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lunedì 24 ottobre 2016

La volpe e i leoni del deserto



Nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 1917, nella zona del fronte nordorientale compresa tra Caporetto e Tolmino, un giovane tenente dell’esercito del Kaiser di Germania, alla guida dei suoi Fallschmirjaeger, gli alpini del Wurttemberg, sfondò le linee italiane riuscendo con 500 uomini a catturare oltre 9.000 dei nostri soldati e dando il via a quella che è stata conosciuta come la rotta di Caporetto. La rotta che fu arrestata soltanto sulla celebre linea del Piave.
Venticinque anni dopo esatti, divenuto Feldmaresciallo dell’esercito del Terzo Reich, Erwin Johannes Eugen Rommel nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre 1942 aspettava sulla spianata di El Alamein l’attacco dell’Ottava Armata guidata dal generale britannico Bernard Law Montgomery. La battaglia che stava per cominciare, durata dieci giorni, sarebbe risultata decisiva per le sorti della guerra in Nord Africa. L’ultima battaglia dell’Impero Britannico, la prima vittoria alleata sulle forze dell’Asse, poco prima che sbarcassero in Nordafrica le truppe americane.
Tra queste due date, in questi venticinque anni esatti si dispiega la carriera di colui che è stato definito il più grande comandante della storia moderna. Rommel riuscì a ritardare la vittoria di Montgomery per dieci giorni, e ci riuscì anche grazie al valore di reparti d’elite italiani come la Folgore, il Btg. Bezzecca dei Bersaglieri ed altri. Molto meno attrezzati dei colleghi tedeschi, furono gli ultimi a cedere ed a ritirarsi dai campi di battaglia di El Alamein, spesso lasciati indietro dai “camerati” germanici che nella rotta (rovinosa né più e né meno di quella che ci avevano inferto a Caporetto) pensarono bene di badare soltanto a se stessi.
Rommel si guadagnò l’appellativo di Wustenfuchs, Volpe del Deserto, prima di volare via ad assumere il comando del Vallo Atlantico, la fortificazione opposta dai nazisti allo Sbarco in Normandia nel giugno 1944. Un’altra impresa disperata in cui il suo genio non poteva sopperire al sottonumero ed alle carenze organizzative dell’esercito tedesco rispetto agli Alleati.
I nostri, che lasciarono sul suolo egiziano 5.200 soldati e 232 ascari libici, si meritarono la targa che testimonia tutt’oggi del loro valore, al km 111 da Alessandria d’Egitto, il punto di massima avanzata a cui arrivarono dopo la vittoria di Tobruk nel giugno 1942. E quella frase lapidaria che vi è scritta sopra, e che riassume in poche parole un’epopea: “Mancò la fortuna, non il valore”.
Non possiamo rammaricarci dell’esito del secondo conflitto mondiale, così come del primo, perché l’alternativa sarebbe stata assai peggiore, per il nostro paese e per il mondo intero. Ma possiamo e dobbiamo ricordare per sempre il valore del nostro esercito, sul Piave e sulle sabbie del deserto libico-egiziano.
“Dobbiamo davvero inchinarci davanti ai resti di quelli che furono i Leoni della Folgore!”
(Winston Spencer Churchill)
“Il soldato tedesco ha stupito il mondo. Il soldato italiano ha stupito il soldato tedesco”
(Erwin Johannes Eugen Rommel)

domenica 3 gennaio 2016

La memoria del mondo

Sono stati due anni pieni di anniversari. Il 14 e il 15 di ogni secolo dell’era moderna in genere o sono quelli che concludono un lungo periodo di guerre, o sono quelli che gli danno il via. Nel Novecento il 1914 prese di sorpresa l’Europa della Belle Epoque, del Positivismo, del più lungo periodo di pace mai vissuto dal Vecchio Continente dopo che l’Impero di Bismarck aveva travolto a Sedan quello di Napoleone III. A Sarajevo bastarono alcuni spari diretti contro l’erede al trono degli Asburgo d’Austria-Ungheria perché un mondo che si riteneva ormai civile e prospero senza possibilità di ritorno all’indietro precipitasse nel volger di pochi giorni in un nuovo abisso di barbarie.
Kaiser Wilhelm II
Gli Stati entrarono nella Grande Guerra o con riluttanza o con la convinzione che si trattasse ancora di una di quelle guerre ottocentesche che si risolvevano in qualche battaglia campale e quasi mai coinvolgendo le popolazioni civili oltre agli eserciti. Un tragico errore portò ad una inutile strage, come l’avrebbe definita qualche anno e molti milioni di morti più tardi il Papa Benedetto XV. La stessa tecnologia che aveva reso incomparabilmente più agevole la vita degli europei a partire dalla seconda metà del secolo precedente si scoprì che rendeva molto più facile e molto più atroce (in scala e metodo) anche la morte.
Alla fine del primo anno di guerra, Ypres era già diventata sinonimo di orrore. La guerra di trincea aveva dissolto ogni illusione di blitzkrieg antica o moderna. I semi di atrocità ancora peggiori stavano entrando in circolo nel sangue degli europei e degli abitanti dei loro dominions coloniali. E tuttavia ancora un briciolo di umanità quasi favolistica consentì ai “nemici” delle trincee anglo-francesi e prussiane di festeggiare il primo Natale di guerra in modo insolito. La più clamorosa tregua bellica nella storia dell’uomo, dai tempi in cui ad Olimpia si comprese che era forse più redditizio affrontarsi in uno stadio sportivo che sui campi di battaglia.
Il 1915 fu l’anno dell’Italia, sempre buona ultima ad allinearsi alle tendenze positive o negative che le arrivano da oltre confine. Un secolo prima, il Congresso di Vienna aveva ribadito che la penisola era poco più che una espressione geografica. Un secolo dopo, la giovane nazione italiana dimostrò che la sua fame di guerra andava ben al di là della necessità di riunire alla patria le zone irredente dal lungo e sanguinoso Risorgimento, da Trento all’Istria.
Con l’Italia in campo, la Grande Guerra diventò totalmente europea. E il più aveva ancora da venire. Anche il 16, il 17 e il 18 sono e saranno anni di anniversari significativi. Il mondo in quei tre anni cambiò per sempre. Lo aveva già fatto. Lo avrebbe fatto ancora. E la gente che lo abita avrebbe continuato imperterrita a guardarsi bene dall’imparare qualcosa dal passato, remoto o recente.
Ciò che fa della storia quel ciclo di corsi e ricorsi di cui parlava Giovan Battista Vico e da cui nessuno vuole mai apprendere è proprio il dilemma a cui si trova ogni generazione umana: imparare dagli errori di genitori e nonni, o commetterne di propri?
Adolf Hitler
Cento anni dall’inizio della Prima, settanta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. 44 e 45 furono anni ancor più terribili. Il mondo sembrò sull’orlo d una fine orrenda, piuttosto che di un nuovo cambiamento. Gli stati totalitari nati dal crollo degli Imperi e dalle questioni lasciate irrisolte da quegli Imperi e da chi li aveva abbattuti non si accontentavano di conquiste economiche e territoriali. Volevano forgiare l’uomo nuovo, o vederne in caso contrario la fine. L’unico limite era quello posto dalla follia dei dittatori andati al potere con il consenso di masse meno civilizzate di quanto l’apparenza facesse supporre.
Nei trent’anni tra l’inizio e la fine delle due guerre mondiali, l’uomo sembrò tuttavia acquisire un anticorpo nel proprio DNA. Un vaccino che impose alla Guerra Fredda scoppiata nel 1947 di mantenersi entro limiti che sembravano retaggio del passato. Le crisi tra le due superpotenze non arrivarono mai - o quasi - allo sparo di un solo colpo. Perché, come disse efficacemente Einstein, sarebbe stato l’ultimo colpo sparato dall’uomo. Ed Einstein lo sapeva bene, perché era stato uno di coloro che aveva messo in mano all’uomo la sua arma finale,  definitivamente distruttiva: quella atomica.
La bomba atomica c’è ancora, settant’anni dopo. Eppure il 14 e il 15 del ventunesimo secolo vedono soffiare di nuovo venti di guerra impetuosi. Vedono il terreno di nuovo fertile per totalitarismi e fondamentalismi. L’equilibrio del terrore quindi non era dato dalla disponibilità di armi devastanti, ma piuttosto dalla consapevolezza – acquisita sulla propria pelle – di cosa può fare l’uomo armato contro l’altro uomo, sia quell’arma un missile o una semplice clava. Quelle generazioni avevano già dato, non volevano dare più. Le nuove, come la mia, erano nate nel benessere. In una nuova Belle Epoque ancora più illusoria della precedente.  Impregnata della fallace sensazione che certi errori e certi orrori non li avremmo visti accadere più.
Urbano II bandisce la Prima Crociata a Clermont Ferrand
L’anno che si è appena concluso era il 920° da quello in cui fu bandita la Prima Crociata. E ancora si parla di crociate, da una parte e dall’altra. E il giorno dell’Ottava si avvicina. L’anno che si è appena concluso è stato inoltre quello del 90° anniversario del primo regime rubricato come “fascista” che si affermò ufficialmente sul continente europeo. Un primato che tocca all’Italia, ognuno giudichi se vale la pena celebrarlo o meno. Il Continente era stanco di democrazia, un sistema peraltro pessimo ma senza alternative, secondo la celebre definizione di Winston Churchill.
L’anno che si è appena concluso era portatore di un altro anniversario importante. Il 15 giugno 1215 a Runnymede lungo il Tamigi nella Contea di Surrey i baroni inglesi imposero al Re Giovanni Senza Terra (il fratello di Riccardo Cuor di leone reso celebre dalle avventure di Robin Hood) la firma di un documento come tanti che se ne firmavano nel Medioevo. A volte erano poco più di statuti che concedevano grandi o piccole libertà a grandi o piccoli borghi del regno. A volte erano qualcosa di più.
Magna Charta Libertarum
Si chiamava Magna Charta il documento la cui firma fu strappata dai Lords al meschino fratello del Cuor di Leone. Ad essa si fa risalire nientemeno che la nascita della democrazia parlamentare. Il fondamento di tutte le nostre libertà. Il principio del “niente tasse senza rappresentanza” fa da sempre la differenza tra noi e i paesi che vivono sotto regimi illiberali. Solo che noi non ce lo ricordiamo più. E’ stato infatti uno degli anniversari passati sotto il silenzio più assordante possibile. In Italia poi, forse all’attuale governo e ai poteri che lo sostengono interessa più la ricorrenza della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Per la quale ci sarebbe da aspettare qualche altro anno. Meglio muoversi in anticipo, avranno pensato gli squadristi renziani.
Il nuovo Asse Roma-Berlino
Sono arrivato ad una fase della vita in cui si comincia ad apprezzare la meditazione ed il silenzio, magari favoriti e accompagnati dal vento che soffia sulle cime disabitate (o quasi) di molte nostre montagne. I discorsi e le celebrazioni non fanno più per me. Scrivere poi pensando di lasciarsi dietro qualcosa che insegni qualcos’altro a qualcuno è diventato sintomo di una presunzione sempre meno sensata. Che ogni generazione faccia i propri errori e vi rimedi, se sopravvive abbastanza per farlo. Se scrivo ancora, lo faccio soltanto per me, per i miei ricordi, per le mie emozioni.
Soffiano venti di guerra impetuosi. E allora meglio ritirarsi quassù ad ascoltare il vento che soffia su queste cime dove settant’anni fa tuonava il cannone e scorreva il sangue. Meglio fermarsi a riflettere sul significato di queste croci e queste lapidi bianche, che riportano date di nascita e di morte non più distanti di diciott’anni l’una dall’altra, nomi di ragazzi tedeschi immolati alla più infame delle cause. Soldati di un esercito maledetto fino alla fine del tempo.
Deutscher Soldatenfriedhof von Futa Pass. Soltanto qui ce ne sono sepolti oltre trentamila. E’ il più grande cimitero di guerra germanico in Italia, rimasto a testimoniare quei due anni di immane follia in cui questi ragazzi seminarono orrore e morte come già avevano fatto nel resto d’Europa. Non è un caso che qui ce ne siano sepolti così tanti. Questo era il fulcro della Linea Gotica. A sfondare questo fronte gli alleati ci misero oltre otto mesi. SS e Wehrmacht stabilirono qui la loro ultima disperata resistenza prima della rotta finale. L’ordine di Hitler era quello di morire piuttosto che arrendersi. Tutti, fino all’ultimo uomo. E così fu fatto. Ein Volk, ein Reich, ein Fuhrer.
Deutscher Soldatenfriedhof von Futa Pass
Il colpo d’occhio è quello di tutti i cimiteri di guerra. Eppure non riesco a provare la stessa commozione che mi danno i cimiteri americani. Quello di Falciani alle porte di Firenze, quello del Giogo – qui vicino – dove sono sepolte le vittime di questi qui, dei ragazzi nazisti. Quelli della Normandia. Quelle croci bianche dopo tanto tempo mi stringono il cuore allo stesso modo. So bene che sono nato in un mondo accogliente e confortante soltanto grazie ai ragazzi sepolti sotto a quelle croci.
Questi, mi dispiace, ma non sono la stessa cosa. Erano imbottiti di metanfetamina e dell’ideologia più aberrante dell’intera storia dell’umanità. O forse di quella che riassumeva e sintetizzava tutte le aberrazioni della storia umana. Furono capaci di qualunque cosa, i Karl, i Gustav, gli Johannes, i Fritz che adesso giacciono sotto queste croci. E grazie ai quali questo lembo di terra è diventato territorio della Repubblica Federale di Germania. Non della Repubblica Italiana. Alla fine, la Germania qualche conquista territoriale l’ha ottenuta con la Seconda Guerra Mondiale. E non è i suoi figli attuali la gestiscano con molta maggiore simpatia rispetto ai suoi antenati di settant’anni fa, almeno a giudicare da come ti accolgono quando arrivi in visita.
Questo è quello che penso. Avere simpatia per i tedeschi è concettualmente impossibile, disse una volta mio padre. Che se li ricordava con l’elmetto nazista in testa. E io bambino – come lo era stato lui a tempo in cui quei ricordi si erano stampati indelebilmente nella sua mente – ascoltavo quei racconti destinati a segnare indelebilmente anche me.
Non ho simpatia per queste croci, questi nomi, queste date. Per quella bandiera tedesca che sventola sul mausoleo qui nel centro della mia terra. Non ho simpatia né commozione per questi trentamila. Non l’avrò mai. Fosse vissuto uno solo di loro, né io né i miei cari adesso saremmo qui. Non ho simpatia per quelli che vengono qui a radere l’erba e a mantenere strutture e fioriere. Li ho visti all’opera anch’io, e non solo qui. Sono pronti a rimettersi l’elmetto in testa e a fare di questo continente di nuovo un luogo di sofferenza. Forse lo stanno già facendo.
Non ho simpatia per ragazzi che avevano si e no diciott’anni quando la loro vita fu stroncata. E’ brutto, lo so, ma è così. Però posso avere almeno rispetto. La morte alla fine lo merita sempre. La morte ed il pensiero che prima o poi altri ragazzi come questi saranno mandati a morire altrettanto stupidamente.

E ci saranno altri anniversari. E altrettanta gente che li ignorerà.

sabato 9 maggio 2015

V - Day, settant'anni dopo. Non è un'Europa per giovani

L’Unione Sovietica era più ad est degli altri Alleati. La resa della Germania nazista firmata dal generale Jodl a Reims nelle mani di Eisenhower fu comunicata all’Occidente alle ore 23,00 dell’8 maggio 1945. Per l’URSS erano già le prime ore del giorno 9. Per questo il V Day, il giorno della vittoria in Europa che poneva fine alla Seconda Guerra Mondiale, è il 9 maggio e non l’8.
Re Giorgio VI, Winston Churchill ed una giovanissima principessa Elisabetta
salutano la folla in festa per la vittoria l'8 maggio 1945
Finiva il massacro più abominevole dell’intera storia dell’Umanità. Nasceva, o poteva finalmente nascere, una nuova Europa. Chissà se quella che abbiamo sotto gli occhi settant’anni dopo assomiglia almeno vagamente a ciò che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e gli altri confinati di Ventotene avevano immaginato e descritto almeno in embrione nel loro Manifesto del 1944, scritto quando ancora tuonava il cannone ma già si lavorava ad un assetto del mondo futuro che impedisse una volta per tutte il ripetersi dell’orrore scatenato da Hitler e dai suoi alleati e seguaci.
La festa di quella vittoria non si celebra più. E’ durata ancor meno di quanto durò quella della Prima Guerra Mondiale, sopravvissuta un po’ dappertutto almeno fino agli anni settanta. In Italia fu soppressa nel 1977 dal governo Andreotti, preoccupato della presenza nel nostro calendario di troppe festività, in epoca di austerity. La Seconda noi non l’abbiamo mai festeggiata, avendola terminata tecnicamente dalla parte degli sconfitti. A poco a poco anche i vincitori ci hanno raggiunti nella terra dell’oblio.
Piccadilly Circus, VE Day
Ad oggi, solo la Russia di Putin – per motivi peraltro che poco hanno a che fare con la celebrazione di quello che fu – ha solennizzato la ricorrenza di quella che per essa fu la Grande Guerra patriottica. Quella che fece di un paese sottoposto a cordone sanitario mondiale per la paura che contagiasse tutti con il suo virus letale, il Comunismo, la seconda superpotenza del pianeta, capace di tenerlo in scacco nella Guerra Fredda per i successivi quarant’anni. Quella che fece di Stalin da possibile concorrente di Hitler per il titolo di più grande boia di tutti i tempi il “piccolo padre” di tutti coloro che ai quattro angoli della terra sognavano il sole dell’avvenire e credevano che tutto il mondo sarebbe prima o poi diventato come l’Unione Sovietica.
Altiero Spinelli nel 1983 al parlamento europeo di Strasburgo
Sulla Piazza Rossa soltanto si celebrano dunque i settant’anni dalla resa del generale Keitel, il collega di Jodl recatosi nello stesso momento ad est, nelle mani del maresciallo Zukov, che disponeva il cessate il fuoco anche ad oriente dell’Elba. Com’è nata questa Europa non lo ricorda ne lo richiama alla memoria altrui più nessuno. Meno che mai alle giovani generazioni verso le quali il governo continentale istituito nel frattempo si è dimostrato sempre più patrigno, indifferente se non ostile.
Dal Trattato di Roma del 1957 che istituiva la Comunità Economica Europea a quello di Maastricht del 1992 che istituiva l’Unione Europea, la federazione sul modello degli Stati Uniti d’America che metteva in comune la moneta, l’economia, parte delle istituzioni politiche in attesa di avere a regime un unico governo sovranazionale, la storia d’Europa è stata quella dell’illusione di generazioni ormai invecchiate insieme alla speranza di aver trovato – come auspicavano Spinelli e gli altri di Ventotene – la soluzione definitiva a tutti i problemi ed a tutte le conflittualità che avevano gettato per due volte nel ventesimo secolo il continente nel fuoco e nel carnaio dei nazionalismi portati alle estreme conseguenze.
Tutto questo, insieme alla commozione per le vittime subite ed i sacrifici fatti settant’anni fa ed anche in seguito nonché all’orgoglio per certi versi giustificato per quello che siamo diventati adesso – da Lisbona a Vladivostok - , è qualcosa che dice poco a nuove generazioni il cui problema è trovare un posto, costruirsi un futuro in una società globale che ha già bruciato molte delle risorse a loro destinate e che ha ridotto le possibilità economiche necessarie al loro ingresso nel mondo del lavoro e della prosperità come nemmeno la guerra mondiale aveva fatto settant’anni fa. Nuove generazioni che, continuando il trend attuale, saranno portate inevitabilmente a vedere le precedenti non come maestre di qualcosa, custodi di tradizioni positive e gloriose, ma come ostacoli insormontabili sulla strada della sopravvivenza.
Se quest’epoca rischia di assomigliare a qualche altra, è più al primo dopoguerra che non al secondo. Il sogno di Spinelli e compagni appare assai lontano dall’essersi realizzato. Il nome stesso di quei confinati diventati i padri dell’Europa unita è soggetto ormai all’oblio, se non - in alternativa - a qualche futura maledizione. Il V Day, del resto nel nostro paese non è più associato a quel giorno in cui le radio di tutta Europa trasmisero l’annuncio che la guerra era finita, ma a quello molto più recente in cui un sedicente uomo politico locale lanciò il suo messaggio alle piazze, semplice, diretto e sintetico come pochi altri: “vaffa….”.

L’Europa unita era nata come risposta al Fascismo ed ai suoi orrori. Potrebbe diventare lo scenario più propizio ad una sua riedizione aggiornata ai tempi se continuerà ad essere governata sostanzialmente da una Banca Centrale Europea che come la vecchia Società delle Nazioni distribuisce solo ingiustizia e miseria. O da una Germania che ha dimenticato, o fatto finta di dimenticare, perché settant’anni fa a quest’ora era ridotta ad un cumulo di macerie fumanti.

venerdì 24 aprile 2015

25 aprile 1945

“Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire!”.
Settant’anni fa, all’ora in cui più o meno oggi facciamo colazione, Sandro Pertini per voce del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava alla radio l’insurrezione generale delle forze partigiane in tutti i territori che ancora restavano sotto il controllo dei nazifascisti. Alle 8 circa, la Brigata Garibaldi, il Corpo Volontari per la Libertà e le altre formazioni resistenziali che si erano costituite a Milano, Bologna, Venezia e negli altri centri principali dopo l’8 settembre 1943 cominciarono l’occupazione delle fabbriche, delle prefetture e della viabilità per contrastare la resistenza prima e la fuga poi dei gerarchi fascisti e degli ultimi occupanti della Wehrmacht e delle SS.
I partigiani avevano cominciato a scendere dalle montagne già nei giorni precedenti, affluendo verso i luoghi delle ultime battaglie. Genova era stata liberata il 23, Bologna addirittura il 21. La lunga notte calata sul territorio nazionale dopo l’armistizio di Badoglio e la violenta reazione dei nazisti volgeva al termine. Gli ultimi mesi erano stati lunghi ed ancora più tragici. Dopo la liberazione di Firenze l’11 agosto 1944, il fronte si era fermato sulla Linea Gotica, lo schieramento difensivo tedesco piazzato dal Feldmaresciallo Kesselring da Massa-Carrara a Pesaro, dal Tirreno all’Adriatico. E lì era rimasto bloccato fino alla primavera successiva.
Alla metà di aprile, solo Hitler ed i suoi più ristretti collaboratori come Goebbels erano rimasti convinti della possibilità di vittoria finale per il Reich. La loro tragica follia fu rincuorata per un istante dalla morte del presidente americano Franklin Delano Roosevelt avvenuta il 12 aprile. Subito dopo gli angloamericani (che fin dai primi di marzo avevano varcato il Reno a Remagen entrando in Germania) ed i sovietici (che avevano fatto lo stesso attaccando la Prussia Orientale dalla Polonia dove avevano scoperto i campi di concentramento come Auschwitz) dettero l’ultima spallata che li avrebbe portati ad incontrarsi sull’Elba proprio quel 25 aprile 1945, lo stesso giorno in cui l’Italia si liberava delle ultime vestigia della più odiosa e sanguinosa occupazione tra quante ne aveva subite nella sua lunga storia. Lo stesso giorno in cui metteva fine a 23 anni di dittatura fascista.
Sulle scale dell’Arcivescovado di Milano, Sandro Pertini incontrò Mussolini in fuga, e fu l’ultima volta in cui colui che era stato il Duce fu visto vivo da esponenti ufficiali della Resistenza. Dopo, nei giorni seguenti, la sua fuga travestito da soldato germanico verso il fantomatico ridotto della Valtellina e la sua fine a Giulino di Mezzegra per mano del plotone d’esecuzione comandato dal partigiano Valerio sono tutt’ora oggetto di studio da parte degli storici, ammantate più di leggenda che di verità accertata. Il Duce del Fascismo riapparve il 29 a Piazzale Loreto, ormai cadavere esposto al linciaggio della folla inferocita da cinque anni di guerra senza quartiere e senza pietà.
I gerarchi fascisti erano stati tutti condannati a morte dal C.L.N.A.I. “Arrendersi o perire!” fu appunto la parola d’ordine con cui la resa venne intimata dai partigiani a tuti coloro che in vario grado e a vario titolo si erano schierati dalla parte di Salò. Seguì il periodo difficile della resa dei conti tra partigiani ed ex-fascisti, che proseguì grosso modo fino all’amnistia promulgata un anno dopo circa dal Ministro della Giustizia Palmiro Togliatti. Nello stesso periodo si decise di consacrare quel 25 aprile come festa nazionale. Fu il Luogotenente Umberto di Savoia a decretarlo, poco prima che il popolo italiano trasformasse lo Stato da monarchia in repubblica.
Di tutte le feste, più ancora forse del 2 giugno anniversario del referendum per la repubblica o del 4 novembre anniversario della grande vittoria nella prima guerra mondiale, l’ultima guerra di indipendenza, il 25 aprile è rimasto nel cuore degli italiani perlomeno delle generazioni che hanno vissuto quel giorno o ne hanno sentito parlare come si fa con una memoria ancora vivida. Vi è rimasto perché in fondo simboleggia il momento più nobile della storia d’Italia, il giorno in cui la nazione si liberò da una dittatura e da una occupazione straniera che potevano essere fatali, ed in cui ritrovò la dignità perduta l’8 settembre.

Sono sempre meno purtroppo i partigiani dell’A.N.P.I. che sfilano in questa giornata a ricordo di quello che ebbero il coraggio di fare settant’anni fa. La legge di natura non fa sconti nemmeno agli eroi, ai superstiti di quella guerra di liberazione che finì per essere – per la prima volta – una guerra di popolo come nemmeno il Risorgimento aveva saputo diventare. Ma di tutte le feste che il calendario italiano propone, questa del 25 aprile più di ogni altra resta in eredità al cuore di tutti e al di fuori di ogni discussione. Fu quel giorno che l’Italia si meritò il posto che da allora ha occupato tra le nazioni del mondo civile.

martedì 27 gennaio 2015

La giornata della memoria



Arrivarono da est, senza avere la più pallida idea di quello che avrebbero trovato. Gli uomini dell'Armata Rossa che la mattina del 27 gennaio 1945 entrarono nel campo di concentramento di Oswiecim, in tedesco Auschwitz, erano temprati dagli orrori di tre anni e mezzo di guerra contro la Wehrmacht di Hitler e contro le SS, ma quello che si trovarono davanti superava ogni immaginazione. Di oltre un milione di prigionieri internati nel campo dai tedeschi a partire dal 14 giugno 1940, ne sopravvivevano soltanto 7.000, e in condizioni che solo pochi geni come Primo Levi o Steven Spielberg hanno saputo descriverci. E che solo il ricordo dei pochi rimasti in vita e giunti fino al nostro tempo può testimoniare.
Era nato come tanti altri, il campo di Auschwitz, sulla spinta del desiderio di Heinrich Himmler e di altri gerarchi nazisti di compiacere il Fuhrer e di avviare a soluzione finale quello che egli stesso aveva individuato come il problema principale della Nuova Germania del Terzo Reich: il problema ebraico. Già prima che nel 1942 a Wansee presso Berlino una conferenza di esponenti del Nazismo desse forma sistematica allo sterminio del popolo ebraico e degli altri dissidenti antinazisti affidando a tecnici come Adolf Eichmann l'organizzazione della soluzione finale attraverso l'impiego del famigerato gas Zyklon B (già sperimentato con successo nelle trincee della Prima Guerra mondiale) e dei forni crematori, il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau era diventato il più importante della fabbrica della morte, il più emblematico di quella banalità del male che l'essere umano concepì contro se stesso in quegli anni.
Simboleggiata con agghiacciante efficacia da quella scritta di metallo sul cancello d'ingresso del campo alla fine del binario ferroviario su cui arrivavano i vagoni piombati da tutta Europa, che tutti hanno impressa nella memoria per esserci stati e averla vista in pellegrinaggi angoscianti o in foto e film capaci di rinnovare l'orrore: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi.
Le larve umane che i soldati russi si trovarono di fronte, al pari di altri soldati di vari eserciti che stavano occupando in quei giorni territori già sotto il controllo dei tedeschi e campi di lavoro simili a quello di Auschwitz, testimoniano da allora fino a che punto può arrivare quella che i Nomadi avrebbero chiamato giustamente la belva umana, nella loro canzone. Quel male la cui quotidianità e banalità Primo Levi avrebbe efficacemente raccontato nel suo diario-capolavoro, Se questo è un uomo. O che Shlomo Venezia avrebbe ritratto fin nei particolari dell'abominio in Sonderkommando Auschwitz.
Non è un caso che la data del 27 gennaio sia stata scelta dalla Germania prima e dalle Nazioni Unite poi come Giornata della Memoria, e il campo di concentramento stesso sia stato dichiarato dall'Unesco nel 1979 patrimonio dell'umanità. Di tutti gli orrori perpetrati dall'uomo contro i suoi simili nel corso della sua storia, Auschwitz in qualche modo è riuscito ad essere la manifestazione più eclatante.
Dal 1945 ad oggi, il Male si è incarnato ancora tante volte. La tragedia della fine del Colonialismo in Africa e Asia, il Vietnam, la Cambogia, l'Afghanistan, l'Iran, i paesi sottratti al giogo nazista solo perché si ritrovassero sotto quello sovietico, il Medio Oriente stretto tra intolleranza araba per la "riparazione" decisa dal mondo verso il popolo ebreo (lo Stato di Israele) e intolleranza israeliana verso chi si riteneva popolo altrettanto eletto, il Ruanda degli Utu e Tutsi, l'America Latina e le dittature feroci quanto quella di Hitler, Pol Pot, Saddam Hussein, Ceausescu, Kim Il Sung, Videla, Pinochet....quanto ha avuto da piangere la nostra coscienza?
Sono passati 70 anni. Il Male ha ancora una banalità che la nostra mente stenta a comprendere, e ancor più a controllare. I Treni della memoria partono annualmente da tutta Europa verso Auschwitz-Birkenau.
Qualcuno ancora va a farsi stringere il cuore sul luogo dello sterminio elevato a industria e sistema. Qualcuno pensa che adesso questi treni dovrebbero partire per le più svariate località, perché ormai sono pochi i luoghi della terra rimasti scevri da orrori paragonabili all'Olocausto. Ma ci sono delle parole che a distanza di tanti anni restano ineguagliate per esprimere i sentimenti che suscita la Giornata della Memoria, anche aggiornata ai tempi recenti. Le prime sono quelle di Primo Levi, nell'incipit del suo libro, Se questo è un uomo:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Le altre sono scritte nel Talmud, ma passano bene in qualunque altra religione, o coscienza civile, soprattutto in un'epoca che a volte sembra dirigersi di gran carriera verso nuove tragedie, perché dalla storia nessuno impara mai:
Chi salva una vita, salva il mondo intero.



dal film Band of Brothers, la scoperta del campo di concentramento di Landsberg

domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: La svastica su Olimpia (1936)



Lo spirito di Olimpia nella sua concezione più pura (e per forza di cose più ingenua) non era sopravvissuto di un solo minuto alla presidenza del C.I.O. di Pierre de Coubertin. Una volta che il barone, dopo le trionfali olimpiadi parigine del 1924, aveva ceduto il testimone al suo successore il belga Henri de Baillet-Latour e si era ritirato a vita privata, il mondo moderno aveva fatto irruzione nel santuario di Olimpia spazzandone via mitologie ed ipocrisie.
Nel 1928 ad Amsterdam, la Coca Cola aveva fatto la sua prima comparsa come sponsor olimpico. La nuova bevanda magica che era sulla strada di diventare il nettare degli dei del ventesimo secolo aveva intrapreso anche la strada del condizionamento pesante dei Giochi Olimpici sponsorizzati, come si sarebbe visto più avanti. Nel 1932, a Los Angeles, le nuove tecnologie sviluppate dalle ditte americane ed europee si erano in un batter d’occhio rese indispensabili allo svolgimento delle gare, apparendo come il deus ex machina che avrebbe posto fine a errori arbitrali e reclami, malgrado quella paradossalmente risultasse poi essere l’edizione in cui se ne erano verificati di più.
Ma le contaminazioni peggiori allo spirito dei Giochi dovevano ancora arrivare. I tempi cambiavano velocemente, nel secolo del boom tecnologico. Nel bene e nel male. A Los Angeles l’arrivederci era stato dato a Berlino nel 1936, con gli occhi fissi sulla bandiera di Weimar che veniva ammainata dal pennone olimpico. Quattro anni dopo, la Germania avrebbe accolto il mondo sotto il braciere acceso di Olimpia issando su ben altro vessillo.
Nel gennaio del 1933 il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei aveva vinto le elezioni politiche tedesche, tenutesi in condizioni drammatiche a causa di una crisi economica spaventosa. Al presidente della repubblica Paul von Hindenburg, eroe della Grande Guerra, non era rimasto altro che conferire l’incarico di Cancelliere del Reich (il Secondo, quello di Weimar, dopo il Primo che era stato quello di Bismarck e del Kaiser) al segretario di quel partito, l’ex caporale dell’esercito austro-ungarico Adolf Hitler.
Adolf Hitler con Leni Riefenstahl
Il programma di Hitler e della sua formazione politica (e paramilitare) era molto semplice, e contenuto in un libro che lo stesso Hitler aveva pubblicato nel 1923, il Mein Kampf, completamente ignorato all’epoca ma che adesso tutti si buttarono a leggere. Chi con preoccupazione crescente ma tardiva, chi con entusiasmo.
Anzitutto, la messa in discussione del Trattato di Versailles, con il recupero alla Germania del suo ruolo predominante in Europa e nel mondo. La riduzione dell’Europa dell’est e del mondo slavo (compresa soprattutto la patria del bolscevismo, l’URSS) a lebensraum germanico, uno spazio di approvvigionamento di risorse a costo zero e di sfruttamento degli untermenschen, i popoli e le razze inferiori. Eliminazione di tutte le razze che in qualche modo ostacolavano il destino imperiale della Germania, non solo gli slavi ma anche e soprattutto gli Ebrei, visti come accaparratori di ricchezze e complottisti contro la razza ariana superiore.
Non le mandava a dire, Hitler, e nei tre anni che intercorsero dalla sua presa di potere  alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi non fece mistero delle sue intenzioni di attuare a spron battuto il suo programma. Un mondo occidentale preoccupatissimo, che stava assistendo al riarmo tedesco in spregio ai trattati, alle persecuzioni razziali ed alle minacce ai paesi circostanti (appena temperate dalla prospettiva che il Reich che aveva preso il nome di Terzo potesse costituire un baluardo contro il pericolo comunista), chiese che ad essa fosse tolta l’organizzazione dei Giochi che aveva ottenuto vent’anni dopo quelli mancati (per sua colpa) nel 1916.
Lo stesso Fuhrer, come ormai Hitler aveva ottenuto di farsi chiamare dal suo popolo sempre più entusiasta dei suoi successi, era inizialmente restio ad impegnare se stesso e la nazione in una manifestazione in cui oscuramente sentiva di avere più da perdere che da guadagnare, in termini di immagine, presso l’opinione pubblica mondiale. Portare il mondo – e soprattutto la stampa libera – a Berlino, poteva essere pregiudizievole per un regime che andava per le spicce a riorganizzare un temibile esercito, la Wehrmacht, e a liberarsi degli oppositori interni.
Adolf Hitler allo Stadio Olimpico di Berlino
Fu il suo Ministro della Propaganda a fargli cambiare idea. Joseph Goebbels, nazista convinto della prima ora, era una mente a suo modo raffinatissima, più ancora dello stesso Hitler. Fu uno dei primi uomini politici a capire, sull’esempio di quel Mussolini che in Italia aveva inventato lo Sport di Stato e stava cominciando a mietere successi di prestigio, il valore propagandistico delle manifestazioni sportive. Una medaglia d’oro avrebbe esaltato la Razza Ariana assai più di centomila parate militari sotto la Porta di Brandenburgo. La mitologia di Olimpia, sotto certi punti di vista, sembrava fatta per combaciare o innestarsi alla perfezione sull’ideologia nazista, che riciclava miti appunto ariani, cioè provenienti da quegli altipiani dell’Asia centrale da cui erano arrivati gli indoeuropei originari, mescolandoli con quelli vichinghi rappresentati dalla musica di Wagner e dalla filosofia di Nietzsche, nonché con quelli nordeuropei che facevano capo alla leggenda dell’Ultima Thule, la terra degli Dei del Walhalla, l’Olimpo degli Ariani.
Le Olimpiadi a Berlino erano un insperato regalo che il mondo faceva alla propaganda nazista. Lo capiva Goebbels, lo capiva Hitler e lo capivano anche quanti, nel mondo occidentale, cominciavano a stancarsi della politica di appeasement che i governi di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano adottato nei confronti del Reich nazista. Poiché però il C.I.O. era in gran parte espressione di questi governi, non accolse la richiesta pervenuta da più parti di spostamento di sede.
Mentre de Coubertin si spegneva lentamente nel suo ultimo ritiro di Ginevra, dopo la bandiera della Coca Cola che si sovrapponeva a quella dei Cinque Cerchi gli toccò dunque assistere alla bandiera rossa con la svastica in campo bianco che saliva sul pennone più alto dello Stadio Olimpico di Berlino, mentre 120.000 persone festanti gridavano a gran voce Heil Hitler!
Le Olimpiadi naziste furono un successo da un punto di vista organizzativo. La Germania dette il meglio di sé con la proverbiale efficienza in materia. Il mondo ebbe un’immagine del Reich tutto sommato presentabile, accattivante. Dal 1° al 15 agosto in Germania i cristalli non andarono in frantumi, gli ebrei non furono picchiati, i giornalisti videro circolare negli impianti sportivi e fuori una popolazione felice della propria esistenza e del proprio governo, dopo gli anni difficili di Weimar.
Ovviamente, l’oro non luccicava per chi non si lasciava abbindolare. Le voci di persecuzioni e di minacce continuavano. Hitler aveva assicurato tra l’altro il sostegno a Franco nella guerra civile spagnola appena cominciata, con l’evidente intento di testare la sua macchina bellica. La Spagna, dove ancora per poco vigeva la legalità del governo del Fronte Popolare, fu l’unico paese (oltre alla ormai recidiva Unione Sovietica) a boicottare i Giochi di Berlino, et pour cause. Anche gli U.S.A. furono sull’orlo del boicottaggio. Il presidente Roosevelt fu a lungo incerto se mandare o meno la squadra a stelle e strisce. La relazione dell’osservatore Avery Brundage, ultraconservatore e razzista, lo convinse per il sì. Con il senno di poi, fu un bene.
Jesse Owens con Lutz Long
James Cleveland Owens detto Jesse fu di gran lunga il personaggio più carismatico e l’atleta più importante in gara nella Undicesima Olimpiade, e uno dei più grandi di sempre. Il suo nome cambiò nel Figlio del Vento, con cui fu conosciuto dopo aver vinto 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo battendo gli atleti ariani come Lutz Long (che sarebbe peraltro diventato suo amico) alla presenza del Fuhrer. E Figlio del vento sarebbe rimasto fino al 1984, quando quattro anni dopo la sua morte Carl Lewis sarebbe riuscito ad eguagliare i suoi quattro successi, ereditando anche il suo soprannome.
Narra la leggenda che il Fuhrer si rifiutò di stringere la mano all’atleta di colore che aveva smentito così clamorosamente i suoi pregiudizi razziali. Owens si sarebbe in seguito lamentato che neanche il presidente Roosewelt lo aveva fatto, mancando di trovare il tempo per ricevere alla Casa Bianca l’atleta che aveva dato così tanto prestigio al suo paese, vincendo ben più che gare olimpiche di prestigio in quel frangente.
Ondina Valla
Furono le Olimpiadi di Trebisonda Valla, detta Ondina, la ventenne bolognese che fu la prima donna italiana di sempre a vincere una medaglia d’oro olimpica, per la precisione negli 80 metri a ostacoli. L’Italia colse anche il prestigioso successo nel torneo calcistico, riammesso al programma dei Giochi dopo la pausa di los Angeles. Nella squadra azzurra allenata da Vittorio Pozzo, il tecnico campione del mondo del 1934, non c’erano i mundiales di Roma, ma i semidilettanti universitari guidati da Annibale Frossi, l’uomo che giocava con gli occhiali, non li fecero rimpiangere, battendo 2-1 in finale la forte Austria.
Annibale Frossi nella finale di Berlino
L’Italia chiuse al quarto posto del medagliere con 8 ori e 22 medaglie complessive. La Germania riuscì a sopravanzare gli U.S.A. al primo posto, 33 ori a 24. Il dilettantismo di stato aveva reso a Hitler il risultato sperato, grazie anche all’introduzione anche di sport che erano poco praticati in Nordamerica, come (incredibilmente) il canottaggio. Nel basket, la squadra americana riuscì a prevalere in finale su quella canadese con l’incredibile punteggio di 19-8. Pare che si giocasse all’aperto, su un campo di terra battuta che grazie alla pioggia battente diventò presto fangoso.
Furono le Olimpiadi di Helene Bertha Amalie Riefenstahl detta Leni. Senza di lei, le intenzioni di sfruttamento propagandistico di Hitler e Goebbels si sarebbero tradotte in nulla. Fotografa e regista cinematografica di successo, più che sostenitrice del regime nazista Leni era legata da amicizia personale e reciproca stima con Adolf Hitler. Era entusiasta più che altro dell'estetica nazista, che contribuì a sviluppare e a cui diede espressione visiva come nessun altro. Nazista osservante, almeno ufficialmente, non lo fu mai. Anzi, i contrasti con alcuni gerarchi nazisti, soprattutto con il ministro della propaganda Goebbels , la spinsero a una progressiva autonomia dal partito, a cui non fu peraltro mai iscritta.
Con Il trionfo della volontà , girato in occasione di una delle adunate di Norimberga, aveva glorificato la figura del Führer, nuovo messia del popolo tedesco. La sua innovativa tecnica di regia, che poteva peraltro disporre della quasi totalità degli operatori cinematografici tedeschi e si avvaleva di teleobiettivi e grandangoli, era riuscita a trasmettere agli spettatori un epico senso di potenza attraverso inquadrature panoramiche di sterminate masse d'uomini marcianti in formazioni rigidamente inquadrate, accompagnate da una musica wagneriana travolgente.
Leni Riefenstahl durante le riprese di Olympia
Il suo film Olympia, girato nei quindici giorni dell’olimpiade berlinese, ha anch’esso un valore storico molto importante, perché di fatto fu il primo film della storia dedicato alle Olimpiadi, e da un punto di vista squisitamente cinematografico è rimasto senza dubbio il migliore. L’esaltazione degli atleti ariani in parallelo alla celebrazione della rinascita del mito greco nel mondo moderno ne fanno sicuramente un’opera di forte connotazione propagandistica, tuttavia in qualche modo apprezzabile anche come contenuto, perché priva dei principi antisemiti e razzisti che Goebbels avrebbe visto invece volentieri esaltati.
Leni era una donna di forte personalità anticonformista, di per se stessa dunque la negazione della ideologia che aveva contribuito ad esaltare. Le sue tecniche di regia innovative sopravvissero alla caduta del Reich, anche se il suo passato le rimase addosso impedendole a lungo di lavorare, nella Germania del dopoguerra.
Alla cerimonia di chiusura il 16 agosto, il mondo si dette appuntamento quattro anni dopo a Tokyo, capitale di un altro paese che stava affilando le armi per rendere presto il mondo stesso un luogo molto poco piacevole in cui vivere. Ancora una volta la pubblica opinione internazionale, non soltanto il Comitato Olimpico, si illudevano. Le squadre sarebbero scese in campo ben prima del 1940. Per un nuovo gioco mortale.

"L'amicizia nata sui campi dell'atletica è il vero oro da conquistare. I riconoscimenti sono soggetti alla corruzione del tempo, sull'amicizia non si raccoglie polvere".
(James Cleveland Owens)