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giovedì 29 dicembre 2016

Addio alla regina madre



«Voglio solo stare con Carrie.....». I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli. Il cuore di Debbie Reynolds non ha retto che un giorno, dopo che quello della figlia aveva ceduto. Queste sono state le sue ultime parole, prima di spegnersi mentre la ricoveravano nello stesso ospedale in cui stava organizzando il funerale di sua figlia.

Di Carrie Fisher abbiamo detto e sappiamo tutto. Di sua mamma Debbie ci sarebbe altrettanto da dire. Chi ha un'età se la ricorda in Cantando sotto la pioggia o nella Conquista del West, kolossal cinematografici della sua epoca come Guerre Stellari lo sarebbe stato di quella della figlia.
Se ne vanno insieme, dunque, e alla nostra, di epoche, resta sempre più un senso di vuoto.
Restano gli effetti speciali, e basta. La magia è finita.
 
Debbie Reynolds (1/4/1932 - 28/12/2016)



Debbie Reynolds in "La conquista del West - A home in the meadow"

martedì 6 settembre 2016

Tarzan delle Scimmie

La copertina della prima edizione
 americana di Tarzan nel 1914
Ho appreso questa strana storia da un tale che non aveva alcuna ragione di raccontarla, né a me né ad altri. Il principio mi fu narrato in grazia di certe vecchie bottiglie di vino che ebbero il potere di sciogliere lo scilinguagnolo di quel tale; e quanto al seguito, debbo esserne grato alla mia incredulità.
Cominciava così una delle tante storie a puntate pubblicata a partire dall’ottobre 1912 su Argosy All-Story Weekly, la celebre rivista di New York che aveva importato in Nordamerica il feuilleton alla francese, o romanzo d’appendice. Nel trasferimento, la qualità letteraria si era un po’ persa, passando da Honoré de Balzac, Victor Hugo, Eugene Sue, Alexandre Dumas, ai tanti che pubblicavano sulla rivista americana materiale così scadente da essere ben presto derubricato in un nuovo genere, la pulp fiction.
Robaccia, spesso e volentieri, tanto da far dire a uno dei tanti lettori, destinato in seguito a diventare il più famoso degli autori della stessa Argosy, che: “se c’era gente che veniva pagata per scrivere la spazzatura che si leggeva su alcune riviste, io sarei stato capace di scrivere storie non da meno. Come dato di fatto, sebbene non avessi mai scritto un storia, sapevo con certezza che avrei saputo scriverne di altrettanto avvincenti e forse anche di più di quelle che mi capitava di leggere su certe riviste”.
A questa presa di coscienza tardiva si deve Tarzan delle Scimmie, il romanzo d’appendice più celebre della storia della letteratura del Novecento, ed il successo mediatico più clamoroso riscosso da un personaggio della letteratura avventurosa con implicazioni filosofico-scientifiche e capace di essere traghettato con eguale successo in ambito fumettistico e cinematografico, le nuove arti del ventesimo secolo.
La prima edizione italiana
Quel lettore di pulp che a quasi quarant’anni aveva realizzato di poter trovare finalmente la sua strada con quell’incipit all’apparenza uguale a quello di tante altre storie di successo ma destinato a condurre altri lettori dentro la storia più originale e affascinante tra quelle mai ambientate nella madre di tutte le terre ignote dell’epoca, la Jungla, si chiamava Edgar Rice Burroughs.
Era nato a Chicago il 1° settembre 1875, ultima progenie di due famiglie, i Rice ed i Burroughs, che vantavano un’ascendenza risalente addirittura alla colonizzazione originaria del Nordamerica da parte dei Padri Pellegrini. Famiglie che avevano preso parte a tutti gli eventi più importanti della storia del loro paese, dalla Rivoluzione contro l’Inghilterra alla Guerra Civile per l’abolizione della schiavitù. Suo padre era un veterano nordista, il maggiore George Tyler Burroughs. Il figlio sognava di ripercorrerne le orme.
Edgar frequentò una serie di collegi che avrebbero dovuto indirizzarlo verso West Point, l’accademia militare degli Stati Uniti. Avendo fallito la qualificazione, si rassegnò comunque ad arruolarsi come soldato semplice nel reparto più prestigioso che l’esercito statunitense potesse vantare all’epoca: il Settimo Cavalleria.
Un anno dopo la sua nascita, la milizia nata all’indomani della Guerra Civile per fronteggiare il problema principale della neonata Unione dopo quello della secessione del Sud, la questione indiana, era stata annientata a Little Big Horn il 22 giugno 1876 dai Cheyenne di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Non si era salvato nessuno, nemmeno il leggendario comandante George Armstrong Custer. Da quella sconfitta paradossalmente il mito del Settimo Cavalleria era però uscito rafforzato, e molti giovani americani sognavano di marciare al ritmo del Garry Owen, l’inno di battaglia di Custer.
Burroughs sembrò aver coronato un sogno, per poi vederselo strappare via da una visita medica che accertò una insufficienza cardiaca e lo costrinse nel 1897 a tornare in abiti civili. A 24 anni, i sogni di Edgar Rice Burroughs sembravano finiti.
Edgar Rice Burroughs
Il ragazzo tuttavia non si perse d’animo, e tentò la fortuna in numerosi mestieri: poliziotto ferroviario, minatore, cercatore d'oro, negoziante in un drug-store, venditore ambulante di dolciumi, cow-boy, contabile e venditore di temperini. Tutte strade apparentemente senza sfondo, tanto che all’altezza del 1911 le cronache vogliono che fosse sull’orlo del suicidio. La sensazione di insoddisfazione e di fallimento sembravano giunte al culmine, quando proprio per ingannare il tempo libero a disposizione tra un lavoro poco appagante e l‘altro aveva scoperto Argosy e la letteratura pulp.
I sogni di Edgar Rice Burroughs ripresero vita di colpo, attraverso i fiumi di inchiostro che presero a scorrere una volta che decise di aprire i cancelli alla propria fantasia. Dapprima fu la volta della Principessa di Marte, primo volume di una serie ambientata nientemeno che sul Pianeta Rosso. Protagonista (autobiografico in senso lato) il capitano delle Giacche Blu John Carter che, inseguito dagli indiani nel deserto dell’Arizona, si ritrova in una notte di luna piena teletrasportato su Marte e da lì prende il via la sua avvincente saga fantascientifica. Una storia originale, che avrebbe avuto un discreto successo. Mai quanto la successiva, però.
Terminato il primo capitolo sotto le Lune di Marte, Burroughs prese a dare forma all’altra sua idea. E questa fece centro pieno.
Dai tempi di Jean Jacques Rousseau, filosofi e scrittori si erano cimentati ad immaginare le possibilità di sopravvivenza e reinserimento nel consorzio civile di un buon selvaggio che, abbandonato originariamente nella foresta in mezzo alle belve più o meno feroci, dopo aver trascorso un congruo lasso di tempo assolutamente ignaro del linguaggio umano e dei rudimenti del vivere civile, veniva trovato da esploratori e riportato alla civiltà, dimostrando di potervisi riadattare perfettamente grazie ai pazienti insegnamenti dei suoi mentori.
Il Libro della Jungla di Walt Disney
Successivamente al romanticismo di Rousseau, il positivismo di Charles Darwin aveva dato maggiore sostanza scientifica (o ritenuta tale) a queste convinzioni. La razza bianca aveva nei suoi geni il progresso, ed un suo esponente era sempre a tempo a riallinearsi a tale progresso in qualsiasi momento, per il solo fatto di esserne appunto esponente. Il più grande scrittore inglese dell’epoca, Rudyard Kipling, era un sostenitore di questa filosofia, e colui che sembrò darle la migliore veste letteraria nel suo capolavoro che gli valse anche il Premio Nobel, il Libro della Giungla.
Il trovatello Mowgli, allevato dalla pantera Bagheera e dall’orso Baloo, è un cucciolo di razza bianca disperso nella Jungla. Dopo mille peripezie, e soprattutto dopo essere sfuggito alla mortale nemica la tigre Shere-Khan (che vede in lui giustamente il prototipo del cacciatore bianco che un giorno tornerà per dare la caccia a lei stessa ed ucciderla), il cucciolo d’uomo torna nel suo branco, la razza umana, apparentemente senza sforzo, non appena gli giunge il richiamo del sangue e della sua ascendenza (nella splendida riduzione cinematografica di Walt Disney, sotto le sembianze di una graziosa femmina della sua specie).
Sembrava che, artisticamente parlando, più di così non si potesse produrre. E invece toccò allo stesso Kipling scrivere, una decina d’anni dopo, che il genio dei geni era uno che aveva scritto una serie intitolata Tarzan delle Scimmie.
Il Tarzan di Russ Manning
Il discendente dei Patrioti del New England che avevano dato il via alla Rivoluzione Americana del 1776, come molti americani non aveva dimenticato la propria ascendenza inglese e la rispettava e venerava come nient’altro. Il protagonista dei romanzi di Burroughs pertanto non solo è un cucciolo d’uomo bianco anch’egli, ma della specie più pregiata che si ritenesse esistere all’epoca: l’aristocrazia britannica.
John Clayton jr. è il figlio di un Lord che si reca in Africa nera per conto del Colonial Office. I suoi genitori cadono vittime dei pirati prima e delle belve feroci poi. Il piccolo rampollo viene allevato da una scimmia antropomorfa che ha appena perso il suo, di cuccioli, e che pertanto è ben felice di sostituirlo nutrendo il piccolo Lord con il suo latte ed i suoi insegnamenti ferini.
Per la scimmia Kala ed il suo branco, John Clayton jr. diventa – nel linguaggio immaginario delle Grandi Scimmie – Tar-Zan, Pelle Bianca.
"Io Tarzan, tu Jane...." Johnny Weissmuller e Maureen O'Hara
E’ l’inizio di una storia che ormai tutti conoscono, per averla letta nei libri di Burroughs, nelle riduzioni a fumetti di Burne Hogarth, Joe Kubert e Russ Manning, per averla vista al cinema nelle decine di riduzioni cinematografiche, a cominciare da quella che consacrò il primo ed il più grande dei suoi interpreti, Johnny Weissmuller, plurimedaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, e dal 1932 semplicemente Tarzan l’Uomo Scimmia. Per ritrovare un caso di immedesimazione di un attore con il suo più celebre personaggio, bisognerà aspettare Sean Connery ed il suo Agente 007 James Bond.
Nel libro originario, Tarzan viene ritrovato da una spedizione di esploratori europei che lo identifica come il figlio di Lord Clayton e legittimo erede del suo titolo e del suo seggio alla Camera dei Pari. Secondo gli insegnamenti di Rousseau, di Darwin e sul solco letterario già tracciato da Kipling, il ragazzo selvaggio si rivela perfettamente all’altezza di recuperare vent’anni in uno, e di ripresentarsi in pochi mesi alla sua famiglia in grado di sedere a tavola e conversare secondo le più raffinate regole dell’etichetta.
Christopher Lambert in "Greystoke La leggenda di Tarzan"
Il primo libro del 1912 si chiude con un finale a sorpresa, improntato al più ortodosso romanticismo ottocentesco che permeava ancora a quell’epoca il feuilleton. Consapevole che reclamare il proprio titolo nuocerebbe alla donna di cui si è innamorato, la fatidica Jane Porter, nel frattempo fidanzata al cugino destinatario di quello stesso titolo nel periodo in cui la sua esistenza era ignorata (ma segretamente innamorata a sua volta di lui), Tarzan compie il beau geste di rinunciare, e tornarsene nella Jungla che a quel punto sente come l’unica sua casa.
L’ultima frase del libro è quella rivolta da Tarzan proprio al cugino Cecil Clayton, che – ignaro della sua identità – gli rivolge la domanda circa le proprie origini.
“Se la domanda è lecita, come mai siete andato a cascare in quella Jungla maledetta?”
“Ci sono nato – rispose Tarzan con voce molto calma. – Mia madre era una grande scimmia, e quindi non poteva spiegarmi tante cose. Chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo”.
La saga di Tarzan avrebbe visto aggiungersi altri 27 libri a quel primo, durante i quali non solo il Signore della Jungla avrebbe avuto modo di reclamare e vedersi riconoscere il proprio titolo legittimo di Lord nonché ottenere la mano dell’amata Jane. Ma avrebbe fatto del suo ideatore uno degli autori più famosi e più ricchi della storia.
Quando morì, il 19 marzo 1950 a causa di un attacco di cuore (l’organo che bene o male aveva segnato il suo destino, dirottandolo dal Settimo Cavalleria alla penna più di 50 anni prima), le sue ceneri furono sparse sul suolo di una città che portava nientemeno che il nome della sua creatura più famosa, Tarzana, California, U.S.

Aveva fatto in tempo a trovarsi a Pearl Harbor il giorno dell’attacco giapponese, il 7 dicembre 1941. E come i suoi John Carter e John Clayton in arte Tarzan, non aveva esitato un istante ad arruolarsi – alla veneranda età di sessantasei anni – come corrispondente di guerra.

sabato 18 giugno 2016

In memoria di Corso

«Non c'è mai differenza tra l'amore che si legge in un fotogramma e quello che si sente nel cuore. Non credo che ci sia molta differenza tra quello che filmo e quello che vivo». Era vero. Aveva davvero un gran cuore Corso Salani, anche se fu proprio il cuore a tradirlo, lasciandolo a terra quella sera di metà giugno di sei anni fa sul lungomare di Ostia.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di avere avuto Corso Salani come amico fin dagli anni della adolescenza. Corso era un po' come Firenze, la città dov'era nato nel 1961 (oggi avrebbe avuto 55 anni). Un mix originalissimo di talento artistico e di umanità capace di rinnovarsi ogni giorno e di mostrare sempre nuovi aspetti di sé nei momenti più impensati anche a chi ci aveva fatta l'abitudine per la lunga consuetudine.
Corso Salani poteva essere estroverso e timido nello stesso tempo, con un universo di cose da esprimere dentro di sé e la capacità di esprimerle in mille modi diversi, e tuttavia mai soddisfatto di quelli più comuni, tradizionali, sempre alla ricerca di forme espressive sue, particolari, che prendevano di sorpresa anche chi le aveva viste nascere fin dai primi scherzi tra amici.
Di quegli amici di vecchia data, nessuno si era sorpreso quando Corso aveva comunicato la sua intenzione di intraprendere la carriera artistica nella Decima Arte, il Cinema. Quello era il suo mondo e il suo destino, lo sapevamo tutti. Neppure sorprese la sua scelta di dedicarsi al cinema indipendente, dopo alcune prove d'attore non indifferenti come quel Rocco Ferrante che costituisce lo splendido alter ego del giornalista Andrea Purgatori nel Muro di Gomma di Marco Risi, 1991. Alzi la mano chi non si è commosso dal profondo del cuore quando nelle scene finali Corso-Rocco-Andrea detta il suo pezzo dal telefono fuori del tribunale dove il muro di gomma è stato per la prima volta sfondato.
Il cinema che interessava a Corso, che era nelle sue corde, era tuttavia un altro. Era il cinema indipendente, estremamente personalizzato, intravisto già nella sua opera prima Voci d'Europa, del 1989. Era quella commistione tra documentario e fiction, tra osservazione della realtà e sua rappresentazione poetica che avrebbe pervaso la sua opera fino ai suoi ultimi giorni, trovando la consacrazione nei Confini d'Europa, quei corto-mediometraggi in cui aveva riversato la sua celebrazione delle land's end del nostro continente come luoghi limite dello stesso spirito umano, di incontro delle diverse incomunicabilità e del proprio sentirsi comunque fuori posto, spaesati.
Come sembrava lui, a volte, quando lo incontravi al bar dove ci ritrovavamo da ragazzi, di fronte a scuola. Per poi sembrarti un attimo dopo perfettamente a suo agio, nel cuore di una città che come lui non c’è più.

Muore giovane chi è grato agli dei.


mercoledì 1 giugno 2016

Una candela nel vento



Il 1° giugno 1926 alle 9,30 del mattino al Los Angeles County Hospital una giovane donna di 24 anni a nome Gladys Pearl Monroe mise al mondo una bambina a cui impose il nome di Norma Jeane. Una storia come tante altre alle spalle, un destino come tanti altri davanti, o così almeno sembrava.
Gladys era assistente di studio presso la Consolidated Film Industries, una delle tante fabbriche dei sogni che stavano facendo di Hollywood e di Los Angeles la capitale mondiale del cinema. Lei era una delle tante ragazze che erano state attratte verso la Mecca del Cinema dalla propria cinefilia e dalla propria ingenuità, per ritrovarsi poi ai margini del grande sogno. Disilluse, ed abusate dalla propria vita prima ancora che dai colleghi di lavoro.
Nessuno ha mai saputo con certezza chi fosse il padre della piccola Norma Jeane. Se quel John Newton Baker con cui era stata sposata giovanissima e da cui aveva già avuto due figli, Robert Jasper e Berenice Inez Gladys jr., o quell’Edward Mortenson, immigrato norvegese di professione fornaio con cui era convolata a seconde nozze. Nozze peraltro già naufragate al momento in cui Gladys Pearl era rimasta incinta di Norma Jeane.
Più probabile che il padre naturale fosse un tal Charles Stanley Gifford, addetto alle vendite della Consolidated Film Industries, con cui Gladys aveva avuto una relazione, peraltro bruscamente interrotta dall’annuncio della gravidanza.
Gladys Pearl aveva avuto due mariti, ma nessuno che le fosse stato accanto al momento di partorire la piccola Norma Jeane. Era anzi riuscita a permettersi il ricovero in clinica soltanto grazie ad una colletta tra colleghi.  Un altro lato oscuro del sogno americano, già a quei tempi. La donna peraltro aveva fama di essere mentalmente instabile, incapace di mantenere relazioni e di occuparsi dei figli.
Norma Jeane fu registrata come Mortenson all’anagrafe di Los Angeles, il 5 giugno 1926. Fu battezzata come Baker pochi mesi dopo la nascita.  La madre non sapeva attribuirle un padre con certezza, anche se cercava di darle comunque uno status di legittimità.
L’unica cosa certa era il nome di battesimo: Norma in onore in onore di Norma Talmadge, Jeane in onore di Jean Harlow (la e finale fu un’aggiunta dell’impiegato dell’anagrafe, uno dei consueti errori di registrazione). La sua mamma non aveva idea di come vivere la propria vita senza passare da un errore all’altro, ma da cinefila i film di successo li aveva visti tutti.
Al pari dello stato civile, Gladys non fu in grado di assicurare alla piccola Norma Jeane un’infanzia felice, o perlomeno normale. Dichiarata ben presto sofferente di schizofrenia paranoide e pertanto incapace di intendere e di volere, costrinse di fatto la figlia a soggiornare presso varie famiglie affidatarie e tutori legali, alternati con lunghi periodi in orfanotrofio. Scarsa affettività e addirittura maltrattamenti furono un minimo comune denominatore di quei soggiorni. Le prime molestie sessuali Norma Jeane le subì all’età di nove anni. Il primo stipendio (cinque centesimi di dollaro al mese come vivandiera) se lo guadagnò in orfanotrofio all’età di dodici anni.
Il primo marito l’ebbe a sedici anni. James Dougherty era figlio di un vicino della sua tutrice Grace McKee, archivista di pellicole alla Columbia Pictures e quanto di più vicino ad una migliore amica che avesse avuto sua madre. Fu un matrimonio di convenienza, che evitò a Norma Jeane il ritorno in orfanotrofio.
Il marito uscì ben presto dall’orizzonte della sua vita, così come erano usciti padri e madre. Nell’America in guerra, Norma Jeane si ritrovò a fare l’operaia in una fabbrica che produceva paracadute. Lì fu notata da un fotografo della rivista Yank recatosi al suo stabilimento per fotografare ragazze che tenessero su il morale delle truppe al fronte. Quel fotografo cambiò il suo destino, e senza saperlo avviò una delle più straordinarie carriere cinematografiche di tutti i tempi.
Da essere eletta Miss Lanciafiamme 1945 a essere dopo appena un anno già una delle promesse di Hollywood il passo fu brevissimo. Chiamata alla 20th Century Fox per un provino, fece un’ottima impressione al regista Ben Lyon, che la paragonò nei commenti a quella mitica Jean Harlow in onore di cui era stata battezzata. Lo stesso Lyon le suggerì tuttavia di trovarsi un nome d’arte.
Mater semper certa. L’unico punto fermo della sua vita nel bene e nel male era stata lei, la povera Gladys che l’aveva messa al mondo. Il suo cognome era deciso, per il nome serviva qualcosa che producesse insieme una piacevole e, perché no, sensuale assonanza. Marilyn Miller era stata un’altra icona del cinema americano dei primordi. Un archetipo a cui rifarsi, per la giovane Norma Jeane. Il dado più leggendario della storia del cinema era tratto. Il mondo l’avrebbe conosciuta come Marilyn Monroe.
La storia successiva è una delle più note, anche a distanza di cinquant’anni dalla scomparsa di questa donna-bambina capace di una presenza scenica e di un carisma che nessuna diva del cinema ha più saputo eguagliare. Questa donna incompresa che non riuscì mai a liberarsi del tutto di traumi ed insicurezze accumulati nei primi soffertissimi anni di vita, e che non fu mai fortunata nella scelta degli uomini che accompagnarono la sua vita adulta, dal critico letterario Robert Slazer, all’esuberante e ottusa icona del baseball statunitense Joe DiMaggio all’ingombrante drammaturgo newyorchese di origine ebraica Arthur Miller, che scrisse per lei il copione del suo ultimo film, Gli Spostati, ma che non seppe mai renderla felice o farla sentire veramente amata. Tra i relitti di quest’ultimo matrimonio, due soffertissime gravidanze interrotte da altrettanti aborti.
Da quella foto nuda che Tom Kelley le scattò  il 27 maggio 1949 per il calendario Miss Golden Dreams (e che era destinata ad inaugurare nientemeno che il primo numero storico della rivista Playboy di Hugh Hefner) a quella telefonata che nelle prime ore della notte del 5 agosto 1962 una disperata Eunice Murray, governante dell’attrice, fece al suo psichiatra Ralph Greenson per avvertirlo che non riusciva ad entrare nella sua camera da letto, la vita di Marilyn Monroe è una delle biografie più conosciute di sempre da tutte le generazioni ed a tutte le latitudini.
Marilyn, che soffriva di crisi depressive, fu dichiarata morta per probabile suicidio. Quando la porta della sua camera fu forzata, lei era a letto, nuda come nella foto che aveva avviato la sua carriera, ma senza vita e con ancora la cornetta del telefono in mano. Poche ore prima aveva dichiarato allo stesso Greenson di non essere mai stata meglio e di essere di ottimo umore.
Sulla sua morte circolano da quella notte tante storie e leggende. Almeno quante ne sono circolate sulla morte di colui che fu accreditato di essere il suo più celebre amante, John Fitzgerald Kennedy, trentacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, che le sopravvisse di soli quindici mesi.
Norma Jeane Baker, in arte Marilyn Monroe, avrebbe voluto che le sue ceneri fossero disperse in mare. Ma la vita che le aveva concesso tutto sulla ribalta dello star system hollywoodiano non era destinata ad esaudirla mai sul piano dei sentimenti più profondi. Riposa al Westwood Village Memorial Park Cemetery, l’ultima location scelta per lei dall’ex marito Joe DiMaggio, uno dei tanti che diceva di averla amata perdutamente, e che in realtà di lei non aveva mai capito niente.


mercoledì 13 agosto 2014

Il Grande Sonno

Si chiamava Betty Jane Perske. Suo padre era polacco, sua madre rumena, entrambi di religione ebraica, lei era nata nel 1924 e poco dopo avevano trovato scampo negli Stati Uniti. A Ellis Island, gli agenti dell’immigrazione trovarono più semplice registrarla con il cognome della madre, Weinstein Bacall (letteralmente “bicchiere di vino”).  Laureen fu un nome d’arte, il resto lo fece il destino: Leslie Howard, Bette Davis, l’Accademia di Arti Drammatiche, Broadway, e alla fine Howard Hawks.
Il grande regista cercava una giovane attrice da affiancare al mito, Humphrey Bogart, nel film Acque del sud, uno di quei war movie con cui Boogey dava il suo contributo alla causa. Dopo Casablanca, il capolavoro immortale con cui aveva convinto anche il più scettico e isolazionista degli americani da che parte stare, aveva continuato a fare la sua parte. Ci voleva una compagna alla sua altezza per mandarlo nelle acque della Martinica francese a combattere i collaborazionisti di Vichy.
Difficile trovare qualcuna che riuscisse a far dimenticare Ingrid Bergman, la leggendaria compagna di Roberto Rossellini, la moglie di Viktor Laszlo, colei per la quale Sam avrebbe continuato a suonare As time goes by all’infinito.
Eppure c’era. Laureen era bella, brava e capace di fulminargli il cuore. Laureen aveva 19 anni, Boogey 25 più di lei. La sposò e rimase l’unico grande amore della sua vita, anche se dal 1957 la lasciò vedova perché le tante sigarette fumate dentro e fuori il set reclamarono alla fine il tributo anche al più grande di Hollywood.
Sono passati quasi sessant’anni, la vita è andata avanti per Laureen fino alla notte scorsa. La vita va sempre avanti e offre tante vie d’uscita che in realtà non portano da nessuna parte. Se hai amato Humphrey Bogart, non puoi far altro che aspettare come meglio ti riesce il giorno in cui lo riabbraccerai di nuovo. Finché la notte del 13 agosto 2014 finalmente il destino ti accontenta.
Da stanotte Laureen è di nuovo tra le braccia di Boogey. Il cerchio si è chiuso. Il grande sonno, la Signora che alla fine viene inesorabilmente a chiedere conto delle nostre vite, finalmente ha fatto giustizia. E il finale, che lo abbia scritto Raymond Chandler o dio solo sa chi, è per forza quello giusto.

Here’s looking at you, kid. Eravate così belli che dopo di voi andare al cinema è stata una continua lotta con la nostalgia.

martedì 12 agosto 2014

In loving memory

Robin Mclaurin Williams era capace di strappare un sorriso a un sasso. Ma alla fine la cosa più difficile in questa vita è riuscire a far sorridere se stessi, quando di sorridere proprio non se ne ha più voglia.
Chissà cosa ti è successo, vecchio amico che per tanto tempo hai allietato i nostri cuori senza forse dare sollievo al tuo. Come Marylin, alla fine ti sei trovato solo a casa una notte in cui la vita era un peso troppo grande. Sia stata la tua disperazione, o qualcuno che le ha dato una mano, non lo sapremo mai. Adesso sei davvero un professore tra le nuvole, come quel Flubber che mio figlio ha visto e rivisto cento volte. O prigioniero per sempre di una favola, come in quel gioco travolgente, Jumanji, che il mio bambino si riguardava un giorno sì e quell’altro pure gustandosi all’infinito la tua capacità di cavalcare la follia imbizzarrita di quella grande assurdità che è la vita, che solo ad un bambino può appunto apparire affascinante come un film a lieto fine.
Io piuttosto mi commuovevo alle ultime parole di Adrian Cronauer, alle note struggenti di What a wonderful world con cui si chiude Good Morning Vietnam, il film che dette a te la prima consacrazione e a me la consapevolezza che la storia non era come ce l’avevano raccontata. Ma molto più seria e insieme molto più divertente.
Mi commuovevo all’addio degli studenti al professor John Keating. Quel loro salire sui banchi per vedere il mondo da una prospettiva diversa. Quella loro rivolta e quella vittoria finale del capitano, mio capitano. L’attimo fuggente era quello della nostra vita adulta che stava passando senza che avessimo capito niente né di Ralph Waldo Emerson e della sua Dead Poets Society né del resto di quello che ci stava succedendo intorno, proprio mentre il mondo cambiava per sempre.
Mi commuovevo quando il segretario delle Nazioni Unite Botha ti annunciava che la tua domanda di appartenenza alla razza umana era stata finalmente accolta. E tu, Andrew Martin, che dagli archivi della U.S. Robotics risultavi essere stato acceso alle 17,00 del 3 aprile 2005, potevi finalmente morire da essere umano come avevi sempre sognato, poche ore prima di compiere 200 anni. Perché era proprio quello che dava un senso alla tua vita. Poter finalmente morire.
E io piangevo come un cretino, perché mio padre era morto per davvero da poco, e nella scena in cui saluti il tuo padrone e ti si spezza il cuore per il fatto di non essere programmato per piangere, il tuo volto espressivo che riusciva a riprodurre quello di un robot drammaticamente privo di espressione faceva da contraltare al mio, che invece lottava continuamente per nascondere lo strazio che provavo. Ho amato quel film più di ogni altro che abbia mai visto, e ti ringrazio solo per quello, amico mio, nonostante tutti i capolavori in cui hai recitato prima e dopo.
E mio figlio intanto rideva, dietro alle peripezie di Flubber, di Jumanji, come avevo riso io quando ti vidi apparire nelle vesti di Mork, l’alieno che ripeteva “Nano Nano”. Uno dei tanti telefilm della nostra infanzia spensierata, che al pari di Happy Days era il preludio di grandi carriere e di storie molto più serie.
E ora? C’è qualcosa di strano che non riesco ad afferrare in questa tua partenza così brusca. Non sono le parole di quella poverina, Susan Schneider, la tua terza ed ultima moglie, che ha chiesto rispetto per una privacy che nessuno rispetterà. O il ricordo di un uomo che riusciva a far sorridere anche i sassi e per cui adesso si dovrebbe piangere. O la pietà per una povera donna che stanotte e le prossime notti avrà la parte peggiore. Lasciata sola a chiedersi perché il suo amore per te non è bastato. Perché la tua disperazione era più forte. Perché te ne sei andato così. O Dio solo sa come.
No, c’è qualcos’altro, e navigando in rete alla fine l’ho trovato. L’ho capito. Avevo provato una sensazione simile tanti anni fa, 30 per la precisione, quando se ne andò John Belushi. E guarda caso, cosa scopro? Che eri un suo grande amico, e che eri presente la notte in cui lui perse il suo legame con il mondo, come te due notti fa, e quella sciagurata gli somministrò la dose letale. Tu eri lì, uno degli ultimi a vederlo.
C’è chi sostiene che non si sfugge al proprio destino. O Kharma, o come diavolo lo si vuol chiamare. Tu eri lì, e alla fine quel “male di vivere” (nessuno di voi aveva letto Pavese, ma non ce n’era bisogno) ha reclamato anche te. Che cosa ti ha spinto sulle orme del tuo amico John, fino a riabbracciarlo su quella nuvola su cui stasera chissà che amene sciocchezze state dicendo facendo ridere tutto il Paradiso a crepapelle, non lo sapremo mai.
Hai fatto un gran casino, Robin Mclaurin Williams. Da Mrs. Doubtfire a Jumanji all’Uomo dell’Anno a Peter Pan, ci vorrà un sacco di tempo per rimettere a posto. Ma in fondo, chi ne ha voglia? Basta vedere una tua foto per scoppiare a ridere, anche adesso che si dovrebbe piangere. E questo ha dato e continuerà a dare un gran senso alla tua esistenza.

Ti sia più lieve la terra di quanto forse ti è stata la vita.

domenica 10 agosto 2014

La Notte di San Lorenzo

Ricordo che mia madre cominciava a commuoversi già alla prima scena, l’inquadratura del cielo stellato dalla finestra di una casa italiana qualunque, mentre una stella cadente attraversa la notte e la voce narrante di una bambina introduce la storia. Una bambina come poteva essere lei, della stessa età e della stessa estrazione. Una bambina che stava per vivere il momento più drammatico della sua vita e del secolo in cui le capitava di viverla, e che inevitabilmente era destinata a scambiarlo per un sogno ad occhi aperti.
La Notte di San Lorenzo fu nel 1982 il capolavoro cinematografico dei Fratelli Paolo e Vittorio Taviani, con cui vinsero meritatamente il Premio Speciale della Giuria al 35° Festival di Cannes e soprattutto riuscirono a far rivivere con sobrietà e grande classe narrativa e scenografica il momento cruciale, il ricordo più vivido a due generazioni, quella dei nostri nonni (incarnati dal fattore Galvano – Omero Antonutti che guida in salvo i profughi da San Miniato la notte in cui i tedeschi si ritirano e gli americani stanno per arrivare) e quella dei nostri genitori (incarnati dalla bambina che racconta quei fatti prima tragici, poi gioiosi e comunque sempre ammantati di favola).
La notte di San Lorenzo è quella delle stelle cadenti, e dei desideri più profondi espressi al cielo perché si avverino. Anche quelli più irrealistici o quantomeno più difficili, in apparenza. Nel film, quella è la notte della Liberazione (ma i contadini in fuga non lo sanno, sanno solo di doversi rifugiare da nazisti e fascisti e sperare all’alba di essere ancora vivi) che coincide con quella in cui il protagonista Galvano corona il sogno d’amore della sua vita, trascorrendo il momento più critico tra le braccia della cugina Concetta, a lungo desiderata. E all’alba, mentre i suoi compagni, saputo dell’arrivo della V^ Armata americana tornano a San Miniato ormai certi di essere salvi, lui rimane lì sull’aia del casale che li aveva ospitati, sotto la pioggia, a guardare incredulo quel mondo circostante che pur essendo uguale a quello di ogni altro giorno della sua vita, è in realtà drasticamente cambiato per sempre. In un modo forse che solo la capacità di sognare ad occhi aperti della piccola narratrice sarà capace di cogliere appieno.
Nella realtà, la Notte di San Lorenzo del 1944 fu la notte prima del passaggio del fronte a Firenze e dintorni. La mattina dell’11 agosto i primi G.I. americani ed i primi partigiani italiani entrarono nel capoluogo toscano e nei principali centri abitati dell’hinterland, tra cui quella San Miniato (al confine tra le province di Firenze e Pisa) in cui l’opera di fantasia dei Taviani è ambientata. In quella lunga notte che aveva preceduto il giorno della Liberazione, la notte delle stelle cadenti appunto, la gente di quelle zone aveva avuto un solo desidero da lanciare verso il cielo stellato e solcato da quelle scie misteriose, che la scienza d’allora non sapeva ancora spiegare ma che la fantasia umana sapeva come sempre caricare di mille significati. Un solo desiderio: che finisse presto e bene.
Che andassero via gli uomini vestiti di nero, che finissero le bombe, che cessasse la paura insieme alla fame, che i liberatori fossero davvero tali, al di là della cioccolata e delle sigarette e di tante altre cose che distribuivano, e che comunque rappresentavano più immediatamente di tanti altri simboli quel mondo nuovo incontro al quale la gente fu ben felice di precipitarsi a braccia aperte.
La fotografia dei Taviani e la musica di Nicola Piovani venivano dal genio della loro mente e dal profondo del nostro cuore. Venivano direttamente da quel passato lontano che quarant’anni dopo faceva ancora commuovere mia madre, e adesso riesce a commuovere me che non l’ho vissuto ma di cui so tutto grazie ai suoi racconti appassionati. E che ora che ho raggiunto l’età che lei aveva nel 1982 mi rendo conto di come quella notte abbia segnato non solo la bambina che la visse ma anche il bambino che nacque quasi vent’anni dopo. E che senza quelle stelle cadenti, e quei desideri che una volta tanto si avverarono, chissà in che mondo ancor meno perfetto di questo sarebbe capitato.
La piccola Cecilia, interpretata da Micol Guidelli,
voce narrante e protagonista della Notte di San Lorenzo

Mardocchio e mardocchiati /san Giobbe aveva i bachi
medicina medicina / un po’ di cacca di gallina
un po’ di cane un po’ di gatto /domattina è tutto fatto
singhiozzo singhiozzo /albero mozzo
vite tagliata /vattene a casa
pioggia pioggia /corri corri

fammi andare via i porri

lunedì 9 giugno 2014

Buon compleanno Paperino

Irruppero sul grande schermo il 9 giugno del 1934 in una delle tante produzioni di quella che stava già diventando la più grande e prestigiosa factory di cartoni animati del mondo, la Walt Disney. Secondo una felice intuizione del padre di tutti i moderni cartoonists, i protagonisti dei cortometraggi a disegni animati erano quasi tutti animali, dotati di anima e comportamento umani.
Dal mondo animale venivano anche i protagonisti de La gallinella saggia, ennesimo episodio della serie animata The Silly Simphonies. Oltre alla gallinella, il cartoon raccontava le imprese del Club dei Pigri e dei suoi due membri, il presidente Meo Porcello ed il vicepresidente Donald Fauntleroy Duck. In italiano, perché allora in Italia per decreto del governo dell’epoca si traduceva tutto, Paolino Paperino.
Il papero dal becco lungo cominciò così le sue avventure che ne avrebbero fatto nei successivi 80 anni probabilmente il personaggio più amato istintivamente dai bambini di tutte le generazioni succedutesi da quando il grande Walt aveva fondato la sua company in un garage dei sobborghi di Los Angeles. Delle sue innumerevoli creature, due soprattutto erano destinate a renderlo immortale. La prima era il topo dalle grandi orecchie. Mickey Mouse, qui da noi Topolino (da Topo Michelino), aveva debuttato nel ’28, appunto, con Steambot Willie, il primo cartone della storia prodotto autonomamente da papa’ Disney. Il fratello papero era arrivato sei anni dopo.
Paperino compie oggi 80 anni. Il suo becco si è scorciato, ha indossato ormai da tanto tempo la leggendaria blusa da marinaio con tanto di berretto, e grazie soprattutto al lavoro di un’altra leggenda cartoonist, Carl Barks, ha definito il suo personaggio come lo abbiamo conosciuto noi, i nostri padri, i nostri figli e, crediamo, lo conosceranno i nostri nipoti.
Paperino è l’uomo moderno, non solo americano, ma con l’omologazione della nostra società a quella americana, ormai planetario. Le sue nevrosi, le sue pigrizie, i suoi fallimenti, il suo carattere irascibile ed il suo controverso rapporto con la sua famiglia – dallo Zio Paperone, nato come trasposizione a fumetti del dickensiano Uncle Scrooge, ai nipotini Qui, Quo e Qua, le Giovani Marmotte – sono quelli di ognuno di noi.
Il motivo del successo del personaggio, al di là della simpatia istintiva che ha sempre suscitato è proprio questo, sia che lotti con l’esercito delle formiche o con gli astuti e dispettosi scoiattoli Cip e Ciop, sia che si trovi alle prese con il cugino fortunato Gastone o con quello disastroso Paperoga, con lo Zio avaro, tormentatore e sfruttatore o con gli insopportabili nipotini primi della classe. Le sue disavventure, sempre peraltro a lieto fine e politicamente corrette secondo la mutevole sensibilità delle varie epoche che ha attraversato, sono le nostre.
Peraltro, la mitologia americana dell’uomo medio che addirittura può realizzare il sogno più recondito e diventare supereroe non è incarnata tanto da Superman, Batman o dagli eroi di Stan Lee e della Marvel, ma proprio da questo papero. Nel 1969, quando ormai la scuola italiana dei vari Romano Scarpa, Giovan Battista Carpi e Guido Martina si era dimostrata la più degna erede di quella americana di Carl Barks, fu proprio il Paperino le cui storie animavano il periodico settimanale edito dalla Mondadori (a cui prima o dopo siamo stati tutti abbonati) a trovare il misterioso baule di Fantomius, ladro gentiluomo del passato, e a chiedere l’aiuto dell’inventore Archimede Pitagorico per poterne ripetere le imprese, stavolta come giustiziere mascherato.
Da allora il papero ha seguito un’evoluzione al passo coi tempi e la tecnica grafica. Mentre la sua identità segreta si è evoluta in quella di PK, supereroe che lotta addirittura contro la minaccia aliena degli Evroniani, il suo alter ego quotidiano è rimasto – pur passando di mano ad un esercito di sceneggiatori e disegnatori – quello uscito dalla fantasia di Disney e dalla tecnica di Wilfred Jackson, il regista della Gallinella saggia. I suoi nemici sono sempre quelli della quotidianità, la sua lotta è contro tutto ciò che lo costringe ad alzarsi da un divano diventato altrettanto mitico di quello di Andy Capp, il celebre personaggio della satira di Reg Smythe.

I suoi nipotini sono sempre quelli che rompono il salvadanaio per fargli un regalo di compleanno, e che incorrono proprio per questo gesto nelle sue ire, salvo tardivo pentimento. Stessa sorte per Paperina, che malgrado 80 anni di litigi e riappacificazioni è tuttavia sempre la sua fidanzata. Perché, come sa lei e come ben sanno i bambini di tutto il mondo (e non solo loro), di Paperino ce n’è e ce ne sarà sempre uno solo.

mercoledì 5 marzo 2014

John Belushi, dal Gruppo Delta all'eternità

«La scena è il solo posto dove sono consapevole di quello che sto facendo». Con queste parole emblematiche definiva se stesso e la propria breve ma intensa vita John Adam Belushi, nato a Chicago il 24 gennaio 1949 da immigrati albanesi (il cognome originario era Bellios) che si erano specializzati nella ristorazione, e avevano avuto successo, tanto che il giovane John Adam era potuto andare al college.
Alla Wheaton Central High School mise subito in mostra le sue doti istrioniche, divenendo ben presto popolare come il simpaticone della scuola, e scoprì anche quelle che sarebbero rimaste le sue grandi passioni per tutta la vita: il football americano, la batteria e la recitazione in teatro.
Capitano della squadra del college, batterista ricercato da tutti i complessini giovanili, attore comico che faceva furore nelle recite scolastiche, fu in quest’ultima delle sue attività predilette che decise di provare a sfondare. Dopo il diploma, dovette scegliere tra due borse di studio, una per il football e una per il teatro. Scelse la seconda, e si consegnò alla leggenda.
La prima volta che salì agli onori della cronaca fu nel 1968, quando partecipò a quelle manifestazioni a Chicago contro la Guerra del Vietnam che furono brutalmente represse dalla polizia. John fu tra i manifestanti travolti dai gas lacrimogeni e dalle manganellate, e pare che fosse ben riconoscibile in alcuni filmati d’epoca. A vent’anni, oltre a maturare un pacifismo convinto, aveva già acquisito tutte le esperienze fondamentali che avrebbe trasferito nei film che lo avrebbero reso immortale.
Nella prima metà degli anni settanta, il maggiore dei fratelli Belushi (nel frattempo erano nati anche i fratelli James – che sarebbe diventato famoso seguendo le sue orme - e William) si fece un nome e delle ossa sempre più robuste nell’ambiente teatrale americano, fino a quello che sarebbe risultato l’incontro decisivo della sua vita. A Los Angeles incontrò un altro fuoriclasse emergente della comicità, quel Dan Aykroid con il quale di lì a poco avrebbe messo a punto lo spettacolo di successo che gli avrebbe dato la vera notorietà, nonché il lancio nel firmamento delle stelle di Hollywood.
Il Blues Brothers Show nacque come una delle tante parodie in cui i due ragazzi terribili si cimentavano ai margini del Saturday Night Show della NBC. In realtà, la vicenda dei fratelli Blues vestiti di nero che cercano di "rimettere in piedi la Banda" attingeva direttamente ai ricordi di John Belushi circa la vita di quartiere a Chicago nella sua giovinezza. Fu un successo talmente clamoroso da spingere un regista anch'egli emergente come John Landis a farne un film, che a sua volta d ivenne una pietra miliare nella storia del cinema e della comicità mondiale, oltre che uno splendido musical impreziosito dalla voce dei mostri sacri della musica dell’epoca, da ray Charles ad Aretha Franklin.
Per John Belushi si aprirono le porte di Hollywood. Poco dopo il successo fu doppiato da Animal House, dove Joliet Jake Blues diventava Bluto Blutarsky e raccontava da par suo la vita di college nell’America degli anni sessanta. Seguirono alcune comparsate, tra cui il flop Verso il sud in cui interpretava il ruolo a lui evidentemente poco congeniale di vicesceriffo messicano a fianco del già consacrato Jack Nicholson. Il successo ritornò ad arridergli con 1941 Allarme a Hollywood, in cui la necessità da lui particolarmente sentita di mettere in ridicolo la stupidità della guerra evidentemente gli toccava di nuovo le corde giuste. Seguirono il gioiellino Chiamami Aquila, film che secondo suo fratello James (e secondo molti critici) fu il migliore da lui interpretato, e la commedia nera I vicini di casa, in cui ritrovava il suo partner preferito, Dan Aykroid.
Quando uscì I vicini di casa, a John restavano tre mesi di vita. Già da prima di varcare i confini del regno dorato di Hollywood, il giovane figlio di immigrati albanesi aveva conosciuto il lato oscuro del mondo dello spettacolo, cadendo vittima dei suoi due flagelli più ricorrenti: la droga e l’alcool. La dipendenza da questi due vizi rese invivibile il suo matrimonio con la moglie Judy e molto faticoso lavorare. Bob Woodward, nella sua biografia dell’attore intitolata Wired - The short life and fast times of John Belushi, racconta efficacemente il suo ultimo anno di vita, il suo carattere rovinato dalla dipendenza da cocaina ed alcoolici, le sue spese folli per procurarseli, i suoi rifiuti ostinati ad affrontare una seria disintossicazione, come gli amici – a cominciare da Dan Aykroid – gli consigliavano continuamente.
La sera del 4 marzo 1982 l’attore andò a una festa presso l'hotel Chateau Marmont ad Hollywood. Al party, a cui erano presenti anche Robert De Niro e Robin Williams si presentò con una dose di droga. Appartatosi con la sua amica la cantante Cathy Evelyn Smith, notoria spacciatrice e come lui a quel punto completamente ubriaca, pare che le chiedesse di preparare una dose. Come affermato dalla stessa Smith, lei tagliò male la droga e con una siringa la iniettò a John, il quale subito dopo si mise a letto. La mattina dopo fu trovato privo di vita. Inutili i tentativi di rianimarlo. La voce della sua morte si sparse subito, e una grande folla si radunò fuori dell’Hotel dove John Adam Belushi si era addormentato per l’ultima volta.
John Belushi riposa oggi all'Abel’s Hill cemetery a Martha’s Vineyard, Massachussetts. Ai suoi funerali, tenutisi con rito ortodosso, furono presenti il suo grande amico Dan Aykroyd sulla sua moto, seguito dal fratello Jim, dai genitori Adam e Agnes, dai fratelli Billy e Marian e da tutti i suoi amici e conoscenti che avevano lavorato con lui, da Bill Murray a Chevy Chase a tanti altri. Pochi mesi prima di morire, John aveva chiesto a Dan scherzando se al suo funerale gli avrebbe suonato la canzone The 2000 Pound Bee (in italiano come L'ape da una tonnellata) dei The Ventures. L'amico mantenne la promessa.
Si sa che dopo la morte di John, Dan ebbe una crisi depressiva che lo portò a ritardare i suoi impegni cinematografici, ai quali lo stesso Belushi avrebbe dovuto prender parte. A breve avrebbero dovuto cominciare le riprese di un nuovo film, Ghostbusters – Acchiappafantasmi (la prima versione della sceneggiatura, scritta da Dan Aykroyd insieme a Harold Ramis, vedeva infatti come interpreti principali Belushi, Aykroyd e Eddie Murphy, tre membri del cast originale del Saturday Night Live). L'improvvisa morte di Belushi fece ritardare di due anni il progetto, che venne realizzato solo nel 1984. Quello che doveva essere il suo ruolo fu ricoperto poi da Bill Murray. Oltre a Ghostbusters, Belushi avrebbe dovuto riaffiancare il suo amico Dan Aykroyd anche nel film Una poltrona per due nel quale fu sostituito da un altro dei primi comici del Saturday Night Live, Eddie Murphy.

E chissà quanti altri capolavori avrebbero potuto essere associati al suo nome, se il genio e la sregolatezza che gli scorrevano nelle vene come un fiume in piena non se lo fossero portato via così presto. Come già successo per James Dean, il mito della giovane star troppo presto andata a divertire quegli dei a cui doveva esser particolarmente grato continua comunque indistruttibile da una generazione all’altra.

martedì 31 dicembre 2013

Frozen Il Regno del Ghiaccio, dove giace sepolta la magia Disney

Feste di Natale, tempo di cinema a cartoni animati. L'umanità si riscopre divisa in due categorie: chi ha un bambino e chi è rimasto bambino. Per entrambe, da 90 anni esatti a questa parte (il compleanno aziendale cadeva lo scorso 13 ottobre) il miglior amico si chiama Walt Disney. La fabbrica dei sogni creata dal grande cartoonist americano raramente ha mancato l'appuntamento natalizio per alimentare la fantasia di grandi e piccini con qualche nuovo capolavoro dell'arte fumettistica applicata al cinema.
Anche quest'anno, la Company che per lungo tempo è stata la più importante (oltre che la prima in assoluto) nel settore dell'animazione ha voluto essere presente nel periodo natalizio con una sua produzione. Stavolta la scelta è caduta di nuovo su una delle fiabe classiche della cultura nordica. Da quando esiste la Walt Disney, del resto, i Fratelli Grimm ed Hans Christian Andersen sono stati la principale fonte di ispirazione dei suoi disegnatori, che hanno trasferito sul grande schermo l'immaginario di più generazioni venute su con le favole della buona notte scritte dai maestri del nord Europa.
Frozen Il Regno di Ghiaccio, 53° lungometraggio distribuito dai Walt Disney Animation Studios, è ispirato alla fiaba di Andersen La Regina delle Nevi. La storia della principessa che non riesce a dominare il suo potere di creare e manipolare ghiaccio e neve e che rischia di condannare il suo paese ad una tragica fine sotto il gelo perenne dell'inverno sembra fatta apposta per rispolverare temi ed archetipi cari alla factory di Burbank, California.
La magia che si rivela insieme dono prezioso e dannazione mortale per chi la possiede e per chi la subisce, l'infanzia abbandonata da genitori troppo presto scomparsi (loro malgrado) e che si trova a dover crescere troppo in fretta e a caro prezzo, il bene ed il male che si incarnano negli amici per la pelle incontrati lungo la strada e nei nemici di cui solo alla fine si riesce ad aver ragione e solo quando tutto sembra ormai perduto, le atmosfere da saga nordica arricchite da una grafica immaginifica e di grande effetto e da una colonna sonora che diventa un tutt'uno inscindibile con il disegno animato, tutti gli ingredienti di questa fiaba del gelo che alla fine viene sciolto – come nelle migliori tradizioni da Biancaneve e i Sette Nani in poi – soltanto da uno slancio supremo del cuore ("l'unico organo con cui non si può ragionare", come spiegano i Troll alla Principessa di Ghiaccio) attingono direttamente alla "poetica" disneyana e sembrano riportare ai fasti del periodo aureo, quello antecedente alla scomparsa del fondatore avvenuta nel dicembre 1966, o a quelli della rinascita avvenuta negli anni 90 sotto la direzione del nipote Roy e del manager Eisner.
Insomma, la leggenda continua, verrebbe da dire, malgrado anche Roy Disney ormai sia andato a raggiungere il padre Walt sulla sua nuvoletta nel paradiso degli artisti. Proprio nell'anno in cui questo accadeva, il 2009, la Disney diventata ormai una holding a tutti gli effetti compiva il primo passo della sua nuova politica di realizzazione di un destino imperiale acquistando la Marvel. La Pixar era già sua da cinque anni, e tre anni dopo sarebbe arrivato il colpaccio, con l'acquisizione della LucasFilm. Sull'Impero Disney ormai non tramonta più il sole, malgrado la concorrenza di altre aziende agguerrite come la Dreamworks.
Un futuro roseo, favorito dall'avvento della nuova tecnologia veicolata dai computers. Non resta che mettersi comodi in attesa dell'uscita del prossimo Supereroe, del nuovo capitolo della Saga dei Cavalieri Jedi di Star Wars o dell'ennesimo prodotto della mente fervida degli animatori californiani. Eppure, a ben vedere, come in ogni epopea fantasy che si rispetti, alla fine la magia sta lasciando – probabilmente per sempre – le terre dell'Impero.
Non solo la tecnologia, ma anche la fantasia dei bambini di oggi (piccoli o grandi) è profondamente cambiata. Dai tempi in cui Topolino fece la sua prima comparsa nel 1928 (in quello Steambot Willie i cui fotogrammi sono stati rispolverati di recente nel logo della factory), e anche dai tempi in cui Semola estraeva la Spada nella Roccia, Mowgli cercava di sfuggire alle grinfie di Shere-Khan o Romeo aiutava gli Aristogatti a ritornare a casa loro evitando il malvagio Edgar, ne è passata di acqua sotto ai ponti. E sembrano lontanissimi anche i tempi in cui Simba reclamava il posto del padre sulla Roccia dei Re, o Pocahontas incontrava nel Nuovo Mondo il suo amore venuto dal Vecchio, John Smith.
Da dieci anni ormai i personaggi dei cartoon Disney non escono più dalla matita dei disegnatori ma piuttosto dai programmi di animazione grafica dei computers. Per disegnare Biancaneve e portarla sullo schermo ci vollero tre anni del lavoro di una squadra di circa dieci disegnatori. Per Il regno del Ghiaccio c'è voluto molto meno, un anno scarso ma del lavoro di un esercito di informatici. Il risultato è come sempre un prodotto di fattura eccellente, realizzato alla perfezione nei minimi dettagli. Ma al quale purtroppo ormai manca la cosa principale. Proprio quella che i Troll indicano alla principessa come l'unico rimedio salvifico: il cuore.
I bambini ameranno sicuramente la renna Sven ed il pupazzo di neve Olaf allo stesso modo di come hanno amato i loro predecessori, dal granchio rosso che accompagnava la Sirenetta Ariel, a Timon e Pumba fedeli compagni del leoncino Simba al piccolo drago Muchu inseparabile scudiero di Mulan. Ma difficilmente la storia del paese dei ghiacci resterà nel cuore degli spettatori grandi o piccoli. La Walt Disney sembra seguire il destino di un cinema in cui dominano ormai gli effetti speciali, nel momento in cui forse l'anima ne esce irrimediabilmente.

"Se puoi sognarlo, puoi farlo", era il motto di Walt Disney. I suoi eredi ormai hanno mezzi per fare veramente tutto. Ma i sogni e l'anima del loro predecessore, forse, non li posseggono più.

domenica 15 dicembre 2013

Addio Peter O'Toole, Lawrence d'Arabia

Era irlandese di Connemara, nella Contea di Galway nell’Irlanda occidentale. E’ stato uno degli attori più british della storia del cinema, e insieme uno dei più universali e versatili. Ha dato il proprio volto e il proprio spirito a uno dei personaggi più mitici della storia, della letteratura, dell’immaginario collettivo dell’Occidente, quel Thomas Edward Lawrence con cui 50 anni fa sotto la regia del grande David Lean arrivò ad immedesimarsi così bene da entrare insieme a lui a braccetto nella leggenda.


Lawrence d’Arabia era morto il 19 maggio 1935 a causa di un incidente di moto, quando ormai il mondo si stava dimenticando di colui che era stato l’eroe della rivolta araba contro l’Impero Ottomano, che aveva dato un contributo non secondario alla vittoria del suo paese e della Triplice Intesa nella Prima Guerra Mondiale ed in ultima analisi alla dissoluzione di un mondo ormai troppo vecchio ed alla nascita del mondo moderno. Peter O’Toole, colui che ha saputo raccontare la storia di quell’eroe meglio di chiunque altro alla sensibilità di quel mondo moderno, è morto ieri a Londra al Wellington Hospital dove era ricoverato, all’età di 81 anni.
Lawrence era stato il capolavoro suo e di David Lean, ma se il regista era stato premiato subito con l’Oscar l’attore invece aveva dovuto aspettare il 2003 per riceverne uno alla carriera dapprima rifiutato sdegnosamente (“non sono ancora morto”) e poi accettato su pressioni della famiglia. Almeno 8 volte aveva ricevuto la nomination, ma mai era stato premiato per una delle sue tante interpretazioni magistrali. Aveva prestato la sua faccia e la sua inquietante follia espressiva a personaggi come l’eroe negativo o quantomeno controverso di Joseph Conrad, Lord Jim, o il perverso generale nazista della Notte dei Generali, dove aveva ritrovato il grande Omar Sharif. Lo struggente professore di scuola di Goodbye Mr. Chips e il grande re d’Inghilterra e conquistatore di Francia Enrico II nel teatrale Leone d’Inverno, dove si era rubato la scena con Katharine Hepburn. Imperatore Tiberio nel Caligola di Tinto Brass e precettore dell’Ultimo Imperatore della Cina, Pu Yi, nell’omonimo film di Bernardo Bertolucci, un altro che fece incetta di premi Oscar per tutti meno che per lui.
Al suo bel volto britannico si era ispirato nientemeno che Roberto Raviola, in arte Magnus, per disegnare le fattezze del personaggio dei fumetti più famoso partorito dalla mente di Luciano Secchi, in arte Max Bunker: quell’Alan Ford che ha accompagnato le letture di tanti adolescenti italiani nell’epoca d’oro in cui Peter O’Toole era un’icona di quel cinema d’autore che ha perso ieri uno dei suoi ultimi pezzi.

“Sei fortunato che quando Dio ti fece pazzo ti dette anche una faccia da pazzo”, dice lo sceriffo Alì Ibn Al Kharish (interpretato da Omar Sharif) a Lawrence, a commento di una delle sue mirabolanti imprese in Arabia. Il modello si adattava al personaggio come all’attore, ed è forse è il premio alla carriera più gradito tra quanti se ne porta via con sé Peter O’Toole, che da oggi ha raggiunto il colonnello inglese in qualche oasi lassù nel cielo, dove realtà e fiction non hanno più distinzione.

mercoledì 20 novembre 2013

Corso Salani torna a Firenze

20 novembre 2013


La 50 Giorni di Cinema Internazionale a Firenze, la manifestazione che con il patrocinio di Mediateca Regionale e Comune di Firenze è stata creata per raccordare tra loro tutti i festival cinematografici internazionali che si svolgono in autunno in riva all’Arno, ha proposto quest’anno l’evento “Per-Corso, tra i nostri autori”. La giornata di ieri 19 novembre è stata dedicata alla rievocazione di Corso Salani, il regista fiorentino prematuramente scomparso più di tre anni fa.
E’ la seconda volta che succede, dopo la retrospettiva dedicatagli “a caldo” nel 2010. Stavolta si è scelto di celebrarlo attraverso quella che possiamo definire la sua eredità, raccolta e curata in primis dall’Associazione che porta il suo nome e formalizzata nel Premio cinematografico parimenti a lui intitolato e che viene da quattro anni a questa parte assegnato alla migliore tra le opere cinematografiche indipendenti e low budget, che si avvicinano appunto alla sua visione del mondo e del cinema.
Il Premio viene attribuito nella manifestazione che da 25 anni a questa parte è assurta al rango di vero e proprio festival del cinema indipendente italiano, una sorta di Sundance nostrano, il Trieste Film Festival, che nella prossima edizione avrà luogo nel capoluogo giuliano dal 17 al 22 gennaio 2014. L’antipasto di ieri del festival fiorentino ha fornito intanto un significativo “dietro le quinte”, attraverso l’incontro con i membri della giuria che ha valutato le opere in concorso nel Premio ed i loro autori, con visione in sequenza di alcuni di questi film. Interessantissima in particolare l’anteprima assoluta italiana de Il seminarista, film realizzato grazie al sostegno del Fondo Cinema della Regione Toscana che il regista Gabriele Cecconi ha dedicato all’amico Salani.

Anche chi scrive ha avuto la fortuna e il privilegio di avere avuto Corso Salani come amico fin dagli anni della adolescenza. Corso era un po’ come Firenze, la città dov’era nato nel 1961 (oggi avrebbe avuto 52 anni). Un mix originalissimo di talento artistico e di umanità capace di rinnovarsi ogni giorno e capace di mostrare sempre nuovi aspetti di sé nei momenti più impensati anche a chi ci aveva fatta l’abitudine per la lunga consuetudine.
Corso Salani poteva essere estroverso e timido nello stesso tempo, con un universo di cose da esprimere dentro di sé e la capacità di esprimerle in mille modi diversi, e tuttavia mai soddisfatto di quelli più comuni, tradizionali, sempre alla ricerca di forme espressive sue, particolari, che prendevano di sorpresa anche chi le aveva viste nascere fin dai primi scherzi tra amici.
Di quegli amici di vecchia data, nessuno si era sorpreso quando Corso aveva comunicato la sua intenzione di intraprendere la carriera artistica nella Decima Arte, il Cinema. Quello era il suo mondo e il suo destino, lo sapevamo tutti. Neppure sorprese la sua scelta di dedicarsi al cinema indipendente, dopo alcune prove d’attore non indifferenti come quel Rocco Ferrante che costituisce lo splendido alter ego del giornalista Andrea Purgatori nel Muro di Gomma di Marco Risi, 1991. Alzi la mano chi non si è commosso dal profondo del cuore quando nelle scene finali Corso-Rocco-Andrea detta il suo pezzo dal telefono fuori del tribunale dove il muro di gomma è stato per la prima volta sfondato.
Il cinema che interessava a Corso, che era nelle sue corde, era tuttavia un altro. Era il cinema indipendente, estremamente personalizzato, intravisto già nella sua opera prima Voci d’Europa, del 1989. Era quella commistione tra documentario e fiction, tra osservazione della realtà e sua rappresentazione poetica che avrebbe pervaso la sua opera fino ai suoi ultimi giorni, trovando la consacrazione nei Confini d’Europa, quei corto-mediometraggi in cui aveva riversato la sua celebrazione delle land’s end del nostro continente come luoghi limite dello stesso spirito umano, di incontro delle diverse incomunicabilità e del proprio sentirsi comunque fuori posto, spaesati. O nel poetico road movie Mirna, riproiettato ieri sera in streaming da Mymovies in collaborazione con la 50 giorni.
“Non c’è mai differenza tra l’amore che si legge in un fotogramma e quello che si sente nel cuore”, diceva lui. “Non credo che ci sia molta differenza tra quello che filmo e quello che vivo”. Era vero. Aveva davvero un gran cuore Corso Salani, anche se fu proprio il cuore a tradirlo, lasciandolo a terra quella sera di metà giugno sul lungomare di Ostia. Per chi l’ha conosciuto come uomo ci sono i ricordi di una vita terminata per lui troppo presto. Per chi vuole ricordarlo come regista e ha perso l’appuntamento di ieri, c’è la Fondazione che porta il suo nome e per tutti appuntamento a Trieste a gennaio prossimo.