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giovedì 14 luglio 2016

L'ultimo Padrino



Nell’iconografia ufficiale di Cosa Nostra, Totò u’ curtu e Binnu u’ tratturi erano complementari come le loro controparti avversarie statali, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il primo crudelmente estroverso, l’anima sanguinaria a caldo della mafia corleonese, il secondo calcolatore e introverso, egualmente sanguinario ma sempre a freddo, l’anima tutto sommato più pericolosa della cosca, perché capace di nascondere le sue attività nelle maglie di quelle dello Stato e della società civile, laddove il suo amico fraterno e sodale nel crimine le aveva rese clamorosamente e sfrontatamente visibili.
Bernardo Provenzano nel 1963 subito prima di cominciare la latitanza
I corleonesi. Salvatore Riina e Bernardo Provenzano erano venuti alla ribalta come luogotenenti di Luciano Liggio, il boss che per primo aveva cominciato a scalzare il potere ed a cambiare drasticamente il codice di regole della vecchia Mafia, facendone fuori in successione i capi storici, da Michele Navarra a Gaetano Badalamenti, a Tommaso Buscetta a Stefano Bontate, tutti eliminati o comunque messi fuori gioco con smisurata violenza ed efferata crudeltà nelle cosiddette guerre di mafia.
Luciano Liggio
Totò e Binnu erano diventati i numeri uno a partire da quel 1974 in cui Luciano Liggio fu catturato e affidato alle patrie galere. In un primo tempo come luogotenenti del boss che anche dalla prigione riusciva a commissionare loro omicidi e vendette e a mettere a punto strategie. Poi in prima persona, calcando ulteriormente il piede sull’acceleratore ed il dito sul grilletto.
Toccò dapprima all’estroverso. Totò u’ curtu divenne il Capo dei Capi quando fece crivellare di colpi Stefano Bontate e costrinse all’esilio Tommaso Buscetta. La vecchia mafia palermitana era sconfitta, la nuova corleonese si trovò faccia a faccia con lo Stato, e intese fargli guerra a viso aperto, com’era nel temperamento di Riina.
Dall’omicidio Dalla Chiesa a quelli di Falcone e Borsellino, fu un escalation accompagnata da un immane bagno di sangue che raggiunse il culmine nel momento in cui, con il crollo della Prima Repubblica, i corleonesi credettero di poter vincere la partita costringendo il debole Stato alla resa. Il 23 maggio 1992, mentre Giovanni Brusca premeva il pulsante dell’innesco del primo dei due attentatuni, Totò Riina sembrò avere effettivamente vinto.
Totò Riina
Ma uno Stato, anche uno Stato disastrato e corrotto come quello italiano, non può arrendersi. E una cosca di mafiosi come quella dei corleonesi può prosperare, ma non può mai vincere. Non come immaginava Riina. Comunque sia andata, quanta parte di trattativa e quanta di scontro effettivo abbia avuto luogo tra gli uomini dello Stato e quelli della Mafia che sentivano il bisogno di prendere le distanze dallo stragismo sanguinario del Capo dei Capi, gli uomini del ROS del Colonnello Mori e del Capitano Ultimo gli strinsero il cappio attorno ed il 15 gennaio 1993 lo mandarono a raggiungere il suo vecchio boss sotto il regime di 41bis. Per poco tempo, perché Liggio se lo portò via un infarto a Bad’e Carros.
Strage di Capaci
Uscito di scena il Capo dei Capi, da quel momento cominciò il regno dell’ultimo Padrino. Bernardo Provenzano deteneva il record di latitanza, quando fu arrestato finalmente l’11 aprile 2006. 43 anni. L’ultima volta era stato avvistato a Corleone nel 1963, in occasione di un arresto come sospettato di omicidio ed associazione a delinquere. Fuggito, era riuscito a far perdere le sue tracce pur non muovendosi mai dalla nativa Corleone. Soltanto una volta, pochi anni prima dell’arresto si era recato in Francia sotto falso nome per una operazione alla prostata. Poi, aveva governato sempre l’impero mafioso dai suoi nascondigli corleonesi e con i celebri pizzini, foglietti di carta di cui non rimaneva traccia, dopo che le sue disposizioni erano state eseguite.
Fedele alla sua anima all’opposto di quella di Riina, calcolatore dove l’altro era stato irruento, Provenzano riportò la Mafia dove in fondo era sempre stata prima dei corleonesi. Al di fuori dei riflettori e  delle cronache. Basta sangue, basta attentati, basta pentiti, basta scontro frontale con uno Stato che almeno a livelli di decenza si stava riorganizzando. Cosa Nostra, secondo lo schema mirabilmente descritto dal Padrino di Mario Puzo e Francis Ford Coppola, era interessata a riciclarsi e ripulirsi passando ad attività alla luce del sole. A giocare in borsa, a fare affari, a muovere grandi capitali e non più commandos e gruppi di fuoco.
Strage di Via D'Amelio
Sotto la guida del viddranu, del vecchio contadino Provenzano, ce la fece. Fino al punto di non aver più bisogno di lui. Dicono che i nuovi boss, come quel Matteo Messina Denaro che figura attualmente in testa alla lista dei ricercati, assomigliano più a broker e operatori di borsa che ai due ex contadini che misero a ferro e fuoco prima il corleonese e poi l’Italia a partire dall’immediato dopoguerra. Per questa gente, per questa Cupola in versione moderna, Provenzano forse era diventato ingombrante quanto e più di Riina.
U’ tratturi, chiamato così perché eliminava implacabilmente i nemici con freddezza ma con efficienza non inferiore a quella dello stragista Riina, fu preso il giorno delle elezioni politiche, l’11 aprile 2006. La data sembrò troppo una coincidenza per essere una vera coincidenza. L’Ulivo di Romano Prodi forse beneficiò di quella buona notizia nel riportare una vittoria elettorale quasi di misura. Ciò che è certo è che l’uomo che aveva tenuto in scacco lo Stato italiano per 43 anni si lasciò catturare senza opporre resistenza, seguendo docilmente gli agenti.
Provenzano il giorno dell'arresto, 11 aprile 2006
Abbiamo tutti in mente il suo sguardo sornione ed il suo sorriso beffardo, a mezza bocca, mentre esce dal covo dove è stato catturato. Come di chi lascia che i nemici si godano il successo e le luci della ribalta, perché tanto sa in sostanza di aver vinto lui, sempre e comunque. Di aver lasciato la Mafia forse più forte di quando l’ha presa. Di aver fatto tutto quello che voleva e doveva fare, lui, l’ultimo Padrino.
Forse ha ragione chi dice – con sintesi indubbiamente poco lusinghiera per la nozione di Giustizia e di Stato che conserviamo tutti nella nostra coscienza – che in Sicilia un Capo dei Capi viene catturato solo quando Cosa Nostra non ha più bisogno di lui. E ce n’è un altro pronto a prendere il suo posto. Forse, trattandosi di Mafia, siamo destinati come diceva Falcone a vederla un giorno sconfitta o dissolta come tutte le organizzazioni umane, ma mai a conoscere veramente le verità che la riguardano.
Bernardo Provenzano è stato l’ultimo Padrino. Almeno rispetto ai parametri di ciò che siamo stati abituati a considerare un Padrino. E’ stato Cosa Nostra e Corleone quanto e più dei vecchi boss, di Liggio, di Riina. Ha incarnato la Mafia come ce l’hanno sempre descritta e come ce la aspettiamo.
Gli ultimi tempi la malattia l’aveva ridotto a un povero vecchio in fin di vita come tanti. Come tanti, che non hanno la sua storia alle spalle, per lui famiglia e avvocati avevano chiesto l’attenuazione del 41bis, lamentando poi dopo la sua scomparsa di non avergli nemmeno potuto tributare un ultimo saluto, un’ultima carezza.
Alle sue vittime e alle loro famiglie, né lui né nessun altro dei suoi vecchi compagni corleonesi l’hanno mai concesso. E’ oggettivamente difficile combattere la Mafia essendo lo Stato. Usando legalità e umanità contro le lupare.
L’ultimo Padrino si è finalmente presentato al processo più maxi che ci possa essere. Lassù, il 41bis, se applicato, dura per l’eternità.

giovedì 7 aprile 2016

CONTROCORRENTE: Giù le mani da Bruno Vespa



A quest’ora la trasmissione di Bruno Vespa con ospite il figlio del Capo dei Capi c’è già stata. Non l’ho vista, non mi interessa, non è questo il punto. Il punto è che le critiche preconcette – magari anche benintenzionate – scatenatesi prima della messa in onda proprio no, non le condivido.
Il mestiere di giornalista prevede di intervistare non soltanto i buoni, ma anche – e forse soprattutto – i cattivi. Bruno Vespa fa il suo mestiere, Dopo, si può giudicare come l’ha fatto. Prima, non può essere criticato ma solo lasciato lavorare. Se lavora male, o la butta di fuori, ci sarà tempo dopo per far valere qualsiasi sanzione o clausola contrattuale.
Il fatto è che si è perso ormai il senso di parole come libertà, democrazia, giù giù fino a deontologia professionale. Proprio quando tutti se ne riempiono la bocca.  Si è persa – in materia di libertà di stampa, di espressione, di giornalismo in senso lato – la nozione di quel principio fondamentale secondo cui meglio un giornale (ed una voce) in più che una in meno.
Bruno Vespa a molti non piace. Come tempo fa non piaceva Emilio Fede. La questione non è se piacciono a me (ne parliamo un’altra volta, e magari avrò da fare a pezzi tanti presunti miti di cosiddetta sinistra), ma il loro diritto a scrivere ed andare in onda perché a qualcun altro piacciono. Qualcun altro è rappresentato da loro. Qualcun altro ha diritto a leggere la loro opinione o i loro reportages.
Questa è libertà di stampa. Voltaire diceva, non condivido il tuo punto di vista ma mi batterò sempre perché tu possa esprimerlo. Ma chi legge più Voltaire al giorno d'oggi? La trasmissione Porta a Porta non è la mia preferita, ma la RAI che minaccia di chiuderla è vergognosa, non essa. E’ mafiosa né più e né meno di quel Riina di cui ci si scandalizza tanto come tema del giorno. Non voglio arrivare a definire mafiosa anche la sig.ra Rosy Bindi, come fa stamattina Vittorio Sgarbi. Ma poco intelligente sì, senz’altro (e senza rifarmi alla celebre battuta di Silvio Berlusconi).
La sera prima è andata in onda come ospite di Vespa Maria Elena Boschi. La considero attualmente un personaggio assai più scandaloso di Salvo Riina. E perfino – udite udite! – di suo padre Totò. Almeno loro si sa chi sono, non ne fanno mistero. L’altra si spaccia per un ministro della Repubblica anziché per una signorina che sta seguendo interessi privati in atti d’ufficio. U curtu firmava le sue malefatte. Maria Ele no. Lei ci prende addirittura in giro lamentando di essere vittima di poteri forti. Lei figlia di un amministratore di banca che andava a chiedere consiglio a Flavio Carboni, com’è noto un fuoruscito martire della libertà al pari di Sandro Pertini e Leo Valiani.
Questa è la gente che passa dal salotto di Bruno Vespa. Come ci passa, se ne può discutere. Ma guai se smettesse di passarci. Con buona pace di professionisti e dilettanti dell’Antimafia. Non passa giorno senza che il pensiero vada a quei due della foto più commovente della nostra storia repubblicana, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E ogni giorno con la stessa stretta al cuore.
Lasciamo in pace i giornalisti. Altrimenti dell’eredità di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non ci abbiamo capito nulla.


domenica 23 agosto 2015

L'Arma rottama il Comandante Ultimo

La notizia è passata completamente sotto silenzio. E c’è da credere anche che siano in pochi i cittadini di questa Italia distratta da vacanze che non conoscono crisi (ed ormai in connessione con se stessa soltanto tramite i rotocalchi del ventunesimo secolo, social network sempre più approssimativi se non deleteri come Facebook o Whatsapp) che ricordino o addirittura sappiano chi è Sergio De Caprio.
Eppure, se c’è qualcuno che ha meritato nella storia di questa disgraziata Repubblica il nome di “salvatore della patria”, o per lo meno della sua dignità – della sua “immagine”, come si dice adesso -, è stato proprio questo carabiniere che un giorno d’inverno di tanti anni fa fece quello che non si era mai ritenuto possibile. Catturò, nel paese che ha inventato la Mafia ed alla testa soltanto di un pugno di coraggiosi come lui, addirittura il Capo dei Capi.
Allora era più giovane, eravamo tutti più giovani. Ed anche speranzosi, dopo la “lunga notte della Repubblica”, come è stata chiamata da qualcuno. Era l’inizio di un anno nuovo dopo quello “horribilis” che aveva visto crollare la Prima Repubblica sotto i colpi di Mani Pulite e della propria corruzione (niente comunque a confronto di quello che sarebbe venuto dopo con la Seconda e la Terza) ed aveva visto crollare addirittura lo Stato sotto i colpi delle bombe di Capaci e Via d’Amelio. Nel 1992 l’Italia era ridotta ad una Colombia, ad un Libano qualsiasi, con rispetto parlando. Nel 1992, secondo la celebre frase di Tomasi di Lampedusa, tutto stava cambiando affinché niente veramente cambiasse.
Dopo aver sepolto anche il giudice paolo Borsellino, una parte di questo Stato ridotto ad un relitto alla deriva chiamò a raccolta le sue residue energie migliori. Il colonnello dei Carabinieri Mario Mori incaricò un giovane ufficiale dell’Arma di mettersi alla testa di una unità appena costituita appositamente (dal nome fortemente evocativo, CRIMOR) di dare la caccia e catturare il capo supremo di quella banda di Corleonesi che incredibilmente – ma neanche tanto – aveva messo in ginocchio una nazione.
La CRIMOR doveva combattere il crimine organizzato in silenzio, con pochi mezzi. E doveva ottenere risultati presto e bene, altrimenti il Belpaese quella volta non ce l’avrebbe fatta, dopo essere sopravvissuto ad altre crisi epocali come l’8 settembre e Via Fani – Via Caetani. Il giovane ufficiale, un militare (allora l’Arma faceva parte dell’Esercito e i suoi quadri uscivano dall’Accademia Militare di Modena) completamente fuori dagli schemi che tuttavia si era già distinto per coraggio e capacità, divenne famoso dopo quel fatidico 15 gennaio 1993 con il suo soprannome parimenti fortemente evocativo di Capitano Ultimo.
Come ha raccontato magistralmente Maurizio di Torrealta nel suo celeberrimo e ormai quasi dimenticato “L’uomo che arrestò Totò Riina”, De Caprio era un ammiratore degli Indiani d’America. La sua CRIMOR fu organizzata come una banda di apaches supertecnologici che compivano incursioni in un territorio in grandissima parte controllato da un esercito nemico, quello dei Corleonesi. Scelse di chiamarsi Ultimo perché fosse chiaro che non si considerava un eroe o un privilegiato, ma piuttosto l’ultimo dei servitori di questo Stato. L’ultimo e – aggiungiamo noi – il più bravo ed il più meritatamente fortunato.
Dall’estate 1992 al 15 gennaio 1993, la squadra di Ultimo scoprì due cose: che il Capo dei Capi aveva sempre vissuto indisturbato nel centro di Palermo (da cui faceva la spola senza problemi verso i suoi possedimenti corleonesi); e che il suo punto di forza – il mischiarsi senza problemi alla gente di Sicilia – era anche il suo punto debole. Lo catturarono in città a due passi dall’abitazione in cui soggiornava, come un clandestino qualsiasi. Un’operazione incredibile nella sua semplicità, per la quale tuttavia c’erano voluti una determinazione ed un coraggio senza precedenti nella storia repubblicana.
Per qualche anno dopo la cattura di Riina la storia di Ultimo, per quanto la sua identità fosse comprensibilmente secretata (la Mafia l’aveva condannato a morte al pari di quei Falcone e Borsellino a cui lui aveva reso giustizia), fu alla ribalta delle cronache. Il capo apache prestato all’Arma dei carabinieri affrontò Cosa Nostra sul terreno più e più volte. Poi, con l’attenuarsi delle luci della ribalta, arrivarono anche i “corvi” che avevano tradizionalmente rappresentato i temibilissimi avversari interni di chiunque aveva cercato di combattere seriamente il crimine organizzato.
Mario Mori
Mentre assieme al Colonnello Mori doveva discolparsi delle accuse infamanti del pentito Massimo Ciancimino, figlio di quel Vito che ormai tutti sanno essere stato uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra in Sicilia, il Capitano Ultimo nel frattempo divenuto maggiore capiva che il suo tempo nell’isola era scaduto. Non per la condanna decretatagli dalle Cosche, ma per quella più subdola maturata contro di lui all’interno del suo stesso apparato, della sua stessa gente: la squadra che doveva difendere e ristabilire la giustizia.
Nel 2000, De Caprio chiese ed ottenne il trasferimento al NOE, Nucleo Operativo Ecologico. Di questa struttura era divenuto vicecomandante, con il grado di colonnello. Tanto per non smentirsi, per dirne solo una nel 2013 aveva partecipato all’arresto di Giuseppe Orsi presidente di Finmeccanica accusato di corruzione internazionale, concussione e peculato. La vicenda è quella della vendita di elicotteri al governo indiano. Il quadro, molti sostengono, è quello di un altro contenzioso con il paese asiatico che da tre anni tiene con il fiato sospeso quel che resta dell’opinione pubblica italiana. Interessi enormi, innominabili ed incontrollabili.
Probabilmente fu allora che, come il commissario Corrado Cattani della Piovra o come il Raul Bova che l’aveva così brillantemente interpretato sul piccolo schermo, il Comandante Ultimo fece un passo di troppo, quello oltre il quale non gli sarebbe stato consentito di andare.
Ecco quindi datata 4 agosto 2015 la lettera a firma del generale comandante dell’arma dei Carabinieri Tullio Sette con il quale viene disposta la sua rimozione da qualsiasi incarico operativo presso il NOE, pur mantenendogli l’incarico (puramente formale) di vicecomandante. “Normale avvicendamento strategico”, è stata definita questa disposizione dallo stesso Comando dell’Arma. Come dire, hai in squadra Leo Messi ed a partita (durissima e delicatissima) in corso lo sostituisci con un medianaccio da “palla o gamba”. E questo lo definisci un normale cambio tattico.
La notizia è trapelata soltanto il giorno 21, secondo lo stile di un paese dove le cose più strane, chiamiamole così, si fanno sempre mentre la gente è al mare (non che quando è in città stia più attenta a quello che succede e che la riguarda). Tutto cambia perché niente cambi davvero, come diceva il Principe di Salina nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.
«Come soldati, come carabinieri, dobbiamo eseguire gli ordini anche quando a volte non si capiscono e non si condividono (….) Da Ultimo – si legge nella sua lettera di commiato al suo reparto – vi saluto nella certezza che senza mai abbassare la testa, senza mai abbassare lo sguardo e senza mai chiedere nulla per voi stessi, continuerete la lotta contro quella stessa criminalità, le lobby e i poteri forti che la sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere». 

Arrivederci Comandante Ultimo, e buona fortuna. C’è ancora una parte di questo sciagurato paese che si ricorda di dovere soltanto a lei ed a pochi altri il fatto di potersi ancora chiamare italiani senza vergognarsi. O almeno senza vergognarsi tropp­­o.

mercoledì 3 settembre 2014

Carlo Alberto Dalla Chiesa, 100 giorni a Palermo

«Qui è morta la speranza dei siciliani onesti». Così una mano ignota scrisse 35 anni fa su un muro in Via Isidoro Carini a Palermo, sul luogo dove poche ore prima erano stati assassinati da un commando mafioso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.
L’Italia si risvegliò la mattina del 3 settembre 1982 da un’estate di festeggiamenti per il Mondiale di Calcio vinto in Spagna e per la sensazione diffusa che gli anni bui, gli anni di piombo fossero appena terminati, grazie anche non soltanto all’opera dei nostri calciatori ma anche di servitori dello Stato come Dalla Chiesa. Bastarono le raffiche degli AK47 Kalashnikov in dotazione agli uomini di Totò Riina e Bernardo Provenzano a cancellare il breve sogno di quell’estate.
Carlo Alberto Dalla Chiesa era figlio di un carabiniere che aveva partecipato alle campagne antimafia del prefetto Mori, al tempo del Fascismo. Ben presto si era distinto non solo per la rapidità con cui aveva fatto la propria carriera, ma anche per il modo con cui aveva onorato la propria divisa. L’8 settembre 1943 lo trovò infatti al comando della caserma dei carabinieri di San Benedetto del Tronto, giovane sottotenente a cui fu chiesto dalle SS naziste di collaborare nella caccia ai partigiani. Dalla Chiesa rifiutò, riuscendo a sfuggire alla cattura per un soffio ed entrando nella Resistenza dove rimase fino alla fine della guerra.
Dopo la liberazione, fu inviato nel napoletano dove si distinse nella lotta al banditismo a tal punto da meritarsi la promozione a capitano e la destinazione in un altro punto caldo dell’Italia di allora (e di sempre): Corleone. Erano gli anni del bandito Salvatore Giuliano e del separatismo fiancheggiato e strumentalizzato dalla Mafia, che tentava di rialzare la testa dopo i colpi infertile da Mori.
Dalla Chiesa si distinse nelle indagini sull’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, riuscendo a farne incriminare l’autore, il boss emergente Luciano Liggio. Fu la prima volta che incrociò le armi con Cosa Nostra, in una lotta che sarebbe durata per tutta la sua vita, e che l’avrebbe portato ad operare insieme ad altri eroi come il commissario di polizia Boris Giuliano. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I quali iniziarono la loro opera nel pool antimafia costituito dopo la morte del Generale, e poterono prendere le mosse proprio dall’immane lavoro fatto da quest’ultimo in più di trent’anni di attività.
Negli anni 70, allorché l’emergenza nazionale italiano cessò momentaneamente di essere la criminalità organizzata e divenne il terrorismo, Dalla Chiesa fu promosso generale di brigata e chiamato a Torino a comandare la regione militare nord-ovest, per fronteggiare un nuovo nemico mortale, le Brigate Rosse. La lotta raggiunse il culmine nel 1978 dopo l’omicidio di Aldo Moro, a seguito del quale il Generale fu dotato dal governo di poteri speciali, in mezzo a grandi polemiche per i timori delle sinistre di una svolta liberticida. L’arresto di Peci e Micaletto e l’ottenimento della loro collaborazione come pentiti segnarono il punto di svolta e l’inizio della fine delle BR, e a quel punto il Generale poté tornare a dedicarsi al suo nemico storico, Cosa Nostra.
Nel 1981 fu nominato Vice-Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, stessa carica a cui era arrivato suo padre. Il 5 maggio 1982 fu nominato Prefetto di Palermo, e cominciarono quindi quelli che sarebbero passati alla storia come i 100 giorni. I suoi ultimi.
Il Prefetto si rese ben presto conto che, a differenza del suo predecessore Mori di cui gli si chiedeva di eguagliare i risultati (si era nel bel mezzo della sanguinosa guerra tra palermitani e corleonesi), i suoi poteri erano di fatto ben poca cosa. Fece scalpore la sua intervista con Giorgio Bocca, dove dichiarò senza mezzi termini che era stato mandato a combattere quella che doveva essere una vera e propria guerriglia strada per strada con gli stessi mezzi del Prefetto di Forlì.
Via Carini, Palermo, 3 settembre 1982
Tuttavia il Generale non vacillò, dimostrando che la lotta alla Mafia era soprattutto questione di volontà. «Ci sono cose che non si fanno per coraggio, ma per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i figli e i figli dei propri figli (...). C’è troppa gente onesta, tanta gente qualunque, che ha fiducia in me. Non posso deluderla». Così parlava il Generale, racconta il figlio Nando nel suo libro Delitto imperfetto.
In quell’estate del 1982, come un rullo compressore, Dalla Chiesa arrestò boss a decine, sequestrò raffinerie e partite di droga, stilò una vera e propria mappa di Cosa Nostra e delle sue collusioni con la politica.
Era troppo. Mentre il Generale pensava a qualche giorno di pausa da prendersi con la nipote (e la figlia Rita ha raccontato di avergli detto di no, istintivamente, per paura), ai carabinieri di Palermo arrivava una telefonata anonima che diceva sibillinamente: “l’operazione Carlo Alberto è quasi conclusa, dico quasi conclusa”. Cosa intendesse dire la voce anonima dal forte accento siciliano fu chiaro pochi giorni dopo, alle ore 21, 15 del 3 settembre, in Via Carini. I corleonesi avevano vinto la guerra interna alla Mafia e ora si rivolgevano di nuovo contro lo Stato.
Ai funerali di stato, la folla rivolse alle autorità insulti, sputi e lanci di monetine, così come sarebbe successo esattamente 10 anni dopo ai funerali di Falcone e Borsellino. Quel giorno del 1982 si salvò solo il presidente Sandro Pertini. Dieci anni dopo non si sarebbe salvato nessuno.


«Disgraziata la terra che ha bisogno d’eroi» (Bertolt Brecht)

sabato 19 luglio 2014

A Via d'Amelio morì la speranza

E’ l’altro anniversario con cui ogni anno si chiude il cerchio doloroso della nostra memoria civile. La rabbia e l’orgoglio che proviamo da 25 anni a questa parte cominciano ad acuirsi il 23 maggio e raggiungono l’apice il 19 luglio. Il fragore assordante innescato dalla mano omicida della Mafia comincia a Capaci e finisce a Via d’Amelio a Palermo. La lista dei nostri martiri si apre con Giovanni Falcone e si chiude con Paolo Borsellino.
Nel mezzo, una lunga lista di caduti per far sì che questo paese in cui ci siamo ritrovati a vivere fosse un po’ più simile a come l’avevamo desiderato. Da Cesare Terranova a Carlo Alberto dalla Chiesa, da Rocco Chinnici a Rosario Livatino, da Boris Giuliano a Ninni Cassarà, ai tanti, troppi agenti delle loro coraggiose ma inutili scorte. Inutili, perché i loro nemici sapevano tutto prima di loro e più di loro, prima ancora che loro si muovessero.
Ad aprire e chiudere – si è detto - loro due, che ci ricorderemo sempre come li ritrae, fianco a fianco, la loro foto insieme più famosa, quella in cui sorridono apparentemente spensierati, come se una minaccia mortale non fosse stata costantemente sospesa sopra le loro teste. Perché, come erano soliti dire, “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ce l’ha può morire una volta sola”.
Se Paolo Borsellino nei suoi ultimi giorni di vita aveva un po’ di umana paura, per sé e per i suoi cari, non lo dette a vedere, e non rallentò di un millimetro la sua azione. Nella sua agenda rossa (che è scomparsa da 25 anni, da quando cioè pochi minuti dopo la strage in cui scomparve lui stesso una mano misteriosa – che molti sospettano essere appartenuta ad un servitore, almeno di nome, di quello Stato che stava trattando con la Mafia che avrebbe invece dovuto combattere – la sottrasse insieme alla sua borsa miracolosamente illesa insieme a poche altre cose in quella strada devastata dal tritolo), l’ultimo dei giudici coraggiosi aveva continuato ad annotare fino all’ultimo momento concessogli prove e indizi di quella trattativa innominabile, di ciò che aveva scoperto sulla morte del suo amico e collega Falcone, di tutto ciò che poteva avvicinare le Forze dell’Ordine a mettere le mani sul Capo dei Capi, Totò Riina detto u curtu, il boss di quei Corleonesi che dopo essersi impadroniti di Cosa Nostra sterminando tutti i rivali, in quel momento sembravano aver messo in ginocchio tutta l’Italia.
Come faceva appena poteva, il giudice si recò quella domenica 19 luglio 1992 a fare visita alla madre, che viveva in Via d’Amelio. Dopo aver pranzato per l’ultima volta con moglie e figli, nel primo pomeriggio Borsellino suonò il campanello della madre. Era il momento per cui i killer mafiosi si erano preparati. Una 126 imbottita di semtex e tritolo, una miscela di esplosivi a potenziale devastante, fu fatta esplodere proprio in quel momento, portandosi via il giudice ed i cinque agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Cosina e Claudio Traina. Un sesto agente, Antonino Vullo, si salvò solo perché in quel momento stava ancora parcheggiando uno dei veicoli della scorta.
Ai funerali di Borsellino, che la moglie Agnese pretese fossero svolti in forma privata senza la partecipazione di nessun rappresentante di quello Stato che, come minimo, non aveva saputo proteggere suo marito, una folla commossa e composta si limitò ad applaudire l’orazione funebre tenuta dal vecchio giudice Antonino Caponnetto, il direttore del Pool Antimafia in cui Borsellino e Falcone avevano lavorato. Diversamente era andata qualche giorno prima ai funerali degli agenti di scorta, nella Cattedrale di Palermo, quando un cordone di 4.000 agenti non era bastato a trattenere una folla inferocita che sembrò avventarsi perfino contro il neo-eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Tutti hanno ancora negli occhi l’immagine del capo della Polizia Parisi che, stravolto, cerca di fare scudo con la propria persona a quella del Presidente, che uscì incolume dal tumulto quasi per miracolo.
Antonino Caponnetto, che alla notizia della morte di Borsellino aveva commentato a caldo, sconsolato, “non c’è più speranza….”, raccontò poi come 20 giorni prima di essere assassinato lo stesso Borsellino avesse richiesto, inutilmente, la rimozione di tutti i veicoli parcheggiati in Via d’Amelio nei pressi dell’abitazione della madre, e di non aver potuto egli stesso sapere a distanza di anni nemmeno il nome del funzionario che si rifiutò di accogliere la richiesta del collega. 
Dopo 25 anni, sono ancora tante le cose del resto che aspettiamo tutti di sapere, dalla verità su questa trattativa tra la Mafia e lo Stato, per la quale sono stati finora processati (e giustamente assolti) soltanto dei Carabinieri che al limite ne avevano potuto solo eseguire le direttive, fino ai nomi di tutti coloro che parteciparono attivamente sia come mandanti che come esecutori alla strage di via d’Amelio, o che anche soltanto vi collaborarono lasciando solo il giudice coraggioso che con la Mafia non voleva trattare e che per questa gente non era un esempio, ma solo un ostacolo da rimuovere.

Pochi mesi dopo, il Capo dei Capi fu preso in pieno centro di Palermo dagli uomini del reparto dei Carabinieri denominato CRIMOR, comandato dal Capitano Ultimo. Qualcosa si era finalmente mosso, e l’Italia – persi Falcone e Borsellino – ebbe comunque di nuovo degli eroi da celebrare e con cui continuare la lotta mortale al crimine organizzato e alle sue collusioni con lo Stato. Ma questa è un’altra storia, e vale per un altro anniversario.

mercoledì 23 maggio 2012

Vent'anni fa a Capaci la bomba che cambiò le nostre vite per sempre

Poco dopo le 17:00 del 23 maggio 1992 l’aereo che portava in Sicilia da Roma Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo atterrò a Punta Raisi vicino Palermo. Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice, si era già mosso con le auto blindate dalla Caserma Lungaro per andarlo a prendere. Come sempre, i viaggi di Falcone e dei suoi colleghi venivano decisi all’ultimo momento affinché nessuno ne sapesse nulla.
Come sempre, il Capo dei Capi, Totò Riina, ed i suoi uomini sapevano tutto in anticipo grazie alle talpe infiltrate al Ministero di Grazia e Giustizia, dove Falcone era stato chiamato a collaborare da più di un anno dal Ministro Claudio Martelli, o alla Procura della Repubblica di Palermo, dove il magistrato aveva operato negli anni precedenti, dove rimanevano i suoi amici e colleghi come Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala, dove il Corvo l’aveva perseguitato per anni facendogli terra bruciata intorno.
Giovanni Falcone era nel mirino della Mafia siciliana da anni. Nel 1989 era sfuggito ad un attentato presso la sua villa all’Addaura sul Golfo di Mondello vicino Palermo. Era condannato a morte dai Corleonesi, che a febbraio avevano inviato un gruppo di fuoco fino a Roma, dove avrebbero dovuto "giustiziarlo" insieme addirittura al Ministro Martelli. Poi Totò Riina optò per una soluzione siciliana, pretese che l’attentato fosse eseguito in patria, e così fu, perché al Capo dei Capi non si poteva dire di no. A quell’epoca nemmeno Bernardo Provenzano, in disaccordo sulla strategia di guerra allo Stato italiano ripresa con l’omicidio di Salvo Lima, poteva opporsi.
A Capaci, presso lo svincolo autostradale dove il corteo delle auto di Falcone e della sua scorta dovevano transitare, c’erano Giovanni Brusca ed Antonino Gioé, appostati sulla collina da cui potevano azionare a distanza di sicurezza i 400 kg. di tritolo piazzati sotto la sede stradale. Le auto in transito erano seguite fin dall’aeroporto da Gioacchino La Barbera, che avvisò dell’arrivo imminente Santino Di Matteo, il terzo uomo sulla collina di Capaci. Fu Giovanni Brusca, alle 17,58, ad azionare il telecomando che mise fine alla speranza dei siciliani e degli italiani onesti, faticosamente rinata dieci anni dopo l’omicidio del Generale Dalla Chiesa per merito del pool di Caponnetto, di cui Giovanni Falcone era stato la punta di diamante. Alle 17,58, la storia d’Italia cambiò per sempre. Niente sarebbe più stato come prima. Niente poteva più esserlo.
Quando esplose la bomba a Capaci, si era nel pieno delle Elezioni Presidenziali del 1992. L'indagine Mani Pulite non era ancora entrata nel vivo, la Prima Repubblica era ancora in piedi, i candidati principali erano Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. Quasi una sorta di Premio Oscar alla carriera, per chi aveva governato per 40 anni e non poteva o non voleva ascoltare il rumore di sottofondo della marea montante della rivolta popolare. Per chi aveva permesso che le cose arrivassero a quel punto, quando la bomba esplose.
La bomba di Capaci non si portò via soltanto il Giudice Coraggioso, ma anche quella Prima Repubblica, con i suoi rappresentanti. Nel giro di poche ore, Andreotti, Forlani e tutta quella classe politica furono messi da parte, si dovette trovare in fretta e furia un outsider da presentare al voto parlamentare per l'elezione al Quirinale, nel tentativo disperato e impossibile di riproporre l’Operazione Pertini. Così venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, una vita da mediano, avrebbe detto il cantante Ligabue. Un curriculum vitae fuori dai grandi giochi di potere. Gli altri passarono da candidati a imputati, per l’azione di altri giudici che in quel momento non temevano le bombe, chi le metteva e chi le commissionava. Fu la breve e controversa stagione di Mani Pulite. Altri giudici invece venivano lasciati soli, in Sicilia, a combattere una battaglia di giustizia in nome di uno Stato che in quel momento non c’era più.
A Via D’Amelio già qualcuno si aggirava per i primi sopralluoghi in preparazione dell’attentato successivo. Paolo
Borsellino scriveva i suoi appunti nella famosa Agenda Rossa che nessuno avrebbe visto più, dopo la sua scomparsa. Il Capitano Ultimo stava mettendo insieme la CRIMOR, il reparto speciale dei Carabinieri che nel gennaio dell’anno seguente avrebbe messo finalmente le mani sul Capo dei Capi. “Vi perdono, ma inginocchiatevi”, aveva detto Rosaria Schifani moglie di Vito, uno degli agenti della scorta di Falcone, al funerale di suo marito rivolta ai suoi assassini. La stagione delle bombe era appena all’inizio.


«Gli uomini passano, le idee restano.Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» (John Fitzgerald Kennedy, citazione conservata nel portafoglio di Giovanni Falcone)