sulla mitica Alpe d'Huez. Erano gli anni di Miguel Indurain, il fuoriclasse spagnolo che cannibalizzava le corse a tappe. Ma sulle salite che contavano, a Marco non gli stava dietro e doveva accontentarsi di limitare i danni. Nel campionato del mondo di quell'anno, in Colombia, riuscì a stargli davanti di poco, lui argento e Marco bronzo (vittoria all'altro spagnolo Olano).
Era il momento di pensare al 1996 e alla riscossa, ma le macchine sembravano avercela con Pantani. Un fuoristrada che viaggiava in senso contrario durante la Milano-Torino (in Italia succedevano e succedono anche queste cose) gli procurò una frattura a tibia e perone talmente gravi da mettere a rischio la sua carriera agonistica. Salvò gamba e carriera, dedicando il resto del '96 a riprendersi dall'infortunio e a ritrovare la condizione.
Nel 1997 al Giro fu fermato non da un mezzo meccanico, ma da un animale, un gatto che gli attraversò la strada durante una tappa di trasferimento. Nella caduta si lacerò le fibre muscolari della coscia sinistra. Nuovo stop, nuovo sconforto ("avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna") e nuova reazione. Al Tour di quell'anno era di nuovo in sella, Indurain non c'era più, c'erano Ulrich e Virenque che per stargli davanti dovettero sputare sangue e ringraziare l'ultima tappa a cronometro. Sull'Alpe d'Huez e a Morzine, Marco aveva attaccato e fatto loro molto male. Poi a cronometro non ce l'aveva fatta.
Era mancata una volta di più la fortuna, non il valore. Ma la gente sa riconoscere gli eroi, che vincano o no. Marco era diventato il beniamino di quanti, appassionati di ciclismo o meno, erano in cerca di un campione vero, di un personaggio vero, di uno capace di rinverdire la leggenda in bianco e nero di Coppi e Bartali, questa volta a colori, con risalto particolare per il rosa e il giallo. Come già il Moro di Venezia aveva attirato alla Vela anche spettatori che non avevano mai visto una barca, o la generazione di fenomeni di Julio Velasco aveva riconquistato al Volley milioni di italiani che se ne erano distaccati dai tempi della scuola, così Marco Pantani il Pirata, il Pantadattilo, come anche veniva chiamato per sottolineare quel suo aspetto "antico", riconquistò al ciclismo una generazione che non lo annoverava più tra gli sport di massa, commosse i più vecchi che dopo Fausto e Gino non speravano più di riprovare certi brividi. E dette materia a quei giornalisti che avevano ancora voglia di scrivere poemi epici intitolati allo sport, come Gianni Mura e Candido Cannavò.

A quel tempo, Cesenatico era una delle capitali dell'Italia sportiva. Il Chiosco di Mamma Tonina, con le sue piadine entrate nella leggenda, era metà di pellegrinaggio come la Mecca per i musulmani. Era lì che si concentrava la movida romagnola, era lì che si respirava l'atmosfera dei grandi eventi sportivi. Che si faceva la storia. Quando l'anno dopo il Pirata ci entrò finalmente dentro a quella benedetta storia, vincendo consecutivamente Giro e Tour ed andando a raggiungere i suoi illustri predecessori Fausto e Gino e gli altri pochi capaci di una simile impresa nella stessa stagione, sotto casa sua si radunò talmente tanta gente che lui si impaurì, temperamento sensibile com'era, e scappò saltando sulla sua Harley Davidson, il casco sopra la bandana nera e via dalla pazza folla.

giovedì 24 luglio 2014

Il Tourmalet incorona Vincenzo Nibali, padrone del Tour

Un uomo solo al comando. Il suo nome non è Fausto Coppi, o Gino Bartali, o Gastone Nencini, o Felice Gimondi o Marco Pantani. Il suo nome è Vincenzo Nibali, e da stasera lo conoscono in tutto il mondo. La scaramanzia è rimasta sui tornanti di Hautacam insieme al gruppo degli inseguitori della maglia gialla, staccato di oltre un minuto dall’ultimo imperioso scatto del messinese. Da stasera la Grande Boucle è sua, settimo italiano di sempre a vincerla.
Per la consacrazione bisogna attendere gli Champs Elysées a Parigi domenica prossima, ma ormai soltanto una sfortuna incredibile potrebbe privare il campione nato a Messina e cresciuto ciclisticamente in Toscana di un successo meritato e clamoroso. Nibali era uno dei favoriti, e con il ritiro di Contador era diventato il favorito numero uno. Ma che potesse essere incoronato addirittura come il “padrone del Tour” non se lo aspettava nessuno.
Sette minuti di distacco sul secondo, non più lo spagnolo Valverde ma il francese Pinot sono un vantaggio che impone ormai all’italiano soltanto l’esigenza di stare attento a qualche scivolata, come quella che a settembre scorso a Firenze sulle strisce pedonali bagnate di Via Trieste lo privò di una probabile vittoria nella corsa mondiale a cui teneva di più, sulle strade del capoluogo della sua regione adottiva. Stavolta la sorte dovrebbe risarcire Vincenzo Nibali con gli interessi, accompagnandolo negli ultimi 400 chilometri verso Parigi in una cavalcata da eroe d’altri tempi.
Nella corsa più importante di un ciclismo che sta riscoprendo la pulizia e l’epopea di campion veri, senza additivi chimici, si torna a parlare prepotentemente italiano azzerando un segnatempo che ticchettava da sedici anni. Dall’ultima grande impresa del mai abbastanza troppo rimpianto Pirata di Cesenatico, che a sua volta aveva colmato una lacuna di oltre 30 anni.
Dai tempi in cui Bartali e Coppi facevano incazzare sistematicamente i francesi, per dirla con le celebri parole di Paolo Conte, la Grande Boucle si era dimostrata un osso sempre più duro da rodere per i ciclisti nostrani. Marco Pantani aveva trionfato a Giro e Tour nella stessa stagione in quel 1998 che sembrava l’inizio di un ciclo leggendario e che invece era stato soltanto la vigilia del dramma. Il Pirata sarebbe stato spazzato via a beneficio di concorrenti posticci come Armstrong o Ulrich. Per il tricolore era scesa notte fonda, le montagne d’Oltralpe erano diventate di nuovo invalicabili.
Ci avevano riscaldato soltanto le volate del Re Leone Mario Cipollini o di Alessandro Petacchi, quest’ultimo capace di vincerne quattro nell’edizione del 2003. Ma sotto l’Arc du Triomphe l’Inno di Mameli non aveva più suonato. Aspettiamo di risentirlo domenica, e con noi – incredibile a dirsi – lo aspettano i francesi, che hanno imparato ad amare questo ragazzo siciliano per il suo stile e la sua semplicità, e che lo apprezzano come vincitore vero al pari di pochi altri, eccezion fatta ovviamente per i loro enfants du pays.
Vincenzo Nibali vince sulle due ruote e convince quando parla ai microfoni. Signore al punto da lasciare ad un atleta di casa la maglia gialla almeno nel giorno della Presa della Bastiglia, il 14 luglio. O da non dimenticare pochi giorni dopo, il 18, di mettersi alla testa di quanti commemorano il centenario della nascita del più grande uomo di sport e maestro di vita nonché uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi, Gino Bartali. Del quale adesso è fin troppo facile designarlo come degno erede. Di sicuro Ginettaccio sulla sua nuvola stasera sta sorridendo, e per una volta guardando giù verso questo ragazzo capace di un’impresa molto simile alle sue non dice che “è tutto sbagliato, è tutto da rifare”.
Nibali vince alla maniera dei grandi, non solo i suoi connazionali del passato, ma anche alla maniera di Hinault, Indurain, Merckx. Lasciando la sua firma sulla tappa più prestigiosa e decisiva. Il Tourmalet sta al Tour come il Mortirolo al Giro d’Italia. Chi vince qui entra nella leggenda a prescindere. I Pirenei vogliono vedere in faccia l’uomo ed il ciclista, tanto più quando giungono dopo i Vosgi e le Alpi. Nibali è in maglia gialla da Sheffield, ma prima di Parigi non vuole limitarsi a difendere, a controllare. Vuole l’ultimo acuto. Vuole Hautacam, l’arrivo in salita dopo lo strappo del Tourmalet, il punto più in alto del Tour de France, la montagna più ripida.
Va via a 10 chilometri dal traguardo, Vincenzo. La pendenza oscilla tra il 7% e il 10%, ma lui sembra quasi in gita domenicale. La scena dell’arrivo è di quelle storiche, che resteranno negli occhi e nel cuore. E proprio il cuore si tocca il ragazzo che ha i denti di squalo disegnati sulla bici, prima di passare la linea bianca e di rifugiarsi in lacrime tra le braccia del suo direttore sportivo, quell’Alexandr Vinokurov manager dell’Astana che è subito dopo il primo a chiamarlo senza mezzi termini maitre du Tour. Il padrone del Tour de France.

Gli chiedono davanti ai microfoni se possono chiamarlo davvero così, e lui finalmente si rilassa, si scioglie in un sorriso. “Si, ora si può dire”. La strada per Parigi, le ore che mancano a domenica non scorreranno mai abbastanza in fretta.

venerdì 18 luglio 2014

Gino Bartali, "giusto tra gli italiani"

“Il bene si fa, ma non si dice”. Semplice, lapalissiano. Con queste parole da figlio del popolo Gino Bartali aveva spiegato perché non si era mai saputo nulla della sua attività a favore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. L’ultimo capitolo della sua leggenda umana e sportiva, consacrato da una medaglia d’oro al valor civile conferita postuma dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ma soprattutto dall’inserimento del suo nome tra i “Giusti tra le Nazioni” nello Yad Vashem, il memoriale ebraico che tramanda a futura memoria il nome appunto di chi mise in gioco la vita per salvare quella di altri quando tutto sembrava perduto.
“Chi salva una vita salva il mondo intero”, recita il Talmud. Di tutti i campioni dello sport italiano che hanno guadagnato un posto nella storia, Gino Bartali è stato il più grande. Perché la sua storia si è intrecciata a quella d’Italia (e del mondo) nei suoi momenti più drammatici. “Quegli occhi allegri da italiano in gita” cantati magistralmente da Paolo Conte sono forse la cosa più preziosa prodotta dalla nostra razza nel ventesimo secolo.
Fu il figlio Andrea a raccontare dopo la scomparsa del padre, avvenuta poco dopo il volger del nuovo millennio, che la sua più grande impresa non era stata quella di fare incazzare i francesi – sempre per dirla con Paolo Conte – una prima volta nel 1938, lo stesso anno in cui la Nazionale di Vittorio Pozzo espugnò Colombes diventando bicampeon del mondo di calcio, e poi una seconda nel 1948 quando contava ancora di più. Perché l’Italia uscita sconfitta e distrutta dalla guerra fascista era sull’orlo di una nuova guerra, questa volta civile.
Gli spari dell’anarchico Pallante a Palmiro Togliatti non produssero all’Italia un destino analogo a quello della Grecia per diversi motivi, dei quali non secondario fu l’annuncio del trionfo di Gino Bartali sugli Champs Elysées. Ginettaccio, come lo chiamavano i suoi tra Ponte a Ema dove era nato e Firenze rese l’ultimo servizio al suo paese impedendo che succedesse chissà cosa.
Era nato a pochi giorni dallo scoppio della Grande Guerra. La Seconda gli portò via gli anni migliori della carriera. Lui trovò il modo di impegnare quegli anni maledetti entrando nella leggenda non dello sport ma dell’umanità contribuendo a salvare circa 800 ebrei dalla Gestapo. Trasportava i documenti falsi che dovevano servire all’espatrio dei perseguitati grazie alla rete gestita dal Cardinale Dalla Costa e dal Rabbino Cassuto nei tubolari della bicicletta. Ai fascisti repubblichini diceva che si allenava in vista dei prossimi impegni sportivi. Alla Banda Carità, la squadraccia di torturatori che rivaleggiò con Via Tasso a Roma nelle atrocità nazifasciste dell’inverno 1943-44 a Firenze, dio solo sa cosa disse.
Era tutto sbagliato, tutto da rifare. Ginettaccio ce la fece, e vide il dopoguerra insieme agli israeliti che aveva salvato e agli italiani che lo applaudirono nel luglio 1948, in occasione della prima grande vittoria della nostra Repubblica nata dalla Resistenza. E che poi si chiesero per decenni chi fosse stato tra lui e Fausto Coppi a passare la borraccia all’altro durante il Tour del 1952. La storica foto che racchiude due campioni da leggenda in uno scatto immortale. La logica vuole che il vecchio Bartali aiutasse il giovane Coppi a vincere il suo Tour, alla faccia dei francesi che continuavano ad incazzarsi senza darsi pace. Quando si correva Oltralpe, non era Coppi contro Bartali, era Italia-Francia, e allora tutto torna.

Ma tutto sommato, che importanza ha? Gino Bartali era un fuoriclasse che trovava naturale passare la borraccia ad un altro fuoriclasse italiano in terra nemica. Così come aveva trovato naturale portare nei tubolari della bici dei documenti che potevano costargli una morte atroce. Perché il bene si fa, ma non si dice. Gino Bartali, orgoglio italiano, giusto tra le nazioni.

sabato 28 giugno 2014

La leggenda della Mens Sana Siena

Gli occhi di Siena sono quelli di Tomas Ress. Attoniti, persi nel vuoto lasciato dalla grande ultima impresa che è passata ad un millimetro, e se n’è appena andata via, solo sfiorata. Nel vuoto che si apre adesso davanti, al fischio finale di Luigi Lamonica. 
Sono le 23,30, Milano ha appena vinto il suo ventiseiesimo scudetto, al termine di gara 7, l’ultima, epica battaglia di una serie che rimarrà nella storia di questo sport. Alessandro Gentile scrive finalmente il suo nome sotto quello del padre Nando, 18 anni dopo. La folla, il popolo dell’Emporio Armani che ha agguantato lo scudetto dopo averlo quasi perso all’ultimo tuffo un paio di volte, si riversa sul parquet del Forum per stringersi ai suoi eroi dalle scarpette rosse.
Da una parte, ci sono gli altri eroi, quelli vestiti di biancoverde. Gli occhi di Ress sono gli occhi di tutti, sono gli occhi di una città. Siena non esiste più. Tra la Mens Sana ed il fallimento ormai non c’è più niente. Comunque fosse finita stasera, i legionari sapevano che questa era la loro ultima battaglia. Adesso, oltre al vuoto che si apre davanti – perché non c’è più una casa a cui tornare né stanotte né nei prossimi giorni per preparare la prossima battaglia – c’è il dolore della festa altrui, e la consapevolezza che per una frazione di secondo, per un giro di ferro del canestro in più, quella festa non è stata la loro.
Sarebbe stata apoteosi, l’ottavo titolo in otto anni, il nono in dieci. L’ultimo, ma vinto contro tutto e contro tutti, solo Crespi e i suoi dodici, tredici campioni, capaci comunque di mettere sotto la corrazzata Milano anche stasera e di far tremare la metropoli fino all'ultimo. A quattro minuti dalla fine Siena era sopra di sei punti. Bastava un’ultima spinta ad avversari presuntuosi che avevano dominato i primi due quarti credendo di aver già vinto. E poi si erano ritrovati sotto in un batter d’occhio. Il basket è più di altri uno sport dove la testa conta più di tutto il resto. Siena all’improvviso si era liberata delle sue paure e delle sue contratture, passandole agli avversari.
Bastava poco, ma è facile dirlo da seduti in poltrona. Agli ultimi minuti dell’ultimo quarto dell’ultima partita di una stagione lunghissima e durissima, anche quel poco è tanto. Gli schemi saltano, le squadre si affrontano come due pugili che schiantati dalla fatica cercano di darsi il colpo del KO, quasi alla cieca, con il sudore ed il debito di ossigeno che velano gli occhi, e la paura che attanaglia braccia e gambe. Le squadre, intese, come tali, non ci sono più, ci sono solo le giocate individuali, le ultime, disperate prodezze che possono fare quella differenza di un millimetro, di una frazione di secondo che sola ormai può assegnare questo scudetto che purtroppo non si può dividere in due.
Come in gara sei, a Matt Janning è capitata la palla decisiva per Siena e si è fermata sul ferro. Quella decisiva per Milano capita a Daniel Hackett, e come Jerrels due giorni prima lui non sbaglia. L’ultimo minuto non conta più, se non per misurare l’agonia di Siena. Alla sirena, per questi guerrieri in biancoverde non ci sarà nessuna consolazione, nessun premio al coraggio, né di Janning che si è preso la responsabilità di provare a vincere la madre di tutte le partite né degli altri che stavano per violare l’inviolabile Forum di Milano per la seconda volta.
Niente può consolare questi ragazzi, né i loro tifosi, se non il passare del tempo che rimargina ogni ferita. Siena lascia a Milano lo scudetto e va a seppellire la sua Mens Sana, ma anche se adesso non la consola sentirselo dire, è proprio in questa notte così amara che la città del Palio entra nella leggenda, come nessun’altra città in nessun altro sport ha mai fatto e difficilmente riuscirà a fare in un futuro immaginabile. Per dominare il basket come ha fatto lei per dieci anni ci vuole un’alchimia che per gli altri, dall’Armani vittorioso di stanotte a chiunque altro, è praticamente impossibile come la ricerca della Pietra Filosofale.

Diceva Rudyard Kipling, vittoria e sconfitta sono due impostori che bisogna imparare a trattare allo stesso modo. Ciò che conta è il “come”. Come si combatte, come si vince, come si perde. La favola bella di Siena sul tetto del basket è finita. La leggenda è appena cominciata.

domenica 22 giugno 2014

L'Ultima Legione

Ho visto giocare Bob Morse, Dino e Andrea Meneghin, Carlton Myers, Gianmarco Pozzecco, Pierluigi Marzorati, Nando e Alessandro Gentile, Mike D’Antoni, Antonello Riva. Mi mancava Thomas Rees, l’ultimo guerriero di una stirpe imperiale. L’imperatore non paga più il soldo da tempo, le casse imperiali sono vuote, lui raccoglie a coorte i superstiti per l’ultima battaglia, cade, sbatte la testa, sembra colpito a morte, si rialza e guida l’assalto finale.
Il Re è ancora vivo, nella sua armatura biancoverde. La fine si avvicina e sarà comunque una fine gloriosa. L’Ultima Legione è pronta a vendere cara la pelle, lassù in Gallia Citeriore. La grande storia che non ha avuto e non avrà mai eguali si stempera ormai nella leggenda, mentre si appressa alle battute finali. La squadra che porta il nome di uno sponsor che non esiste più, ma che difende l’onore di una città che porta sul proprio labaro le insegne di imprese che nessun altro potrà eguagliare, gioca l’ottava finale scudetto consecutiva, la nona in dieci anni.
A Siena è nata la mia famiglia, a Siena è nato il basket. Era destino che le nostre sorti fossero legate l’una all’altro. Ricordo gli anni in cui la Mens Sana si affacciava alla pallacanestro che conta, tra i Giganti del Basket. A Siena lo sponsor era Antonini, la squadra guidata dal talento oriundo di George Bucci fu in testa al campionato per qualche turno nel 1979, prima di venire risucchiata dai top team di allora, Synudine Bologna, Mobilgirgi Varese, Forst Cantù, Emerson Milano.
Mio padre se n’è andato nel 2001 senza immaginare che pochi anni dopo la grande rincorsa si sarebbe conclusa in gloria. Arrivò inaspettato quello scudetto del 2004, Bootsy Thornton guidò una squadra di outsider ad una sorprendente cavalcata conclusa con un secco 3-0 alla Fortitudo Bologna, una delle squadre che per tanto tempo avevamo guardato dal basso in alto. E ancora non era niente.
Nel 2007 toccò alla Virtus Bologna, ancora 3-0, ancora scudetto, con Simone Pianigiani, l’ex vice di Carlo Recalcati in panchina. Ma stavolta era l’inizio della serie più incredibile nella storia dello sport mondiale. Non ho voglia di andare a controllare se nello sport che conta a qualsiasi latitudine ed in qualsiasi disciplina esiste un’altra squadra capace di vincere lo scudetto per sette anni consecutivi. Non ho voglia, tanto so che non c’é.
Questo è e resterà l’orgoglio di Siena. Un orgoglio che potrà soltanto aumentare a dismisura se la serie salirà ad otto. O restare immutato se si fermerà ad una resa più che onorevole ad un avversario forte, sì, ma che ha soltanto potuto approfittare delle vicissitudini di uno squadrone leggendario che poteva essere sconfitto soltanto da vicende extrasportive.
Ho visto giocare Shawn Stonerook, il fuoriclasse che nessuno riusciva a marcare. Ho visto Daniel Hackett e David Moss, quando erano orgogliosi della maglia biancoverde che vestivano e di un settimo scudetto vinto contro tutto e contro tutti, su Roma che ha pianto anche quest’anno quando pensava di poter ridere finalmente delle disgrazie altrui. Ho visto arrivare Thomas Rees e sistemarsi in panchina insieme a tanti altri fuoriclasse. Per ritrovarsi alla fine comandante dell’Ultima Legione. Quella che manda Matt Jenning e Jeff Viggiano a fare scorrerie, e che prepara l’ultimo assalto. Quella che non contenta di aver scritto la storia adesso sta scrivendo la leggenda.
L’anno prossimo Siena non ci sarà più. Fallì la Fiorentina calcio nel 2002, fallisce la Mens Sana nel 2014. Adesso nessuno riconosce più Ferdinando Minucci, che era Dio ed è diventato un reietto ed un galeotto. Mentre Mussari si gode dio solo sa dove i proventi delle sue malversazioni alla guida di quel Monte dei Paschi che ha chiuso i cordoni della borsa. Gli uomini passano, Siena resta. Restano questi quindici ragazzi o poco più, che ormai giocano solo per la gloria.

Ho fatto il tifo per il basket da quando ero un ragazzino da minibasket, al vecchio Ponterosso a Firenze, altro pezzo di storia che non esiste più. Ho fatto il tifo per Siena da quando ho avuto l’uso di ragione per riconoscere il mio sangue. Mi restano due partite, forse tre. Poi la favola bella sarà finita, mi resterà solo una leggenda appena cominciata. Ho fatto e farò il tifo per la Mens Sana fino alla fine, e sarà una grande fine. La mia squadra è la più grande di tutti i tempi. E lo resterà.

domenica 1 giugno 2014

Trieste festeggia il Giro d'Italia e la Repubblica

TRIESTE – Poco prima dell’arrivo cadono le prime gocce di un acquazzone tropicale, ma non riescono a rovinare la festa del Giro d’Italia, né quella della città che ne ospita la  ventunesima ed ultima tappa di questa edizione 2014, la novantasettesima.
L'arrivo del Giro sulle Rive di Trieste
Sulle Rive di Trieste taglia il traguardo posto nella suggestiva cornice del tratto di lungomare antistante la storica Piazza dell’Unità d’Italia lo sloveno Luka Mezgec, che riesce a mettersi in vetrina proprio qui, a due passi da casa, precedendo Nizzolo, Farrar e Bonhami, gli ultimi attori di questa corsa che ieri sullo Zoncolan ha visto scrivere dall’australiano Rogers e dallo sfortunatissimo Bongiorno l’ultima pagina della sua storia, e che oggi offre questa passerella di lusso alla gente di Trieste e ai turisti appositamente venuti qui.
E’ festa colombiana, perché il paese sudamericano festeggia per la prima volta nella sua storia sportiva il primo ed il secondo posto al Giro, con Nario Quintana che ha agguantato la maglia rosa sul Grappa strappandola al connazionale Rigoberto Uran e non l’ha mollata più. Ma è anche festa italiana, e non solo perché Fabio Aru – il ragazzo a cui tante bandiere con le quattro teste di moro giunte fin qui dalla Sardegna inneggiano sul lungomare di Trieste – conclude splendido terzo. Ma anche e soprattutto perché in questa conclusione della corsa ciclistica più amata dagli italiani si sommano tante e tali ricorrenze da estendere il significato di questa giornata ben al di là dell’evento sportivo, seppur importante.
Il lungomare imbandierato
W Trieste italiana, recitava uno striscione ieri sullo Zoncolan. Non è un caso che un’organizzazione attenta al momento storico e a certe simbologie abbia volutamente rinunciato al tradizionale arrivo a Milano, sede storica della “rosea”, colei che ha dato vita a questa corsa e da quasi un secolo la organizza e ne canta le gesta, la Gazzetta dello Sport. Quest’anno il Giro, partito da Belfast, finisce nel capoluogo della Venezia Giulia, in quella città che fu l’ultima importante a riunirsi all’Italia quasi cento anni fa e che il 26 ottobre 1954 ritornava sempre all’Italia a conclusione dell’occupazione alleata conseguente alla seconda Guerra Mondiale.
Umorismo triestino al Molo Audace
A ricordo dell’entrata in città dell’VIII battaglione dei Bersaglieri quella mattina di sessant’anni fa, l’ultima tappa del Giro è stata preceduta da una parata degli stessi Bersaglieri. Il Giro del resto finisce a poche ore dalla Festa della Repubblica, quel 2 giugno a cui nei tempi attuali di crisi si fatica ad attribuire valore, e che proprio qui, su queste Rive dove il 3 novembre 1918 ancora i Bersaglieri sbarcarono con la bandiera italiana in pugno dall’incrociatore Audace concludendo insieme il Risorgimento e la Prima Guerra Mondiale, è giusto che sia celebrato con tutta l’enfasi di cui sono capaci da sempre le nostre Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica più famosa del mondo che ha sede proprio qui, nella vicina base militare di Rivolto in provincia di Udine, e che da oltre cinquant’anni porta in giro assieme alla sua scia tricolore il sentimento positivo di una comunità italiana più volte risorta e ricostituita dalle sue storiche crisi.
Lo spettacolo delle Frecce
L’ultima tappa è partita in mattinata da Gemona del Friuli, la città che tra il 6 maggio ed il 15 settembre del 1976 non esisteva più, devastata dal terremoto che per poco non mise in ginocchio questa regione. Non esisteva la Protezione Civile, i friulani dissero “facciamo da soli”. Fatto sta che oggi Gemona appare come se non avesse mai trascorso quei momenti tremendi. Il Giro attraversa tutte le zone del terremoto, dopodiché si reca a rendere omaggio a quelle della guerra mondiale, scorrendo sotto la base del Carso fino al sacrario di Redipuglia. E’ quindi il momento di entrare a Trieste, per la splendida via della Costiera che scende fino a Barcola. L’ultima tappa è una cavalcata di 167 chilometri, gli ultimi cinquanta sono costituiti dagli otto giri nel circuito cittadino, che tocca tutte le strade e le piazze conosciute in tutto il mondo dai tempi di Maria Teresa e di James Joyce.
Oggi sarebbe anche il centesimo compleanno di Giordano Cottur, una leggenda del ciclismo triestino e italiano. La sua carriera prese il via proprio da un altro ben più drammatico arrivo a Trieste, nel 1946. La seconda guerra mondiale era terminata da poco e da queste parti aveva lasciato lo strascico sanguinoso dell’occupazione militare jugoslava, la cosiddetta zona B che si estendeva quasi fino alle porte di Trieste. La carovana del Giro fu accolta dalle sassate di alcuni contestatori filo-comunisti e filo-titini, che cercavano il gesto eclatante fermando la corsa rosa. L’organizzazione tenne duro insieme ad un gruppo di ciclisti coraggiosi, tra i quali Cottur a cui fu lasciato l’onore della vittoria in volata nel capoluogo giuliano. Anche alla memoria di quest’uomo era dedicata questa giornata, a cui in fondo lui ha mancato di assistere per pochi anni, essendosene andato all’età di 92 nel 2006.
Tante ricorrenze, tante suggestioni. Da queste parti, come del resto un po’ dovunque, qualcuno si chiede se questa Repubblica non sia stata un po’ “matrigna” – diciamo così – andando magari a spulciare il trattato di Parigi del 1947 e il memorandum di Londra del 1954 per trovarvi dei vizi di forma che rendano nulla la riannessione all’Italia. A queste suggestioni al contrario non poteva esserci miglior risposta di una giornata come questa. Quando all’ultimo passaggio delle Frecce Tricolori lo speaker di una radio privata (una di quelle che di solito trasmettono musica spensierata e poco altro) ha urlato “sono orgoglioso di essere italiano”, l’applauso che è partito è stato scrosciante, e crediamo non si limitasse soltanto a sottolineare la performance di nove splendidi acrobati dell’aria o dei cento e passa campioni della bicicletta che sono passati di lì a poco per il primo dei loro otto giri.

Una splendida conclusione per una splendida corsa. Uno splendido viatico per il 2 giugno. All’anno prossimo, con la speranza di festeggiare un altro anno di questa Repubblica un po’ più fausto di questi ultimi, che comunque ci hanno portati tutti qui, sulle Rive di Trieste, a celebrare sentimenti che non perdono di valore.

giovedì 21 marzo 2013

Il nostro figlio del vento

Era il nostro Figlio del Vento. Il penultimo bianco capace di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella corsa veloce, recordman del mondo dei 200 metri per 17 anni e tutt’ora recordman europeo imbattuto. Pietro Mennea era nato a Barletta il 28 giugno 1952, e si è spento stamani in una clinica di Roma, dove aveva combattuto la vana battaglia finale contro un male di quelli che non perdonano. Nel mezzo a queste date, una vita di quelle da leggenda.

La prima medaglia assoluta agli Europei del 1971, con la staffetta italiana 4x100, la prima medaglia olimpica a Monaco nel 1972, un bronzo alle spalle del suo idolo e maestro, il sovietico Valery Borzov. Due anni dopo a Roma, toccò a Pietro il gradino più alto, oro finalmente nei 200 metri, la distanza a lui più congeniale, quella in cui poteva dispiegare tutta la sua potenza e velocità progressiva, mentre nei 100 fu ancora secondo dietro al “mostro” Borzov.
A Città del Messico con Primo Nebiolo e Gianni Minà
Pietro era la speranza bianca, il campione predestinato, l’atleta destinato a ridare orgoglio all’Italia dopo gli anni opachi seguiti alla fine della carriera di Livio Berruti, il campione di Roma 1960. Ma il ragazzo venuto dal sud, pur avendo fatto tanta strada, ne doveva fare ancora altrettanta prima di raggiungere le terre del Mito. A Roma 1974 seguirono anni di crisi, psicologica prima ancora che tecnica. Pietro aveva medaglie e record nelle gambe, ma stentava a sentirli nella testa e nel cuore. Alle Olimpiadi di Montreal nel 1976 chiuse senza vittorie, l’oro andò al giamaicano Don Quarrie e lui fu quarto nei 200 e nella staffetta 4x100.
La sua rinascita avvenne a Praga nel 1978, ai campionati Europei. Pietro aveva raggiunto una maturità e uno stato di forma tali da far suoi oltre ai 200 metri che gli appartenevano da sempre anche i 100, distanza in cui fino ad allora non era riuscito a dispiegare il suo ritmo di gara migliore, data la brevità. Fu a Praga che maturò l’idea del record del mondo. Lo studente di Scienze Politiche Pietro Mennea aveva diritto a partecipare alle Universiadi che l’anno successivo si sarebbero tenute a Città del Messico, città la cui altezza sul livello del mare favoriva i record sportivi da sempre. Lì nel 1968 alle Olimpiadi Tommie Smith aveva stabilito il precedente primato, 19’83’’ e aveva sollevato sul podio il pugno sinistro guantato di nero, facendo conoscere al mondo il Black Power.
Toccò a Pietro succedergli, con quel tempo di 19’72’’ che resistette come record mondiale fino al 1996, quando fu superato da Michael Johnson ai trials per le Olimpiadi di Atlanta. A livello europeo nessuno ancora è mai riuscito a batterlo, ed è un record che ormai Pietro si è portato con sé, chiudendo gli occhi per l’ultima volta stamattina.
L'arrivo dei 200 a Mosca
Dopo il record, era il favorito d’obbligo per le Olimpiadi che si tenevano a Mosca l’anno successivo, quelle del boicottaggio degli americani a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. A contendergli la medaglia d’oro, oltre al campione uscente Don Quarrie c’era lo scozzese volante Alan Wells, che gli aveva già dato un dispiacere sulla distanza dei 100 metri. Anche nella finale dei 200 Wells sembrò dapprima involarsi verso un clamoroso bis, ma Pietro aveva il tempo per rimontare e lo fece con una progressione che abbiamo ancora tutti negli occhi, bruciando il britannico al foto-finish. Nella 4x400 poi dette poi il suo contributo fondamentale alla medaglia di bronzo italiana.
L’anno dopo annunciò il suo ritiro, forse consapevole di aver dato e raggiunto il massimo. Ma il richiamo della pista era forte, e Pietro tornò due volte, in occasione delle olimpiadi di Los Angeles 1984 (dove cedette il testimone ad un altro Figlio del Vento, Carl Lewis) e di quelle di Seoul 1988, dove fu portabandiera azzurro. In totale cinque partecipazioni olimpiche, altro record eguagliato da pochi al mondo.
Pietro Mennea aveva quattro lauree, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lettere e Scienze Motorie. Era avvocato, docente universitario, cofondatore assieme alla moglie della Fondazione Onlus intitolata a suo nome che intendeva diffondere i valori dello sport e contribuire alla lotta al doping. La città di Londra, nell’ambito delle iniziative connesse alle Olimpiadi del 2012, gli aveva addirittura dedicato la stazione della metropolitana di High Street Kensington.
Come ha detto Livio Berruti, Pietro «era un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza». Tutte qualità che gli italiani, non solo nello sport, non possiedono più.
Adesso è lassù, con Jesse Owens e tanti altri, a raccontarsi i loro giorni di gloria per l’eternità.