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venerdì 23 settembre 2016

La fiamma olimpica si spegne a Roma



A proposito di Olimpiadi a Roma. La posizione assunta dall’Amministrazione Comunale di Roma sulla candidatura alle Olimpiadi del 2024, e che bissa clamorosamente quella assunta quattro anni fa dal governo Monti, rischia di passare alla storia come un impulso decisivo al crack economico italiano, così come il precedente di segno opposto del 1960 - è opinione comune  - fu determinante per il definitivo decollo di quello che è stato chiamato boom economico, l’irresistibile ascesa del nostro paese nel consesso delle nazioni moderne ed economicamente avanzate.
Virginia Raggi Sindaco di Roma
La posizione assunta da Giovanni Malagò, a prescindere da come si valuti la sua azione complessiva di presidente del C.O.N.I. (abbiamo scritto più volte su questo giornale lamentando le critiche condizioni in cui versa lo sport in questo paese), è su questa questione a giudizio di chi scrive ineccepibile. Dice Malagò, dopo il no della Raggi: abbiamo perso, sarebbe possibile andare avanti lo stesso, per non disperdere tempo, soldi ed energie spesi in questi anni sulla candidatura di Roma. Ma siamo consapevoli che difficilmente il C.I.O. reputerebbe credibile una candidatura avversata dalla stessa amministrazione che dovrebbe sostenerla. Il discorso è chiuso, ma è l’Italia a rimetterci.
Dopo il Giochi del 2020, boicottati da Mario Monti, Roma e l’Italia salutano infatti anche quelli del 2024, grazie al Movimento Cinque Stelle. Sullo sfondo, il governo nazionale che stavolta furbescamente lascia che siano altri a togliergli le castagne dal fuoco. La scelta impopolare è tutta della Raggi e di Grillo. Matteo Renzi se la cava con le caratteristiche dichiarazioni progressiste e con l’altrettanto caratteristico comportamento - nei fatti - di segno diametralmente opposto. Stavolta, un comportamento omissivo, un non facere che magari, vien da dire, sarebbe stato più auspicabile che avesse applicato su altre ed ancora più importanti questioni.
L’obbiezione principale dei Cinque Stelle ripresa dal burocrate Monti è quella secondo cui le città che ospitano le Olimpiadi pagano e fanno pagare i conti per decenni a tutta la collettività nazionale. Vero. Si chiama economia keynesiana. Investimenti anche a perdere per rimettere in moto l’economia. Poi si può disquisire chi ha pagato di più tra Montreal, Barcellona, Londra, Atene, Torino e compagnia bella.
Ma un conto è discutere su questo, un conto è sparare cifre come in campagna elettorale, come fa la signora Sindaco di Roma che poi viene smentita cinque minuti dopo aver aperto bocca. I conti di Roma 1960 sono stati pagati da un pezzo. Anche quelli di Italia 90.
L’altra obbiezione, se allestiamo i Giochi qualcuno ci mangia sopra, è forse ancora più disarmante, oltre che inammissibile, da parte di una classe di governo, o presunta tale.
Giovanni Malagò Presidente del CONI
Negli anni cinquanta, per allestire l’olimpiade romana, qualcuno ci mangiò sopra di sicuro, ma i nostri vecchi ci hanno sempre raccontato – e gli studiosi confermato -  che essa ebbe un ruolo non secondario nella determinazione di quello che conosciamo come boom economico italiano. Nel 1990, e lì c’eravamo più o meno tutti e ce lo ricordiamo, le opere di allestimento dell’ultimo mondiale italiano rimasero - e sono rimaste a tutt’oggi - come l’ultima campagna di ammodernamento di strutture sportive della nostra storia. Siamo fermi lì. Altrimenti, avessero ragionato come oggi, saremmo fermi a Luigi Nervi, 1930, Stadio Comunale di Firenze. Al Flaminio. Al Filadelfia. Gioiellini quanto si vuole, ma adatti allo sport moderno come il Colosseo.
Qualcuno ci mangiò sopra. Qualcuno ci mangia sempre sopra, in Italia. Ma tante ditte lavorarono, invece di tenere gli operai a casa, a pascersi dei discorsi di Grillo e della Raggi. Tante persone vennero impiegate nella gestione dell’evento. Le cifre di Rio non sono ancora ufficiali ma si parla di 50.000 ragazzi impiegati a supporto delle manifestazioni sportive. Chi altro è capace di dare 50.000 posti di lavoro tutti insieme in Italia? Un indotto economico enorme viene messo in moto in questi casi, e il gioco del PIL alla fine vale la candela delle inevitabili ruberie.
Anche a Londra qualcuno avrà rubato. Furono gli inglesi ad inventare la patente di corsa. La regina Elisabetta I ebbe la brillante idea di nominare Francis Drake e Henry Morgan, due ladri matricolati, due pirati, suoi corsari ufficiali. E parte ingente delle ricchezze da loro accumulate andò ad arricchire il tesoro della Corona, e fece la fortuna dell’Inghilterra. Probabilmente Elisabetta II è stata ben felice di fare altrettanto, quattro anni fa.
Governare è un arte. Credere di avere un futuro è un obbligo. Questo è un paese che ha perso qualsiasi credo, qualsiasi speranza. Sta accettando supinamente di morire, di sparire mangiato da una immigrazione selvaggia, incontrollata (perché così è stato predicato da autorità morali ecclesiastiche e civili che non si mettono in discussione, nel paese che ha inventato la Controriforma). Sta rinunciando a qualsiasi possibilità. Perché altrimenti c’è qualcuno che mangia. Poi magari in questo momento qualcun altro sta mangiando comunque, ma quello va bene, perché è della nostra parte, è dei nostri.
Roma non farà le Olimpiadi, nessuno mangerà a Roma, né a torto né a ragione. In senso generale, tra poco non mangerà più nessuno. nessuno ruberà più i nostri soldi. Perché saremo tutti morti. Al massimo ruberanno i fiori sulle nostre tombe, se qualcuno sarà ancora vivo per poterceli mettere.

venerdì 12 agosto 2016

DIARIO OLIMPICO: Revocate la medaglia ad Elisa Di Francisca



No, cara signora Di Francisca. Certe iniziative te le puoi permettere quando sei una libera professionista, non quando vai a giro per il mondo a spese del C.O.N.I., e quindi nostre. Se sei nella squadra azzurra di Rio, sei una dipendente dello Stato italiano, appena qualcosa di meno di una militare in servizio. E se ti capita di finire sul podio, ci vai con la bandiera italiana, perdio, non con questo fazzoletto ridicolo, che tra l’altro è poco più di un brand di un associazione di diritto privato di banchieri e speculatori.
Per me la medaglia di questa signora non esiste, non conta nel Medagliere azzurro. E fossi dirigente della sua Federazione, o del C.O.N.I., prenderei in considerazione l’opportunità di sbatterla fuori, radiarla e revocarle la medaglia.
Abbiamo tuti ancora negli occhi il dolore e la rabbia repressi di Fehaid Aldeehani, il tiratore del Kuwait che ha battuto in finale del Double Skeet il nostro Marco Innocenti. E che si è visto avvelenare il giorno più bello – probabilmente – della sua vita dal fatto di non poter salire il gradino più alto del podio sulle note del suo inno nazionale e sullo sfondo della bandiera del proprio paese che sale più in alto di tutte.
A quella persona batto le mani, e le sono nel cuore, al di là di ogni altra considerazione. Non a una cialtroncella che gira il mondo a spese nostre senza rendersi conto nemmeno di dove va e perché ci va, e che soltanto altre due cialtrone come Laura Boldrini e Federica Mogherini potevano applaudire pubblicamente, in spregio anch’esse ai rispettivi ruoli e funzioni.
Possiamo affrontare tutto con serenità e dignità, a cominciare da quella legge di natura che ha avviato al declino autentiche signore del nostro sport, come Federica Pellegrini (bella, bellissima, splendida nella sua divisa di Armani e sotto quella bandiera tricolore), Sara Errani, Roberta Vinci, Jessica Rossi, le ragazze del Volley, e chissà chi altre da qui alla fine.
Ma non possiamo accettare quel fazzoletto con le stellette in mano ad una nostra atleta al posto della bandiera italiana. Di gente come Elisa Di Francisca, che rappresenta solo se stessa a carico del contribuente, non abbiamo e non avremo mai bisogno.
Per me gli argenti azzurri a Rio 2016 sono cinque.

giovedì 4 agosto 2016

Portare la bandiera



Fra poche ore, al Maracanà di Rio, le squadre olimpiche tornano a sfilare. I Giochi della XXXI^ Olimpiade torneranno a fermare il mondo, o almeno a provarci. Le tregue olimpiche sono sempre più difficili da attuare, ma almeno lo spettacolo che si rinnova di oltre 10.000 ragazzi da tutto il pianeta che sfilano con i colori dei rispettivi paesi mantiene tutta la sua suggestione, per quante illusioni possa aver perso la razza umana da quando Pierre de Coubertin riportò in vita il mito di Olimpia.
E’ un esercito pacifico e gioioso quello dei ragazzi che vanno a prestare il Giuramento Olimpico ogni quattro anni ai quattro angoli del mondo (sarebbero cinque, come i cerchi della bandiera, quest’anno tocca per la prima volta al Sudamerica, manca – ad oggi – la prima volta dell’Africa). E come ogni esercito che si rispetti ha bisogno di un alfiere. Qualcuno che porti le insegne, la bandiera.
Un onore non da poco. Da conferire di volta in volta a chi si è distinto nelle campagne precedenti. Illustrando la patria, come si diceva una volta. Qualcuno - o qualcuna, da quando le donne hanno cominciato a mietere allori olimpici quanto e più degli uomini – che ha già fatto risuonare l’Inno di Mameli in passato, in qualche prestigiosa competizione internazionale.
A Rio, tra poche ore, questo onore toccherà a Federica Pellegrini. E non c’è da discutere. Alzi la mano chi in questo momento è in grado di individuare un personaggio sportivo, uomo o donna, più carismatico in senso umano e sportivo della ventisettenne milanese che cominciò a incantare il mondo  (non solo per la sua avvenenza) ad Atene del 2004, diventando la prima donna capace di riportare l’Italia sul podio olimpico 32 anni dopo Novella Calligaris.
Da allora Federica non si è più fermata, seppur con qualche appannamento e passaggio a vuoto. Come a Londra, quattro anni fa, quando sembrava che il tempo fosse passato inesorabilmente anche per lei, come ha fatto per cannibali come Michael Phelps, lasciandola fuori dal podio sia nei prediletti 200 stile libero che negli ambiziosi 400 (una doppietta che le era riuscita ai Mondiali, ma mai alle Olimpiadi, comunque).
Federica non ha mollato. Aveva la voce rotta dal pianto per la commozione l’anno scorso a Kazan, quando le chiesero di commentare l’argento mondiale appena vinto, unica atleta della storia a salire sul podio in sei edizioni consecutive. Pochi giorni dopo, bis in staffetta 4x200, con entrata in vasca per l’ultima frazione al quinto posto e taglio del traguardo al secondo.
A maggio è tornata a Londra, per gli Europei. Stavolta l’Inghilterra è stata benevola, un oro (nei 200) e tre argenti nelle staffette. Il C.O.N.I. non poteva aver dubbi su a chi affidare la nostra bandiera. Con l’auspicio che le sue braccia siano ancora capaci di sopportare la fatica non soltanto per reggere il tricolore, ma per regalarci un altro sogno in vasca.
E’ l’ultima (per ora) di una lunga serie di signore portacolori dello sport italiano, Federica. Da quando fu introdotta la sfilata preolimpica, a Stoccolma nel 1912, fino a Helsinki nel 1952 erano sempre stati gli uomini a vedersi conferire l’alto onore. Spadaccini di prestigio come Nedo Nadi e Giulio Gaudini, atleti e ginnasti plurimedagliati come Alberto Braglia, Ugo Frigerio e Giovanni Rocca.
Fu Miranda Cicognani, la signora della Ginnastica italiana degli anni cinquanta, la prima donna azzurra a portare la bandiera nella capitale finlandese in occasione della XV^ Olimpiade. Poi ancora una teoria di mostri sacri di sesso maschile, da Edoardo Mangiarotti il re della Scherma (due volte), al suo erede Giuseppe Delfino, al mitico cavaliere Raimondo d’Inzeo (il re di Roma nel 1960), all’istriano marciatore Abdon Pamich, all’altoatesino tuffatore Klaus Dibiasi.
Sara Simeoni a Los Angeles 1984
Nel 1980 le bandiere non sfilarono. A Mosca, gli alleati degli Stati Uniti (che boicottavano protestando per l’invasione sovietica dell’Afghanistan) parteciparono in ossequio al compromesso né bandiere né inni né atleti appartenenti all’esercito. Pietro Mennea, che fu uno degli eroi di quella Olimpiade, dovette aspettare quella di Seoul otto anni dopo per vedersi affidata la bandiera.
A Los Angeles, nel 1984, era toccato nel frattempo di nuovo ad una signora, Sara Simeoni, eroina anch’essa della trasferta in Russia. A Barcellona non si poteva negare l’onore a Giuseppe Abbagnale, uno dei fratelloni del Canottaggio. Ad Atlanta toccò di nuovo alla Scherma. Ma al femminile, perché ormai tutti i successi della nostra grande scuola erano colorati tutti di rosa. Nel 1996 fu Giovanna Trillini. Valentina Vezzali, a cui l’onore sarebbe toccato a Londra nel 2012, ad Atlanta vinse le prime medaglie di metallo pregiato prenotando il futuro.
Valentina Vezzali a Londra 2012
A Sidney, a rappresentare l’Italia del Basket tornata grande, portabandiera fu designato il fresco campione d’Europa Carlton Myers. Ad Atene, la scelta cadde sul monumento della nostra Ginnastica Artistica Yuri Chechi, che aveva mostrato al mondo come si può cadere (Barcellona) e stringendo i denti risorgere (Atlanta). Il canoista più amato dalle italiane Antonio Rossi portò il tricolore a Pechino. Poi Valentina, che chiuse da gran signora la sua carriera a Londra portando alla vittoria un bel manipolo di sue eredi conclamate.
Nel frattempo, i Giochi invernali avevano preso una loro strada, diversa da quelli estivi. Da Eugenio Monti (il mitico vincitore della prima medaglia De Coubertin della storia, per aver prestato agli inglesi Nash e Dixon il bullone di riserva che consentì loro di vincere a Innsbruck nel 1964 nel Bob a 2), a Gustav Thoeni e Paul Hildgartner (entrambi due volte a testa), ad Alberto Tomba, la bandiera era sempre stata un affare da uomini. Fino a Lillehammer, quando passò alla prima vera fuoriclasse donna del nostro sport alpino, Deborah Compagnoni. Poi a Gerda Weissensteiner dello Slittino, a Isolde Kostner e a sua cugina Carolina Kostner. Per finire a Giorgio Di Centa e Armin Zoeggler.
Domani sera, al Maracanà, apre la fila Federica. Un solo augurio: grande Federica. E grande Italia. Una volta di più.

Carolina Kostner a Torino 2006