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martedì 7 febbraio 2017

Seppellite la mia racchetta sul Rio de la Plata



Gli occhi di Corrado Barazzutti tradiscono sul suo volto dolorosamente invecchiato una vita di passione sportiva condensata negli interminabili e drammatici scambi di questo Argentina – Italia, diventato improvvisamente un crocevia del destino per un movimento sportivo che insegue una rinascita, un ritorno di fiamma sempre più lontani, malgrado questa vittoria per vari motivi alla fine insperata.
L'abbraccio finale tra Barazzutti e Fognini
In campo, Fabio Fognini detto Psycho fa una volta di più tutto quello che un tennista non dovrebbe fare, e va a finire che forse vince proprio per quello, dopo aver constatato l’impossibilità, la propria idiosincrasia a giocare un match normale, a rispettare comunque un pronostico. La maratona finale nella gazzarra del Parque Sarmiento consegna l’Italia ai quarti di finale di Coppa Davis, un traguardo che una volta – tanti anni fa, all’epoca gloriosa di quell’uomo segnato dal tempo che ora siede in panchina come capitano non giocatore – era il minimo sindacale per il nostro tennis, e che ora invece va salutato come un’impresa prodigiosa. Tanto più perché compiuta nella tana del nemico, a Buenos Aires, in casa dell’avversario più nazionalista, orgoglioso, irriducibile e casinista che esista al mondo. E perché compiuta da protagonisti che una volta di più si erano dimostrati non all’altezza, vanificando i doni che la sorte aveva elargito stavolta.
L’Argentina che avevamo di fronte era la squadra C, malgrado fosse campione in carica, detentrice dell’Insalatiera che faceva infatti bella mostra di sé al Parque. Fuori Del Potro e Delbonis, gli eroi di Zagabria. Fuori anche le seconde linee Monaco, Zeballos e Schwartzman, l’Albiceleste messa in campo da Daniel Orsanic era composta di terze scelte come Leonardo Mayer e Diego Pella e di un quasi ex giocatore come l’incredibile Carlos Berlocq, che a 34 anni ha avuto la forza di riproporsi come salvatore della patria nonché il coraggio di riprendere pubblicamente un tifoso d’eccezione come Diego Armando Maradona, presente al Parque come ad ogni manifestazione in cui la sua nazionale gioca contro quella italiana, a mantenere viva – nel modo più scomposto possibile – una rivalità che risale a Italia 90.
Assai poco consono al tennis, il tifo di Dieguito ha finito per disturbare lo stesso Berlocq prima ancora che gli avversari azzurri. La Hinchada porteña invece è stata ben accetta e ha sostenuto la quasi rimonta argentina per tutti e quattro i giorni della maratona conclusa da Fognini al quinto ed ultimo set dell’ultimo incontro. Per chi si lamenta della scarsa sportività dei sudamericani – considerato che l’epoca dei gesti bianchi in questo sport è trascorsa da un pezzo -, ricordarsi di cosa succedeva qualche anno fa, sempre all’epoca dell’uomo che ora siede in panchina, per capirsi, in luoghi come il Foro Italico di Roma.
Corrado Barazzutti accanto alla Coppa che vinse nel 1976
E' un mestiere difficile quello del capitano non giocatore. Corrado ormai parla con gli occhi, nei quali si alternano la mestizia per le condizioni attuali del nostro tennis, la stanchezza per una vita trascorsa in campo e a bordo campo ad inseguire sogni che si sono avverati una volta sola, a Santiago del Cile nel 1976, e solo occasionalmente qualcuno di quei lampi che gli si accendevano all’epoca in cui tutti lo conoscevano come il Soldatino, e nessun avversario si augurava mai di incontrarlo. Quei lampi che adesso si accendono soltanto, c’è da credergli, allorché come tutti noi vorrebbe strozzare qualcuno dei suoi e nostri beniamini quando maltrattano il tennis e sprecano le occasioni come in questi giorni.
L’Italia dei pallettari e dei talenti incostanti va sul due a zero venerdi, sfruttando la sufficiente consistenza di Lorenzi contro un Pella preso a freddo e poi la solidità di Seppi contro un Berlocq che ancora non è ridiventato Berlocq e più frastornato che sostenuto dagli urlacci di Maradona & compagni. Nel doppio, Bolelli ha il tocco di palla di un tagliaboschi e Fognini la saldezza di nervi di un neuropatico, così Berlocq diventa il Maradona del tennis e Mayer gli va dietro anche su una gamba sola. Sul 7-6 al tie break finale, Fognini commette l’ultimo di una serie di errori allucinanti e spreca l’unico match ball, consegnando agli argentini il primo punto di una rimonta in cui non credevano nemmeno loro.
Domenica, la pioggia aiuta l’uomo che ha giocato di più, Berlocq, tirandolo fuori da un paio di sovraffaticamenti al momento giusto. Lorenzi ha carattere pari alla classe, cioè poco, e va in crisi puntualmente durante il crescendo parossistico dell’avversario. Gli occhi del romano naturalizzato senese – come quelli del ligure marito di Flavia Pennetta il giorno prima – sono quelli dello sconfitto ben prima che si arrivi alle strette finali del rispettivo incontro.
Lunedi, Barazzutti vorrebbe tanto selezionare se stesso. Non potendo, deve scegliere dall’alto della sua lunga esperienza di fighter, di match winner, di coach di lungo corso, tra Andreas Seppi poco genio ma nessuna sregolatezza e Fabio Fognini detto Psycho. Capitano coraggioso, manda in campo il meno affidabile e, occasionalmente, il più talentuoso.
Per i primi due set viene voglia di chiedersi da quando il Soldatino si sia convertito all’estro, e subito dopo di maledire quel momento. Il nostro portacolori in campo ne combina di tutti i colori sbagliando lo sbagliabile e finendo travolto da un Pella che sembra Andre Agassi. Neuro Fognini ricorda tanto il peggior Paolo Cané, che litigava con tutto il mondo pur di non prendersela con se stesso, una specie di manuale del tennis a rovescio. E finiva a perdere match che gridavano vendetta. Questo, poi, a perderlo ci attirerebbe lo scherno argentino per i secoli a venire, battuti dalle riserve delle riserve.
In panchina, parlano gli occhi in quel volto segnato dal tempo e dalle battaglie, reso epico da quella barba bianca che ricopre una mascella che quando si induriva – ai suoi tempi – intimoriva qualsiasi avversario. Gli argentini di quei tempi si chiamavano Guillermo Vilas e José Luis Clerc, immaginate Del Potro e Delbonis con il doppio, il triplo del talento. Gli occhi del Soldatino forse sovrappongono quelle antiche battaglie a quella che sta avendo luogo adesso sulla terra rossa di Buenos Aires. Per questo si illuminano come lampi di un uragano, di tanto in tanto. O forse perché vorrebbe serrare le mani al collo di quel Fognini a cui ha dato fiducia, e che lo sta ripagando con così tanta inettitudine?
Fabio Fognini in azione
Sta di fatto che il signor Pennetta risorge nel modo più anticonvenzionale. Litigando con arbitro e pubblico, di solito ci si perde definitivamente. E’ una fuga psicologica da se stessi, una resa anticipata con tanto di abbandono a pretesti esterni che consentono di non guardarsi dentro, non dare la colpa all’unico vero responsabile. Ma Fognini, è anche vero, di questa squadra è l’unico che sa giocare a tennis. Pella comincia a tirare il fiato, trovandosi un po’ meno dentro il campo e con il controllo del gioco. Maradona perde il tempo della claque ed il Parque Sarmiento formato Hinchada si rende conto che il momento magico è finito, il sogno pure. La realtà incombe, e l’unico vero giocatore di tennis azzurro, ancorché psicolabile, si è ricordato come si fa. Per il ragazzo di casa non c’è più speranza.
Finisce 6-2 al quinto, con la squadra italiana che si abbraccia in mezzo al campo sotto gli occhi stralunati degli ammutoliti argentini. Sembra di essere tornati a Santiago, e quel Soldatino affranto cessa di colpo di assomigliare al Vecchio di Hemingway e ritorna quello che faceva paura a Vilas.
Si va a Bruxelles, non all’Unione Europea ma a giocarsi i quarti di Coppa Davis. Con una squadra capace di tutto, dall’impresa più clamorosa alla debacle più mortificante.
Il tifo "calcistico" di Diego Maradona
Caro Soldatino, non rivedremo più una squadra come quella dove giocavi tu, ormai lo sappiamo. Ce lo sentiamo addosso. Lo sport è una metafora della vita di un paese, ed il nostro di paesi è da tanto che sta ammainando bandiera. Gli argentini, per quanto sconfitti, ci suscitano invidia per quel loro indomabile orgoglio, per quel loro inestinguibile nazionalismo, loro che hanno cominciato ad essere una nazione circa tremila anni dopo di noi.
Di questo sport che simboleggia il declino del nostro paese il tennis è stato l’apripista. Siamo spariti dagli Albi d’Oro da decenni, dimenticarsi di Barazzutti, di Panatta, di Bertolucci, Zugarelli, Ocleppo. Dimenticarsi anche di Gaudenzi, Furlan, Camporese, che almeno sul piano della consistenza erano arrivati a farci illudere di una seconda primavera.
Siamo un paese che non ha più movimenti sportivi. Dove i ragazzi partono battuti rispetto ai loro coetanei stranieri in tanti campi, non solo in quelli agonistici. Un paese dove la televisione e la radio di stato non si sentono in dovere di dedicare un minuto alla cronaca di un evento che bene o male segna la rimessa della testa fuori dall’acqua, in uno sport che una volta fermava l’Italia quasi quanto il calcio. Adesso, la maggior parte non sapeva nemmeno che si giocava, con chi e perché.

sabato 11 giugno 2016

Adriano Panatta, formidabile quel 1976

Suo padre Ascenzio era il custode del Tennis Club Parioli. Grande appassionato di calcio come tutti i bambini italiani, il piccolo Adriano aveva finito per passare le sue giornate più con la racchetta in mano che con il pallone tra i piedi. Nel 1968, a 18 anni, era una delle promesse del nostro tennis, la punta di diamante di un gruppo che era stato spedito in Australia (uno dei paesi del Grande Slam, uno degli Eldorado del tennis di quei tempi) a farsi le ossa.
Era tornato con le ossa abbastanza robuste da sconfiggere il numero uno di allora, il mostro sacro Nicola Pietrangeli, in una delle più leggendarie finali dei Campionati nazionali assoluti italiani di sempre, a Bologna nel 1970. La carriera di Adriano Panatta era cominciata così, raccogliendo la successione di un altro predestinato fuoriclasse. Destinato a ripeterne i risultati. L’ultimo ad esserci riuscito.
Adriano aveva un fisico atletico che se ben allenato era assai potente, quanto bastava per assecondare in maniera esplosiva il suo immenso talento tennistico. Il problema era proprio quello, l’allenamento. Se calava, il ragazzo tendeva ad appesantirsi ed il talento non bastava più. La sua carriera nei primi anni fu costellata di alti e bassi che facevano disperare i suoi allenatori al pari dei suoi tifosi.
Dotato di temperamento agonistico, grinta, carattere e intelligenza, era capace di rovesciare risultati compromessi e vincere partite incredibili contro ogni pronostico. Dotato di bella presenza, savoir faire, predisposizione alle lingue, carisma personale e voglia di vivere, era capace di furoreggiare nei luoghi del jet set romano, a casa sua, e di ogni dove. Salvo poi scoprirsi in debito di ossigeno sul campo e finire a perdere – sempre contro pronostico – altrettanto incredibili partite già vinte o alla sua portata.
Dal 1970 al 1975 Adriano vinse poco, molto meno sicuramente di quanto la sua classe gli avrebbe consentito. Palcoscenici principali delle sue crisi ricorrenti e della perdita di fiducia in se stesso erano gli Internazionali d’Italia a Roma e la Coppa Davis. Proprio le competizioni a cui teneva di più. A Roma, non riusciva ad esprimersi, proprio davanti alla sua gente, soffrendo le forti aspettative del pubblico del Foro Italico più dei suoi stessi avversari. In Davis, la peggior debacle gli era capitata a Parigi nel 1975, dove aveva perso il punto decisivo di un match già vinto contro i carneadi francesi Jauffret e Dominguez.
Fu il momento più basso della sua carriera. Il più critico, quello in cui pensò addirittura di smettere. L’anno prima aveva perso una semifinale abbordabile contro il Sudafrica sempre in coppa. L’Italia avrebbe potuto essere la prima nazione a spezzare il predominio dei quattro paesi del Grande Slam in Davis. Invece questo onore era toccato ai sudafricani boicottati dal resto del mondo, grazie alla sua sconfitta contro un quasi ex giocatore come Bob Hewitt.
Adriano aveva buon sangue, e carattere. Si era anche sposato con la donna giusta, la compagna della vita, Rosaria. Nel momento peggiore, i pezzi del suo puzzle interiore andarono tutti a posto. Pochi mesi dopo quella famigerata Davis a Parigi, a Stoccolma batté il numero uno del mondo Jimmy Connors. Pochi mesi ancora, fu 1976. Una straordinaria annata.
Con Nicola Pietrangeli come capitano non giocatore, la squadra italiana di Davis di cui lui era il numero uno si issò fino ai turni finali. Ma prima, Adriano si trovò di nuovo a fronteggiare la sua Nemesi. Al Foro Italico si presentò una volta di più come favorito, oltre che come beniamino della sua gente, del suo pubblico. E una volta di più, fu subito psico-dramma.
Al primo turno aveva di fronte Kim Warwick, australiano atipico, da terra veloce. Al Foro la terra c’era, ma sembrava quella di una palude. Warwick era un ammazza-grandi. Adriano si ritrovò sotto 6-3 5-2 40-15 in un batter d’occhio. Due match points. Due attacchi alla disperata di Adriano, annullati. Ai vantaggi, altri tre matchball su servizio contro. Altri tre attacchi, e tre passanti sbagliati dell’australiano. Sul 5-4, altre tre palle per chiudere a favore di Warwick. Palle appena fuori, o deviate dal nastro, fallite in un corpo a corpo in cui Adriano era maestro, con i suoi voli sottorete, le sue veroniche (volée alte di rovescio). L’ultimo matchball, l’undicesimo, annullato con un servizio ed uno smash al tie break del terzo set. 3-6 6-4 7-6
Sopravvissuto ad una simile ordalia, al termine della quale avrebbe dichiarato di non aver mai avuto paura di perdere, Adriano avrebbe superato un secondo turno difficile contro Tonino Zugarelli, una specie di derby romano, finito 7-6 6-3. Poi avrebbe eliminato il numero uno jugoslavo Zeliko Franulovic 6-1 6-4. Nei quarti, contro Harold Solomon, nuovo psico-dramma. L’americano era un pallettaro di lusso. Adriano aveva il gioco per neutralizzarlo, ma non la tenuta fisica. In vantaggio 4-0 nel terzo set, si era fatto riprendere e superare 5-4. Poi Solomon aveva contestato un lob di Panatta sulla riga che lo mandava sotto a 0-30. Infuriato per la convalida arbitrale aveva finito per abbandonare. 6-2 5-7 4-5 30-0
In semifinale, un grande vero campione aspettava Adriano. John Newcombe era uno degli ultimi giocatori che avevano fatto la leggenda del tennis australiano. Ma aveva imboccato la fase calante della sua carriera. E quel giorno Adriano aveva una delle sue giornate irresistibili. Quelle in cui tutto gli riusciva e niente gli veniva meno. Quelle in cui dava 6-0 6-0 ad un Ivan Lendl. Newcombe fu sconfitto 6-2 6-4 6-4, senza troppi patemi e con una sola palla break annullata.
Il giorno dopo in finale c’era Guillermo Vilas, il poeta argentino. Gran regolarista secondo solo a Bjorn Borg. Adriano lo subì solo nel primo set, poi lo aggredì volando da una parte all’altra del campo e della rete. Chiudendo il tie break finale in una apoteosi che trasformò il Foro Italico in una bolgia. 2-6 7-6 6-2 7-6
Adriano era diventato profeta in patria. Ma non gli bastava. Roma era un torneo importante, ma non uno dei più importanti. Il giorno dopo cominciava Parigi, l’Open di Francia. Era lì che si faceva la storia, lì che si entrava nella Hall of Fame di questo sport.
Al primo turno, ancora un match point annullato, con una volée in tuffo sul passante del cecoslovacco Pavel Hutka. Non erano gli undici matchball di Warwick ma come inizio non c’era male. 2-6 6-2 6-2 0-6 12-10
Al secondo, facile vittoria sul giapponese Jun Kuki per 6-3 6-1 7-5. Al terzo, facile anche contro l’altro cecoslovacco Jiri Hrebec, 7-5 6-3 6-4. Negli ottavi, ancora Franulovic, stavolta più resistente: 6-2 6-2 6-7 6-3
Nei quarti, la resa dei conti. A chi gli aveva contestato la vittoria di Roma perché mancava il numero uno sulla terra, il ragazzo prodigio, il terribile Bjorn Borg, Adriano rispose offrendo le più belle due ore di tennis viste da tanto tempo a quella parte. Era stato l’ultimo a battere Borg al Roland Garros nel 1973. Lo ribatté di nuovo nel 1976 per 6-3 6-3 2-6 7-6. Quando lo svedese si ritirò nel 1982, Adriano Panatta si vide certificato il suo status definitivo di unico giocatore in assoluto capace di batterlo sulla terra dello Slam parigino.
In semifinale, una delle due brutte copie di Borg, Eddie Dibbs. L’americano fu travolto 6-3 6-2 6-4. Ma era come se Adriano non avesse fatto nulla. In finale lo aspettava una specie di gemello di Dibbs, per di più con il dente avvelenato: Harold Solomon. Stavolta non ci furono abbandoni. Solo gran tennis da parte di Panatta nei primi due set, 6-1 6-4. Poi la stanchezza di tre settimane giocate come solo in paradiso, il terzo set all’americano per 6-4 e il quarto, drammatico, con Adriano che sentiva le energie scemargli. Forse non più sufficienti ad un quinto set. Al tie break del quarto, Adriano Panatta si tenne aggrappato alla vittoria a botte di servizio, finché sul 6-3 Solomon mise in rete una facile volée.
Panatta era il primo italiano a vincere Roma e Parigi nello stesso anno, l’ottavo in assoluto della storia dopo gente come Jaroslav Drobny, Lew Hoad, Ken Rosewall, Rod Laver, Tony Roche, Ilie Nastase e Bjorn Borg. Con la Coppa dei Moschettieri in mano, concludeva un mese d’oro del tennis italiano che purtroppo da allora non ha più avuto repliche.
Formidabile quel 1976. Ma non era finita. La Davis era stata fino allora un miraggio per gli italiani, arrivati soltanto due volte in finale contro la fortissima Australia nel 1960 e 1961. Niente da fare. Stavolta, dopo l’Inghilterra dei fratelli Lloyd battuta sul centrale di Wimbledon, l’Australia la affrontammo al Foro Italico. Panatta soffrì John Alexander, sua storica bestia nera. Ma ribadì la vittoria del torneo su John Newcombe.

A dicembre, in Cile, fu già un primo successo evitare il boicottaggio che certe forze politiche avrebbero voluto attuare contro Pinochet. Poi arrivò il successo vero, di Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli e Pietrangeli. Vittorie di Corrado su Jaime Fillol per 7-5 4-6 7-5 6-1 e di Panatta su Pato Cornejo per 6-3 6-1 6-3. Poi Panatta-Bertolucci presero il punto decisivo a Fillol-Cornejo, 3-6 6-2 6-3 9-7. L’insalatiera veniva per la prima volta in Italia. Non c’è più tornata, dopo quel memorabile 1976.

mercoledì 8 giugno 2016

Il Grande Slam

Con la vittoria di domenica all’Estade Roland Garros, Novak Djokovic è entrato nella storia dei grandi del tennis, e ha due match ball per entrare addirittura nella leggenda, nel corso di questo che sembra essere decisamente il suo anno. Dopo quattro set combattutissimi contro lo scozzese Andy Murray, è a lui che Adriano Panatta, ospite speciale per l’occasione, ha consegnato quella Coppa dei Moschettieri che lui stesso – ultimo italiano a riuscirci – vinse su questo campo quarant’anni fa.
A quell’epoca, la Serbia era parte della Confederazione di Jugoslavia, aveva diversi ottimi tennisti, ma nessuno che potesse aspirare a diventare il numero uno di questo sport. C’è riuscito, dopo quasi mezzo secolo ed un lungo apprendistato dietro altri due mostri sacri come Roger Federer e Rafael Nadal, Novak Djokovic detto Nole, serbo atipico di Belgrado, dotato di talento sui tennis courts quanto simpatico fuori di essi.
Il vincitore del 1976 Adriano Panatta
E’ il diciottesimo major tournament che il ragazzo allenato dall’ex campione Boris Becker mette in fila. I suoi numeri sono importanti, ma più importanti ancora lo diventerebbero se ai prossimi tornei di Wimbledon e Flushing Meadows arrivassero le sue vittorie numero 19 e 20. Tutte in questo anno solare.
Si chiama Grand Slam, è una espressione mutuata dal bridge. Con le carte, si verifica allorché un giocatore riesce a realizzare tutte e tredici le prese ai danni dell’avversario. La trasposizione dello Slam nel tennis avvenne nel 1933, in piena età pionieristica di questo sport.
L’australiano Jack Crawford aveva già vinto tre dei quattro tornei più importanti in quell’anno solare, gli Australian Open, Roland Garros e Wimbledon. Si apprestava a scendere in campo nel quarto e ultimo, a Forest Hills, sede degli U.S. Open fino al 1977, anno in cui fu soppiantata da Flushing Meadows. A quell’epoca, i padroni del tennis erano i paesi che l’avevano inventato (almeno nella versione moderna), e che avevano vinto almeno una volta la Coppa Davis, quello strano torneo a squadre che si disputava annualmente nell’ambito dello sport più individualista che esista, e che fino al 1974 era stato appannaggio appunto esclusivamente di U.S.A., Gran Bretagna, Francia ed Australia. I championship di questi paesi erano per forza di cose i tornei più ambiti, e lo sono rimasti anche in epoca moderna.
Il giornalista del New York Times Jack Kieran scrisse «Se Crawford vince, sarebbe come segnare un grande slam nel bridge». Il Grande Slam della racchetta nacque così. Per inciso, Crawford arrivò ad un passo dal battezzarlo subito personalmente. Conduceva la finale contro l’inglese Fred Perry per due set a zero, prima di crollare di schianto e perdere addirittura il quinto e decisivo set a zero.
Panatta premia Djokovic
Per assistere all’impresa di un tennista che realizza lo Slam, si dovette attendere fino al 1938. John Donald Don Budge era americano di Oakland, ma figlio di immigrati scozzesi. Se suo padre John sr. non avesse subito un grave infortunio come calciatore professionista dei Glasgow Rangers e non fosse stato costretto a trasferirsi negli States per curare i gravi postumi di quell’infortunio, il primo Grand Slam sarebbe stato dunque realizzato da un britannico, e non da uno yankee.
A quei tempi, i tennisti ammessi ai championship erano rigorosamente dilettanti. Come tale, il figlio del calciatore scozzese realizzò un’impresa mettendoli in fila tutti e quattro, entrando quindi nella leggenda ma guadagnandoci (almeno ufficialmente) assai poco.
Per avere la prima lady capace di tanto, invece, bisognò attendere il 1953. Maureen Catherine Connolly Baker era anch’essa americana, californiana di San Diego. Di famiglia non agiata, aveva ripiegato dalla costosa ippica al tennis, allora più alla portata di tutti almeno negli U.S.A. A 14 anni era già un fenomeno, a 19 aveva già realizzato l’impresa che la maggior parte delle sue colleghe della sua generazione e delle successive avrebbe potuto soltanto sognare. E lo fece perdendo un solo set in tutti e quattro i tornei. La vita le tolse poi quello che le aveva concesso lo sport: a 34 scomparve prematuramente, essendosi ammalata di cancro.
Rodney George Rod Laver, Rockhampton rocket (il razzo di Rockhampton), sembrava uno dei tanti campioni che il tennis australiano sfornava in quantità industriale fino agli anni sessanta. Nel 1962, divenne chiaro che era il più grande. Allora, tre dei quattro major si disputavano sull’erba, e uno solo (Parigi) sulla terra. Lui era il numero uno su tutte le superfici e lo rimase per sette anni. Il 1962 fu anche l’ultimo suo anno da dilettante. In quel periodo la nascente A.T.P. il sindacato dei tennisti, si stava battendo per il riconoscimento del professionismo nel tennis. La battaglia fu lunga, e fu vinta solo nel 1969. A Rod Laver, che aveva scelto il professionismo subito dopo lo Slam venendo di conseguenza bandito dai tornei più importanti, essa costò gli anni migliori di carriera, e chissà quanti altri titoli da aggiungere agli oltre 200 comunque vinti. Tornò, come Muhammad Alì, sette anni dopo, nel 1969. Come Muhammad Alì, era ancora il più grande. E mise a segno un altro Slam, questa volta da professionista.
Rod laver
Dopo di allora, nessun uomo è più riuscito nell’impresa. Ecco perché i match ball a disposizione di Nole Djokovic hanno una importanza così fondamentale. Quanti suoi colleghi sono arrivati ad un passo dall’impresa, senza riuscirci…. Da Bjorn Borg, fermato in finale degli U.S. Open da Jimmy Connors nel 1978, a John McEnroe, capace di perdere contro Ivan Lendl in finale a Parigi nel 1984 lo stesso match che Crawford aveva perduto da Perry nel 1933, troppo self confident. A Sampras, ad Agassi, a Federer, a Nadal. Tutti caduti sull’ultimo ostacolo.
E le donne? Attendono da meno tempo. Nel 1970 Margaret Court Smith rispose a Rod Laver con il secondo Slam femminile. Australiana di Albury nel Nuovo Galles del Sud, capace di vincere ancor più titoli in assoluto del suo connazionale maschio, compì l’impresa nell’anno rimasto famoso per l’introduzione nel tennis del tie-break che accorciava le partite, oltre che definitivamente del professionismo. E andò vicina a ripeterla l’anno successivo, fermata solo nella finale di Wimbledon dalla connazionale Yvonne Goolagong Cawley. Da notare, Margaret giocò quella finale in stato interessante, incinta di un mese circa del primo figlio Daniel.
Stefanie Graf
Poi più nulla, malgrado fossero gli anni di Chris Evert e di Martina Navratilova. Fino all’88. Fino all’unica europea capace di entrare in questa Hall of Fame tutta particolare. E di entrarci in un modo del tutto speciale. Steffi Graf mise in fila tornei ed avversari come un rullo compressore, quell’anno. Mettendo fine all’epopea del lungo duello e predominio della coppia Evert/Navratilova. E siccome in quell’anno il tennis divenne anche sport olimpico, con la vittoria a Seul Steffi divenne l’unica fino a questo momento realizzatrice del Golden Grand Slam. Lo Slam impreziosito dalla medaglia d’oro olimpica. Nel 1993, dopo l’intermezzo di Monica Seles interrotto dal famoso attentato di Amburgo, Steffi ritornò la numero uno, ma riuscì a realizzare solo tre quarti di Slam, mancando l’Australia.
Da allora, nessuno più. Tra gli uomini, Federer, Nadal e adesso Djokovic hanno realizzato il Career Grand Slam, i quattro tornei vinti in successione ma non nello stesso anno solare. Tra le donne, Serena Williams e Maria Sharapova.
Tra pochi giorni, sul Centre Court di Wimbledon Nole serve il primo match ball per la leggenda del tennis. Il secondo ai primi di settembre a Flushing Meadows. E’ davvero il suo anno? Lui è convinto di sì.

domenica 13 settembre 2015

Un sogno chiamato Coppa Davis

8 aprile 2014

L’Italia che torna in semifinale di Coppa Davis è un po’ come quell’abbigliamento che torna di moda dopo un paio di generazioni, dopo essere stato da tempo classificato come vintage ed essere stato riposto in qualche armadio, per esserne ritirato fuori in fretta e furia allorché si è visto sulla copertina di qualche rivista, annunciato come l’ultima moda della stagione in arrivo. O la vecchia racchetta del babbo capitata in mano un sacco di volte quando si mette a posto la cantina, più volte sul punto di finire a qualche robivecchi e sempre tenuta tra gli oggetti che smuovono ancora qualcosa in un angolino del cuore, che mantengono un nonsoché di prezioso. Hai visto mai che prima o poi…
L’impresa di Fabio Fognini e Andreas Seppi è arrivata quando ormai non ci speravamo più. I vecchi aficionados del tennis disperavano ormai di rivivere una giornata così, i giovani neanche sapevano finora che fosse possibile. Le donne sì, ci hanno abituato a vederle sollevare vittoriose la Federation Cup – la Davis femminile – diverse volte negli ultimi anni, ma gli uomini sembravano una razza in via di estinzione, anzi praticamente già estinta. Fognini ha giocato il match della vita contro quell’Andy Murray che aveva a sua volta riportato il tennis britannico ai fasti ormai dimenticati di Fred Perry, vincendo non solo il torneo olimpico di Londra 2012 ma anche Wimbledon e gli U.S. Open nella passata stagione. Lo scozzese in Davis aveva perso tra l’altro una volta sola, all’esordio, e poi aveva infilato 19 vittorie consecutive.
Stavolta la testa di Fabio Fognini non ha fatto i capricci, come già altre volte, e dopo un iniziale 1-3 per il ligure è stata una marcia trionfale, con il n. 8 del ranking internazionale messo in un angolo ad innervosirsi con se stesso e con il mondo, incapace di portare a casa anche un solo set. Ha completato l’impresa, che era parsa disperata dopo la sconfitta nel doppio di sabato, Andreas Seppi contro il n. 2 britannico Ward. Braccio che non trema, l’altoatesino ha portato il punto decisivo che mette in fila lo scalpo della Gran Bretagna dopo quello dell’Argentina in una stagione che potrebbe davvero essere per il tennis italiano maschile quella della rinascita.
L’Italia torna così a poter vedere la leggendaria insalatiera almeno da lontano, dopo averla tenuta in mano una volta nell’ormai lontano 1976, averla sfiorata altre sei volte ed essersi fermata prima dell’ultima curva almeno altre 10. E’ infatti l’undicesima semifinale della storia della partecipazione italiana alla Coppa Davis, cominciata nel 1922, quella che gli azzurri giocheranno a settembre in Svizzera contro il fuoriclasse in declino Roger Federer ed il suo fido compagno Stanislas Wawrinka, vincitore degli ultimi Australian Open. Pronostico abbastanza chiuso, ma come insegna proprio la sofferta vittoria degli svizzeri sul semisconosciuto Kazakhistan, nel tennis e soprattutto nella Coppa Davis i pronostici sono fatti per essere smentiti.
Un ritorno inatteso nell’élite del tennis mondiale, quello dell’Italia, dopo i lunghi anni bui seguiti alla retrocessione in serie B del 2000, un inferno sportivo da cui sembrava che il nostro paese non dovesse più riemergere. Sono passati 16 anni da quando la squadra capitanata da Paolo Bertolucci e composta da Andrea Gaudenzi, Davide Sanguinetti e Diego Nargiso trionfò in semifinale a Milwaukee contro gli U.S.A. per poi arrendersi in finale ad una delle più forti squadre svedesi di sempre, complice anche l’infortunio del nostro n. 1 Gaudenzi. Con la spalla di Andrea, se ne andò anche la buona stella azzurra. L’Italia due anni più tardi sparì dal tabellone delle nazioni che lottano per la vittoria finale, per ritornarvi soltanto undici anni dopo.
Prima ancora, la Davis italiana aveva vissuto soprattutto tre cicli vincenti. Dapprima quello di Nicola Pietrangeli (tutt’ora recordman mondiale di presenze, con 164 partecipazioni di cui 120 vittorie e “solo” 44 sconfitte), Orlando Sirola e Fausto Gardini, capaci di far tremare i mostri australiani nel 1960 e 1961. Era l’epoca del challenge round, il detentore giocava solo la finale, contro lo sfidante emerso dal tabellone ad eliminazione. Per due volte Pietrangeli & C. fecero fuori gli americani, per due volte sfiorarono il successo contro gli aussies ingiocabili di allora, Rod Laver, Roy Emerson, Tony Roche, la leggenda del tennis insomma.
Poi fu l’epopea dei Quattro Moschettieri (così chiamati perché avevano rinverdito in terra italiana i fasti di quelli francesi, Lacoste & C.). Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli si fermarono in semifinale nel 1974 contro il Sudafrica dell’apartheid e degli australiani naturalizzati. Vinsero l’insalatiera per la prima e unica volta a Santiago del Cile contro la squadra che rappresentava il paese di Pinochet (e malgrado polemiche a non finire). Poi per altre tre volte cedettero in finale, nel 1977 all’Australia, nel 1979 agli U.S.A. di McEnroe, nel 1980 alla Cecoslovacchia di Lendl.
Finito il ciclo dei Moschettieri, si dovette aspettare gli anni 90 per riavere una squadra capace di tenerci in corsa fino agli ultimi incontri di Coppa Davis. Nel ’96 la squadra che aveva in panchina Panatta e in campo Gaudenzi, Furlan e Nargiso si fece rimontare a Nantes da una Francia praticamente già battuta. Nel ’97 gli svedesi in casa loro si rivelarono uno scoglio troppo impervio da
superare per i pur bravi azzurri. A Milano l’anno dopo in finale chissà come sarebbe finita se Gaudenzi non si fosse strappato all’ultimo gioco del quinto set, con il servizio a disposizione per dare
il primo punto alla sua squadra.
Alla luce dei dieci e passa anni successivi, fu un bel presagio di sventura. Ma la racchetta del babbo era rimasta laggiù, in cantina, in attesa che tornasse il suo momento. E il momento è tornato, con il soldatino Corrado Barazzutti in panchina e con Fabio Fognini, Andreas Seppi e Simone Bolelli che per la prima volta dopo tanto tempo si può dire che “se la giocano contro chiunque”. E questo, per uno sport che in Italia era diventato vintage, non è affatto poco.

Il Grande Tennis

6 giugno 2010

Francesca Schiavone mi ricorda Adriano Panatta. E gli anni in cui scoprii che il Tennis era lo sport della mia vita, quello che adoravo davvero. Non il Calcio, con la sua gente becera e violenta, i "tifosi", sinonimo di malati, tipologia che non esiste in nessun altro sport, perché negli altri sport si chiamano "appassionati", termine ben più nobile.
Degli sport di squadra ho amato il Basket, perché i miei anni verdi erano gli anni d'oro del Basket italiano, e perchè ai miei tempi una squadra di Basket era soprattutto una SQUADRA. Il Calcio era già la Curva ribollente di Ultras, decerebrati che si opponevano a decerebrati provenienti da altre città. Morte civile già negli anni 70. Mi piaceva il gioco, ma detestavo la gente che ci si affollava intorno.
Poi c'era questo sport individuale. Una scuola di vita, prima ancora di uno sport. Sul campo da Tennis sei da solo, con la tua racchetta e tutta la forza che riesci a tirar fuori da dentro di te. Il carattere, i valori, la grinta, la personalità. Tutta roba che ormai negli altri sport vendi a un tanto al chilo. Nel Tennis no. E' rimasto quello di Pietrangeli, dei "gesti bianchi" di Gianni Clerici", del grande campione della mia giovinezza, quell'Adriano Panatta che quando doveva giocare io non ci dormivo la notte. Per la Davis del '79, negli Stati Uniti, feci notte bianca, e il giorno dopo ero scuro di essere interrogato a scuola. Nel '76 a Santiago Panatta & C. vincevano la prima e unica Davis italiana, io ero alla Pergola ad ascoltare un'altra fuoriclasse, Manuela Kustermann che recitava Amleto, e "maledicevo Iddio e miei parenti" per non avermi dato più forza e dire NO, stasera resto a casa,  a vedere gli azzurri....
Il Tennis era quello che mi aspettavo dalla vita. Mi piaceva giocarlo. Io da solo, con le mie forze. Dipendere da nessun altro. Costringere il braccio al colpo che l'estro nel cervello ti suggerisce. Se ce la fai bene, se no alla prossima. E alla fine la stretta di mano all'avversario. Allo stadio si picchiavano tutte le domeniche. Io sognavo uno sport dove la gente NON APPLAUDE MAI IL COLPO SBAGLIATO DI UN AVVERSARIO.
Ho visto l'epoca d'oro di Adriano Panatta. Francesca me lo ricorda tanto, soprattutto nella capacità di trasformare partite drammatiche e iniziate malissimo in apoteosi epiche. Quando la vedo giocare, mi sento più giovane, di circa 30 anni...e mi ricordo perché giocare a Tennis mi sembrava tanto bello, e l'unica strada per la vittoria vera.
C'é un motivo se a Wimbledon, all'ingresso in campo dei giocatori è trascritta la poesia di Kipling "SE". Invito tutti a rileggerla. Aiuta tanto per vivere una vita migliore.

Il cielo sopra New York è azzurro

Quando Martina Navratilova e Chris Evert giocarono la prima delle loro tante finali di un major tournament, Roberta Vinci e Flavia Pennetta non erano ancora nate. Era il 1978, il campo era il grass court di Wimbledon. L’americana era già il numero uno del tennis femminile, un mostro sacro, una specie di Borg in gonnella. La cecoslovacca, che poi sarebbe fuggita negli U.S.A. saltando una Cortina di Ferro allora ancora assai presente ed oppressiva, cominciò timidamente, per poi trovare coraggio e liberare i suoi colpi che l’avrebbero portata a vincere quel giorno ad a scalzare poi la Evert dal tetto del mondo.
Le nostre due campionesse gentilmente fornite dalla Regione Puglia non erano state neanche concepite dai genitori quando l’archetipo del loro tennis andò in scena per la prima volta. Navratilova-Evert diventarono quello che Borg-Connors o Borg-McEnroe erano per il tennis maschile. L’attaccante dai colpi spettacolari contro l’altrettanto spettacolare regolarità di un fondista che non sbaglia mai.
Prima del 1978 il tennis femminile era qualcosa che gli appassionati di tennis guardavano con sufficienza, una specie di manifestazione di contorno a grandi e piccoli tornei. Dopo quel primo scontro ed i successivi, il women’s tennis è cresciuto fino a quello spettacolo da stropicciarsi gli occhi (nulla più da invidiare all’equivalente maschile) che è andato in scena ieri sera sul campo centrale del circolo tennis di Flushing Meadows, New York, dove a partire proprio da quel fatidico 1978 vengono disputati gli U.S. Open, i campionati internazionali americani, quarta e conclusiva prova del cosiddetto Grande Slam, un campionato nel campionato che raggruppa i principali storici tornei di Australia, Francia, Gran Bretagna ed appunto Stati Uniti.
Titolo di merito quasi leggendario è vincerli tutti nello stesso anno, il cosiddetto Grande Slam, termine preso a prestito dal gioco del Bridge. L’impresa finora è riuscita tra i maschi solo a Don Budge nel 1938 ed a Rod Laver nel 1962 e 1969 e fra le donne a Maureen Connolly nel 1953, a Margaret Court Smith nel 1970 e a Steffi Graf nel 1988. Come si vede, impresa difficilissima che è stata solo sognata e mai compiuta da fior di fuoriclasse di tutte le epoche. Stava per aggiungersi all’elenco Serena Williams, quando è stata fermata in semifinale da Robertina Vinci da Taranto.
Partita senza alcun favore di pronostico al pari di tutti i colleghi azzurri maschi e femmine, Roberta ha ritrovato proprio qui sul concrete, il cemento che nel 1978 ha sostituito la vecchia, gloriosa erba di Forest Hills, la condizione fisica, la voglia di giocare e di vincere, di lasciare andare i colpi secondo il talento di cui Madre Natura l’ha dotata. La voglia di tornare ad alzare uno di quei trofei che per lei erano diventati abitudine in doppio a fianco di Sara Errani.
In questa vicenda, a Serena Williams è toccata incredibilmente la parte della malcapitata. Mentre all’amica di sempre e collega Flavia Pennetta è toccata quella della predestinata. Le troppe poche ore di distanza dalla semifinale alla finale hanno probabilmente handicappato la Vinci nei confronti dell’altra azzurra, accreditata da sempre peraltro di una maggiore solidità in campo. Flavia Pennetta ha finito per liberare sul campo colpi altrettanto spettacolari di quelli dell’amica. E nei momenti decisivi è stata lei a prevalere.
Alla fine, la standing ovation con cui lo stadio intitolato al grande Arthur Ashe le ha reso omaggio (sportivamente, malgrado la delusione patita dal pubblico americano per l’assenza dell’enfant du pays Williams), insieme alla Coppa consegnatale dalla presidentessa dell’U.S.T.A., la federazione americana, sono apparsi come due premi assolutamente meritati, fuori discussione per la brindisina. Che ha coronato con la vittoria nel torneo più importante del mondo una già splendida carriera, e che ha trovato il coraggio di annunciare nel discorso di ringraziamento che la sua carriera si conclude proprio qui, a Flushing Meadows, con la Coppa che fu di Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf, Venus e Serena Williams tra le sue mani leggermente tremanti per l’emozione.
Un’emozione che gli appassionati di tennis hanno potuto condividere con lei grazie alla sensibilità della rete televisiva Dee Jay Television, che ha tempestivamente deciso di trasmettere in chiaro le immagini del trionfo italiano a New York colmando così la consueta madornale lacuna causata dalla R.A.I., affidataria di un servizio pubblico ormai inesistente. Più che sulla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi nella tribuna dell’Arthur Ashe Stadium, doverosa se si considera il ruolo istituzionale di rappresentanza in occasione di un successo italiano all’estero prestigioso come pochi altri, sarebbe stato giusto appuntare le numerose polemiche scatenatesi in patria a margine di questo episodio proprio sul ruolo della televisione pubblica. Un ruolo disatteso una volta di più, a fronte del quale si è fatta apprezzare la sensibilità del Gruppo Mediaset, del cui pacchetto Premium Dee Jay Television fa appunto parte.
Ma tornando all’evento sportivo, parlavamo di emozione. Quella che le due nostre campionesse, due ragazze tra l’altro amiche da sempre (“abbiamo giocato contro la prima volta che forse non avevamo neanche nove anni”, ha ricordato Flavia Pennetta), hanno scaricato l’una abbracciata all’altra in mezzo al campo dopo la conclusione dell’ultimo punto. Quella che hanno saputo gestire alla grande nel simpaticissimo siparietto precedente la bella cerimonia di premiazione (a proposito, quanta suggestione nella cerimonia di apertura, con i Marines che srotolano la bandiera a stelle e strisce e la voce soul che intona God bless America…quanta suggestione e quanta invidia per un sentimento nazionale che noi non riusciamo più a ritrovare neanche in occasione di queste grandi vittorie). Quella intuita più che vista nell’abbraccio acrobatico di Flavia al fidanzato Fabio Fognini, tra l’altro autore anche lui di una grande impresa contro il “mostro sacro” Rafael Nadal.
Quella emozione, infine, che hanno inevitabilmente provato i più vecchi aficionados del tennis, per dirla con il grande maestro Gianni Clerici, a vedersi scorrere sotto gli occhi queste immagini, questi Momenti di Gloria, dopo una rincorsa durata molto più di una vita. Nei centocinquant’anni da che esiste il tennis moderno i nostri campioni e le nostre campionesse hanno solo potuto sognare di alzare questi trofei, con l’unica eccezione di Nicola Pietrangeli ed Adriano Panatta in campo maschile al Roland Garros di Parigi, e di Francesca Schiavone sempre a Parigi e adesso Flavia Pennetta in America in quello femminile.

E’ stata una lunga strada, che forse il buon sangue di questa nuova generazione di tenniste e tennisti saprà proseguire. Finché un giorno una ragazza come Flavia Pennetta o un ragazzo come il suo fidanzato Fabio Fognini riusciranno ad alzare l’ultima Coppa che manca. L’ultimo sogno che per lungo tempo è apparso impossibile. La Coppa di Wimbledon.

lunedì 7 luglio 2014

Quando tramonta un campione

Per chi ama il tennis, domenica si è giocato in Paradiso, non sul centrale di Wimbledon. Ha vinto Novak Djokovic, ma gli spettatori sono ancora tutti in piedi ad applaudire un altro campione che esce dalla storia per entrare nella leggenda. Roger Federer, che aveva già trionfato sette volte su questo campo, ha mancato l’ottava, il record assoluto, ma mai come domenica è entrato nel cuore della gente. La classe non gli è mai mancata, stavolta gli abbiamo visto il coraggio. Alla fine nei suoi occhi non c’era tristezza, solo la consapevolezza che forse la sua corsa si è fermata qui, come è giusto che sia.
E’ una partita che abbiamo visto giocare tante volte. Un passaggio di consegne tra il vecchio ed il giovane campione. Una di quelle che segnano, che fanno dire "basta, mi fermo qui". E se non lo dici tu, ci pensa il tuo inconscio a farlo. E al prossimo match quello che andrà in campo non sei più tu, comunque. E' sempre triste, perché è il passo d'addio di un campione straordinario. E d’accordo che ne è arrivato un altro, ma sono passati altri anni, intanto si invecchia, insieme ai nostri campioni, e la cosa lascia qualche segno.
1981... Sul Centrale di Wimbledon si scontrano per la seconda volta, per la finale, il titolo e la supremazia assoluta, Bjorn Borg e John McEnroe. L'anno prima hanno dato vita a quella che - a detta degli esperti - rimane tutt'ora la più bella partita di tennis di tutti i tempi. Aveva vinto lo svedese, ma l'americano aveva incantato il mondo, per il suo coraggio e la sua classe. Stavolta vincerà lui, e lo svedese commuoverà il mondo a sua volta per la sua tenacia, la voglia di non arrendersi, di non cedere il passo alla legge della vita, prima ancora che al suo avversario. Bjorn chiuderà qui la sua carriera. La sconfitta di quel giorno sarà definitiva, la consapevolezza di non essere più invincibile lo porterà al ritiro, quasi immediato.
1985... John ha dominato il tennis dopo il ritiro di Bjorn. Sono in tanti a pensare che una classe pura come la sua si è vista raramente prima e non si è più vista dopo di lui, un estro totale come quello di Picasso, Mozart, Stanley Kubrick, per capirci. Ma John, senza Bjorn - l'unico avversario degno di lui nella sua testa, l'unico worthwhile - non si è più divertito. Giocare con Lendl non è la stessa cosa. Perderci poi... Gli succede a Parigi, nel 1984, ed è devastante, ad un soffio dalla vittoria epocale, che lo consacrerebbe come l'unico a poter ripetere il Grand Slam del mitico Rod Laver. Il passo d'addio di John McEnroe è lì, al Roland Garros 1984.
1985... Quando esplode il tedeschino volante, Boris Becker, John è già fuori dal tennis, ed è un peccato, perché sarebbe stato bello vedere il nuovo adolescente terribile confrontarsi con il vecchio. Neanche 40 anni in due. Boris quell’anno vince conquistandosi perfino gli elogi della stampa inglese, mai toccati ad un tedesco, e nemmeno allo stesso McEnroe. Comincia un decennio in cui solo Stefan Edberg, un altro braccio di dio riuscirà a fare partita eguale sul Centrale di Wimbledon con Boris. Roba da non far rimpiangere Borg-Connors del 1977, match epici.
1995... «Complimenti, buona fortuna, la mia strada finisce qui», è la frase che Boris rivolge al suo avversario che l'ha superato in un'altra partita epocale, generazionale. Exit Boris Becker, enter Pete Sampras. L'americano di origine greca (ma che non sa nemmeno dov'é la Grecia) è tanto anonimo come persona quanto dotato di classe come giocatore di tennis. 7 Wimbledon e 14 Slam. In quel periodo non ce n'é per nessuno, e se non fosse per André Agassi, sai che noia. Pete surclassa spesso e volentieri campioni come André, Goran Ivanisevic, Hewitt, fino a che nel 2001, superato il record di 13 Slam di Emerson (uno dei leggendari australiani del tempo di Rod Laver, l’Età dell’Oro di questo sport), gli capita un ragazzino svizzero, nei turni eliminatori, tale Roger Federer. Ne parlano un gran bene da juniores, ma insomma, il grande tennis è un'altra cosa.
2001... Roger piega Pete, e quel giorno anche Pete sente la chiamata del destino, la legge della vita che reclama il suo obolo. Pete entra nella leggenda, e Roger comincia allora a scrivere la sua. Cinque Wimbledon consecutivi, come Sua Maestà Borg. Tanti Slam, da perdere il conto, se la gioca con Sampras, gli esperti discutono se sia il più Grande di sempre, i veri esperti si limitano a dire che è uno dei più grandi, perché certi assoluti non hanno senso. Finché arriva Rafael Nadal, chico de Mallorca. Non ha un gioco più spettacolare di quello di Bjorn Borg, ma ne ha la stessa testa, e gli sono dovuti pertanto lo stesso rispetto e la stessa ammirazione, anche se è difficile guardare le sue partite con divertimento. Rafa ha tanta hombria che alla fine riesce a far partita egual con Roger perfino sul centrale di Wimbledon, nel 2007, e di più nel 2008, quando riesce addirittura a batterlo e a vincere the Championship. Come Borg, ha imparato a giocare sull'erba, non avendone la predisposizione, e adesso è il numero 1 su tutte le superfici. Adesso tocca a lui e a Novak Djokovic la corona, in attesa di qualcuno che li spodesterà, e che magari sta già palleggiando da qualche parte.
Questa è una storia di campioni, in uno sport che può essere giocato solo da campioni. Perché in campo ci vai da solo, e se non sei un uomo vero o una donna vera non ne esci vivo. Nel senso di vincitore.
Ed è una storia carica di tristezza, ogni volta che un campione compie il passo d'addio. Quando smette un calciatore, esce dal campo insieme a 60 persone, in una bolgia di gente urlante e festante. Quando smette un tennista, esce dal campo da solo, tra gli applausi di gente a cui magari si chiude la gola per la commozione, e non hanno perciò neanche la forza né la voglia di urlare, ma solo di battere le mani. Con la consapevolezza oltretutto che ogni volta che succede, salutiamo un pezzo della nostra vita.

Auf Wiedersen Herr Roger, sei stato un grande tra i grandi. Se giocherai ancora, sarà uno sbaglio. Perché il tuo posto nella leggenda c'é già. E non da adesso. Ettore ucciso da Achille. Achille ucciso da Paride, e così via.

lunedì 7 aprile 2014

Quando a Wimbledon fu scritta la leggenda

Era stato per secoli il gioco dei gesti bianchi. Nato come passatempo degli aristocratici, il Tennis era arrivato attraverso i secoli a diventare, negli anni sessanta e settanta del ventesimo secolo, uno sport di massa, pur mantenendo le regole e gli atteggiamenti codificati almeno cento anni prima all’All England Lawn Tennis and Croquet Club di Wimbledon.
I gesti bianchi, appunto, secondo la definizione di Gianni Clerici, perché ci si vestiva rigorosamente di bianco e ci si comportava come se fossimo tutti rampolli dell’aristocrazia britannica, dovunque fossimo a giocare, anche sui più scalcinati campi di periferia. Fino a loro due.
Bjorn Borg era nato a Sodertaljie, un sobborgo di Stoccolma, il 6 giugno 1956. Fin dalla sua prima apparizione come junior nei primi anni settanta, fu subito chiaro che dopo di lui il tennis non sarebbe stato più lo stesso, per sempre stravolto dal suo stile che molti hanno cercato di imitare e che nessuno ha eguagliato. Apparentemente dotato di un tennis che non aveva altro pregio che la mostruosa regolarità da fondo campo, lo svedese divenne ben presto “ingiocabile” per chiunque grazie al suo carattere di ghiaccio, che gli consentiva di non perdere mai calma e concentrazione e di riuscire a rimandare sempre la palla, qualsiasi palla, una volta di più dell’avversario.
Ice-Borg, come fu soprannominato, a metà anni settanta era già imbattibile su terra battuta e cemento (con pochissime eccezioni, tra cui il nostro Adriano Panatta, l’unico ad averlo mai battuto al Roland Garros di Parigi, e Jimmy Connors, l’unico ad impedirgli il trionfo agli U.S. Open). Gli mancava solo l’erba di Wimbledon, e per il suo tipo di gioco tutti erano d’accordo che quello sarebbe rimasto un sogno al di fuori della sua portata. E invece, con una modestia pari al suo orgoglio smisurato, Borg si mise ad imparare i fondamentali del gioco sui grass courts, compreso quel serve and volley così lontano dalle sue abitudini. E finì per mettere in fila tutti anche in Inghilterra. Le sue finali con Jimmy Connors, soprattutto quella del 1977, sorpresero il mondo non meno dei malcapitati avversari. Nel 1980 Borg aveva vinto 4 titoli consecutivi, e sembrava non avere avversari, neanche a Wimbledon.
John Patrick McEnroe era nato a Wiesbaden (dove suo padre prestava servizio nelle forze armate americane di stanza in Germania) il 16 febbraio 1959. Altrettanto precoce di Borg, era il suo estremo opposto. Dotato di un talento puro (il cosiddetto “tocco”) quale si era visto raramente prima e forse mai più dopo di lui, il ragazzo cresciuto al Queens (il quartiere di New York, non il club esclusivo di Londra) aveva un carattere esplosivo, impossibile, che lo portava a complicare la vita sul campo a se stesso, prima ancora che ai suoi avversari. 
Perciò, pur avendo mostrato presto al mondo che come trattava lui la pallina da tennis non ce n’erano, tra un colpo ad effetto e uno sketch da "neurodeliri" sul campo, aveva raccolto meno vittorie di quanto la sua classe immensa avrebbe meritato, se messa al servizio di una testa meno matta. Nel 1977, l’anno in cui Jimmy Connors in finale a Wimbledon aveva rimontato da 4-0 a 4-4 nel quinto set a Borg, per poi cedergli di schianto 6-4, in semifinale aveva dovuto prima vedersela con un ragazzino di neanche 18 anni, suo connazionale, proveniente dalle qualificazioni, che senza nessun timore reverenziale era arrivato a metterlo in seria difficoltà.
Era cominciata così la storia di McEnroe. E si era impantanata subito nella difficoltà di mantenere fede al pronostico di una grande carriera. Nel 1980, McEnroe era reduce da un paio di annate in cui, a parte la Coppa Davis riportata dopo anni negli USA e la vittoria nel torneo di casa agli U.S. Open, aveva combinato molto meno di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi.
Il torneo di Wimbledon edizione 1980 era stato quasi noioso. Il detentore del titolo, Bjorn Borg aveva avuto un percorso di tutto riposo fino alla finale, lasciando solo un set nella semifinale a Brian Gottfried, giocatore solido ma di scarso talento e tuttavia il più pericoloso avversario affrontato dallo svedese quell’anno. Dopo l’apprensione causatagli nell’edizione 1979 da Roscoe Tanner, battuto solo al termine di cinque set di fuoco, stavolta Borg non vedeva proprio avversari, pregustando già il quinto titolo consecutivo. Dall’altra parte, il suo avversario di sempre, quel Jimmy Connors che l’aveva quasi messo alle corde nel 1977 e che l’aveva poi battuto negli Stati Uniti a Flushing Meadows, aveva tutte le intenzioni di riprovarci, ma prima doveva vedersela con l’ex ragazzo terribile, John McEnroe nella rivincita della semifinale di tre anni prima. Stavolta vinse l’americano più giovane. La finale sarebbe stata l’inedita Borg-McEnroe. Il pronostico era tutto per lo svedese, in uno stato di forma spaventoso e all’apice della sua carriera.
Il 4 luglio 1980 i giocatori fecero il loro ingresso su Centre Court per quella che si sperava fosse una bella finale. Nessuno poteva immaginare che sarebbe stata una finale leggendaria. Il match del secolo. McEnroe dimostrò subito di essere venuto felicemente a patti con se stesso, conquistando un primo set incredibile per 6-1 e lasciando di sasso un attonito Borg. Lo svedese, che era stato sotto inizialmente tante volte ma che non aveva mai perso la calma in tutta la sua vita, reagì da par suo prendendosi secondo e terzo set non agevolmente ma con sicurezza: 7-5 6-3. Nel quarto, l’americano riuscì a far partita eguale fino al tie-break, ma lo svedese sembrava sempre avanti, ormai salito in cattedra con il suo gioco fatto di potenza e regolarità che vanificava spesso i lampi di genio scaturiti dalla racchetta del mancino newyorkese. L’epilogo sembrava scritto, anche se un po’ più a fatica di quanto era stato pronosticato. E invece…..
Chiunque abbia visto quel tie-break del quarto set non potrà mai dimenticarlo. Punto a punto, i due contendenti si scambiarono colpi vincenti alternandosi nel vantaggio. Se Borg era ancora il favorito, l’outsider mostrò un coraggio e una classe incommensurabili, finendo per prevalere 18-16 acclamato dal pubblico inglese in delirio, completamente dimentico di qualsiasi aplomb tradizionale. All’inizio del quinto set, non c’erano più favoriti. John McEnroe si era conquistato il suo posto tra i grandi del tennis, e Bjorn Borg ha confessato in seguito di avere avuto per la prima volta nella sua vita paura di perdere. Solo i suoi nervi di ghiaccio gli permisero di restare sempre avanti nel punteggio tenendo il servizio e sfruttando un’unica incertezza del talentuoso avversario, conquistando un 8-6 finale che gli dette il quinto titolo consecutivo, insieme però alla certezza che non era più imbattibile, che stavolta era andata bene, era riuscito a farcela facendo appello a tutte le sue risorse migliori, ma in futuro con quel ragazzo non avrebbe avuto più vita facile.
John McEnroe ormai aveva acquisito una maggiore consapevolezza di sé. Nell’anno che trascorse fino al torneo dell’edizione successiva, rivinse gli U.S. Open e soprattutto riuscì ad essere se stesso (la solita miscela esplosiva pronta a prendere fuoco in un qualunque momento per i motivi più futili) ma nello stesso tempo vincente. I suoi “siparietti” in stile "neuro" ormai riuscivano a far perdere la concentrazione solo agli avversari, non più a lui stesso. Non  solo, ma anche la gente – soprattutto i compassati inglesi – che al principio lo aveva cordialmente detestato per la sua irriverenza verso le sane abitudini di uno sport in cui perfino il tifo e l’esultanza erano quasi considerati disdicevoli, adesso stava passando dalla sua parte, divertendosi quasi alle sue intemperanze ed accogliendolo come il segno più eclatante e finalmente ben accetto dei tempi nuovi.
La strada per la finale del 1981 apparentemente fu identica a quella dell’anno prima. A ben guardare, invece, le parti si erano rovesciate. Mac, come ormai era soprannominato, si liberò di tutti gli avversari con facilità irrisoria. L’orso svedese, che era reduce dalla sesta vittoria al Roland Garros dove aveva annichilito un altro giovane talento emergente, Ivan Lendl, sembrava stanco, affaticato. Sempre molto forte, ma non più invincibile. Jimmy Connors, che stavolta era dalla parte sua in semifinale, gli andò avanti per due set a zero, 6-0 6-4, prima di subire la rimonta e lasciargli strada per la rivincita attesa da McEnroe. Stavolta, per quella finale, non c’era un favorito. Semmai Mac sembrava addirittura più forte dell’anno prima, Bjorn appena un po’ meno.
Fu Borg a portarsi avanti nel primo set, illudendo i suoi tifosi che la serie potesse essere allungata. Il secondo e terzo set seguirono la regola dei servizi, arrivando ai tie-break che furono ancora una volta appannaggio di Mac. L’americano mostrava una forza interiore e una sicurezza del tutto nuove, unitamente a quei colpi che strappavano come sempre applausi a scena aperta al pubblico british. Nel quarto set, sembrava che si ripetesse la vicenda dei precedenti, ma al decimo gioco qualcosa cedette nella corazza di Borg, e Mac gli strappò il brandello decisivo: 6-4.
Era finita un epoca, ne cominciava un’altra. Due finali leggendarie avevano sancito uno dei più avvincenti passaggi di consegne della storia dello sport, oltre che due delle più belle partite di tennis di sempre. Quello che nessuno poteva immaginare, era che il giorno della finale del 1981 finì addirittura la carriera di Bjorn Borg, l’uomo invincibile, che per molti anni aveva costretto tutti a lottare dal secondo posto in giù. La consapevolezza che ormai McEnroe gli si era affiancato e gli stava passando avanti fu devastante per lo svedese, il cui ego smisurato concepiva soltanto la prima indiscussa posizione. Borg non accettò il declino. Si ritirò formalmente al torneo di Montecarlo l’anno seguente, ma Ice-Borg era rientrato per l’ultima volta negli spogliatoi il giorno della finale di Wimbledon 1981, con sotto braccio il piatto che viene consegnato al secondo classificato.
Nessuno poteva immaginare, inoltre, che anche la carriera di colui che l’aveva battuto e superato ne sarebbe rimasta segnata. Nella rincorsa a Borg, John McEnroe aveva trovato la sua ragione di vita, la spinta a realizzare compiutamente se stesso. Una volta uscito di scena il suo grande avversario, la sua Nemesi, John faticò a trovare le motivazioni per riprendere e proseguire la sua carriera, che per tre anni comunque lo vide come numero 1 incontrastato del tennis mondiale. Ogni volta che giocava una finale, o affrontava un avversario di rango, ha raccontato lui stesso, finiva per chiedersi: “ma dov’è Borg? Perché non posso più giocare quelle partite stupende contro di lui?”
Che senso ha, sembrava chiedersi il giovane John Patrick McEnroe? L’epopea era passata, adesso toccava alla cronaca quotidiana, molto poco avvincente per chi disegnava capolavori con la racchetta in mano. Nel 1982 si fece sorprendere da Connors in finale a Wimbledon. Nel 1983 e 1984 schiantò gli avversari con una facilità irrisoria, compreso il solito Connors. Ma gli mancava qualcosa di fondamentale, o meglio qualcuno. E quel qualcuno si chiamava Bjorn Borg.
Nel 1985 John McEnroe ai nastri di partenza di Wimbledon non c’era. Il fidanzamento con la figlia di Ryan O’Neal, Tatum, in primavera gli aveva dato motivazioni esistenziali che il tennis non gli dava più, almeno da quando non poteva più scrivere pagine di grande storia a modo suo, contro l’unico degno avversario che riconosceva suo pari. Così finì a soli 24 anni la carriera del più straordinario talento che abbia impugnato la racchetta dai tempi di Rod Laver, con buona pace di chi è venuto dopo di lui. A Wimbledon quell’anno vinse Boris Becker, diciassettenne tedesco dal gioco spettacolare che superò il suo record di precocità di qualche mese. Era un altro passaggio di consegne e un’altra epoca che finiva, ma John non era sul campo centrale ad assistervi, né tanto meno a prendervi parte.

La grande storia era finita. La leggenda era appena cominciata.