Visualizzazione post con etichetta Sergio Mattarella. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Sergio Mattarella. Mostra tutti i post

venerdì 10 febbraio 2017

Il Giorno del Ricordo secondo Laura Boldrini

Questa volta, Sergio Mattarella fa sapere per tempo che non ci sarà. Precedenti e superiori impegni. Lo Stato italiano, alla commemorazione dei Martiri delle Foibe, non ci sarà. La prima carica di quello Stato ha di meglio da fare. Del resto, dopo nove anni di presidenza del comunista Napolitano, ci siamo in qualche modo abituati: i morti giuliani e istriani della metà degli anni Quaranta sono morti di serie B.
Recupero di cadaveri alla Foiba di Vines
Sapevamo di dovercelo aspettare dall’uomo che aveva cominciato la sua carriera inneggiando ai carri armati sovietici a Budapest nel 1956, e che l’ha conclusa dando una robusta spallata alla democrazia nel suo paese, nel 2011. Non sapevamo ancora bene cosa aspettarci dal suo successore, il democristiano Mattarella. Adesso è chiaro, stessa retorica a vuoto, stesso assenteismo istituzionale, quando non peggio.
La seconda carica del medesimo Stato, il presidente del Senato Pietro Grasso, si accoda volentieri, come suo solito. Non ci sarà nemmeno lui. Da Grasso, sapevamo di dovercelo aspettare, punto e basta.
Con la terza carica, la presidentessa della Camera Laura Boldrini, non siamo così fortunati, è il caso di dire. La donna che si è fatta un dovere di insultare quasi quotidianamente il popolo che rappresenta (e per di più, a sue spese) ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio prodigioso. Ecco dunque invitata a tenere una conferenza stampa alla Camera dei Deputati la storica (si fa per dire) negazionista Alessandra Kersevan, le cui tesi sono riassunte esaurientemente in questo estratto: Commemorare i morti nelle Foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette personali, c’è il 2 novembre.
Non c’è che dire, sostituire il Giorno del Ricordo (stabilito con legge della Repubblica 30 marzo 2004 n. 92, che recita tra l’altro:  al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale) con il Giorno dell’Insulto rappresenta veramente l’ultima frontiera per l’ineffabile presidentessa della Camera, che veramente non si pone più limiti.
La donna che vorrebbe mettere sotto controllo tutto il web non riesce più a tenere sotto controllo la propria brama distruttiva del sentimento nazionale e dei valori fondanti di questo paese, affermatisi tra l’altro nel bagno di sangue che questo paese stesso come il resto del mondo affrontò negli anni tra il 1940 ed il 1945.
Quello che salta agli occhi, oltre al già ricordato silenzio delle istituzioni, è il parallelo silenzio della comunità civile, eccezion fatta per i sopravvissuti ed i discendenti di quei poveri martiri di cui la signora Kersevan ha così brillantemente concionato nelle stanze di Montecitorio. Quando si fa avanti il negazionismo dell’Olocausto del popolo ebraico, le comunità e le istituzioni interessate si fanno subito sentire, stigmatizzando giustamente questa pratica incentivata dall’analfabetismo popolare di ritorno, non soltanto sul piano storico. Per gli istriani ed i giuliani non si fa sentire nessuno, se non quei pochi che hanno avuto la ventura di conoscere la loro tragica vicenda, o per retaggio familiare o per fortunosa acquisizione sui banchi di una scuola che è sempre stata vergognosamente acquiescente alle ragioni della parte comunista e di chi con essa voleva più o meno storicamente compromettersi, nelle varie epoche fino al 1992.
L’Istria è persa ormai per la nostra comunità nazionale, e nessuno vi andrà mai a scavare per riportare alla luce quelle fosse comuni, quelle foibe piene di cadaveri giustiziati in modo atroce, bestiale, che smentirebbero in cinque minuti la cialtroneria storica della signora Kersevan e svergognerebbero i motivi non meno abbietti di chi l’ha ospitata a tenere la sua vergognosa conferenza. Ma Trieste è tornata all’Italia, nel 1954, dopo i 40 giorni di terrore assoluto vissuti sotto la scorribanda e la razzia dell’esercito del popolo di Tito nel 1945 e dopo i quasi dieci anni di purgatorio sotto l’amministrazione e la (provvidenziale) difesa dei Blue Devils americani installati nel Castello di Miramare. A Trieste chiunque può raccontare la verità storica sulle Foibe, e basta fare pochi chilometri e salire sull’altopiano carsico, dove il Sacrario di Basovizza parla più di qualsiasi parola.
Un altro Giorno del Ricordo trascorrerà nel doloroso silenzio a cui le vittime sono abituate da settant’anni, così come i superstiti. Lo Stato italiano ha dimenticato, quando non ha sbeffeggiato come stavolta. Il popolo italiano, per il suo stesso bene, è il caso però che non dimentichi.

Il sangue dei giuliani, degli istriani, degli italiani del nord-est riposi in pace, finalmente, se può.

sabato 4 febbraio 2017

Mattarella non ha tempo per le Foibe, solo per gli inciuci


A quanto sembra, Sergio Mattarella non parteciperà alle commemorazioni del 10 febbraio, Giorno del Ricordo (per chi si mettesse in collegamento soltanto adesso, la rievocazione storica del martirio di Istriani e Giuliani - in una parola, italiani - nelle Foibe alla fine della seconda guerra mondiale, per mano dei "compagni" di Tito.
Per sparare puttanate sull'Olocausto degli Ebrei paragonandolo alle migrazioni di perdigiorno dall'Africa sulle nostre coste il tempo l'ha trovato. Evidentemente il 10 ha altro da fare, troppo impegnato a studiare le prossime mosse per vanificare quel poco di volontà popolare che si è palesata il 4 dicembre scorso, com'é nella sua specialità dal 1993 in poi. O forse (a pensar male, diceva un suo ex compagno di partito......) incombe la ricorrenza privata della sua famiglia, il 1° maggio (vedi alla voce: Portella).
Indignazione di quanti ricordano o commemorano comunque la tragedia dei nostri connazionali sacrificati alla ragion di stato comunista e alla furia slava. Su una cosa sola non mi associo. Qualcuno ha detto: presidente, quelli erano italiani come lei.....
Nossignore, niente affatto. Quella era gente per bene.

sabato 24 dicembre 2016

Natale all'italiana

E’ un’Italia dalle contraddizioni sempre più accentuate quella che si appresta a celebrare il Santo Natale 2016. La spaccatura tra il popolo e la casta che lo governa ha raggiunto dimensioni importanti, forse irreversibili. Che fanno pensare paradossalmente per la prima volta alla possibilità di un futuro diverso. Un futuro che le generazioni più giovani hanno detto a chiare lettere di volere con tutte le loro forze, senza necessariamente essere costrette ad andare a cercarselo all’estero.
Sergio Mattarella
Venti giorni fa, sono stati proprio i giovani a dire di andare a casa ad un governo che voleva stravolgere il loro migliore passato ma soprattutto il loro migliore futuro. In quel venti per cento che ha fatto la differenza tra le ambizioni di Renzi e la voglia di normalità e di ripresa del paese, i giovani sono stati determinanti in una misura che era soltanto possibile sognare, fino alla vigilia del voto.
Il popolo, giovane e meno giovane, si è espresso. La casta lo ha ignorato. Un presidente che non è stato eletto dal popolo e al popolo non risponde, ma solo alle consorterie che l’hanno messo dov’è a fare esattamente quello che fa, ha rinominato quel governo così come si cambia copertina ad un libro o custodia ad un DVD e l’ha rimandato alle Camere, e soprattutto in faccia al Paese.
Alla leggenda controversa della famiglia Mattarella si è aggiunto un nuovo brutto capitolo, ma non è questo il punto. Il parlamento italiano ormai assomiglia a quel Palazzo d’Inverno che 99 anni fa fu preso d’assalto dalla folla affamata e inferocita a San Pietroburgo in Russia. Non è più tempo – grazie a Dio – di Bolscevichi, né siamo alla fame come i sudditi dell’ultimo Zar, ma Mattarella, Gentiloni, Boldrini & C si comportano ormai come Nicola II Romanov, Rasputin, la Zarina Alessandra, e corrono incontro ad un destino personale sicuramente non altrettanto tragico ma egualmente ignominioso.
Giuliano e Manuel Poletti
Nel frattempo, ai giovani elettori quel governo fa sapere di poter fare tranquillamente a meno di loro. In Italia, finora è il governo a licenziare il popolo. Il ministro Giuliano Poletti, con delega al lavoro (sic!), dichiara che la fuga dei giovani cervelli all’estero è in realtà la fuga di zavorre di cui l’Italia può solo beneficiare a liberarsi. Rincara la dose il figlio Manuel, giornalista romagnolo a cui vogliamo pensare che il cognome paterno non sarà stato di alcuna utilità per farsi strada nella vita. Scuse goffamente offerte dal ministro, ed esposto-denuncia del figlio minacciato sui social network non servono a rimediare al danno (non solo) d’immagine fatto. Dalle parti dell’ineffabile Manuel si dice, pegio el tacon del buso. La toppa messa sulle sciocchezze dette non funziona mai, eppure i nostri governanti dovrebbero saperlo, per lauta esperienza personale.
Ma il regalo di Natale più beffardo da parte della propria classe dominante arriva agli italiani nell’immediata vigilia. A Berlino, l’ennesimo psicopatico addestrato dall’Isis (o da chi per essa) compie una strage. Si scopre che era stato recluso in Italia, dove era arrivato via Lampedusa e dove aveva fatto subito danni. Scontata la pena, era a piede libero in attesa dei documenti dalla Tunisia che avrebbero dovuto consentire la sua espulsione verso quel paese.
C’è qualcosa che non funziona nella Magistratura italiana, e nel Codice Penale che è chiamata ad applicare. Lo sosteniamo da tempo. Ma lasciare libero in circolazione un soggetto del genere, quale che sia la giustificazione formale, non ha giustificazioni sostanziali. Se dobbiamo modificare il Codice, modifichiamolo. Se dobbiamo preparare in un altro modo (sicuramente migliore, ci vuole poco) i nostri magistrati, facciamolo.
Non saremo sempre così fortunati come stavolta. Da una possibile reprimenda da parte della Germania ferita a morte (ma nel computo delle vittime, salite a 18, c’è anche una ragazza italiana, una di quelle la cui fuga all’estero era stata appunto salutata come sopra detto dal ministro Poletti), ci ritroviamo con una insperata nota di ringraziamento.
Succede che due agenti di polizia in servizio a Sesto San Giovanni intercettino nella notte Anis Amri, l’assassino di Berlino. Che invece dei documenti tira fuori la pistola e spara. Un agente viene ferito, l’altro riesce ad abbattere il terrorista, dopo essersi preso di bastardo, supponiamo in nome di Allah. L’agente ferito non è grave, e il prestigio dell’Italia balza alle stelle, come il titolo Mediaset dopo la guerra tra Berlusconi e Vivendi.
Marco Minniti
Non si fa in tempo però a gioire. Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha sostituito nella carica il predecessore Angelino Alfano e che dimostra subito di essere al suo pari in quanto a inadeguatezza, non trova di meglio che annunciare in conferenza stampa urbi et orbi i nomi dei due agenti. Che invece che da una onorificenza al merito, si ritroveranno a questo punto gratificati da una vita sempre a guardarsi le spalle, come pentiti della criminalità organizzata sotto programma di protezione. I loro nomi adesso sono appesi in bacheca in tutte le centrali terroristiche islamiche del mondo.
E’ un’Italia chiamata a sopportare tutto questo, quella che si accinge a santificare il Natale del 2016. Ad un popolo dalla pazienza infinita, auguriamo di trovare sotto l’albero da parte di Babbo Natale un regalo solo: la fine di quella pazienza.

Buon natale a tutti.

domenica 11 dicembre 2016

Il Gentiloni che non ti aspetti. O sì?

E adesso tutti su Wikipedia a vedere chi è Paolo Gentiloni. Pronti a leggere la biografia del nulla. Del resto, chi erano Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi prima di ricevere la fatal chiamata dal Colle? Il nulla appunto. Che un bel giorno il Sistema ha elevato a se stesso.
C’era un motivo se Giorgio Napolitano insisté tanto sul nome di Sergio Mattarella come suo successore, e se Matteo Renzi si dette tanto da fare per farlo eleggere, in un Parlamento già allora riottoso. Non era il cursus honorum dell’uomo (peraltro da sempre discutibile e discusso) a raccomandarlo, quanto la sua fedeltà al sistema. Che era stato determinante a perpetuare in passato (ricordate il Mattarellum, in barba al referendum sul maggioritario ed al popolo sovrano che l’aveva approvato?), e che sarebbe – se ci fosse stato bisogno – stato pronto a perpetuare di nuovo. Come uno di quei seguaci di Baden Powell tanto cari al presidente del consiglio uscente. Estote parati.
Il giorno è venuto, e dopo la consueta promenade di consultazioni più o meno inutili, Sergio Mattarella – presidente pro-tempore, grazie a Dio, di questa disgraziata Repubblica – ha chiamato al Colle il quarto nulla, Paolo Gentiloni, per conferirgli l’incarico del quarto governo istituzionale consecutivo. Nel senso che per la quarta volta, le Istituzioni hanno fatto come pareva loro. Con buona pace del popolo sovrano, che neanche una settimana fa si era illuso di aver ritrovato giustappunto la sua sovranità.
Dice: ma se volevi una Costituzione diversa da quella che c’è, perché non hai votato quella di Renzi? Perché, caro amico immaginario, nel novero degli universi paralleli dev’essercene un terzo, oltre a quello di una Carta che ha sempre avuto un solo difetto (giustificabile nel 1947, un po’ meno negli anni più recenti): quello di favorire le manovre della Casta rispetto alle scelte del popolo; ed a quello proposto da Renzi, che avrebbe eliminato definitivamente il popolo lasciando soltanto la Casta, una bella semplificazione.
La Casta il potere non lo molla, popolo o non popolo. Nella storia, le Caste il potere non lo mollano mai, volontariamente. Sono i popoli che devono insegnare loro, con le buone ma più spesso fatalmente con le cattive, a mollarlo quand’è il momento. Il nostro, di popoli, ha fatto un bel passo in avanti domenica scorsa. Ma la Casta gli ha subito ricordato che ne deve fare ancora chissà quanti altri, prima di spuntarla. Ammesso che succeda.
E così, Paolo Gentiloni. Recita Wikipedia: discendente della famiglia dei conti Gentiloni Silveri, nientemeno. Imparentato con quell'Ottorino Gentiloni che si fece promotore circa un secolo fa di un celebre ed omonimo Patto grazie a cui i cattolici entrarono nella vita politica italiana (ché prima ne erano esclusi a pena di scomunica dai tempi di Pio IX), ed ancora siamo a domandarci se fu un bene o un male, viste le conseguenze a lungo termine.
Ma soprattutto, come tanti rampolli della nobiltà e dell’alta borghesia, membro militante della sinistra extraparlamentare negli anni della contestazione, assieme ad altri fuoriclasse del ramo come Chicco Testa ed Ermete Realacci. Poi autore di una marcia più lunga di quella di Mao, verso la Margherita e poi verso la casa comune finale di tutti i peccatorum del rifugium, il Partito Democratico che non farà mai abbastanza danni a questo paese.
Dceva Winston Churchill, chi non è stato di sinistra da giovane non aveva cuore, chi non è di destra da vecchio non ha cervello. A tutto c’è un limite, è c’è da giurare che il grande statista inglese lo ponesse ben prima di Gentiloni e della sua congrega. C’è anche da giurare altresì che nemmeno per lui Pierpaolo Pasolini avrebbe modificato il proprio giudizio, a proposito di proletari veri e figli di papà. Al giudizio di Iosif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin a proposito di simili figure evitiamo di far riferimento, per non incorrere in querele.
Ministro degli Esteri del precedente governo, si è distinto per l’assoluta assenza di presenza e di iniziativa. Acquiescente al Premier, acquiescente alla Unione Europea, acquiescente a tutto (sarà per questo che il suo nome si è imposto così prepotentemente all’altro acquiescente per antonomasia che risiede al Colle?). Verrebbe da ascrivergli almeno un merito, quello di aver condotto a soluzione la vicenda dei Marò detenuti illegalmente in India. Se non sapessimo che detta conclusione è frutto soltanto del gran lavoro della nostra diplomazia condotto attraverso – e malgrado - ben tre governi, ognuno dei quali era pronto a prendersene il merito. E’ toccato a Gentiloni, ed al ragazzo fortunato che fino a una settimana fa era Matteo Renzi.
A quest’uomo è chiesto adesso di portare a termine una missione più delicata ancora di quella a cui assolse brillantemente – dal suo punto di vista – il suo mentore Mattarella più di 20 anni fa. Vanificare una precisa espressione della volontà popolare. Mentre la Consulta deciderà con tutto comodo a proposito dell’Italicum, mentre qualcuno - sempre dei paraggi governativi - consegna alla storia la dichiarazione I governi non sono come lo yogurth, non hanno scadenza, a Gentiloni l’ardua sentenza. Far sì che di tutto quanto in ballo, ai posteri non arrivi nulla.

Di questo passo e con questa gente, viene da pensare sicuramente che è difficile arrivi una nazione italiana, ai posteri.

martedì 6 dicembre 2016

LEGENDS




Il giorno dopo, freddati gli entusiasmi suscitati dalla storica difesa della Costituzione antifascista, arrivano le conferme di quanto si temeva. La Casta il potere non lo molla, Mattarella è un vecchio arnese del trasformismo democristiano, e farà di tutto – quanto e più di Napolitano – per difenderne posizioni e privilegi. Renzi è congelato fino alla legge di bilancio, poi ci sarà la legge elettorale, poi qualche pubblica calamità (è inverno, non mancano). Insomma, di riffa o di raffa, il calcolo è di tirarla per le lunghe per superare – come altre volte – il momento difficile.
Magari stavolta il calcolo non torna. Hanno un bel dire i renziani che il 40% dell’elettorato espressosi è con loro. Se avessero studiato qualcosa sui banchi di scuola, saprebbero che in Italia il perdente ha perso e sparisce un attimo dopo la sua sconfitta. Il 24 aprile 1945 erano tutti con Mussolini, il 25 nessuno lo conosceva più ed erano tutti con Baffone.
Chi ha votato Si, lo ha fatto in parte per interesse (e quindi sta già cercando cavalli più sicuri da cavalcare, se non glieli hanno già indicati le sue appartenenze, diurne e notturne), in parte per ignoranza (nel senso che ignorava di cosa si parlasse, o per aver sprecato il tempo passato su quei banchi di scuola, o per essersene dimenticato), in parte per servilismo verso un padrone (e in analogia alla prima fattispecie ne sta già cercando un altro, riposizionandosi in fretta e furia ma comunque sempre a 90°), in parte per consapevolezza: che se il PD va ai maiali è finita una pacchia che dura dagli anni 70, dai tempi del Movimento Studentesco, quella in cui la politica ha consentito a tanti di sbarcare il lunario facendo tutto fuori che lavorare.
E’ tutta gente che sta risalendo in rotta le chine che aveva orgogliosamente disceso, per dirla con il generale Armando Diaz. Del resto questo è un Bollettino della Vittoria, la citazione ci sta. E’ gente in fuga, magari piena di livore vendicativo, e ritirandosi farà danni, compirà razzie, distribuirà altro male.
Come già Monti prima di lui, Matteino è tentato di fondare il suo partito, il ridotto renziano della Valtellina. Scoprirà quello che hanno scoperto personaggi di spessore comunque ben superiore al suo. Un attimo dopo aver lasciato Palazzo Chigi, del suo esercito non resterà più un solo uomo.
Al PD lo aspettano per la resa dei conti a lungo rimandata. Se ti metti contro un D’Alema (per dirne uno), prega di vincere alla prima, perché non ti lascerà il tempo di sparare un secondo colpo. Sei una vipera che attacca un Black Mamba, auguri. Per chi è comunque spettatore esterno e interessato soltanto alla liberazione di questo Paese dalle camicie rosse, che si ammazzino tra loro, e con loro tutti questi orfani improvvisi della sinistra le cui magnifiche sorti e progressive questo Paese l’hanno condotto quasi alla rovina. Per quanto mi riguarda, mi stava sulle scatole Enrico Berlinguer, figuriamoci se posso avere umana comprensione e simpatia per questi scazzabubboli che ne aspirano all’eredità. A cominciare da quell’altro Enrico che si è candidato alla successione di Renzi ancora prima che questi cominciasse il suo discorso di annuncio delle dimissioni.
Il vecchio Berlusca l’ha indovinata anche questa volta: lasciate che quelli restino dove sono, e si ammazzino fra sé. In questo senso fanno gioco anche l’arbitraggio alla Damato di Sergio Mattarella e la stessa sicumera dei democrats superstiti che vedono quel 40% di voti così come Mussolini vedeva quei famosi otto milioni di baionette.
Dice: ma toccherà votare Grillo. Cari signori, c’è da buttare giù un regime, chi salì sul Muro di Berlino il 9 novembre 1989 non stette a chiedersi chi votare dopo Honecker. Sono il primo ad essere perplesso a proposito dei Cinque Stelle, avendoli praticati, ma qui ci sono loro, come disse quel sergente delle Giubbe Rosse. Soltanto loro. E se si mettono per una volta d’accordo con le altre opposizioni (Berlusconi, Salvini, Meloni) forse riescono davvero a liberarci da questa pietra al collo che è stato il partito comunista e post-comunista per 50 anni, di cui gli ultimi 20 drammatici.
Che poi una Raggi sia peggio di un Nardella o un Di Maio peggio di Renzi raccontatevelo per consolazione e raccontatelo ai vostri nipoti come favola della buona notte, se almeno loro vi stanno a sentire. Quanto a Grillo, è stato un utile idiota, come avrebbe detto quello Stalin che è ancora segretamente nei cuori di tanti votanti del SI. Utile perché senza le sue piazzate e i suoi vaffanculo staremmo ancora qui a discutere se il prossimo incarico darlo a Fassino piuttosto che a Veltroni, ma anche alla Serracchiani.
C’è da dire vaffanculo adesso,e  forse Grillo è ancora utile, poi il Movimento dovrà andare avanti con altre gambe, o sparire a sua volta come altri prima di lui.
Intanto, la Costituzione del 1947 permette a Mattarella di fare i suoi giochi di prestigio, ma anche a chi di quei giochi non ne può più di preparare scenari futuri diversi. Se avesse vinto quel 40% che adesso rivendica una surreale maggioranza assoluta all’italiana, non sarebbe stato così.
Un giorno, anche quelli del SI ringrazieranno chi ha votato NO. Viva l’Italia, viva la Costituzione.

lunedì 5 dicembre 2016

Il giorno del Ciaone



«Non credevo che la gente mi odiasse così». Non è neanche la mezzanotte, i seggi sono chiusi da poco, quando arriva il primo exit poll referendario. 66% di affluenza alle urne, non succedeva più dai tempi di un altro referendum, quello storico sul divorzio, che consegnò il popolo italiano all’età moderna, iscrivendolo nel novero delle nazioni civili. Prima ancora, forse, bisognava andare al referendum Monarchia - Repubblica, ed alle votazioni – ma guarda un po’ – per la Costituente del 1946.
E’ una giornata altrettanto storica. Quando si tratta della sua Carta e dei suoi diritti fondamentali, il popolo italiano si ricorda finalmente chi era, e risponde all’altezza della situazione. Quarant’anni dopo, si ripresenta alle urne in massa e fa sentire forte e chiara la sua voce a colui che come il Fanfani del 1974 aveva personalizzato quella che doveva essere soltanto una battaglia tra opposte visioni giuridiche. Ne ha fatto invece una di civiltà. Finendo per perdere se stesso e quella battaglia.
A mezzanotte e mezzo, lo sconcertato premier Matteo Renzi è già dimissionario. Il suo ministro per le riforme Maria Elena Boschi piange in disparte, anche lei sconvolta dal risultato che la travolge in prima persona. Il D.D.L. che porta il suo nome insieme a quello di Denis Verdini va in archivio per sempre. La costituzione democratica del 1947 è salva. Chi vorrà cambiarla dovrà ripartire da zero, e fare le cose stavolta coinvolgendo un popolo e non sdegnandolo.
Con una forbice clamorosa, 60 a 40, gli elettori italiani respingono la riforma di Renzi e le pressioni dell’unica vera Casta esistente nel paese, quella di un partito andato al potere per investitura regia (grazie ad uno stravolgimento de facto proprio della Costituzione) e non per mandato popolare, e che si era fatto nel frattempo portatore degli interessi più retrivi e francamente odiosi tra quanti ne circolano in Europa e nel mondo attualmente. Quelli delle Banche, delle Agenzie di Rating, delle consorterie d’affari diurne e notturne che vedono di buon occhio lo scardinamento di una Costituzione sorta dall’antifascismo, che concedeva e concede troppi diritti al popolo ed alle classi lavoratrici. Il filo nero che va dalla Loggia di Propaganda 2 a J.P.Morgan, dal Trattato di Maastricht alla trojika Obama – Merkel – Junker è spezzato. Dopo la Brexit e la vittoria dell’outsider Trump in America, con questo NO a completamento riannodarlo non sarà semplice.
L’Europa dei ricatti assiste impotente allo spettacolo di un popolo che si riprende i suoi diritti, mandando a casa tra l’altro alla prima occasione utile un premier tra i più impopolari dell’intera storia nazionale. Matteo Renzi ha ragione, l’odio suscitato nella popolazione che credeva di rappresentare malgrado non ne avesse avuto il mandato ed in nome della quale credeva di agire come l’ennesimo Unto del Signore, era imprevedibile ed incalcolabile almeno fino a queste dimensioni.
Sono passate da poco le 24 quando inizia il discorso con cui annuncia le dimissioni, tentando di recuperare in extremis un fair play che non ha mai avuto durante i suoi mille giorni di governo. Mille è un numero fatidico, il Kennedy di Rignano se ne va abbattuto da schede elettorali più letali delle fucilate di Dallas. In quantità tale da destituire di fondamento qualunque polemica o timore di brogli che si era diffusa nell’immediata vigilia del voto.
E’ la notte che introduce il giorno di San Nicola, nel nord-est che tanta parte ha avuto, insieme al sud, nella sconfitta di Renzi e del Fronte del SI è in pratica il giorno di Babbo Natale. E il regalo che gli elettori trovano sotto l’albero è quello in cui forse non speravano più ma che si sono ampiamente meritati.
E adesso? Il fronte del NO – l’accozzaglia, come l’aveva definita improvvidamente lo stesso premier dimissionario – ha creato un fronte di opposizione così ampio che per trovare uno schieramento di forze politiche equivalente bisogna anche in questo caso risalire indietro nel tempo fino alla Resistenza ed alla Costituente. E’ un capitale da non disperdere, in un momento che è e resta difficile. Sarebbe auspicabile che da esso partisse una vera riforma del sistema politico nella sostanza, prima ancora che nella Carta fondamentale. E’ da credere intanto come assai probabile che nel partito democratico abbia luogo quella resa dei conti da troppo tempo rimandata. Chissà se all’ex premier basterà il sostegno della sua Firenze (riconfermato con il 56% dei voti) per salvare almeno la leadership del partito.
Nel frattempo, a norma della Costituzione non riformata, la palla passa al Presidente della Repubblica, con l’auspicio che vorrà farsi interprete, senza spazio alcuno a fraintendimenti, della volontà popolare espressa a chiare note da uno dei pronunciamenti e degli esiti più netti e clamorosi della storia elettorale non solo italiana ma europea.

lunedì 14 novembre 2016

Salvini porta il NO in piazza a Firenze



Tempo di marce e di manifestazioni contro. In America si susseguono – come per effetto di una accorta regia – quelle anti-Trump, che vorrebbero rimettere in discussione il voto popolare e la elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti. Il fondamento di queste manifestazioni è pari alla loro genuinità, e c’è da credere che alla fine, conoscendo l’attaccamento alle proprie istituzioni democratiche del popolo americano, la questione sarà affidata a dirimere alla Guardia Nazionale. Intanto, fa un certo effetto vedere sfilare in corteo contro il razzista Trump soltanto studenti rigorosamente wasp, mentre le cosiddette minoranze per le quali dovrebbe cominciare un quadriennio di terrore affollano piuttosto i ranghi delle forze dell’ordine.
In Italia, dove la partita istituzionale è ancora aperta, si sfila e si manifesta invece per il SI o il NO più importanti della storia repubblicana. Mentre il governo ricorre ad espedienti da venditore porta a porta per cercare una rimonta che altrimenti appare piuttosto difficile – con buona pace dell’esercito di sondaggisti arruolati dai mass media per raccontare una realtà che appare diversa quanto lo erano quella britannica prima del voto sulla Brexit e quella nordamericana prima del voto per le presidenziali -  Matteo Salvini, che ha annunciato per oggi il deposito di una denuncia nei confronti di Matteo Renzi e Angelino Alfano per l’acquisizione degli indirizzi dei residenti italiani all’estero (e di chi glieli ha forniti, in quanto il fatto configura a suo dire un reato penale aggravato), si pone ufficialmente alla testa del fronte del NO in Piazza Santa Croce a Firenze.
Dodicimila persone, secondo le stime ufficiali (ma quelle ufficiose parlano di cinquantamila e non sono soltanto camicie verdi giunte dal nord, come vengono liquidate sprezzantemente dalla stampa nazionale, ci sono anche molti fiorentini e toscani), confluiscono in una delle piazze più belle e cariche di storia di quello che dovrebbe essere il capoluogo del renzismo per andare ad ascoltare il programma del giovane leader della Lega Nord, di Giorgia Meloni e di tutti coloro che si schierano per il rinnovamento reale del paese, passando per quello di un centrodestra ormai giunto ad un bivio storico.
Nell’immediata vigilia del raduno, Salvini e quella parte del fronte del No che sta a centrodestra scoprono di avere il principale avversario tuttavia non nelle forze di governo ma insospettabilmente in Silvio Berlusconi. Che per propri motivi personali manda a Padova Parisi a dividere le forze e scomunica il giovane Salvini urbi et orbi: «noi non siamo quella roba che è a Firenze».
Portland, manifestazioni anti Trump
La risposta di Salvini è da leader, quello che una volta era lo stesso Berlusconi e che adesso non è più: «Se mi chiamano, io ci sono”. A guidare una nuova forza politica. A guidare il paese.
Il paese che scende in piazza a  Firenze è, fatte le debite proporzioni, lo stesso che oltreoceano ha votato Trump ed assiste con fastidio alle manifestazioni di chi vorrebbe invalidare quel voto. E’ un paese stanco di una sinistra che non sa vincere, non sa più nemmeno perdere, e non sa proporre più una soluzione che sia una ai problemi di questo paese, che anzi contribuisce ad aggravare.
«Con oggi si parte per andare a vincere», dice il leader della Lega. Che lancia un avvertimento alle istituzioni, soprattutto a quella – la massima carica dello Stato – che se dovesse vincere il No il 4 dicembre avrebbe il dovere di trarne le opportune conclusioni e dovrebbe bandire nuove elezioni.
Il riferimento a Mattarella, sulla scia del precedente di segno opposto di Napolitano, è assolutamente evidente e voluto. «Scelgono i cittadini, non Mattarella”. E se andasse diversamente? "Con la riforma che faremo noi”, dice Salvini, «ci sarà l'elezione diretta del presidente del Consiglio, e manderemo in soffitta il presidente della Repubblica che non serve a niente (…) al Quirinale ci metteremo un enorme asilo nido gratuito per i bambini che non trovano posto».
Il palco di Santa Croce
Parole chiare, dirette, senza mezzi termini. Come quelle che in America sono servite a vincere una elezione presidenziale. A Firenze il fronte del No ha imboccato una svolta che potrebbe essere storica. La sensazione è che questo fronte sia effettivamente partito da qui per andare a vincere qualcosa, e che l’Italia non abbia alternative alla sua vittoria. L’Europa così com’è ha un destino incerto, che finisca di inimicarsi o meno la nuova amministrazione americana. Per non rimanere soli con in mano il cerino dei migranti, di piazze come quella di Santa Croce sarà bene tenere conto.
Nel frattempo, il premier sceglie il campo di battaglia mediatico dei social network (e, come detto, delle vecchie poste), ma forse al pari di Berlusconi non ha più il polso delle piazze, che cessano di essere virtuali e tornano reali nell’approssimarsi della consultazione referendaria.
Nella vicina (ma stavolta rigorosamente separata dal cordoni delle forze dell’ordine) Piazza dei Ciompi, intristisce il corteo dei centri sociali antagonisti. Circa 300 persone, a cui non restano che slogan che al pari dei sondaggi mediatici raccontano una realtà che non esiste più. Se mai è esistita.

venerdì 8 luglio 2016

Prove tecniche di guerra civile



Tentare di far ragionare un popolo che ormai ha perso – volontariamente o involontariamente, consapevolmente o in consapevolmente – tutti gli strumenti per una critica della ragione pura, gli assi cartesiani della propria coscienza nazionale e sociale, è una impresa disperata. La si fa a proprio rischio e pericolo, tra l’altro. Ma va fatta.
Emmanuel Chidi Namdi e la sua compagna Chinyery
Premessa. Morire a Fermo dopo essere sfuggiti a Boko Haram è una beffa del destino, prima ancora che una tragedia assurda. Un’altra tragedia, comunque, consegue sempre al parlare e schierarsi prima di avere appreso e compreso i fatti. Come si sono svolti, non come ci piace pensare che si siano svolti. Nei giorni della sentenza sul caso Bossetti, la sindrome di Girolimoni è sempre in agguato, sia che la pancia italiana si riempia di brandelli di Corriere della Sera o di Novella Tremila.
Altra premessa. E’ certo, è ovvio che l’omicidio di Emmanuel Chidi Namdi da parte di Amedeo Mancini ha connotazioni razziste. Direi che possiamo escludere senz’altro motivazioni calcistiche, di corna o di estorsione. Se uno ti dà della scimmia nera, supporre intenti razzisti è lapalissiano. Non c’è bisogno della grancassa mediatica del partito democratico né di una perizia condotta da quotati criminologi per acclarare questo connotato. Passare una intera giornata come hanno fatto ieri quasi tutti i mezzi – chiamiamoli così – di informazione a porsi, e porci, l’atroce dilemma non è, appunto, fare informazione. E’ rendere un servizio alla disinformazione. Che poi è proprio ciò di cui ha bisogno quel partito democratico che al momento governa. O sgoverna, che dir si voglia.
Sui fatti di Fermo farà luce, a Dio piacendo e magari per una volta nella vita, l’autorità inquirente. Su quello che ne segue o vi ruota intorno può tentare di fare luce chiunque di noi. Applicando magari le ultime briciole di tecnica di ragionamento che ci sopravvivono dai tempi di Kant, Cartesio e altri i cui nomi e le cui referenze sui media non si trovano citati.
L'arresto di Amedeo Mancini
A pensar male, diceva Andreotti…… uno che di pensieri maligni a suo tempo ne ha alimentati parecchi, a torto o a ragione. Sarà un caso, ma in questo paese quando un governo va in crisi, va sotto, rischia quello che sta rischiando il governo delle larghe intese messoci in testa dagli ultimi due presidenti della repubblica (che poi è diventato un governo PD a collo torto, più Alfano, più Verdini, una splendida intesa), puntualmente succede qualcosa di tragico che ricompatta il paese attorno ai buoni sentimenti.
Il prototipo di questo modus operandi fu brevettato ai tempi del delitto Moro. Mutatis mutandis e fatte le debite proporzioni, nella seconda repubblica e seguenti il giochino – se di giochino si può parlare – viene ripetuto ad ogni pié sospinto al manifestarsi di grandi e piccole difficoltà governative.
Nel 2011 ci voleva una delle crisi economiche più assurde e fittizie della storia d’Europa perché l’Europa stessa ci chiedesse di privarci di un governo democraticamente e liberamente eletto sostituendolo con un altro presieduto e composto da personaggi usciti dal più fosco episodio della Saga di Harry Potter e con nessun’altro fondamento legale che il volere di un anziano signore che al pari del vecchio re d’Italia non avevamo e non abbiamo strumenti per detronizzare, in casi come questo.
Nel 2013, il traballante governo Letta uscito da elezioni che nessuno aveva vinto ma che PD e PDL si misero d’accordo per far perdere ai Cinque Stelle,  fu accompagnato al voto a Montecitorio dagli spari che il folle Preiti indirizzò verso due poveracci di agenti delle forze dell’ordine (si badi bene, non due parlamentari, di cui la piazza era piena appressandosi il voto alla Camera, ma due semplici agenti). Qualcuno ne ha saputo più niente? Né di lui né delle sue vittime?
Anno domini 2016. Matteo Renzi si è mangiato tutto il consenso che a torto o a ragione  gli era stato destinato due anni fa, addirittura creando all’interno del suo partito qualcosa che non era mai esistito: una minoranza ufficiale e apertamente in dissenso. Perde le elezioni amministrative con un margine storico negativo per ritrovare il quale bisogna forse risalire al 1919, e le perde addirittura in più comuni – a suo dire – di quelli che risultano presenti sul territorio italiano, se non abbiamo studiato male geografia.
O con me o contro di me, dice l’ex ragazzo di Rignano, e trasforma il referendum costituzionale del prossimo ottobre in un plebiscito contro se stesso ed il proprio regime. Sembra Honecker negli ultimi giorni della D.D.R., nel 1989. Lo stesso PD sembra il PCUS sovietico negli ultimi tempi di Gorbaciov, vorrebbe tanto liberarsi del leader ma non sa a che santo votarsi, perché le vecchie alternative sono inguardabili. Nel frattempo, è chiaro che se si vota, il PD sparisce.
Serve qualcosa. Serve – di qui a ottobre – o l’attentatuni o comunque la disgrazia che ricompatti il paese. La Brexit è stata un fuoco di paglia, l’Inghilterra si è già ripresa e ha mostrato a tutti che fuori dall’Europa la vita continua, c’è ossigeno e vita animale e vegetale. Tocca fare la direzione PD, e prendersi gli annunciati schiaffoni. Il NO alla riforma costituzionale passa in vantaggio, perfino per i sondaggisti di regime, come quelli dei telegiornali delle 20,00.
Bossetti è andato in galera a vita, il rotocalco giudiziario è finito. Il colpevole di cui non è stata provata la colpevolezza va incontro al suo destino, e comunque la gente si è già stufata. L’Italia nel frattempo è fuori dagli Europei di calcio. Serve qualcos’altro. La strage di Dacca potrebbe fare al caso, ma se da un lato tocca le corde emotive giuste, dall’altro va a toccare equilibri di politica internazionale che il PD delle cooperative ONLUS e della ricerca spasmodica di una futura base elettorale alternativa non si può permettere di toccare. E poi, diciamoci la verità, Sergio Mattarella è improbabile come testimonial della lotta al terrorismo, non ha il phisique du role, non ha il carisma, e chissà se ha il background, malgrado le sviolinate che gli pervengono dai soliti mezzi di stampa pronti a creare eroi dove non ve ne sono.
E allora? A Fermo un bianco e un nero se le danno. C’è di mezzo il disagio sociale consapevolmente alimentato in questi anni da una sinistra di sgoverno tra le più irresponsabili della storia. C’è di mezzo la storia personale dei due rissaioli, che questo e nient’altro erano prima che la loro vicenda finisse nelle mani dei media. C’è di mezzo anche il razzismo, sì, cari signori. Non viviamo in un mondo perfetto, e abbiamo preteso di andare a toccare con faciloneria equilibri psico-sociali delicatissimi.
Ricordo un amico americano in visita, che quarant’anni fa circa mi diceva, a proposito della questione nera e del razzismo (erano i tempi di Clay – Alì che lottava per riavere la corona dei massimi toltagli per il Vietnam, di Rubin Carter Hurricane in galera per un delitto che non aveva commesso e che avrebbe potuto diventare il campione del mondo, come cantava Bob Dylan): «voi non avete idea, non la potete avere e non l’avrete mai finché non toccherà anche a voi confrontarvi con i rapporti tra le razze».
Proteste della popolazione di colore a Minneapolis contro la polizia
Adesso ci siamo. E francamente gli indignados del partito democratico che da ieri battono sulla grancassa del razzismo, dando dell’assassino non solo a Mancini (che lo è) ma anche a tutta quella parte civile e politica che non la pesa come loro, gettano più benzina sul fuoco dell’odio razziale di coloro che intenderebbero stigmatizzare. Ad esempio quella Lega Nord, che a loro dire è un partito che incita normalmente a sparare o malmenare le persone di colore,  e che invece cerca soltanto di richiamare l’attenzione di una opinione pubblica emotivamente infantile e sempre più disattenta su un problema, quello dell’immigrazione, che sta travolgendo il nostro paese. Tra poco senza più possibilità di ritorno.
Nelle stesse ore, a proposito di America, giunge la notizia che nel Minnesota la polizia durante un controllo stradale ha fatto due vittime, due persone di colore. Gli indignados di sinistra, il cui antiamericanismo affonda da sempre le radici nel post-fascismo ed è sempre pronto a rianimarsi, per una volta tacciono, troppo presi come sono dall’indignarsi per Fermo, e per tutti i boia che a loro dire hanno armato la mano di Mancini.
Il Minnesota è uno degli stati più a nord dei cinquanta dell’Unione. E’ quasi Canada. Minneapolis non è la Louisiana, non si può invocare il famigerato razzismo sudista. La realtà è che di tutti i mestieri quello che non vorremmo fare è il poliziotto in una qualunque città americana, tutte allo stesso modo ormai socialmente degenerate. Chi si infila la mano in tasca, non sai mai se é per tirarti fuori il portafoglio o la pistola. Se va in crisi la polizia, va in crisi l’ordine pubblico, va in crisi la società, lo stato di diritto, la convivenza, tutto quanto.
Ci stiamo arrivando anche noi. Fermo ormai è Minneapolis, e poco importa – con tutto il dovuto cordoglio per la vita stroncata di Emmanuel Chidi Namdi – come sia andata, da questo punto di vista. Ci siamo arrivati. Il partito democratico ha avuto il suo morto da gettare sul tavolo dell’indignazione, e ne farà l’uso che l’establishment italiano fa sempre in questi casi di queste vittime. L’immigrazione continuerà selvaggia, e a costi economici e sociali altissimi. Guai a chi ne discute ragioni e metodi. Al parti della Lega Nord, sarà rubricato come fascista, razzista ed assassino.
Il governo Renzi continuerà. Basta guardare la faccia di Bersani riempire lo schermo televisivo per capire che non ha alternative, anche se non ha più base di consenso. Ma siccome se si vota a ottobre rischia di sparire, e con lui tutto il PD, per ottobre bisogna inventarsi qualcosa. Un povero morto a Fermo forse non basta a riempire l’estate.
L’attentatuni?

mercoledì 1 luglio 2015

Sergio Mattarella eletto Presidente, la Balena Bianca torna al Quirinale

Moriremo democristiani. Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica Italiana. L’applauso parte alle 12,58, allorché la presidentessa del Parlamento in seduta comune Laura Boldrini legge per la cinquecentocinquesima volta il suo nome sulle schede scrutinate a seguito della quarta votazione, la prima nella quale è sufficiente la maggioranza assoluta e non più quella dei due terzi.
In realtà, i consensi ottenuti dal professore palermitano ammontano alla fine dello scrutinio a ben 665, quasi il numero necessario a farlo trionfare già alla prima votazione. Ma le prime tre votazioni sono servite alla nostra classe politica per regolare tutti i conti in sospeso al proprio interno, e per stabilire quelli che saranno in sospeso nel prossimo futuro. Così funzionano le cose nella nostra democrazia “parlamentare”.
E’ una delle elezioni più veloci della storia d’Italia. I giorni della Merla sono stati sufficienti a stabilire chi sarà il capo dello stato dal 2015 al 2022, raccogliendo la difficile eredità di Giorgio Napolitano. E anche a stabilire il fatto che la si può chiamare come si vuole, la si può riformare quanto si vuole (o far finta di farlo): la Repubblica, seconda o terza che la si voglia definire, in realtà è sempre la prima.
La Balena Bianca risorge dalle sue ceneri riportando un suo uomo al Quirinale 16 anni dopo Oscar Luigi Scalfaro. Non è un caso che tra i pochi passanti intervistati dai media in Piazza Montecitorio l’unica cosa di positivo che cittadini distratti trovano da dire a elogio del neo-Capo dello stato è un aggettivo qualificativo tra i più generici e tra i più abusati in questo paese: è una persona “onesta”. Stessa cosa si disse di Scalfaro, stessa mancanza di altre qualità, umane e politiche, da farsi venire alla mente, così su due piedi.
Sergio Mattarella è un politico di lungo corso, la cui carriera cominciò forse il giorno in cui il fratello Piersanti, allora presidente della Regione Sicilia, fu ucciso dalla mafia in un agguato il giorno dell’Epifania del 1980. La famiglia Mattarella era allora considerata a Palermo una sorta di famiglia Kennedy locale, un po’ come i Matarrese a Bari. Il padre Bernardo era stato il capostipite della dinastia politica, ministro nei governi De Gasperi. Era stato per la verità accostato anche ad ambienti e personaggi meno raccomandabili, Gaspare Pisciotta – ex braccio destro del bandito Salvatore Giuliano – aveva fatto il suo nome tra i responsabili dell’eccidio di Portella delle Ginestre, la strage mafiosa di braccianti avvenuta il 1° maggio 1947 nell’isola. Le responsabilità di Mattarella senior non erano poi state peraltro confermate da nessuna indagine successiva.
Per quanto le vicende della Democrazia Cristiana in Sicilia necessitino da sempre del ricorso alla massima cautela in sede di analisi storica, nessuno ha invece mai avuto dubbi che il figlio maggiore Piersanti sia stato nient’altro che la prima vittima di quel bagno di sangue immane che portò all’inizio degli anni 80 i Corleonesi ad assumere la leadership della mafia siciliana e della guerra successiva allo Stato.
Il 6 gennaio del 1980 il giovane professor Sergio decise di seguire le orme del fratello Piersanti appena crivellato di colpi dal killer delle cosche. E lo fece nell’unico partito possibile, almeno dalle sue parti. Sergio Mattarella, ordinario di diritto all’Università di Palermo, divenne ben presto un notabile dello Scudo Crociato. E lasciò subito un segno di sé sulla Repubblica che un giorno sarebbe stato chiamato a guidare. Nel 1990 fu tra i ministri del Governo Andreotti che si dimisero per protesta contro la Legge Mammì, quella che in pratica consacrò l’esistenza delle reti Mediaset a pieno titolo e a pari peso con la RAI.
Nel 1993 fu l’autore della proposta di legge di riforma del sistema elettorale che prese il suo nome. Il Mattarellum dette in apparenza attuazione al referendum consultivo con cui gli elettori italiani avevano chiesto la sostituzione del sistema elettorale proporzionale con quello maggioritario. Ma lo fece alla maniera democristiana, lasciando una quota proporzionale del 25% che era volutamente una mano tesa alla Balena Bianca ed agli altri partiti della prima repubblica che di lì a poco avrebbero visto stilare il loro certificato di morte. Almeno in apparenza.
Nel ventennio in cui la vita politica italiana è stata egemonizzata da quel Silvio Berlusconi il cui impero economico Sergio Mattarella avrebbe voluto strozzare nella culla molto volentieri, il professore onorevole si orientò verso un cursus honorum giudiziario. Dapprima membro di vari comitati parlamentari, poi giudice costituzionale, era uno di quei post-democristiani a cui i post-comunisti avevano consegnato da tempo le chiavi del partito democratico. Inevitabile che il suo nome ricorresse più o meno ad ogni elezione presidenziale degli ultimi decenni, e che prima o poi risultasse essere quello giusto. L’attuale segretario del PD, il Renzi triumphans di cui parlano le cronache degli ultimi mesi e soprattutto degli ultimi giorni, è uno stesso esponente della sua specie politica, a cui non è parso vero di giocare una carta (peraltro accuratamente tenuta nascosta fino all’ultimo) così facile e così produttiva.
Matteo Renzi esce da Montecitorio accreditato di una vittoria clamorosa, con corrispondente sbaraglio di tutti gli altri attori, amici o nemici che siano. La scelta di ricompattare un partito democratico che già in occasione delle precedenti elezioni presidenziali aveva mostrato di cosa era capace (soprattutto contro se stesso) appare pagante nell’immediato, anche se lo riconsegna in ostaggio di quella minoranza interna e di quell’alleato – o presunto tale – esterno, il S.E.L. di Vendola, che presto gli presenteranno il conto.
Silvio Berlusconi viene dato per il maggiore sconfitto di questa tornata elettorale presidenziale. In realtà, il leader di Forza Italia sconta in parte la sua condizione di capo politico in libertà vigilata, almeno finché la sentenza Mediaset produrrà i suoi effetti. Sconta inoltre l’assenza di scrupoli e la spregiudicatezza del suo giovane epigono toscano, che se da un lato fa il paio soltanto con quella mostrata da lui stesso ai tempi d’oro, dall’altro si spinge fino a tirare la corda del cosiddetto Patto del Nazareno alla massima tensione possibile. Cosa succederà quando – presto, ad occhio e croce – il presidente del consiglio Renzi avrà bisogno per le sue riforme e le sue leggi e leggine dei voti di Forza Italia in sostituzione di quelli che il suo partito tornerà a fargli mancare? A Silvio, o a chi per lui, l’ardua sentenza.
Sono ben più rotte comunque le ossa con cui escono Angelino Alfano e il Nuovo Centrodestra da queste giornate della Merla. L’ex delfino di Berlusconi ha dimostrato una disponibilità al compromesso degna di un Mastella d’annata. E una capacità di sottomissione ai diktat di Renzi (o Mattarella o fuori dal governo) che ne hanno fatto giustamente – secondo una definizione estremamente azzeccata proveniente dal Transatlantico di Montecitorio – lo Schettino di questo Quirinale 2015.
Il resto dell’emiciclo resta seduto mentre la Grosse Koalition applaude Sergio Mattarella Presidente della Repubblica. Ma se la Lega esce dall’aula con la faccia pulita di Matteo Salvini che si è chiamato fuori per tempo da questa sceneggiata in seduta comune e che potrà presentarsi con buone chance davanti ad un paese/elettorato che vi ha assistito distratto e sconcertato dai riti di una Casta ormai impresentabile, il Movimento Cinque Stelle si consacra ormai come quella banda sbandata che da due anni a questa parte non ne indovina più una, chiuso nel suo Aventino mediatico. A Sergio Mattarella contrappone infatti un altro arnese da prima repubblica come Ferdinando Imposimato, un altro che in questo paese ha contribuito tra l’altro a mantenere diritto e giustizia sulla falsariga della messa in latino prima del Concilio Vaticano II. Più fastidioso dell’atteggiamento dei grillini c’è solo la voce monocorde di Laura Boldrini, che officia questo rito circondata esclusivamente dalle sue ancelle.
Chissà se c’è uno soltanto dei 1.008 grandi elettori che si chiede stasera, mentre si affretta al paesello natio (a spese dello Stato) ed al meritato riposo, se quel rito officiato nella Basilica di Montecitorio abbia ancora un senso per la plebe immensa ammassata nei villaggi e nelle piazze italiane, che si vede nominare da un senato ormai discreditato al massimo questo ennesimo imperatore scovato nelle aule sorde e grigie di un potere lontano, ingiustificabile, osceno ai più.
E mentre Sergio Mattarella, con la sua aria un po’ sinistra e un po’ sorniona, che sembra dire “ho visto cose che voi umani non potete immaginare”, si appresta a vivere i suoi ultimi due giorni da privato cittadino prima del giuramento da prestare lunedi prossimo alla Camera, neanche un giornalista che gli chieda – e si chieda – come mai non abbia nemmeno da fare la fatica di recarsi al Quirinale dopo quel giuramento. Perché ci vive già. Nella foresteria, come gli spetta in quanto giudice costituzionale. O tempora o mores.
La settimana che si è aperta con le elezioni in Grecia si chiude con quelle del Presidente in Italia. Domenica il popolo ellenico è andato a votare, lunedi ha proclamato la vittoria di Alexis Tsipras, che martedi ha giurato e si è insediato. E venerdi ha già denunciato tutti gli accordi capestro con la Trojka europea e i vari Quisling della Germania. Che differenza con il nostro Matteo Renzi, uno di quei Quisling che nessuno ha votato, che nei giorni della Merla ha fatto eleggere presidente un altro che come lui ha visto giorni migliori e che probabilmente vorrà rivederli.
Moriremo DC.