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domenica 5 giugno 2016

El mas grande

La stretta di mano finale offerta da Valentino Rossi e accettata con un sorriso compiaciuto e sorpreso da Marc Marquez vale da sola il prezzo del biglietto di questo Gran Premio di Catalogna, e riscalda il cuore di chi se lo è visto stringere nella morsa del gelo della morte.
La morte è quella di Luis Jaime Salom, arrivata durante le prove libere di venerdi e mal gestita per tutto il sabato. Sbaglia l’organizzazione a non sospendere la corsa. Lo spettacolo non può andare avanti sempre e comunque, non a qualunque costo. La morte di un ragazzo di 24 anni non può essere liquidata con una maglietta, per quanto suggestiva, né con la tardiva rimodulazione del tracciato del Montmelò alle curve 9 e 12 (quella appunto della morte), o con i minuti di raccoglimento prima della partenza delle gare odierne.
Sbagliano anche i piloti a darci dentro con le lamentele e le recriminazioni. Il solo Espargaro indovina le parole giuste: «Abbiamo solo la safety commission per proteggere noi e le categorie inferiori. Chi ha qualcosa da dire venga alle riunioni (come quella di ieri dove il tracciato è stato ridisegnato, n.d.r.). Altrimenti è meglio che stia zitto».
La frecciata è soprattutto verso il duo Yamaha. Jorge Lorenzo e Valentino Rossi accusano infatti la concorrenza di aver sfruttato l’occasione per addolcire curve che avrebbero esaltato la potenza della loro moto, a vantaggio soprattutto di Honda. Forse era l’occasione per stare zitti. Forse, soprattutto nel caso di Valentino, era giusto assecondare fin da subito quella notte che ha portato consiglio. «Stanotte ho pensato che dobbiamo essere tranquilli e concentrati, facciamo una cosa bellissima ma anche pericolosa, era giusto farlo», dirà il Dottore a fine corsa per spiegare il suo andare a cercare il nemico Marquez per compiere con lui il gesto più bello tra quanti se ne sono visti qui a Barcellona, dentro e fuori la pista.
Si corre, dunque. E per fortuna con la regia di un Dio benevolo che farà scorrere tutti i momenti di questa gara, tutti i fotogrammi di questo spettacolo che deve andare avanti senza ulteriori scene drammatiche. Regalando anzi una giornata da ricordare, a prescindere dal doveroso cordoglio per chi non c’è più e per chi resta a piangerlo.
La prima fila sulla starting grid è Honda, con Lorenzo in mezzo a tentare una fuga a sorpresa. Il campione in carica è accreditato di aver scelto un assetto non aggressivo, in fondo gli basta gestire questa corsa, sono altri quelli che devono attaccare. Per esempio, quel Valentino Rossi che gli parte dietro, in quinta posizione. Dicono i box Yamaha che il Dottore ha scelto un assetto di gara estremo. Rivuole i punti persi al Mugello. Per entrambi, l’incognita è rappresentata una volta di più dalle gomme, che dovrebbero mandare i rispettivi buoni propositi in crisi già verso metà gara.
Marquez e Pedrosa qui sono a casa, e il pronostico attribuisce loro la moto migliore. Ma è Jorge Lorenzo a partire in testa, scattando a fionda come già altre volte. Il numero 99 ci prova ad andare via, ma bastano un paio di giri a chiarire che il suo tentativo è più apparente che reale. Marquez gli resta dietro senza sforzo.
Dietro è bagarre. Pedrosa non tiene il passo dei primi due. In compenso lo tiene Valentino, che malgrado la solita partenza non brillante (al primo giro è ottavo) passa senza sforzo lui e Vinales insieme. E ‘ pieno di tifosi italiani Barcellona, e cominciano a scaldarsi le mani. Il Dottore sembra in una giornata delle sue, se la moto stavolta gli regge e lo asseconda.
Ci prova Maverick Vinales a rendergli la vita difficile, attaccandolo più volte nel tentativo di prendersi il podio. Ma Valentino oggi non sbaglia nulla, chiude tutte le porte ed alla fine, approfittando anche di un lungo del più giovane avversario che guida al limite delle proprie possibilità, se ne va. Marquez è poco più avanti. Nessuno scappa via oggi, c’è spazio per riprendersi la gloria che nelle ultime gare gli ha voltato le spalle beffarda.
Quando passa Marquez, Valentino sembra farla facile. In realtà è un colpo di bisturi il suo. Precisione chirurgica, resa possibile peraltro dal comportamento di un avversario che si rivela una delle sorprese piacevoli di questa gara cominciata in modo così spiacevole. Il giovane Marc sembra aver messo giudizio in pochi mesi. Il suo è l’atteggiamento di chi lotta consapevole delle sue enormi possibilità, ma senza più alzate d’ingegno, senza più sportellate. Anche Marc ha da gestire una classifica mondiale, e forse la morte ha portato consiglio anche a lui. Non si sverniciano la moto stavolta Vale e Marc. E il Dottore può andare alla caccia di Lorenzo senza problemi.
Il leader della corsa e del mondiale sta calando di prestazione, siano le gomme o l’assetto complessivo. Lorenzo perde colpi e secondi. Valentino lo passa con qualche brivido, ma in modo pulito. Per lui comincia una corsa di testa che si protrarrà fin quasi alla fine. Per il campione del mondo comincia una discesa all’indietro interrotta solo da Andrea Iannone.
Qualcuno dovrebbe spiegare al talento della Ducati che scopo di questo gioco è sì arrivare in fondo primi, ma anche vivi. Al terzo incidente stagionale, al secondo dettato da troppa sconsiderata irruenza, a farne le spese è un Jorge Lorenzo che stasera può ringraziare di averci rimesso soltanto dei punti preziosi in ottica mondiale. La sua caduta, con la Ducati che entra nel fianco della sua Yamaha, è bruttissima. Jorge cade in piedi sulla colonna vertebrale. Si rialza subito, non c’è neanche tempo di ringraziare Iddio. Per le scuse di Iannone, fa capire, ci sarà tempo più avanti.
E’ una questione fra i soliti due. Nella scorsa stagione ci sarebbe stato da aver paura. Valentino allunga, Marc lo riprende senza sforzo, si prepara un finale a coltello che non promette nulla di buono, visti i precedenti. Ma stanotte son stati visitati da Luis Salom in sogno tutti e due. Ciò che succede negli ultimi giri è corretto, spettacolare, giustamente terribile come può e deve essere una lotta serrata tra due top driver di MotoGp come questi. Ma il fiato sospeso può liberarsi appena dopo l’arrivo, senza ulteriori magoni.
Al terzultimo giro, dopo un tentativo rintuzzato, Marquez passa Rossi. Ecco, adesso se ne va, vien da pensare. Valentino ha fatto il possibile. E invece no. Valentino fa anche l’impossibile, complice una Honda che non ha più stabilità. IL canto di Marquez è stato quello del cigno. Vale lo ripassa un giro dopo e da quel momento è fuga per la vittoria, con i secondi che aumentano con il progredire dei metri.
Non c’è arrivo al fotofinish come al Mugello stavolta. C’è un uomo solo al comando. Valentino come Nibali, si riprende ciò che era suo. El mas grande. Ha guidato all’estremo sapendo che oltretutto era l’unico modo per tenere la sua Yamaha e le sue gomme in prestazione ottimale. Non ha sbagliato nulla. Montmelò gli tributa una standing ovation, e non solo da parte dei numerosi tifosi italiani presenti.
Anche gli spagnoli applaudono, sportivamente. Ed è un peccato che a parti invertite noi in Italia ci dobbiamo sempre vergognare dei fischi che elargiamo quando sono loro a vincere in casa nostra. Ma tant’è, il Dottore sta provando ad educare i suoi stessi tifosi con la stessa caparbia intensità con cui sta allungando la sua carriera (21 anni) e sta inseguendo il record di Giacomo Agostini, 123 vittorie contro 114. La leggenda insegue ormai la leggenda.
In classifica, primo Marquez con 125 punti, secondo Lorenzo con 115, terzo Rossi con 102. E’ un gran mondiale. Una corsa a tre fra tre grandi campioni, senza più ruggini e vendette da consumare. Se è servita a qualcosa la morte di un povero ragazzo, è servita a questo.

Ci godiamo un grandissimo sport. Del quale, il futuro è sicuramente in mano alla Spagna. Ma il presente ce l’abbiamo noi, da vent’anni. Ha il numero 46.

lunedì 9 novembre 2015

La galleta de Espana



Alla fine è tutto come lo sciovinismo e l’affarismo spagnoli chiedevano. Jorge Lorenzo si fa il suo bel giro d’onore con in mano la bandiera gialla e rossa, la stessa che pende sopra tutti e tre i gradini del podio. Alla fine, è balzato in testa al mondiale all’ultimo giro dell’ultima corsa, dopo avere inseguito per tutta la stagione. Per carità, difficile dire che non se lo merita a uno che nel 2015 ha messo insieme sette vittorie e non si sa quanti giri veloci. Poteva finire comunque così, ma qualunque altro modo in definitiva sarebbe stato meglio di questo, che lascia un amaro incancellabile in bocca non solo ai tifosi italiani ma anche agli appassionati di motociclismo – quelli veri – di tutto il mondo.
Il podio di Valencia
Alla fine, la spagnolissima Valencia tributa anche una standing ovation al rivale italiano di Lorenzo, quel Valentino Rossi che il giro d’onore se lo fa senza bandiere, scuotendo la testa sconsolato nell’unico momento di sconforto di questa giornata, quello in cui apprende che la sua lunga rincorsa è stata inutile. Che anche quest’ultima pagina leggendaria scritta sul filo del rasoio di una rimonta incredibile da ultimo a quarto in soli otto giri, rischiando la pelle come non mai prima ancora che il risultato, resterà negli occhi e nei cuori di tutti, ma nell’albo d’oro della MotoGp non ve ne sarà traccia.
Biscotto in spagnolo si dice “galleta”. E’ la sensazione incancellabile lasciata da un Marc Marquez che dopo aver corso da pericolo pubblico per tutta la stagione si fa tutti i ventisette giri dell’ultima corsa come un bravo ragazzo disciplinato che porta i bagagli del fratello maggiore, come un fedele scudiero di un cavaliere di altri tempi. Visto dove si corre, verrebbe da dire un Sancho Panza, se non fosse che il Don Chisciotte in questo caso era il povero Valentino, che pensava di poter combattere da solo, con l’unico ausilio della sua classe immensa, contro tutto e contro tutti, contro la Spagna padrona della Federazione mondiale e contro le servili, ossequiose case produttrici Yamaha e Honda, disposte a sacrificare il loro stesso onore nipponico sull’altare del business.
Alla fine, anche un grande campione del passato, Giacomo Agostini, malgrado i suoi sforzi di apparire imparziale adesso che è passato a fare il commentatore per la televisione, è costretto a dire: “ha vinto il più veloce, non il più forte”. Il più forte si è visto anche oggi chi era. Esistono tanti bravi piloti, tra questi Jorge Lorenzo è sicuramente il migliore. Ma esiste uno solo che può dire di identificarsi con la moto, fino a essere un tutt’uno con essa. Quell’uomo, quell’ex ragazzo ormai cresciuto fino alla trentaseiesima primavera, si chiama Valentino Rossi.
Dovrà rimandare all’anno prossimo la rincorsa a quello che sarebbe il suo decimo titolo mondiale in carriera, il Dottore. Questo che sembrava l’anno buono va invece ad aggiungersi alla fila di annate maledette in cui quasi mai il numero 46 è stato dipinto su una moto all’altezza di chi la guidava. E quando finalmente il cavaliere aveva ritrovato il suo destriero come nei giorni migliori, ecco accadere nello sport individuale per eccellenza un gioco di squadra trasversale alle stesse squadre, una galleta, un biscotto, una combine che mortifica quello sport stesso, prima ancora che un risultato finale su cui – purtroppo per il pur bravo Lorenzo – resterà per sempre un’ombra.
Ci mette poco a recuperare la sua usuale verve Valentino dopo la corsa. “Quello che ha fatto Marquez è stato imbarazzante. E’ un giorno triste per questo sport, spero che lui stesso lo capisca, magari tra qualche mese”. Parole taglienti come la lama di un coltello, come le sue traiettorie in curva, in staccata. Come quelle con cui oggi si è bevuto 23 avversari (magari non tutti mal disposti nei suoi confronti). E pazienza se ne sarebbero occorsi 25.
Le parole di Vale hanno anche un sottofondo premonitore. Questo è uno sport in cui si rischia prima di tutto la vita, a Sepang Marquez ha tentato di disarcionare Rossi più o meno nel punto dove Marco Simoncelli volò in cielo, per dirne soltanto una. Comportamenti come quello dello scavezzacollo spagnolo, oltre che antisportivi, possono essere letali. Saranno gli stessi colleghi, questo vuol dire Rossi, a farglielo capire. O almeno è auspicabile, prima di celebrare altri funerali.
Della corsa di oggi, poco da dire. Vedere Marquez e Pedrosa fare da scorta a Lorenzo è stato ben peggio che imbarazzante, perché ha privato il mondo intero della degna conclusione di un’annata fino a quel momento memorabile. Vedere Marquez ridestarsi solo dopo che Pedrosa, all’ultimo giro, aveva fatto il gesto – vero o simulato – di attaccare il connazionale leader della corsa e a quel punto del mondiale, ingenera ben più che un sospetto. Jorge doveva arrivare primo e Valentino almeno terzo, non era ammissibile sparigliare quell’ordine di classifica. La Spagna non lo avrebbe ammesso.
Jorge Lorenzo e i suoi fedeli scudieri
E’ stato lo stesso Lorenzo ad ammettere – piuttosto ingenuamente, ma il ragazzo non è nuovo a queste ingenuità, basta vedere il contro-ricorso presentato all’insaputa della stessa Yamaha – che Marquez e Pedrosa lo hanno aiutato “a far sì che il titolo restasse in Spagna”. C’è poco da aggiungere. Solo da voltare pagina, sperando che le prossime che sfoglieremo in questo sport che movimenta in egual misura grandi passioni ed altrettanto grandi interessi economici siano meno macchiate da ombre. E che i biscotti ognuno se li mangi a casa propria, a colazione e non in pista.
Fatti il tuo bravo giro della vittoria, Jorge Lorenzo, con in mano quella bandiera che meriterebbe di essere onorata in ben altro modo e che invece purtroppo non perde ancora il gusto di simili vittorie. Noi preferiamo tenerci negli occhi i fotogrammi di quel pilota numero 46 che vola come una freccia passando in spazi dove diresti che non passa nemmeno la lama di un coltello. E che si è fermato a cinque punti da questo titolo ma che ormai da tempo è entrato la dove nessuno dei suoi attuali colleghi può seguirlo. Nella leggenda del motociclismo.
Grazie lo stesso Valentino Rossi.

lunedì 26 ottobre 2015

CONTROCORRENTE: In difesa di Valentino (che non ne ha bisogno)



All’ottavo giro del Gran Premio di Malesia di MotoGp finisce il campionato mondiale di categoria 2016, e probabilmente la carriera di uno dei più grandi piloti di tutti i tempi. Succede che Marc Marquez prova per l’ennesima volta a disturbare la traiettoria di Valentino Rossi nel bel mezzo di una serie di curve, affiancandolo fino praticamente al contatto. Non è la prima volta in questa gara, in precedenza Valentino ha già fatto segno al più giovane ed intemperante collega di darsi una calmata. Inutilmente. Per qualche istante i due viaggiano come se fossero un sidecar, poi Marquez perde l’equilibrio e cade, mentre si intravede abbastanza chiaramente la gamba sinistra di Valentino scalciare come per liberarsi di quel pericolosissimo (e per lui anche dannoso rispetto alla gara in corso) contatto.
La gara finisce con Marquez ritirato, Valentino terzo ma retrocesso all’ultima posizione in partenza della prossima ed ultima gara a Valencia, quella dove verrà assegnato finalmente questo combattutissimo titolo, Lorenzo che si lamenta del fatto che nei confronti del rivale non siano state adottate sanzioni più pesanti. Più tardi toccherà al numero 46 dichiarare mestamente la propria versione: in sostanza, farà capire Valentino, sono caduto nella trappola di Marquez. Non si cade per una semplice pedata da un bolide pesantissimo come una MotoGp, si cade perché la moto si è impigliata in un’altra. Tutto il mondo ha visto il gesto di Valentino, lui lamenta ciò di cui non parla nessuno, l’aggressione di Marquez ed il fatto che probabilmente gli ha causato la perdita di un titolo mondiale in un campionato in cui è stato sempre in testa.
Sulle dichiarazioni degli interessati, valuti chi ha esperienza di motociclismo. Tecnicamente ci sentiamo di dar ragione a Valentino. La pedata c’è, è indiscutibile, ma non basterebbe a causare la caduta di Marquez (che del resto quest’anno è stato bravo a cadere spesso e volentieri e comunque sempre in situazioni di parossismo agonistico da lui stesso innescato). La Giuria ha sanzionato la reazione, ma non il fallo iniziale. Una decisione che ognuno può valutare come crede, facendo perno sulla propria coscienza e/o sul proprio tifo. Ma che in sostanza priva gli appassionati di motociclismo di un epilogo di campionato che si preannunciava leggendario, con due campionissimi – il vecchio ed il giovane – separati da sette punti ed impegnati in un atto finale da brividi.
Come aveva lamentato Valentino Rossi, è da quando la matematica l’ha escluso dalla lotta per il titolo che Marquez si è messo a correre per il “rivale” connazionale Lorenzo, punzecchiando e attaccando il “Dottore” ogniqualvolta ne ha avuta l’opportunità. Solidarietà spagnola, avallata dagli organismi che regolano questo sport? Può darsi, visto che come fanno notare alcuni il mondo delle corse è di fatto in mano alla Spagna. Carmelo Ezpeleta, il numero 1 di Dorna la società iberica che organizza sia il motomondiale che quello superbike, è considerato in sostanza il Bernie Ecclestone del motociclismo. A pensar male, diceva Andreotti….
Senza lasciarsi andare alla dietrologia, resta il fatto che ultimamente Valentino Rossi è sceso in pista dovendo lottare non soltanto contro un Jorge Lorenzo in forma smagliante (il che sarebbe stato sufficiente) ma anche contro un Marquez il cui accanimento agonistico ha poche giustificazioni. A ciò si aggiungono i piloti italiani che per fortuna stanno dando – e si spera continueranno a dare –lezioni di correttezza a tutti facendo la loro corsa senza guardare in faccia a nessuno ma senza peraltro correre e far correre rischi inutili.
Peccato, perché rimontare 20 posizioni a Valencia quasi sicuramente si rivelerà una impresa superiore alle forze anche del leggendario campione con il numero 46. Gli appassionati e gli sportivi in genere saranno privati della avvincente pagina conclusiva del più bel libro che lo sport in queste circostanze possa scrivere: il passaggio di testimone tra il vecchio fuoriclasse (quello che ha dominato gli ultimi quindici anni) ed il nuovo (quello che presumibilmente dominerà i prossimi quindici). Come successe tra Pietrangeli e Panatta agli assoluti italiani di tennis del 1970, o tra Borg e McEnroe a Wimbledon tra il 1980 ed il 1981. A prescindere da come sarebbe andata a finire, tutti avrebbero ricordato l’ultima corsa di quel mondiale in cui Rossi e Lorenzo se le dettero di santa ragione (sportivamente) fino alla fine. E alla fine vinse il più……
Peccato. L’abbiamo già visto succedere. Chi non ricorda la ruotata di Michael Schumacher a Jacques Villeneuve a Jerez de la Frontera, atto conclusivo del mondiale di Formula 1 del 1997? O l’anno dopo Coulthard che gli si mise in mezzo quasi fermo sulla pista in cui la visibilità era zero grazie al temporale che si era abbattuto su Silverstone? O le ruotate ripetute tra la buonanima di Ayrton Senna ed Alain Prost?
Eviterei il paragone con altri sport, con Zidane che tira la testata a Materazzi e con Tomba che lancia la coppa di cristallo al paparazzo che l’aveva a lungo tormentato durante la stagione agonistica. O scorrettezze varie registrate continuamente nelle gare di ciclismo. Nelle gare motoristiche c’è qualcosa di più, che deve spingere pubblico ed addetti ai lavori ad una certa non dico comprensione ma tolleranza: il fatto che ad ogni istante oltre al risultato si rischia la pelle.
Nessuno ha ricordato che ieri si correva sulla stessa pista e praticamente nello stesso giorno in cui era morto quattro anni fa Marco Simoncelli. Toccò a Valentino il dramma di non poterlo evitare quando il Sic gli finì tra le ruote dopo la caduta. Valentino decise di continuare a correre, a mettere a rischio la propria vita, ed è una decisione sulla quale nessuno ha il diritto di sindacare. Sul modo sprezzante il cui il giovane Marquez mette a repentaglio senza motivo (se non quelli che sa lui ed eventualmente chi beneficerebbe del suo comportamento) la propria vita e quella altrui, il giudizio invece è lecito, e non può essere lusinghiero.
E’ brutto dire, sto con questo, sto con quello. E’ una brutta pagina di sport degenerato che chiude purtroppo malamente un campionato mondiale finora stupendo. Difficilmente quello che succederà a Valencia potrà raddrizzare questa degenerazione, a prescindere da chiunque vinca: il Dottore che non ha saputo controllare i propri nervi messi a dura prova da diverso tempo o Jorge Lorenzo che prima di commentare non si è fermato un attimo a pensare che chi di ruotata ferisce….. Non ci vogliamo nemmeno pensare. Per fortuna tra gli italiani personaggi avventati come Marquez non ce ne sono, il campionato finirà, speriamo, nella maniera residuamente più corretta possibile.
Una nota in chiusura, non riguarda né Rossi né Lorenzo. Riguarda gli italiani, che non si smentiscono mai. Ossequiosi (ma segretamente invidiosi) verso chi ha successo, pronti a saltare giù dal carro e a sbranarlo al minimo accenno di disgrazia o anche solo di difficoltà. Ad ogni corsa vinta o persa da Valentino ecco risaltare fuori il coro di coloro che gli rinfacciano le evasioni fiscali vecchie e nuove. Siamo un paese di evasori grandi e piccoli, da chi paga il dentista ed il muratore rigorosamente in nero a chi continua imperterrito ad esportare capitali nei paradisi fiscali del mondo. Ma le tasse le deve pagare Rossi, come Tomba a suo tempo, se no guai.
La miseria morale degli italiani non ha limiti. Vien quasi da dire che non ci meritavamo un campione come Rossi, come non ci meritavamo un Tomba. Tranquilli, per come vanno le cose dalle nostre parti, si rimedia subito: di sicuro non ne nasceranno più.

P.S. Dopo che avevo scritto l'articolo qui sopra, è uscito questo di repubblica che scagiona completamente Valentino Rossi. A questo punto è questione di essere in buona fede o meno:

http://www.repubblica.it/sport/moto-gp/2015/10/26/news/motogp_rossi_diceva_la_verita_ecco_il_video_che_scagiona_valentino-125913344/

lunedì 30 marzo 2015

Ferrari e Valentino, la leggenda continua

“Ferrari is back!” gridano dai box nell’interfono di Sebastian Vettel che ha appena tagliato per primo il traguardo del GP della Malesia. Il tedesco risponde in italiano, urlando a sua volta un “Forza Ferrari!” che la dice lunga sull’entusiasmo che ha messo in questa nuova avventura e sulla difficoltà di contenere (come si può apprezzare dal camera car durante il suo giro d’onore) la gioia per questa sua prima vittoria in rosso arrivata appena alla seconda uscita, dopo il già notevole terzo posto in Australia.
La multinazionale rossa parla inglese ed è ben contenta di riascoltare l’inno nazionale tedesco, dieci anni dopo gli ultimi trionfi del povero Michael Schumacher che adesso sta combattendo una battaglia ben diversa. Con il suo erede ufficiale, il tedesco del sud che ha già vinto quattro titoli mondiali promettendo di tentare di raggiungere i sette del Mito di Kerpen, c’era poco da scherzare già ai tempi della Red Bull. Figuriamoci adesso che a quanto pare il Cavallino gli ha messo in mano una monoposto che sembra capace di rinverdire i fasti di quella portata nella leggenda a suo tempo proprio da Michael Schumacher.
Un tempo che sembrava ormai lontanissimo, sbiadito perfino nel ricordo soltanto un anno fa, allorché si intristiva e si avviava a conclusione la carriera in Ferrari di un altro fuoriclasse, quel Fernando Alonso la cui classe è stata inutilmente sprecata dal crepuscolo della gestione Montezemolo. Con Vettel, la Rossa ha deciso di non ripetere lo stesso errore. E adesso è fin troppo facile parlare di cura Marchionne azzeccata.
A quanto pare, il manager italo-canadese le sta indovinando davvero tutte, in questo avvio di stagione 2015 della Formula 1. Di fronte adesso c’è il colosso Mercedes, la potenza industriale della Germania egemone in Europa personificata. Bello sentir dire a Lewis Hamilton a fine gara “oggi la Ferrari per noi era troppo veloce”. Ancor più bello veder rimontare Kimi Raikkonen dall’ultimo posto in cui era precipitato per una toccata iniziale fino al quarto finale, e immaginarsi che senza quell’incidente in avvio la Ferrari in Malesia avrebbe festeggiato la sua prima doppietta stagionale.
La Germania festeggia dunque, ma ad Heppenheim e non a Stoccarda. L’Italia festeggia ovunque, perché ha visto ritrovare lustro al suo brand più famoso nel mondo, il Cavallino Rampante. Una vittoria ancora più prestigiosa perché favorita da tutte le sue componenti: macchina, piloti, squadra corse ai box, squadra di produzione a Maranello. Hamilton e Rosberg sono stati superati da tutti questi fattori, Vettel ha poi fatto sì che al traguardo i secondi di distacco fossero almeno 8.
L’Inno di Mameli risuona nuovamente sul podio di un Gran premio di F1 676 giorni dopo l’ultima vittoria di Fernando Alonso nel GP di Spagna del 2013. In mezzo, due anni di passione per la Ferrari culminata nella separazione dolorosa dal fuoriclasse delle Asturie (per il quale il periodo nero non sembra ancora terminato, prima il misterioso incidente nelle prove a Montmelò, poi il ritiro di ieri per guasto della McLaren) e nello tsunami aziendale voluto dal patron Marchionne. La Ferrari è tornata, è quello che commentano tutti stamattina in tutte le lingue.
Tra i commenti a caldo sull’impresa del Cavallino spicca su Twitter quello di un tifoso d’eccezione. “Mammamia che Ferrari in Malesia!”. Sono in quel momento le 13, 19, e ancora Valentino Rossi non ha indossato la tuta per salire in sella alla sua Yamaha n. 46. Ancora non lo sa, ma toccherà proprio a lui trasformare questo weekend italiano in qualcosa di leggendario, completando l’impresa della Casa di Maranello. A Losail in Qatar la leggenda della MotoGP parte indietro ma già dopo un giro ha rimontato dal 10° posto alle prime posizioni.
Valentino ha 36 anni, l’età in cui nella maggior parte dei casi il casco e i guanti da moto sono stati appesi al chiodo da tempo. Non i suoi. Se la moto anzi lo sorregge lui è ancora il primo della classe, e ci tiene a dimostrarlo. E’ ancora quello che frena più tardi, anche di un’inezia, nelle curve. Quello che tiene dietro tutti con la sua classe e con la sua esperienza. Tra lui ed il futuro di questo sport, Lorenzo e Marquez il campione in carica, ci sono addirittura altri due italiani, i due portacolori di una splendida Ducati (Emilia Romagna capitale mondiale dei motori), Dovizioso e Iannone. Un podio tutto italiano, Inno di Mameli e basta. Anche se gli occhi sono tutti per lui, è inevitabile. Il Re è tornato, e come per la Ferrari se la meccanica lo sorregge ne vedremo delle belle.
Per ora godiamoci questa giornata leggendaria. Grand’Italia, quando si tratta di correre c’è ancora qualcuno che si ricorda come si fa.