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venerdì 11 novembre 2016

Il Giorno della Rimembranza



Alle undici di mattina dell’11 novembre 1918, su un vagone ferroviario fermo sul binario della linea che attraversava la foresta demaniale di Compiegne presso la località Rethondes, l’Inutile Strage ebbe finalmente termine.
Non esistono foto che ritraggono lo storico evento, giornalisti e fotografi non furono ammessi. L’unica foto che ritrae l’accaduto ed i convenuti fu presa al momento in cui le delegazioni firmatarie dell’Armistice scesero da quel vagone, consegnando alla storia quello che la Francia definì – un po’ troppo frettolosamente – le jour de glorie, prendendo ispirazione dal proprio inno nazionale e dal sentimento di giubilo per la fine di un’attesa che durava – per ogni cittadino francese degno di tal nome – da ben 48 anni.
La Prima Guerra Mondiale era già terminata sul fronte orientale il 3 marzo 1918, a Brest Litovsk, località della Bielorussia dove la delegazione bolscevica che si era impadronita del potere in Russia rovesciando lo Zar acconsentì a tutte le durissime richieste dell’Alto Comando tedesco. Lev Trotskji cedette territorio fino a tutte le repubbliche baltiche ed alla Polonia, permettendo ad un occidente che si era dimostrato fin da subito ostile di sistemare le basi delle sue truppe a ridosso di San Pietroburgo.
Sul fronte italo-austriaco, invece, la guerra si era conclusa con l’attracco dell’Incrociatore Audace al molo di Trieste, il 3 novembre 1918. il giorno dopo, il governo dell’Imperatore Carlo I d’Asburgo, l’ultimo erede del prozio Franz Joseph - morto due anni prima appunto quasi senza eredi dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando che aveva dato il via alla Grande Guerra -, aveva chiesto ed ottenuto l’armistizio al generale italiano Armando Diaz. Il generale fu quasi sorpreso, anche se l’Austria – Ungheria ormai si stava dissolvendo per le sconfitte militari e le rivolte interne, e la richiesta lo colse – dice la leggenda – mentre davanti alla cartina del fronte cercava di capire dove c…. fosse questa Vittorio Veneto dove le sue truppe avevano ottenuto quella che risultò essere la vittoria decisiva, la rivincita di Caporetto.
L’Impero Ottomano, che aveva sostituito proprio l’Italia nella Triplice Alleanza con gli Imperi centrali, si era arreso il 29 ottobre e aveva il suo da fare a sopravvivere alle spinte insurrezionali repubblicane dei Giovani Turchi dell’eroe di guerra Mustafa Kemal, il vincitore del carnaio di Gallipoli, colui che un giorno sarebbe stato chiamato Ataturk.
La guerra finì di colpo, dopo essere sembrata interminabile. Quattro anni e mezzo di dramma nel fango di trincee inamovibili, da una parte e dall’altra, ravvivati soltanto dalle offensive disperate scatenate a ovest e a sud dagli Imperi Centrali dopo il crollo della Russia zarista nel novembre del 1917 e dall’arrivo del contingente americano sul continente europeo nell’ultimo anno di guerra, si conclusero con la dissoluzione dell’Austria Ungheria e con la rivolta repubblicana a Berlino, che impose all’ultimo Oberkommand rimasto belligerante la richiesta agli Alleati di cessazione delle ostilità.
I generali tedeschi, che avevano esautorato i politici del loro paese negli anni della guerra, li spedirono sprezzantemente a ricevere le condizioni armistiziali sul vagone ferroviario a Compiegne. Quando la delegazione tedesca arrivò a destinazione, il Kaiser Wilhelm II era già fuggito in Olanda per sottrarsi alla rivolta repubblicana. L’Imperatore d’Austria lo seguì in esilio tre mesi dopo, quando le potenze vincitrici e vinte si stavano già riunendo a Versailles per la discussione e la firma del Trattato di Pace.
A Compiegne, la Francia inviò i suoi eroi, il Maresciallo Foch ed il generale Weygand. Era il soggetto belligerante che sentiva di più quel momento: Sedan e Napoleone III erano vendicati, Lorena e Alsazia riconquistate, 48 anni di mortificazione dell’orgoglio nazionale e della grandeur per mano prussiana erano finalmente cancellati.
La Germania, da una settimana rimasta l’unica avversaria degli Alleati, le si presentò di fronte con una delegazione di mezze figure, per di più civili. Il segretario di stato Erzberger si vide porre davanti condizioni durissime, compreso l’annullamento del trattato di Brest Litovsk che avrebbe fatto della Polonia e di altri paesi finalmente nazioni libere e indipendenti.
Erzberger contava talmente poco che dovette chiedere all’unica vera autorità rimasta sopra di lui, il Capo di Stato Maggiore tedesco Maresciallo Paul von Hindenburg, il permesso di accettarle. La Germania sconvolta dall’insurrezione repubblicana che entro un paio di mesi sarebbe stata legittimata a Weimar non poté dirgli che di accettare.
La vittoria alleata era totale, ma la sua portata fu sopravvalutata. L’esercito tedesco si era arreso senza che un solo metro del suo suolo patrio fosse stato conquistato dai nemici. Era stato costretto alla resa, ma non sconfitto. Per ritirare e smobilitare le divisioni tedesche ancora sul campo, circa 190 su tutto il fronte occidentale dal Belgio al confine svizzero, ci vollero circa due mesi, fino al gennaio 1919.
La Francia, tra Compiegne e Versailles, impose per spirito di revanche delle condizioni di resa che miravano a piegare la Germania per sempre, impedendole di riprendere le armi in futuro. Proprio la durezza di tali condizioni, sancite dal Trattato di Pace, mise la Germania economicamente in ginocchio e la ridusse moralmente alla disperazione, favorendo la successiva ascesa del Nazismo e la ripresa delle ostilità – in modo se possibile assai più drammatico – vent’anni dopo. La Francia avrebbe finito per ritrovarsi, il 21 giugno 1940, di nuovo a Compiegne, di nuovo su quel vagone ferroviario, a sottoscrivere un secondo armistizio ma stavolta da potenza sconfitta, invasa, piegata. Con il Fuhrer in persona a rappresentare la Germania trionfante, e la Francia medesima stavolta rappresentata da un ex eroe di guerra divenuto mezza figura impresentabile ed esecrata, il Maresciallo Philippe Petain.
Anche l’Italia avrebbe sopravvalutato la sua vittoria, lamentandone la mutilazione da parte degli Alleati a Versailles. Dimenticandosi che la fine delle ostilità era stata favorita anche dall’insurrezione delle altre nazionalità (a cominciare da quelle della vicina e neonata Jugoslavia) che si erano scrollate di dosso al pari di lei il giogo imperiale austro – ungarico. Il mito della vittoria mutilata avrebbe giocato un ruolo non indifferente nell’ascesa al potere delle camicie nere di Benito Mussolini, così come le sanzioni di Versailles avrebbero giocato un ruolo analogo nell’ascesa delle camicie brune di Adolf Hitler in Germania.
Ma quella mattina, a Rethondes preso Compiegne, su quel vagone dove non poté salire nessun testimone che non facesse parte di una delle delegazioni dei paesi che si erano scannati fino al giorno prima, si respirava soltanto il sollievo per la fine di una strage come l’umanità non aveva ancora mai visto, fino a quel momento. Senza immaginare che si stava preparando la successiva, assai più ingente e drammatica.
L’11 novembre rimase in Gran Bretagna nel calendario come Remembrance Day, negli USA come Veteran Day, in Francia le Jour de Glorie. Viene celebrato con due minuti di silenzio alle ore 11 dell'11 novembre ("the eleventh hour of the eleventh day of the eleventh month").
Furono gli inglesi, che a differenza dei francesi non avevano rivincite da celebrare e a differenza degli americani non avevano un loro continente in cui tornare ad isolarsi, a cogliere e testimoniare il senso più profondo di orrore antimilitarista lasciato dalla Prima Guerra Mondiale, suggerendo a tutte le altre nazioni l’emblema di quella ricorrenza per gli anni a venire: la corona di papaveri rossi (uno dei pochi fiori in grado di nascere anche sopra un devastato campo di battaglia) con cui aveva tributato le esequie a ciascuno dei suoi caduti e che da allora addobba suggestivamente i cimiteri di guerra in tutto il mondo.
Nel 1935, il governo di Ramsay McDonalds sottopose ai sudditi di Sua Maestà George V i Peace Ballots, un referendum con cui veniva chiesto al popolo inglese se a fronte del riarmo tedesco era disposto ad affrontare una nuova guerra. La risposta fu a schiacciante maggioranza NO, e il primo a prenderne atto fu proprio Adolf Hitler. Quattro anni dopo, un nuovo quesito – stavolta nei fatti, non su schede referendarie – si pose sempre davanti ai sudditi di Sua Maestà, diventato nel frattempo George VI: morire per Danzica?
La risposta è nota.

domenica 19 giugno 2016

Cahiers de Paris 2016 - 'Rule Britannia' or 'Ruled Britannia'?

Sarà più facile per l’Inghilterra vincere il Campionato Europeo di Calcio che uscire dalla vicenda Brexit, per come si è messa, salvando la faccia. Uscire dall’Europa, poi, sarà ancora più complicato.
Come volevasi dimostrare, se hai uno Sturridge in squadra prima o poi il gol lo trovi. Se hai in squadra (di governo) una Thatcher o un Tony Blair, prima o poi tutti ti rispettano. Diversa è la faccenda con i Cameron. E soprattutto diversa con un corpo sociale che non è più quello che andò dietro compatto a Winston Churchill o a Margaret Thatcher.
Daniel Sturridge festeggiato dai compagni dopo il gol della vittoria sul Galles
There’ll always be an England, recitava un famoso slogan stampato sulle magliette di Carnaby Street. Già, ma quale? Quella che manda un pakistano alla Major Hall di Londra? Non è un discorso razzista, è un discorso di buon senso. Se anche nell’ultimo baluardo contro fascismo e nazismo prendono il sopravvento logiche e valori che non sono più quelli occidentali, allora è davvero finita.
La politica dell’Inghilterra, recitava un principio cardine in vigore oltremanica almeno dal Settecento, è sempre stata quella di evitare che sul continente europeo predominasse un soggetto su tutti, fosse il Re Sole Luigi XIV, Napoleone, il Kaiser o Hitler. Per questo chi ha voluto resistere al reich di turno ha sempre trovato nella Union Jack un alleato formidabile. In questo senso era da interpretare il principio cardine ancora più celebre: la politica dell’Inghilterra è fare di tutto il mondo l’Inghilterra.
Ma questa è un’Inghilterra di cui si studiava sui libri di scuola, o di cui si potevano ammirare gli ultimi fuochi nella Londra ruggente degli anni ottanta e del thatcherismo. O con la sua versione laburista incarnata da Tony Blair. L’ultimissima scintilla, più che fuoco, è stata proprio la vicenda Brexit. E la sensazione, dopo l’ondata emotiva suscitata dall’omicidio Cox, è che stia per spegnersi anch’essa.
Londra ha sempre avuto nella sterlina, nello Stock Exchange (o Borsa, l’hanno inventata loro), nella City che non teme confronti nemmeno con Wall Street di New York e che gestisce l’economia del Commonwealth e di una considerevole parte di mondo un fortilizio inespugnabile a difesa della propria libertà e della propria prosperità (malgrado crisi economiche ricorrenti) dall’insorgere di nuovi Kaiser sul continente europeo. In più, la relazione privilegiata con gli Stati Uniti d’America (mantenuta e rafforzata dopo la Guerra Mondiale da qualsiasi primo ministro che abbia avuto un po’ di cognizione di causa) ha sempre aggiunto un valore inestimabile alla politica estera di un paese che dopo il 1945 aveva visto drasticamente ridimensionato – e poi estinto – il proprio ruolo imperiale.
Era l’Europa ad aver bisogno di Londra più di quanto avesse bisogno Londra dell’Europa. Questo Londra l’ha sempre saputo, per questo è entrata nell’Unione Europea con un piede solo. E si è tenuta la sterlina. Ma chi abita, e governa, adesso, a Londra? Chi conosce a Londra la storia inglese, ed è in grado di perpetuarla? Chi è in grado di battersi contro il nuovo Quarto Reich, che stavolta manda avanti gli spread e i giochi di borsa al posto dei Panzer e dei Messerschmitt?
Siamo vissuti tutti, in Europa, sull’illusione che l’Unione fosse un deus ex machina benefico che avrebbe assicurato pace e prosperità al continente per sempre. Non è così, non poteva esserlo, in assoluto e nello specifico. Nella storia, niente è per sempre, soprattutto in un continente che si è sviluppato attraverso i conflitti e le rivalità nazionali. Quanto all’Unione, nel 1992 a Maastricht e poi a Schengen non si ritrovarono un gruppo di amiconi decisi a mettere su una polisportiva, a vedere poi come andava, se andava bene tutti contenti, altrimenti amici come prima.
Nel 1992, il Muro era crollato e la Germania era stata riunificata da poco, dopo aver pagato assai a buon mercato il debito contratto con la storia ed i popoli dal Terzo Reich. La nuova Germania aveva bisogno di qualcuno che pagasse i costi della sua riunificazione, e poi fosse disposto a riprendere il ruolo che dai tempi di Carlo Magno e Barbarossa la Germania stessa ha sempre attribuito al resto d’Europa: quello di lebensraum, di spazio vitale da sottomettere al proprio benessere. Appena rialzò la testa, la Germania riprese da dove aveva interrotto cinquanta anni prima.
In parallelo a questo processo, nei vari paesi europei si sono affermate oligarchie, prevalentemente di sinistra, che hanno identificato il perseguimento ottimale dei propri interessi nella somma con quelli tedeschi. Dall’Euro, bufala degli anni 90, all’immigrazione incontrollata a fine di procacciamento manodopera e base elettorale, bufala di questi ultimi anni.
Arrivata l’ora di dire basta, per evitare un nuovo Medioevo prossimo venturo, le uniche voci che potevano levarsi erano quelle della piazza francese, sempre pronta grazie a Dio a diventare Rivoluzione, e quella – austera ed autorevole – del governo di Sua Maestà britannica. I francesi sono in piazza, incuranti dell’europeo che si sta disputando in casa loro e di cui a torto o a ragione la loro nazionale è la favorita principale. Ammirevoli come lo erano i brasiliani che due anni fa scesero in piazza contro il “loro” mondiale. Per la sconfitta dei carioca non si suicidò nessuno, quella volta, come era successo nel 1950. Per i conti da pagare, quelli di allora e quelli della prossima olimpiade, lo faranno in molti, probabilmente.
Il governo di Sua Maestà era partito bene, poi Cameron ha visti scoperti i suoi conti a Panama, e qualche pressione neanche tanto occulta l’ha fatto diventare europeista. Il nemico interno sembrava comunque tenuto a bada. Quel partito laburista della Gran Bretagna che è da tempo appiattito sulle posizioni della socialdemocrazia europea, o di quel che ne rimane. Acquiescenza all’immigrazione, e ai diktat delle autorità germanico-europee, che hanno già promesso nuove V2 sull’Inghilterra se la Brexit farà il suo corso, per bocca del reichsfuhrer Schaeuble.
L’omicidio della laburista Jo Cox cambia le carte in tavola, in modo probabilmente irreversibile. L’ondata emotiva scatenata dal “folle” gesto dell’improbabile nazionalista Thomas Mair era prevedibile, e probabilmente è stata prevista – ed auspicata – da chi gli ha armato la mano. Questo “fascista” inglese che spara al grido di “Britannia libera” – e a casa del quale Scotland Yard trova un armamentario propagandistico di estrema destra – è troppo perfetto per essere vero. E’ perfetto per ottenere il risultato diametralmente opposto a quello che grida, mentre uccide la Cox. Folle? O era folle chi pensava che l’Unione Europea stesse a guardare, dopo gli scampati pericoli di Scozia (son finiti i tempi di Braveheart) e Catalogna (votate quello che vi pare, Barcellona può vincere qualche scudetto ma le scelte si fanno a Madrid)?
La Britannia In è in netta ripresa sulla Britannia Exit, o Brexit. Non avevamo dubbi, né li avevano i veri assassini della Cox. L’Europa val bene una deputata laburista, avrà pensato qualcuno parafrasando Enrico IV di Francia. Continua tutto come prima, business as usual (per chi li fa).
Gli Europei vanno avanti, e siccome tutto il mondo è paese, se Sturridge, Rooney & c. continuano a mettere insieme buone prestazioni e vittorie, della Coxit – pardon, della Brexit – se ne faranno tutti una ragione, nel senso che non se ne parlerà più. Come la Spagna, l’Inghilterra ha una rappresentativa calcistica assai migliore della sua classe politica. E una grande, grandissima storia ormai purtroppo irrimediabilmente dietro le spalle.
Così, la piazza francese resterà da sola, a gridare il suo no al jobs act ed all’Europa delle banche e del nuovo nazismo finanziario. I poliziotti francesi resteranno soli con il rifiuto di stringere la mano al peggior presidente della storia della loro Republique, ai funerali dei due colleghi uccisi dall’ennesimo portatore di cultura. Restano i citoyens aux armes, a illuderci di un nuovo 1789. Restano Francia e Inghilterra a giocarsi sul campo l’europeo dalla loro parte del tabellone.
A proposito, la nostra Boldrini ha già scritto a Corbin, il leader di Britannia First, dicendogli “restiamo tutti uniti”. Sotto con l’Europa, le banche e l’immigrazione selvaggia. Germania, Francia, Inghilterra almeno li fanno giocare in nazionale, i nuovi portatori di cultura. Noi li teniamo nelle cooperative e nelle parrocchie a lamentarsi del wi-fi che non funziona e del cibo che non è all’altezza. E Sua Santità Papa Francesco ci ricorda che chi non accoglie non è cristiano, e va all’inferno. Ci può essere qualcosa di più infernale di questo mondo che Lei arringa e ammaestra quotidianamente, Santità?

Anche noi siamo nelle mani di Antonio Conte, l’unica istituzione rimasta che funziona. 

domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: Settembre Nero (1972)



Eravamo un paese di marinai, tra le altre cose, ma non certo di sciatori. Almeno a livello di eccellenza. Questo malgrado la nostra penisola abbia come confine nord le Alpi, che si estendono da ovest ad est per circa 1.200 chilometri, e sia attraversata per tutta la sua lunghezza dagli Appennini, altri 1.200 chilometri da Quarto fin quasi a Marsala.
Gustav Thoeni
Ai Giochi Olimpici invernali, avevamo  gioito soltanto con Zeno Colò nello Sci Alpino e con Eugenio Monti nel Bob. Due fuoriclasse usciti dal nulla, malgrado avessero alle spalle un movimento sportivo non proprio da poco. Due fulmini a ciel sereno. Mancava fino a tutti gli anni Sessanta una scuola, che tenesse in pianta stabile l’Italia ai vertici del medagliere olimpico invernale, così come lo eravamo stati per buona parte del dopoguerra in quello dei Giochi Estivi.
Per uno di quei fenomeni difficilmente spiegabili di cui vive lo sport, nel momento in cui gli Azzurri andavano giù in Atletica e nelle altre discipline estive, in quelle invernali arrivò finalmente la scuola vincente, la generazione dei fenomeni. Di più, arrivò una Valanga. Azzurra.
Dopo aver organizzato brillantemente l’edizione olimpica del 1964 a Tokyo, al Giappone toccò anche quella invernale nel 1972. Sapporo, capoluogo dell’Isola di Hokkaido, è una località sciistica molto nota anche fuori delle isole nipponiche, e fu la prima ad ospitare i Giochi d’Inverno al di fuori del binomio Europa – Nordamerica.
Fu lì che si consacrò Gustav Thoeni, a dispetto del nome, italiano di Trafoi, frazione dello Stelvio. L’uomo che avrebbe dato il suo nome ad un’epoca dello sci, quella compresa tra la carriera di Jean Claude Killy e quella di Ingemar Stenmark. Nei primi anni Settanta c’era solo lui, Gustavo, che quando parlava sembrava sempre sofferente di adenoidi ma quando sciava non ce n’era per nessuno. Fu lui a dare il via alla scuola italiana, e alla Valanga Azzurra che si portò dietro. Grazie a lui ed agli altri campioni azzurri lo sci divenne nella nostra penisola uno sport di massa.
Dopo aver vinto due Coppe del Mondo assolute e di specialità nel 1971 e 1972, a Sapporo Thoeni si mise al collo due medaglie d’oro, nel Gigante e nella Combinata, e una d’argento, nello Speciale vinto dal sorprendente spagnolo Francisco Fernandez Ochoa e dove finì davanti al cugino Roland. Gli sfuggì solo il podio nella Discesa Libera, all’epoca ancora territorio di caccia di svizzeri ed austriaci.
Olympiapark Monaco di Baviera
Si trattava per l’Italia di un successo più che appagante, che avrebbe mitigato la parziale delusione costituita dalla confermata tendenza al ribasso degli Azzurri alle Olimpiadi estive. Le quali nel 1972 erano state affidate ad un’altra nazione che, al pari del Giappone, aveva un conto in sospeso con la storia recente.
The Happy Games. Così la Germania Ovest aveva intitolato i Giochi che le erano stati assegnati per il periodo compreso tra il 26 agosto e l’11 settembre di quel 1972. Era la seconda volta che la bandiera olimpica tornava a sventolare sul suolo tedesco. La volta precedente, a Berlino era andata in scena la volontà di potenza del Terzo Reich, e Leni Reifenstahl aveva documentato la superiorità della razza ariana propagandata da Hitler e Goebbels. La svastica aveva finito per fare ombra a qualsiasi simulacro della vecchia Olimpia.
Stavolta no, la parte di Germania che era ricaduta nella zona di influenza alleata alla fine della guerra mondiale aveva proprio l’interesse a far dimenticare tutto ciò. Ad accreditarsi una volta per tutte come un paese moderno, democratico, felice appunto. Come quattro anni prima in Messico, ai Giochi Olimpici avrebbero fatto seguito i Mondiali di Calcio. Con la speranza per lo sport tedesco di fare un en plein senza più nessuna implicazione razziale, ma comunque con molte implicazioni politiche anche se di segno diverso.
Olympiastadion Monaco di Baviera 1972
Le due Germanie erano avamposti di due sistemi diversi, diametralmente opposti. Quella Ovest proiettava Oltrecortina tutte le luci sfavillanti del capitalismo al massimo del suo splendore. Quella Est rispondeva con l’impressionante dimostrazione di forza del dilettantismo di stato. Una volontà di potenza in versione comunista che volente o nolente aveva ereditato l’approccio propagandistico allo sport che era stato del Nazismo. Entrambe le Germanie ripetevano in scala neanche tanto minore il dualismo tra le superpotenze, USA e URSS.
Nel 1972, Berlino non era più capitale di niente. Era una città divisa in due da un Muro costruito per chiudere l’ultima porta di accesso e/o di fuga tra Est e Ovest. Un simbolo come pochi altri della Cortina di Ferro calata giù a dividere a metà un continente europeo senza più alcuna sovranità. La capitale sostanziale della Germania Ovest era in quel momento Monaco di Baviera. Fu a lei che il C.I.O. concesse di accendere il braciere olimpico il 26 agosto 1972. Fu lì che la Nuova Germania invitò il mondo a giocare e a misurarsi pacificamente. Senza immaginare che proprio lì la tregua olimpica stavolta sarebbe fallita nel modo più drammatico.
Furono Olimpiadi di livello tecnico eccellente, quelle tedesche. Alla fine l’URSS tornò a prevalere sugli USA nel medagliere, e il simbolo di questo avvicendamento fu costituito proprio da quel torneo di basket che dalle precedenti olimpiadi germaniche in poi era sempre stato appannaggio della nazionale a stelle e strisce.
Alexander Belov segna il canestro decisivo per l'URSS
In una partita di finale drammatica, i sovietici superarono gli americani 51 a 50 a tre secondi dalla sirena finale, con Ivan Edesko che pescò Aleksander Belov sotto canestro direttamente dalla rimessa laterale. Il leggendario giocatore russo non sbagliò, depositando a canestro i due punti della vittoria proprio sulla sirena. Gli USA protestarono a lungo per una ripetizione a loro dire discutibile di quella rimessa fatale e infine non andarono a ritirare la medaglia d’argento, ne lo avrebbero fatto mai in seguito. Kenny Davis, cestista statunitense membro di quella squadra (all’epoca alle Olimpiadi per gli USA potevano giocare solo i dilettanti universitari, non i professionisti dell’NBA) lasciò scritto agli eredi che la sua medaglia non avrebbe mai dovuto essere ritirata da nessuno.
Storie sportive drammatiche, testimonianze di una Guerra Fredda che riprendeva quota, sfociando in uno dei suoi momenti più virulenti. Ma non c’era solo lo scontro tra le superpotenze a tenere banco. Se le Olimpiadi del Messico di quattro anni prima erano passate alla storia extrasportiva per il massacro di Tratelolco, quelle di Monaco sarebbero state ricordate per Settembre Nero e la strage della squadra israeliana.
Dopo tre guerre arabo-israeliane, la questione dell’esistenza o meno dello Stato di Israele era stata affidata ad un nuovo attore internazionale, il terrorismo di matrice palestinese. Il gruppo più famoso era quello di Al Fatah, diretto da Yasser Arafat. Ma era molto attivo all’epoca anche il gruppo di fedayn che portava il nome, estremamente indicativo, di Settembre Nero. Un nome un programma, purtroppo.
La celebre foto del terrorista di Settembre Nero affacciato al balcone
Il programma fu attuato il 5 settembre, quando un commando fece irruzione nel villaggio olimpico e sequestrò quasi tutti i componenti della squadra israeliana, chiedendo in cambio del suo rilascio quello di oltre duecento propri guerriglieri detenuti a Tel Aviv. Israele non era disposta a trattare, la salvezza degli atleti della Stella di Davide era tutta nelle mani della polizia tedesca. I Giochi passarono fatalmente in secondo piano, per tutti da quel momento l’immagine a cui rimasero associati non fu quella di nessuno degli atleti in gara, ma piuttosto quella del fedayn con il passamontagna affacciato al balcone di una delle stanze dell’alloggio degli israeliani.
Era destino che, malgrado i tempi mutati, per gli ebrei in terra di Germania non ci fosse salvezza. Mentre si preparavano a salire insieme ai loro sequestratori su un aereo diretto in Medio Oriente per gli sviluppi successivi della trattativa, la polizei tedesca aprì il fuoco in pieno aeroporto di Monaco, falciando sia terroristi che ostaggi. Finì così il Settembre Nero delle Olimpiadi che avrebbero dovuto essere le più felici della storia. Con un nuovo olocausto, mille polemiche e la consapevolezza che in questo mondo diventato così complicato e insanguinato nessuna tregua, olimpica o meno, avrebbe più funzionato.
I Giochi, come ogni spettacolo che si rispetti, andarono avanti, anche se tutti ormai avevano negli occhi soltanto il fotogramma del terrorista con il passamontagna affacciato a quella finestra. A fare giustizia per i 18 morti della squadra olimpica di Israele, ci pensò poi a modo suo Israele stesso, e le relative vicende sono narrate esaurientemente nel film Munich di Steven Spielberg.
Mark Spitz e le sue sette medaglie d'oro
A Monaco intanto venivano battuti record e consacrate nuove leggende. A cominciare da quella di Mark Spitz nel nuoto, sette medaglie d’oro in otto giorni. Sempre nel nuoto, Novella Calligaris vinse la prima storica medaglia della squadra italiana, un argento nei 400 stile libero. Klaus Dibiasi confermò l’oro di Città del Messico dalla piattaforma. Il russo Valery Borzov si prese l’oro nei 100 e 200 metri piani, rimandando l’esplosione definitiva del nostro talento emergente, Pietro Mennea. Il finlandese Lasse Viren si prese invece 5.000 e 10.000 rinfrescando la leggenda di Paavo Nurmi. Nei 400 metri piani, gli americani Vince Matthews e Wayne Collett fecero primo e secondo, ma soprattutto fecero il bis del saluto delle Pantere Nere di Smith e Carlos a Mexico City. Solo che il clima era cambiato dopo l’avvento di Nixon, e stavolta ricevettero molti fischi e l’esclusione dalla squadra olimpica statunitense.
Il salto "d'oro" di Ulrike Meyfart
Furono le Olimpiadi del fenomeno ugandese Akii-Bua, fenomenale recordman nei 400 ostacoli, della altrettanto fenomenale ginnasta sovietica Olga Korbut, che finì in lacrime per un errore il concorso alle Parallele Asimmetriche ma si rifece subito vincendo due ori negli attrezzi singoli. La più che fenomenale tedesca Ulrike Meyfart a soli 16 anni sbaragliò le avversarie nel salto in alto, la più giovane medaglia d’oro di sempre. Antonella Ragno chiuse una brillante carriera con l’oro nel Fioretto, una delle cinque medaglie d’oro che valsero agli Azzurri il decimo posto nel medagliere.
Tanti campioni e campionesse, tante grandi storie sportive, tanti record battuti. Ma alla fine, una sola immagine impressa negli occhi di tutti. Un uomo armato, con il volto nascosto da un passamontagna, affacciato ad un balcone nella zona del villaggio olimpico riservata alla squadra di Israele. Quella che non sarebbe tornata a casa.
L’illusione del mondo di poter giocare e basta, almeno per quindici giorni, morì per sempre il 5 settembre 1972.

Storia delle Olimpiadi: La svastica su Olimpia (1936)



Lo spirito di Olimpia nella sua concezione più pura (e per forza di cose più ingenua) non era sopravvissuto di un solo minuto alla presidenza del C.I.O. di Pierre de Coubertin. Una volta che il barone, dopo le trionfali olimpiadi parigine del 1924, aveva ceduto il testimone al suo successore il belga Henri de Baillet-Latour e si era ritirato a vita privata, il mondo moderno aveva fatto irruzione nel santuario di Olimpia spazzandone via mitologie ed ipocrisie.
Nel 1928 ad Amsterdam, la Coca Cola aveva fatto la sua prima comparsa come sponsor olimpico. La nuova bevanda magica che era sulla strada di diventare il nettare degli dei del ventesimo secolo aveva intrapreso anche la strada del condizionamento pesante dei Giochi Olimpici sponsorizzati, come si sarebbe visto più avanti. Nel 1932, a Los Angeles, le nuove tecnologie sviluppate dalle ditte americane ed europee si erano in un batter d’occhio rese indispensabili allo svolgimento delle gare, apparendo come il deus ex machina che avrebbe posto fine a errori arbitrali e reclami, malgrado quella paradossalmente risultasse poi essere l’edizione in cui se ne erano verificati di più.
Ma le contaminazioni peggiori allo spirito dei Giochi dovevano ancora arrivare. I tempi cambiavano velocemente, nel secolo del boom tecnologico. Nel bene e nel male. A Los Angeles l’arrivederci era stato dato a Berlino nel 1936, con gli occhi fissi sulla bandiera di Weimar che veniva ammainata dal pennone olimpico. Quattro anni dopo, la Germania avrebbe accolto il mondo sotto il braciere acceso di Olimpia issando su ben altro vessillo.
Nel gennaio del 1933 il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei aveva vinto le elezioni politiche tedesche, tenutesi in condizioni drammatiche a causa di una crisi economica spaventosa. Al presidente della repubblica Paul von Hindenburg, eroe della Grande Guerra, non era rimasto altro che conferire l’incarico di Cancelliere del Reich (il Secondo, quello di Weimar, dopo il Primo che era stato quello di Bismarck e del Kaiser) al segretario di quel partito, l’ex caporale dell’esercito austro-ungarico Adolf Hitler.
Adolf Hitler con Leni Riefenstahl
Il programma di Hitler e della sua formazione politica (e paramilitare) era molto semplice, e contenuto in un libro che lo stesso Hitler aveva pubblicato nel 1923, il Mein Kampf, completamente ignorato all’epoca ma che adesso tutti si buttarono a leggere. Chi con preoccupazione crescente ma tardiva, chi con entusiasmo.
Anzitutto, la messa in discussione del Trattato di Versailles, con il recupero alla Germania del suo ruolo predominante in Europa e nel mondo. La riduzione dell’Europa dell’est e del mondo slavo (compresa soprattutto la patria del bolscevismo, l’URSS) a lebensraum germanico, uno spazio di approvvigionamento di risorse a costo zero e di sfruttamento degli untermenschen, i popoli e le razze inferiori. Eliminazione di tutte le razze che in qualche modo ostacolavano il destino imperiale della Germania, non solo gli slavi ma anche e soprattutto gli Ebrei, visti come accaparratori di ricchezze e complottisti contro la razza ariana superiore.
Non le mandava a dire, Hitler, e nei tre anni che intercorsero dalla sua presa di potere  alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi non fece mistero delle sue intenzioni di attuare a spron battuto il suo programma. Un mondo occidentale preoccupatissimo, che stava assistendo al riarmo tedesco in spregio ai trattati, alle persecuzioni razziali ed alle minacce ai paesi circostanti (appena temperate dalla prospettiva che il Reich che aveva preso il nome di Terzo potesse costituire un baluardo contro il pericolo comunista), chiese che ad essa fosse tolta l’organizzazione dei Giochi che aveva ottenuto vent’anni dopo quelli mancati (per sua colpa) nel 1916.
Lo stesso Fuhrer, come ormai Hitler aveva ottenuto di farsi chiamare dal suo popolo sempre più entusiasta dei suoi successi, era inizialmente restio ad impegnare se stesso e la nazione in una manifestazione in cui oscuramente sentiva di avere più da perdere che da guadagnare, in termini di immagine, presso l’opinione pubblica mondiale. Portare il mondo – e soprattutto la stampa libera – a Berlino, poteva essere pregiudizievole per un regime che andava per le spicce a riorganizzare un temibile esercito, la Wehrmacht, e a liberarsi degli oppositori interni.
Adolf Hitler allo Stadio Olimpico di Berlino
Fu il suo Ministro della Propaganda a fargli cambiare idea. Joseph Goebbels, nazista convinto della prima ora, era una mente a suo modo raffinatissima, più ancora dello stesso Hitler. Fu uno dei primi uomini politici a capire, sull’esempio di quel Mussolini che in Italia aveva inventato lo Sport di Stato e stava cominciando a mietere successi di prestigio, il valore propagandistico delle manifestazioni sportive. Una medaglia d’oro avrebbe esaltato la Razza Ariana assai più di centomila parate militari sotto la Porta di Brandenburgo. La mitologia di Olimpia, sotto certi punti di vista, sembrava fatta per combaciare o innestarsi alla perfezione sull’ideologia nazista, che riciclava miti appunto ariani, cioè provenienti da quegli altipiani dell’Asia centrale da cui erano arrivati gli indoeuropei originari, mescolandoli con quelli vichinghi rappresentati dalla musica di Wagner e dalla filosofia di Nietzsche, nonché con quelli nordeuropei che facevano capo alla leggenda dell’Ultima Thule, la terra degli Dei del Walhalla, l’Olimpo degli Ariani.
Le Olimpiadi a Berlino erano un insperato regalo che il mondo faceva alla propaganda nazista. Lo capiva Goebbels, lo capiva Hitler e lo capivano anche quanti, nel mondo occidentale, cominciavano a stancarsi della politica di appeasement che i governi di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano adottato nei confronti del Reich nazista. Poiché però il C.I.O. era in gran parte espressione di questi governi, non accolse la richiesta pervenuta da più parti di spostamento di sede.
Mentre de Coubertin si spegneva lentamente nel suo ultimo ritiro di Ginevra, dopo la bandiera della Coca Cola che si sovrapponeva a quella dei Cinque Cerchi gli toccò dunque assistere alla bandiera rossa con la svastica in campo bianco che saliva sul pennone più alto dello Stadio Olimpico di Berlino, mentre 120.000 persone festanti gridavano a gran voce Heil Hitler!
Le Olimpiadi naziste furono un successo da un punto di vista organizzativo. La Germania dette il meglio di sé con la proverbiale efficienza in materia. Il mondo ebbe un’immagine del Reich tutto sommato presentabile, accattivante. Dal 1° al 15 agosto in Germania i cristalli non andarono in frantumi, gli ebrei non furono picchiati, i giornalisti videro circolare negli impianti sportivi e fuori una popolazione felice della propria esistenza e del proprio governo, dopo gli anni difficili di Weimar.
Ovviamente, l’oro non luccicava per chi non si lasciava abbindolare. Le voci di persecuzioni e di minacce continuavano. Hitler aveva assicurato tra l’altro il sostegno a Franco nella guerra civile spagnola appena cominciata, con l’evidente intento di testare la sua macchina bellica. La Spagna, dove ancora per poco vigeva la legalità del governo del Fronte Popolare, fu l’unico paese (oltre alla ormai recidiva Unione Sovietica) a boicottare i Giochi di Berlino, et pour cause. Anche gli U.S.A. furono sull’orlo del boicottaggio. Il presidente Roosevelt fu a lungo incerto se mandare o meno la squadra a stelle e strisce. La relazione dell’osservatore Avery Brundage, ultraconservatore e razzista, lo convinse per il sì. Con il senno di poi, fu un bene.
Jesse Owens con Lutz Long
James Cleveland Owens detto Jesse fu di gran lunga il personaggio più carismatico e l’atleta più importante in gara nella Undicesima Olimpiade, e uno dei più grandi di sempre. Il suo nome cambiò nel Figlio del Vento, con cui fu conosciuto dopo aver vinto 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo battendo gli atleti ariani come Lutz Long (che sarebbe peraltro diventato suo amico) alla presenza del Fuhrer. E Figlio del vento sarebbe rimasto fino al 1984, quando quattro anni dopo la sua morte Carl Lewis sarebbe riuscito ad eguagliare i suoi quattro successi, ereditando anche il suo soprannome.
Narra la leggenda che il Fuhrer si rifiutò di stringere la mano all’atleta di colore che aveva smentito così clamorosamente i suoi pregiudizi razziali. Owens si sarebbe in seguito lamentato che neanche il presidente Roosewelt lo aveva fatto, mancando di trovare il tempo per ricevere alla Casa Bianca l’atleta che aveva dato così tanto prestigio al suo paese, vincendo ben più che gare olimpiche di prestigio in quel frangente.
Ondina Valla
Furono le Olimpiadi di Trebisonda Valla, detta Ondina, la ventenne bolognese che fu la prima donna italiana di sempre a vincere una medaglia d’oro olimpica, per la precisione negli 80 metri a ostacoli. L’Italia colse anche il prestigioso successo nel torneo calcistico, riammesso al programma dei Giochi dopo la pausa di los Angeles. Nella squadra azzurra allenata da Vittorio Pozzo, il tecnico campione del mondo del 1934, non c’erano i mundiales di Roma, ma i semidilettanti universitari guidati da Annibale Frossi, l’uomo che giocava con gli occhiali, non li fecero rimpiangere, battendo 2-1 in finale la forte Austria.
Annibale Frossi nella finale di Berlino
L’Italia chiuse al quarto posto del medagliere con 8 ori e 22 medaglie complessive. La Germania riuscì a sopravanzare gli U.S.A. al primo posto, 33 ori a 24. Il dilettantismo di stato aveva reso a Hitler il risultato sperato, grazie anche all’introduzione anche di sport che erano poco praticati in Nordamerica, come (incredibilmente) il canottaggio. Nel basket, la squadra americana riuscì a prevalere in finale su quella canadese con l’incredibile punteggio di 19-8. Pare che si giocasse all’aperto, su un campo di terra battuta che grazie alla pioggia battente diventò presto fangoso.
Furono le Olimpiadi di Helene Bertha Amalie Riefenstahl detta Leni. Senza di lei, le intenzioni di sfruttamento propagandistico di Hitler e Goebbels si sarebbero tradotte in nulla. Fotografa e regista cinematografica di successo, più che sostenitrice del regime nazista Leni era legata da amicizia personale e reciproca stima con Adolf Hitler. Era entusiasta più che altro dell'estetica nazista, che contribuì a sviluppare e a cui diede espressione visiva come nessun altro. Nazista osservante, almeno ufficialmente, non lo fu mai. Anzi, i contrasti con alcuni gerarchi nazisti, soprattutto con il ministro della propaganda Goebbels , la spinsero a una progressiva autonomia dal partito, a cui non fu peraltro mai iscritta.
Con Il trionfo della volontà , girato in occasione di una delle adunate di Norimberga, aveva glorificato la figura del Führer, nuovo messia del popolo tedesco. La sua innovativa tecnica di regia, che poteva peraltro disporre della quasi totalità degli operatori cinematografici tedeschi e si avvaleva di teleobiettivi e grandangoli, era riuscita a trasmettere agli spettatori un epico senso di potenza attraverso inquadrature panoramiche di sterminate masse d'uomini marcianti in formazioni rigidamente inquadrate, accompagnate da una musica wagneriana travolgente.
Leni Riefenstahl durante le riprese di Olympia
Il suo film Olympia, girato nei quindici giorni dell’olimpiade berlinese, ha anch’esso un valore storico molto importante, perché di fatto fu il primo film della storia dedicato alle Olimpiadi, e da un punto di vista squisitamente cinematografico è rimasto senza dubbio il migliore. L’esaltazione degli atleti ariani in parallelo alla celebrazione della rinascita del mito greco nel mondo moderno ne fanno sicuramente un’opera di forte connotazione propagandistica, tuttavia in qualche modo apprezzabile anche come contenuto, perché priva dei principi antisemiti e razzisti che Goebbels avrebbe visto invece volentieri esaltati.
Leni era una donna di forte personalità anticonformista, di per se stessa dunque la negazione della ideologia che aveva contribuito ad esaltare. Le sue tecniche di regia innovative sopravvissero alla caduta del Reich, anche se il suo passato le rimase addosso impedendole a lungo di lavorare, nella Germania del dopoguerra.
Alla cerimonia di chiusura il 16 agosto, il mondo si dette appuntamento quattro anni dopo a Tokyo, capitale di un altro paese che stava affilando le armi per rendere presto il mondo stesso un luogo molto poco piacevole in cui vivere. Ancora una volta la pubblica opinione internazionale, non soltanto il Comitato Olimpico, si illudevano. Le squadre sarebbero scese in campo ben prima del 1940. Per un nuovo gioco mortale.

"L'amicizia nata sui campi dell'atletica è il vero oro da conquistare. I riconoscimenti sono soggetti alla corruzione del tempo, sull'amicizia non si raccoglie polvere".
(James Cleveland Owens)