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martedì 27 settembre 2016

L'ultima bandiera



Il romano dagli occhi di ghiaccio. Ce li ricordiamo tutti, quegli occhi in primo piano, negli istanti che precedevano il momento più critico di quella che sembrava l’ennesima problematica, drammatica spedizione azzurra ai mondiali.
Italia – Australia, Kaiserslautern, 26 giugno 2006, Ottavi di Finale del Mondiale di Germania. Gli azzurri in dieci per metà partita, dopo l’espulsione di Materazzi. Gli aussies che d’improvviso sembrano diventati uno squadrone. Mettono alle corde i ragazzi di Marcello Lippi al punto di rendere inimmaginabile un miracolo come quello di dodici anni prima contro la Norvegia. Unica speranza di evitare l’ennesimo ignominioso ritorno a casa, di prolungare l’avventura che prometteva così bene, la lotteria dei calci di rigore.
Il rigore arriva, ma non è il primo della serie di cinque, dopo i supplementari. Al 1° minuto di recupero Fabio Grosso va via a Bresciano ed entra in area. Neill platealmente lo stende. L’arcigno arbitro Medina Cantalejo non può avere dubbi, e non li ha. Il problema è: adesso chi ci va sul dischetto a tirare uno dei rigori più pesanti della storia del calcio italiano?
Ci va lui. Ci era già andato a Rotterdam, terzo di una serie di azzurri che avevano resistito – anche lì in dieci – agli arrembaggi degli orange olandesi e, grazie alle parate di Toldo, si preparavano ad eliminarli clamorosamente dalla loro finale. Se ne uscì con un cucchiaio che irrise un mostro sacro come il portiere van der Saar, e sancì il passaggio del turno dell’Italia. I tifosi non si misero le mani nei capelli, né sul cuore che aveva mancato di battere un colpo. Non era uno sconsiderato qualsiasi, un matto pur dotato come tanti. Era il migliore, uno dei migliori di sempre. Francesco Totti.
Sei anni dopo, eccolo di nuovo sul dischetto che scotta. Stavolta non ride Francesco. Non ha voglia di ridere, non ha in mente niente suggeritogli dal genio. Ha solo voglia di buttare dentro quel pallone, alle spalle del portiere Schwarzer, e di buttare avanti l’Italia, una volta di più.
E’ stata lunga e dolorosa la strada di Francesco per arrivare su quel dischetto. Dalla reazione scomposta alle malversazioni di Poulsen a Guimaraes, Portogallo, Europei del 2004 – una reazione che costò a lui tre giornate e all’Italia il probabile passaggio del turno, con il celebre biscotto scandinavo – all’infortunio che nel febbraio 2006, complice uno scontro con Richard Vanigli durante Roma-Empoli, gli era costato il perone e per poco anche la convocazione ai Mondiali di Germania.
Recupero a tempo record di Francesco. Er pupone ha un carattere d’acciaio. Quando serve, sa anche ridere di se stesso, come ha dimostrato diventando l’editor delle più divertenti barzellette su e di Francesco Totti. Quando serve altro, diventa una specie di Superman, caricandosi sulle spalle se stesso, Roma, la Roma, l’Italia, il Mondo, la sorte. E questo sport di cui è negli anni diventato l’ultima icona. L’ultima bandiera.
In Germania ci va, ma non è il Totti che trasforma in oro ogni pallone che tocca, è già un mezzo miracolo che ci sia. Lippi lo deve usare a dosi. Fino al 26 giugno. Al 91° di quell’Italia-Australia, il pallone si è fatto di cemento, il dischetto del rigore scotta. Chi ci va? Che domande, senza esitazioni ci va lui.
Gli occhi di Francesco per qualche istante sembrano quelli di Clint Eastwood. Poi, l’apoteosi tricolore. In quel momento, er core de Roma diventa definitivamente patrimonio nazionale. Cuore d’Italia. L’ultimo di una dinastia di numeri dieci leggendari. L’ultimo ad alzare la Coppa del Mondo. Da Kaiserslautern a Berlino, saranno altri a segnare i gol decisivi per prendersi quella Coppa, ma tutto nasce da lì, da quel rigore che nessuno voleva tirare. Senza del quale, una volta di più, il sogno sarebbe diventato incubo.
Compie oggi quarant’anni Francesco Totti. E gioca ancora. Domenica scorsa la Roma ha perso a Torino con i granata, ma il gol giallorosso l’ha segnato lui, ancora una volta su rigore. A quarant’anni la gamba non trema come non tremava a trenta, a venti, a dieci. E’ il gol numero 250 nel campionato italiano. Un altro capitolo della sua leggenda personale, e non è finita. E’ a 24 lunghezze dal miglior realizzatore di tutti i tempi, Silvio Piola, eroe dei Mondiali del 1938. L’eroe di quelli del 2006 insegue il mito, per diventare il migliore in assoluto.
Ogni anno lo danno per finito. Ogni anno tutti scrutano l’espressione del suo allenatore, quel Luciano Spalletti al posto del quale tutti vorrebbero essere e nessuno vorrebbe essere. Lo metterà fuori er pupone stavolta?
Già, facile a dirsi. Nelle ultime tredici partite tra la fine del campionato scorso e l’inizio di quello attuale, il vecchio Totti ha messo insieme qualcosa come 6 gol e 5 assists. La Roma avrà anche allestito uno squadrone, ma è dov’è soprattutto grazie a lui, che in quanto a squadroni romanisti ne ha visti almeno altri due, e di tutti è stato l’indiscusso capitano.
Doveva finire alla Lazio, nel 1989, ma nel suo destino c’era la Roma, e soltanto la Roma. Fu il compianto presidente Dino Viola a strapparlo agli odiati cugini, avendone intravisto le potenzialità già a 12 anni. Fu Vujadin Boskov (quello che sapeva bene cosa c’era in testa di giocatori, e capì al volo cosa c’era nella sua) a farlo esordire in serie A, a sedici anni. Vittoria, come succede ai predestinati. Fu Carletto Mazzone, altro core de Roma, a lanciarlo.
18 marzo 1993, Francesco Totti debutta in serie A, Brescia - Roma 0 - 2
Fu Carlos Bianchi, il problematico allenatore argentino del primo anno di gestione Sensi, a cercare di tarpargli le ali mettendolo in panchina perché immaturo. Francesco si riprese la maglia da titolare a furor di popolo romano, Bianchi fu messo in fuga. Da allora, la maglia numero dieci è stata soltanto sua, nessuno l’ha più messo in discussione. Nemmeno la sua fascia di capitano.
Nel 2001 con Capello arrivò lo scudetto, negli anni successivi una serie di sfortunate partecipazioni alla Champion’s League e tanti tentativi giallorossi di accreditarsi come unica antagonista effettiva prima della Juventus di Moggi e poi dell’Inter del Triplete. Altri scudetti sfiorati, altre Champion’s svanite. Tante offerte per andare a cercare fortuna altrove, dove sarebbero arrivate forse le vittorie ed i riconoscimenti.
Alle offerte rispondeva sempre mamma Fiorella, come quella prima volta in cui il figlio aveva appena dodici anni: «…..qualcuno bussò alla porta del nostro appartamento di Roma», racconta Totti. «Ad aprire andò mia madre Fiorella. Le persone che erano dietro la porta avrebbero potuto cambiare la mia carriera calcistica. Quando aprì la porta c’erano dei signori che si presentarono come dirigenti sportivi. Ma non erano della Roma: indossavano indumenti rossi e neri. Erano dell’AC Milan e volevano che andassi a far parte della loro squadra. A tutti i costi. Mia madre alzò le braccia al cielo. “No, no” rispose ai dirigenti e fu tutto ciò che disse “Mi dispiace. No, no”. Fine del discorso. Il mio primo trasferimento era stato rifiutato dal “boss.” Solo qualche settimana più tardi, venni scelto durante una partita giovanile e la Roma mi fece un’offerta. Sarei diventato giallorosso. Mia mamma se lo sentiva».
A quarant’anni, Francesco Totti non ha in bacheca nemmeno un Pallone d’Oro. Come dice proprio mamma Fiorella, «Francesco a casa ne ha tre di palloni d’oro, la moglie e i tre figli». E va bene così. E’ un’ingiustizia del resto che lo accomuna a tanti. Viene alla mente un nome su tutti, quello di Giancarlo Antognoni, predestinato alla maglia viola come lui a quella giallorossa, core di un’intera città. Bandiera mai sgualcita, sopravvissuta ad un mondo che fu, e che continua orgogliosa a sventolare in un mondo che di bandiere non ne concepisce più.
Auguri capitano. Finché gioca Francesco Totti, gioca la nostra infanzia, ed il nostro mondo che non c’è più e non vuole saperne di sparire.

Molti mi chiedono, perché hai passato tutta la tua vita a Roma? Roma rappresenta la mia famiglia, i miei amici, la gente che amo. Roma è il mare, le montagne, i monumenti. Roma, ovviamente, è anche i romani. Roma è il giallo e il rosso. Roma, per me, è il mondo. Questo Club e questa città sono stati la mia vita. Sempre».
(Francesco Totti)

venerdì 23 ottobre 2015

Auguri Edson, forza Johan



Compie oggi 75 anni, e tra tutti i traguardi che ha tagliato nella sua lunga e gloriosa vita questo sembrava diventato il più difficile, date le sue condizioni di salute. Invece eccolo qua, sorridente come in quei giorni in cui entrò nell’Almanacco del calcio e nel cuore degli appassionati di tutto il mondo alzando per tre volte la Coppa Rimet con indosso la maglia verdeoro carioca.
Il suo nome é Edson Arantes do Nascimento. La sua leggenda si chiama Pelé. Cominciò al Mondiale di Svezia del 1958. Tutti aspettavano la vittoria dello squadrone scandinavo di Liedholm, Nordhal, Gren, i fortissimi padroni di casa. Invece arrivò lui, il gioiello più prezioso  di un Brasile che di gioielli era pieno. Gilmar, D. Santos, N. Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didì, Vavà, Pelé, Zagalo, era una formazione che i ragazzi dell’epoca avrebbero imparato a memoria, come si conviene a quelle destinate ad incantare la fantasia ed a passare alla storia.
Ogni epoca ha avuto il suo “giocatore più forte di tutti i tempi”, ed è giusto che sia così, fino alla fine del tempo e del calcio. Ma la perla nera, come l’avrebbero soprannominato i suoi tifosi estasiati, aveva qualcosa in più. La sua eleganza, le sue movenze quasi da ballerino classico anche nei gesti atletici più semplici ne avrebbero fatto uno spettacolo vivente.
Per tutti, sarebbe rimasto semplicemente O Rey, il Re del Calcio, anche dopo la fine della sua lunga carriera. Tre titoli mondiali, 1958, 1962 (da infortunato), 1970, 18 anni (dal 1956 al 1974) e 1091 gol segnati con la maglia del Santos, la sua prima ed unica squadra da professionista che dopo il suo addio vide bene di ritirare per sempre la sua maglia, la numero 10. Altri 190 gol segnati tra nazionale carioca e Cosmos di New York dove spese gli ultimi tre anni di attività agonistica prima di appendere le scarpe al chiodo.
Numeri che quasi sminuiscono, a snocciolarli, la leggenda della Perla Nera. Di sicuro non lo sminuisce il confronto con un'altra leggenda, quella dell’argentino Diego Armando Maradona, l’unico che nell’intera storia del calcio abbia potuto credibilmente insidiare la corona di O Rey. Gli argentini del resto non hanno dubbi, e con loro molti aficionados in tutto il mondo appartenenti alle generazioni più giovani: il Dio del Calcio è Dieguito.
I due personalmente erano e sono agli antipodi. Classe sopraffina in ogni suo gesto il brasiliano, genio e sregolatezza l’argentino. Del primo si ricorda come episodio emblematico il gol numero mille, per cui a San Paolo suonarono a distesa le campane. Del secondo si ricorda la mano de Dios, il gol segnato all’Inghilterra proditoriamente con una mano, ma subito perdonato perché raddoppiato da uno dei gol più belli di tutti i tempi, al termine di uno slalom fra l’intera squadra inglese.
Sono confronti che hanno poco senso. Nel pantheon del Calcio c’è posto per numerosi Dei. E proprio oggi che si festeggia la Perla Nera è giusto che il pensiero vada semmai a colui che negli stessi anni venne soprannominato il Pelé Bianco. Hendrik Johannes Cruijff, detto Johan, è stato la risposta della razza caucasica a tanto ben di dio calcistico. Leader della più grande Olanda di tutti i tempi e poi di un Barcellona che cominciò negli anni settanta a fare incetta di stelle del calcio mondiale, fu soprannominato il Profeta del Gol perché il suo impatto sul calcio dei suoi tempi fu se possibile ancora più devastante di quello di Pelé e Maradona.
Cruyff, come si scrive nel resto del mondo che mai verrà a patti con la lingua olandese, ha insegnato al mondo stesso un modo nuovo di giocare. Dopo il calcio totale predicato dai Lancieri dell’Ajax e dagli Orange ai Mondiali del 1974 (che non vinsero per un soffio), il gioco non è più stato lo stesso. Non poteva esserlo.
Adesso, il Profeta dal cuore per sempre diviso tra i paesi Bassi e la Catalogna, deve lottare con un avversario ben più insidioso di quella Germania che all’Olympiastadion di Monaco di Baviera gli sfilò dalle mani quel titolo mondiale che sembrava suo di diritto. Johann ha un tumore ai polmoni la cui gravità per il momento non è accertata o dichiarata, ma che sembra altrettanto compromettente di quella dei malanni che stavano per impedire a O Rey di spegnere le settantacinque candeline odierne.
Fare gli auguri a questi giganti del passato, a questi uomini che adesso combattono nuove battaglie contro il tempo inclemente, è fare gli auguri a noi stessi, diventati grandi con negli occhi le immagini del gioco più bello del mondo. Un gioco che loro hanno reso leggendario.

lunedì 14 luglio 2014

DIARIO MUNDIAL: La Germania, da Tacito a Schweinsteiger

Germania. Per la prima volta ne scrisse Tacito, e fu un best seller, che aprì la porta del mondo romano su un universo fino allora completamente sconosciuto se non a chi l’aveva visitato al seguito delle Legioni. A quell'epoca loro erano i barbari, noi il mondo civilizzato, che tuttavia di lì a poco avrebbe mostrato le prime crepe.
Da allora le cose sono cambiate, anche se su ciò che c'é al di là del Reno non ne sappiamo molto di più. Dei tedeschi sappiamo quello che ci hanno raccontato i nostri padri e i nostri nonni, e sono racconti che parlano di sopraffazione, orrore, sangue e distruzione. Un po’ come quelli degli storici successivi a Tacito, quelli del tardo impero che veniva spazzato via dalle orde dei Vandali e dei Visigoti. Oppure quello che riportano i nostri emigrati, e sono spesso racconti infarciti di sofferenza, umiliazione, fatica, disprezzo.
Sappiamo questo e poco altro. Il giornalismo si discosta raramente dai cliché. Quello tedesco è fermo agli spaghetti con la P38, quello italiano non va oltre il samba e il Carnevale di Rio se si parla di Brasile, della Bundesbank e della Cancelliera di Ferro Merkel se si parla di Germania. I tedeschi li conosciamo bene solo perché li incontriamo sui campi di calcio, ed è una storia che fino ad ora era per noi a lieto fine. Troppo lieto per essere vero.
Giocano la Germania e l’Argentina, noi prendiamo l’Argentina, istintivamente. Successe già nel 1990, all’epoca delle notti magiche finite male per colpa della papera di Zenga e di Donadoni che non sapeva tirare i rigori. Per colpa di Maradona, gran giocatore ma odioso sobillatore della gente di Napoli. In finale, la voglia di fischiare l’inno argentino e di tifare Germania era tanta. Mio padre mi sorprese, “tifare Germania è concettualmente impossibile”, mi disse, liquidando la questione.
Per lui la Germania era rimasta la Wehrmacht, il nonno che rimase mesi sul tetto di casa per non essere rastrellato dai nazisti e portato in Germania a lavorare come schiavo, o peggio. Era l’attraversamento delle linee per andare a prendere la farina al mercato nero in campagna, lui bambino di 10 anni e il nonno che in quei casi era costretto ad abbandonare il rifugio, se no la famiglia non mangiava. Era Italia-Germania 4-3, la volta che avevamo rialzato la testa spezzando la schiena ai crucchi che nel dopoguerra avevano rialzato la loro troppo presto.
C’è poco da fare. L’Argentina è un paese lontano per me che non ho parenti emigrati. Dall’altra parte del mondo, senza legami con la mia vita se non per un paio di calciatori di nome che hanno giocato nella Fiorentina. Eppure, io che sono nato 15 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, io che non ho parenti emigrati in Germania, prendo l’Argentina senza esitazioni. Mi sembrerebbe di tradire il mio sangue e generazioni della mia famiglia, del mio popolo. Per me è così, per tanti altri italiani anche. Nella prossima vita si vedrà, in questa tifare Germania è concettualmente impossibile. In ogni campo e in ogni sede.
Non sono un popolo che si fa amare, i tedeschi. Anche dopo che hanno dismesso le mostrine della Wehrmacht o delle SS, la loro apparenza non ci piace, a pelle. Nemmeno quando li abbiamo vicini di ombrellone. Dopo la riunificazione e l’Euro, poi, la Germania è tornata ad essere vissuta come un pericolo. Non più militare, ma economico. Cambia niente, Hitler ci voleva soggiogare con i carri armati, la Merkel con i bond.
Di loro sappiamo quel poco che conferma la nostra istintiva repulsione, e basta. Non filtra per esempio che dai tempi di Tacito forse le parti si sono invertite, loro sono i più civili, quelli che hanno fatto approvare per esempio la legge sul salario minimo garantito. Noi siamo diventati i barbari, quelli che ormai si fanno governare da Jenny ‘a carogna o da dei parolai senza fine. Senza vergogna e senza controllo.
Ci riempiva d’orgoglio guardarli dall’alto in basso, noi che stavamo con loro 4-3 non solo all’Azteca di Città del Messico, ma anche nel conto complessivo dei mondiali vinti. Noi che con loro abbiamo sempre vinto quando c’era in palio qualcosa, l’ultima volta li abbiamo fatti piangere due anni fa. Da allora, loro con la stessa squadra hanno vinto il mondiale, noi siamo andati fuori al primo turno. Loro forse hanno tirato un sospiro di sollievo per non aver incontrato la bestia nera Italia sul cammino per il Maracanà (hai visto, o rivisto, mai….), noi abbiamo fatto altrettanto perché con l’Armata Brancaleone che avevamo stavolta non si sa come sarebbe andata a finire. Meglio uscire prima.
Loro hanno alzato la Coppa che gli portammo via da casa loro nel 2006, pareggiando i conti con Italia 90 e ritornando in vantaggio 4-3. Adesso sono in vantaggio loro, perché a parità di mondiali vinti loro hanno molti piazzamenti in più. Su 17 partecipazioni, 13 volte sono arrivati almeno in semifinale. Noi 7 volte sole. Loro hanno giocato 8 finali, noi 6. Solitamente, o si vince o si va fuori al primo turno. La Germania invece in fondo ci arriva quasi sempre.
Al Maracanà hanno vinto prendendosi tutti i record che erano l’orgoglio del Brasile. Prima squadra europea a vincere in Sudamerica, come il Brasile aveva fatto in Europa nel 1958. La Spagna è stata la prima a vincere fuori continente, ma il tabù dell’America Latina l’hanno rotto loro, e con sette schiaffoni a domicilio ai presunti e presuntuosi padroni del calcio mondiale. Il capocannoniere mundial non è più Ronaldo, che ormai fa la pubblicità al gioco d’azzardo, grasso come un’oca da paté. E’ Miroslav Klose, che al quarto mondiale e a 36 anni è più fresco e pimpante di quando esordì in Corea. E che ha eclissato perfino il ricordo di una leggenda come Gerd Muller, tedesco anche lui.
E poi c’è la quarta stella, quella di cui credevamo di avere l’esclusiva, al punto di stare a cantare sull’albero come le cicale disperdendo il nostro patrimonio di giovani calciatori, mentre le formiche tedesche programmavano la loro riscossa tirando fuori una golden generation con pochissimi precedenti nella storia.
Philip Lahm alza la quarta coppa, come Fritz Walter alzò la prima, Paul Breitner la seconda e Klaus Augenthaler la terza. Di questi quattro deutscherteam, forse proprio quello attuale è il più forte. Nel 1954  batterono a sorpresa la Grande Ungheria, ma su quel successo è rimasta l’ombra del doping, perché Walter & C. finirono misteriosamente in ospedale il giorno dopo la finale. Quelle voci non si sono mai sopite.
Nel 1974 furono abbastanza forti da sorprendere la leggendaria Olanda di Cruyff, che pensava di dover vincere per diritto divino e volontà del Fato. E’ opinione comune che se quella partita si rigiocasse 100 volte, 100 volte vincerebbero gli Orange. Invece quella volta vinsero loro.
Nel 1990 fu l’Italia di Vicini a farsi sorprendere dall’Argentina, altrimenti la vita in finale per i tedeschi, ancora dell’Ovest, sarebbe stata assai più dura. Fu una brutta finale tra Germania e Argentina, finita 1-0 come quella di ieri ma giocata molto peggio. Una conclusione indegna delle notti magiche che piacque solo ai diretti interessati, che per la prima volta si ritrovarono uniti a festeggiare sotto la Porta di Brandenburgo.
Stavolta non ci sono discussioni, erano loro i più forti. Poteva vincere l’Argentina se al posto di Messi avesse avuto un fuoriclasse vero come Maradona, o se al posto di Higuain avesse avuto un centravanti vero come Mario Kempes o Jorge Valdano. Quattro occasioni da rete la Germania non le aveva concesse a nessuno. Gol sbagliati gol subito, perché invece alla grande squadra di occasioni gliene basta una. Goetze, come Iniesta, era un predestinato. Nessuno degli argentini lo era.

Il 4-3 è finito. Si chiude un’epoca lunghissima nata sull’onda lunga del gol di Rivera. Per tornare avanti – se mai ci torneremo – con i tedeschi dovremo inventarci qualcosa di miracoloso. Solo otto anni fa sopra Berlino c’era un cielo azzurro. Adesso è bianco, e sopra tutto il mondo. Siamo quattro pari, ma a ben guardare le nostre stelle non brillano più.

domenica 13 luglio 2014

DIARIO MUNDIAL: Il Brasile è morto, viva il Brasile

Il calcio mondiale si appresta a lasciare il Brasile. Manca solo l’atto conclusivo al Maracanà, dove Germania e Argentina si affronteranno per il titolo. Poi i riflettori si spegneranno, ed il Brasile tornerà da solo, con le sue delusioni ed i suoi problemi irrisolti. Con un titolo mondiale in meno e un morale da ricostruire di sana pianta in più.
Ieri sera a Brasilia intanto il Brasile inteso come squadra ha dato l’addio al torneo che avrebbe dovuto stravincere ed alla sua gente che avrebbe dovuto mandare in estasi, che lascia sconfortata come mai nella sua storia sportiva. La peggior Seleçao di sempre ha chiuso con altri tre gol dall’Olanda la finalina per il terzo posto. Tre gol che sommati ai sette presi dai tedeschi fanno due manite, una débacle inammissibile e inspiegabile per qualsiasi squadra che si rispetti, figuriamoci per quella che a torto o a ragione da sessant’anni a questa parte ha avuto la presunzione di essere la guida, il faro, il verbo del calcio mondiale.
Al 1’ Van Persie aveva già messo il match in salita ripida per i verdeoro, bucati come un panetto di burro al primo affondo della lama di Arjen Robben, steso al limite dell’area dall’ultimo uomo Thiago Silva, graziato dall’arbitro Hajmoudi, pessimo quanto meritava l’occasione. L’algerino ne ha indovinate ben poche durante il match, almeno quanto Thiago Silva che ha spazzato via i rimpianti per la sua assenza contro la Germania. Chi si è fatto rimpiangere invece, almeno come rigorista della semifinale, è stato Van Persie, sicurissimo nel realizzare il penalty dell’1-0. Peccato, Van Gaal.
Al 17’ Blind ha messo in ridicolo la Seleçao chiudendo di fatto il match e autorizzando l’aspettativa di un’altra goleada. Su rinvio scellerato di David Luiz (a Parigi si staranno chiedendo se i soldi spesi per il confusionario difensore brasiliano valevano la pena) il giovane talento olandese ha avuto il tempo in un’area pressoché deserta di aggiustarsi comodamente la palla e fulminare un Julio Cesar sempre più ingrigito, votato alla difesa disperata dell’indifendibile.
Niente goleada, l’Olanda ha avuto rispetto di una squadra e di un popolo allo sbando e non ha affondato. Il Brasile ha cercato di salvare un onore fatto a pezzi con un gol della bandiera che non è mai stato nemmeno prossimo ad arrivare, finché al 91’ Wjnaldum non ha potuto fare a meno di buttarla dentro, con la complicità di un Julio Cesar che aveva finito di fare gli straordinari.
Terzo posto carico di rimpianti per l’Olanda, se un giorno gli Orange impareranno ad essere più determinati quando conta arriverà anche per loro un alloro mondiale meritato per l’assiduità degli ultimi quarant’anni. Diciamo che rispetto ad una Germania manca loro l’organizzazione mentale per perseguire l’obbiettivo. Anche se lasciano Brasile 2014 con l’impressione di non essere affatto inferiori tecnicamente a chi stasera si gioca il titolo mondiale.
Per il Brasile, un addio tra i fischi di una torcida che ha visto svanire in pochi giorni certezze e prestigio conquistati in sessant’anni di calcio bailado, da Pelé in poi. Il calcio brasiliano esce con le ossa rotte da questa che doveva essere la sua apoteosi, il sesto titolo che l’avrebbe reso probabilmente inarrivabile nel ventunesimo secolo. Per risollevare la testa ci vorrà tempo, quanto ce n’è voluto in occasione di precedenti sconfitte (comunque non causate da prestazioni tecniche deprimenti come questa) e forse anche di più, perché stavolta la pochezza tecnica messa in mostra è da calcio del terzo mondo. Diciassette dei suoi giocatori erano al primo mondiale, e c’è da pensare che sarà anche il loro ultimo. A meno che, come si vocifera, non arrivi a risollevare le sorti del futebol carioca il mago Mourinho. Uno che di miracoli a giro per il mondo ne ha già fatti diversi.
Per una Seleçao esposta al pubblico ludibrio, c’è un paese invece che saluta la Coppa del Mondo a testa alta. Il mese dei mondiali è passato senza che nessuno delle centinaia di giornalisti accreditati ad assistervi abbia speso una parola su quanto succede fuori degli stadi del Mundial. Il Brasile che ha perso la Coppa tutto sommato con più dignità di quanto fece nel 1950 è un paese che sta dando lezione di civiltà a tanti altri, che ancora continuano ad immaginarselo come samba, caipirinha, Copacabana, turismo più o meno sessuale, calcio e poco altro.
Il movimento civile di protesta che è esploso l’anno scorso in occasione della Confederation Cup ha continuato e continua a manifestare contro gli sprechi di cui la Coppa del Mondo ha finito per diventare l’inevitabile simbolo. Nessuno mette in risalto un dato sorprendente, il 42% di questo che passava per il popolo del samba dalla mattina alla sera era ed è contrario a questo Mundial, ritenendo che i soldi spesi avrebbero più utilmente trovato impiego nel dare sollievo alle condizioni miserabili di gran parte della popolazione.
Questo è il quinto paese del mondo come produzione industriale, il sesto per prodotto interno lordo. Le differenze tra ricchi e poveri non sono più abissali. Sono spaventose. Non più tollerabili. Tutto sommato, delle quattro potenze emergenti del cosiddetto B.R.I.C., questo Brasile è quello che ha la faccia più accattivante, e che si pone come quello con maggiore facilità di evolversi anche nel senso di maggiori diritti civili, economici, in una parola umani per la sua popolazione.
Per questo quasi metà della gente carioca ormai è più interessata a cosa farà il governo della presidentessa Dilma Rousseff (che non potrà spendere facili bonus consegnando la Coppa a Thiago Silva e compagni, e che forse dovrà addirittura consegnarla agli odiati rivali storici argentini) che alle giocate di Neymar. Da lunedì, chi vorrà occuparsi di cronaca dal Brasile dovrà lasciare gli stadi e tornare nelle favelas.
Il Brasile che soffre a vedere stasera Argentina e Germania giocare quella che sognava come la “sua” finale, è molto migliore di chi lo continua a dipingere come un paese di giocolieri. La sua Nazionale ci metterà tempo a risollevare la testa. Il suo popolo lo sta già facendo.

Obrigado, Brasil. Ci hai dato finalmente una bella lezione. Di quelle che contano veramente. Altro che futebol.

venerdì 11 luglio 2014

Eravamo giovani al Bernabeu

Trentadue anni fa partiva la corsa gioiosa di Marco Tardelli. L’urlo più famoso della storia insieme a quello di Munch. Poco dopo, nelle piazze italiane partiva una festa come tutti coloro che erano nati nel dopoguerra non avevano mai visto, o anche lontanamente potuto immaginare.
Fino ad allora, la bandiera tricolore eravamo stati abituati a vederla appesa davanti agli uffici pubblici e alle scuole. Era considerata quasi un residuo monarchico e fascista, un vezzo da nostalgici. Quella notte, ce la ritrovammo in mano tutti. E ci sentimmo per la prima volta e prepotentemente un qualcosa che nessuno ci aveva mai spiegato prima che eravamo: italiani.
La voce di Nando Martellini che intonò per tre volte il ritornello campioni del mondo fu come un segnale. Di colpo scoprimmo che non solo si poteva sognare, ma che anche i sogni più sfrenati e ambiziosi si potevano avverare. Di colpo non eravamo più il paese depresso che nonostante anni di boom economico era abituato a veder altri primeggiare e a chinare la testa con invidia e rassegnazione. Di colpo diventammo un popolo.
L’Italia del 1982 usciva dagli anni di piombo, un decennio che aveva pesato sui nostri spiriti prima ancora che sulle nostre istituzioni come una cappa di nube tossica. A lungo avevamo convissuto con la sensazione di essere sull’orlo di un baratro senza ritorno, destinati come già altri popoli ad avventure dall’esito incerto, quasi sicuramente catastrofico. Terrorismo, scandali, corruzione, crisi economiche ci avevano spinto in un angolo da cui sembrava impossibile uscire.
Solo dal calcio e da altri sport erano giunti segnali di ripresa e di orgoglio. Eravamo famosi per essere un popolo che dava il meglio di sé quando aveva le spalle al muro. Mancava solo l’occasione eclatante, la consacrazione. Nel 1970 il 4-3 alla Germania Ovest, la leggenda dell’Azteca, era stato ridimensionato purtroppo da Pelé e da un Brasile a cui avevamo saputo tenere testa solo per un’ora, nella finale. Nel 1982 si poteva temere la vendetta dei tedeschi dell’ovest, anche se avevamo già messo sotto un’Argentina e un Brasile più forti di loro.
A rivedere adesso il film di quei momenti, fu un’impresa epica quanto predestinata. A battere le mani a Rossi, Tardelli e Altobelli che mettevano in ginocchio i tedeschi c’era il Presidente partigiano Sandro Pertini, l’uomo che da solo con il prestigio ed il rispetto di cui godeva stava già rialzando l’immagine del nostro paese in tutto il mondo. In quel mondo di cui diventammo campioni di football, quella notte di trenta e passa anni fa. E quando il vecio Bearzot gli mise nelle mani la Coppa del Mondo e lo abbracciò, ci sentimmo tutti fortunati, e non più vergognosi, di essere italiani.

martedì 8 luglio 2014

DIARIO MUNDIAL: Berti - Prandelli, il ritorno

La Caporetto, o se preferite Corea azzurra in Brasile sta producendo effetti speciali. Non sappiamo, e non sapremo per chissà quanto, chi sarà il prossimo Commissario tecnico della Nazionale, ma sappiamo già da diversi giorni che fine farà il vecchio. Una settimana dopo essere stato buttato fuori dai Mondiali e aver dato le dimissioni, Cesare Prandelli è stato annunciato dal Galatasaray come nuovo tecnico. Attenderemo inutilmente l’ultima sua conferenza da C.T. azzurro (anche se ormai c’è poco da dire che non sia apparso chiaro e lampante in mondovisione), ma è questione di poco per la sua prima conferenza in riva al Bosforo.
Non è tutto, in questa estate 2014 che sta portando più mutamenti del famigerato 20-12-2012 della profezia Maya, giunge notizia che si ricompone, sempre all’ombra del vecchio Palazzo Imperiale di Galata, una coppia – professionalmente parlando – che qualche anno fa aveva spopolato qui in riva all’Arno. E’ notizia dell’ultim’ora che a raggiungere Cesare sui Dardanelli sta arrivando nientemeno che Silvia Berti, ex addetta stampa dell’A.C.F. Fiorentina all’epoca del primo progetto Della Valle, quello cominciato a Gualdo Tadino e finito a Liverpool.
Le vicende del duo Prandelli-Berti in viola sono ormai arcinote a tutti, anche se le vere ragioni della fine di quel sodalizio non sono mai state accertate con precisione. Silvia Berti fu licenziata in tronco nell’estate del 2009 subito dopo una qualificazione alla Champion’s League per motivi a tutt’oggi mai chiariti. Cesare Prandelli le sopravvisse un’altra stagione, cominciata con il trionfo ad Anfield Road e finita con il repentino passaggio del tecnico dal viola all’azzurro, complice un Diego Della Valle che fu ben felice di non frapporre ostacoli, anzi.
Tra una causa di lavoro e diverse interviste parziali che non sono mai andate a fondo della questione, rimane a tutt’oggi l’incertezza di cosa successe nel momento in cui la Fiorentina doveva spiccare il volo e invece si ritrovò decapitata nello staff e privata di due figure che avevano grandemente contribuito negli anni precedenti ai suoi risultati ed alla sua immagine.
Chi scrive ha avuto la ventura di essere amico di infanzia sia di Silvia Berti che di colui che lei ha spesso indicato come uno dei principali responsabili della sua disgrazia in viola, l’A.D. della società Sandro Mencucci. In virtù degli ultimi fuochi di queste amicizie che si sono poi spenti fatalmente come spesso succede nella vita, sempre chi scrive ha avuto modo di poter ascoltare le due campane, totalmente e ovviamente contrastanti. Da una parte, il licenziamento era stato vissuto come inspiegabile e immotivato, dall’altra era stato perfettamente legittimato da comportamenti – diciamo così – non proprio aziendalisti.
La verità, per quanto ormai può interessare non solo a chi scrive (le amicizie di infanzia che sopravvivono alla maturità sono ben poche, come ognuno sa perfettamente) ma anche e soprattutto a chi avrà la bontà di leggere, sta probabilmente nel mezzo, ed è destinata a rimanere sfumata in una zona d’ombra che nessuno ha più modo o voglia di rischiarare. In medio stat virtus, tanto più che gli attori di questa vicenda si assomigliano a specchio. Ambedue assolutamente capaci da un punto di vista professionale, ambedue altrettanto incapaci da un punto di vista dei rapporti umani. Il che, se pure non è ovviamente una colpa, non ce li rende sicuramente più simpatici, che li si conosca da 40 anni o da un giorno.
Dell’A.D. viola avremo ancora modo di apprezzare – o meno – certe sue uscite che con poche parole indispongono spesso e volentieri una intera tifoseria (difficile mettere d’accordo Firenze su qualcosa, la Fiorentina ultimamente c’è spesso riuscita, anche se in negativo). Dell’ex addetta stampa Silvia Berti ormai chi vorrà dovrà seguire le vicende professionali affidandosi all’ANSA, sezione esteri. Le ultime notizie dal suolo patrio danno una società Bari Calcio abbastanza indispettita per essersi vista preferire da lei la pur più prestigiosa società turca ad un mese dall’assenso ricevuto ad assumere analogo incarico in Puglia. Niente di illecito, per carità, semmai – conoscendo il soggetto – la consueta idiosincrasia a svolgere il proprio ruolo con un minimo di stile.
Lo stesso di Prandelli, del resto, che dopo quattro anni di codice etico non ci ha nemmeno degnati di due parole di spiegazione per il peggior risultato della nazionale italiana ai Mondiali dai tempi del Cile.

Si fa una ragione a tutto, anche a rendersi conto che vecchi amici non esistono più. Figuriamoci se l’Italia, intesa come Nazionale, o il Bari Calcio non possono fare altrettanto. In bocca al lupo comunque a tutti.

P.S. Alla fine la conferenza stampa dell'ex C.T. Prandelli arriva, e sarebbe stato meglio se se la fosse risparmiata. Non c'é niente di più vergognoso e vigliacco di un comandante che scarica le responsabilità sui suoi uomini, tanto più scelti da lui. Una degna conclusione di una indegna vicenda. Il sodalizio che si ricompone sul Bosforo avrà da lavorare un bel po', per ricostruire la reciproca immagine.

domenica 6 luglio 2014

DIARIO MUNDIAL: Quando il gioco si fa duro

Se gli ottavi di finale avevano illuso che la fantasia fosse andata finalmente al potere, i quarti hanno rappresentato la Restaurazione, una specie di Congresso di Vienna che riporta il calcio mondiale a valori, situazioni e comportamenti che si possono riassumere con una parola sola: establishment.
Passano gli anni e la qualità del gioco peggiora, di sicuro questo Brasile 2014 non sarà ricordato per aver consegnato alla storia partite memorabili e campioni leggendari, anzi. Si corre tanto, si segna altrettanto (anche perché si sbaglia di più e i palloni son sempre più leggeri) ma poi alla fine si aggiunge poco alla storia quasi centenaria della Coppa del Mondo di calcio.
Botte da orbi, quelle in abbondanza, ne sanno qualcosa non soltanto il povero Neymar, ma anche il povero Marchisio, uno dei rarissimi espulsi di questo mondiale. Con il senno di poi ed il metro di questi mestieranti vestiti da arbitri, viene davvero da pensare che a parità di disastro sul piano del gioco e degli uomini messi in campo, l’Italietta di Prandelli poteva andare avanti al pari di altre squadre appena più decenti se solo il Moreno di turno non l’avesse messa in dieci per un tempo con l’Uruguay. Non che ce lo fossimo meritati, ma tra il Rio delle Amazzoni ed il Paranà di meriti ne stiamo vedendo ben pochi.
Bando ai rimpianti, giocano gli altri, e giocano male. Ma avvicinandosi la resa dei conti, sono le solite squadre che hanno fatto la storia di questo sport a rimanere in piedi (anche magari su un piede solo, perdendo pezzi importanti). I quattro quarti di finale si concludono tutti con successi di misura, ottenuti più con la prestanza fisica che con il tocco di palla.
La Francia deve rimandare il suo appuntamento con la rivincita nei confronti della Germania, con cui non vince da tempo immemorabile. La solita Francia evanescente, che evapora non appena l’impegno si fa più duro, sbatte contro la solita Germania, meno brillante di quattro anni fa (e aggrappata in avanti all’intramontabile Miro Klose, a caccia del record assoluto di segnature mondiali, gliene manca solo una per staccare il fenomeno Ronaldo, incredibile), ma capace di alzare un muro più solido di quello di Berlino e con un Neuer che restringe la sua porta alle “porticine” a cui si giocava da ragazzi. Basta un gol e adieu les bleus, Benzema si sveglia troppo tardi, arrivederci alla prossima.
Il Brasile più che svegliarsi si avventa sulla partita, e sulla Colombia. La paura contro il Cile è stata tanta, i carioca vogliono questo sesto titolo, il primo casalingo, e si ricordano che giocano appunto in casa, al cospetto di un mondo che soffre da tempo immemorabile di sudditanza psicologica nei loro confronti. I verdeoro lo sanno, e picchiano come fabbri. Lo spagnolo Velasco Carballo forse ha fissato le vacanze in Brasile, e puntualmente guarda altrove in occasione delle scorrettezze dei padroni di casa.
La Colombia si sveglia che è già sotto di un gol, e capisce che deve provvedere a farsi le sue ragioni da sola. Purtroppo, più che all’estro di James Rodriguez e di Juan Cuadrado si affida alle entrate omicide di Juan Zuniga, che prima prova ad azzoppare Hulk invano e poi ritenta la sorte con più fortuna con Neymar, che non resta paraplegico per puro miracolo. Il Brasile alla fine di riffa o di raffa va in semifinale, ma senza Neymar e Thiago Silva, squalificato per doppia stupida ammonizione, il Muro della Germania in prospettiva si alza ancora di più.
L’Argentina ha il quarto più difficile contro il Belgio. Avrebbe anche l’attacco più forte, ma non è destino che lo si veda all’opera tutto insieme. Nel giorno in cui risorge Gonzalo Higuain con un golazo dei suoi, si strappa Angel Di Maria, mondiale finito anche per lui, e la perdita per i biancocelesti è addirittura più grave che quella di Neymar per i verdeoro. L’ala del Real Madrid finora è stato l’80% del potenziale offensivo degli argentini, mentre Lavezzi e Higuain latitavano e Messi giocava per conto suo.
La pulce insegue (da lontano) il confronto con la leggenda Maradona, ed è destinato a perderlo e a perdersi, se non si mette a disposizione della squadra. Al 93’ avrebbe la sua occasione per chiudere la partita e la sbaglia come un Dertycia qualsiasi. Immaginarsi Dieguito su quella palla, avrebbe portato dentro la rete anche il portiere. Certi paragoni forse è meglio smettere di farli, amici argentini e non solo voi. Comunque l’albiceleste va avanti, e resta la favorita. Se si mettono a giocare, i suoi giocatori sono i migliori, in questo panorama desertico chiamato Brasile 2014. Unica consolazione per noi italiani, l’arbitraggio di Nicola Rizzoli, che riporta il calcio ad uno spettacolo godibile.
Chiude l’Olanda, che passa ai rigori contro il sorprendente Costa Rica. Abbiamo detto niente rimpianti, ma per curiosità avremmo voluto vedere tante di queste formazioni giunte ai quarti in un girone come quello dell’Italia, vinto appunto dai costaricani. Contro il “paese dei pensionati italiani”, gli orange vedono i previsti sorci verdi. Se la cavano grazie al secondo portiere Tim Krul, il para-rigori che sfotte anche gli avversari. Una specie di risarcimento storico per il paese che aveva perso gli Europei casalinghi del 2000 contro l’Italia del superlativo Francesco Toldo (ne parò quattro). Anche gli olandesi sono meno brillanti di quando persero ai supplementari contro Iniesta & C., ma sembrano più solidi e più esperti.

Sotto con le semifinali, Brasile-Germania e Argentina-Olanda. Il destino, i tifosi e probabilmente anche la F.I.F.A. vorrebbero una finale inedita tra le due grandi nazioni che da sempre si contendono la supremazia in America Latina. Possibile, probabile, e da quanto si è visto anche “aggiustabile”. Ma sempre per quanto si è visto se ci fosse alla fine una riedizione della finale del 1974 non ci sarebbe poi da sorprendersi troppo. Sono scontri epici, senza pronostico. Chissà, potrebbe perfino vincere il migliore.

DIARIO MUNDIAL: La piccola bottega degli orrori

Se il film di questi mondiali l’avessero girato Dino Risi, Mario Monicelli e Ettore Scola l’avrebbero intitolato sicuramente I nuovi mostri. Questo mondiale brasiliano sarà ricordato più facilmente per la piccola galleria degli orrori itinerante a cui ci ha fatto assistere che per le giocate dei suoi attori. A parte la striscia di schiuma da barba a delimitare la distanza della barriera sulle punizioni, di Brasile 2014 rimarrà ben poco se non appunto qualche spezzone cinematografico che avrebbe fatto la gioia di George Romero o di Dario Argento.
Noi italiani siamo stati capaci di volgere in farsa vere e proprie tragedie collettive. Il nostro mondiale nel paese dei pappagalli verrà ricordato per le sceneggiate di Balotelli, le sciocchezze di Cassano e pochissimo altro. Tanto per dirne una, nessuno quasi si ricorda più nemmeno chi era l’allenatore di questa spedizione da fare invidia a Caporetto. Ma anche se – come spesso è successo – con un esercito da operetta, abbiamo comunque partecipato anche noi della storia. C’eravamo noi quando Suarez il Cannibale addentò la carne di Chiellini sotto gli occhi di tutto il mondo, ad eccezione di quelli dell’arbitro Moreno 2.0, guarda caso soprannominato Dracula al suo paese (dicono a causa della pettinatura).
L’Uruguay ci butta fuori riuscendo a giocare peggio di noi, ma perde il suo centravanti Hannibal a causa della prova televisiva, che sta affermandosi dopo decenni di ostracismo da parte di Blatter & C., con la stessa fatica con cui Nelson Mandela vinse la sua battaglia contro l’Apartheid in Sudafrica. Mario dai denti di sciabola becca nove giornate.
Entra in questa galleria degli orrori subito dopo di lui Diego Armando Maradona, che gli esprime solidarietà dichiarando la F.I.F.A. una “mafia incredibile”. Ma soprattutto ci entra sorprendentemente una vera e propria icona del “politicamente corretto” e variegato universo del sinistrismo terzomondista, quel José Mujica che da quando è presidente dell’Uruguay manda in delirio con le sue affermazioni e i suoi comportamenti più gente di quanta ne mandava ai suoi tempi Ernesto Che Guevara.
Mujica non trova di meglio che perdere punti a valanga andando ad accogliere all’aeroporto di Montevideo il Suarez come un eroe nazionale, dichiarando senza mezzi termini che la F.I.F.A. è una “massa di figli di puttana”. Non c’è che dire, ad ogni epoca i suoi eroi. Chissà se il Che sarebbe contento di questi suoi epigoni da prova televisiva. Chissà se Osvaldo Soriano trarrebbe ispirazione da simili vicende per i suoi Cuentos de futebol. O non scriverebbe piuttosto un riadattamento del suo Triste, solitario y final.
In tempi di politicamente corretto, infuria (si fa per dire) la polemica antirazzista di Mario Balotelli. “I miei fratelli neri – afferma – non mi avrebbero mai trattato così”. Lo scarico di responsabilità post-mondiale aspira ad assurgere al rango di dibattito sulla solidarietà interrazziale. In attesa che sul tema intervengano personalità e alte cariche istituzionali, andiamo un po’ in giro per il Mondiale, dove di fratelli neri del Balotelli ce ne sono diversi, a vedere come viene trattata la questione. Il francese Matuidi con il nigeriano Onazi non ha avuto dubbi. O palla o gamba, diceva il paron Rocco. Meglio se gamba, aggiorna il precetto il buon Matuidi. Non sappiamo come la pensino gli altri fratelli neri, ma immaginiamo cosa gli farebbe volentieri Lotito.
Ma il posto d’onore in questa rassegna estiva horror lo occupa di diritto Juan Camillo Zuniga. Il terzino del Napoli ha fatto mancare agli aficionados ed agli avversari le sue randellate per buona parte della scorsa stagione. Ma almeno si è presentato al Mondiale in ottima forma. Brasile-Colombia sembra più uno scontro tra gang malavitose sudamericane che una partita di calcio. Ecco quindi che quando il gioco si fa duro entrano in gioco i duri.
Camillo prima ci prova con Hulk, a cui tenta di amputare un arto inferiore. Gli va male, e capisce che è il caso di prendersela con qualcuno più piccolo di lui. Passa di lì il povero Neymar, che magari non sarà mai Pelé ma che è pur sempre uno dei pochi capaci di giocare a calcio in questa banda di cafeteros. Il ragazzo prodigio venuto dal Brasile passa in un attimo dal sogno mondiale al rischio paraplegia allorché Camillo gli entra di ginocchio sulla terza vertebra lombare, fratturandogliela. Anche qui, il Dracula di turno era girato da un’altra parte, si attende la prova TV e la sanzione di quelli che Maradona e Mujica chiamano amichevolmente quella “massa di figli di puttana”.

E’ un mondiale che più che da Blatter sembra organizzato dal regista di Venerdi 13 o di Non aprite quella porta. Non calciate quel pallone. Per le semifinali sono in lizza come arbitri Wes Craven e James Wan. La finale dovrebbe andare a Jack lo squartatore o in alternativa al Mostro di Milwaukee. Zuniga comunque si consoli, al suo paese ha una carriera da presidente. Hanno visto di peggio.

venerdì 4 luglio 2014

DIARIO MUNDIAL: La mano de Diòs

Estadio Monumental di Buenos Aires, 25 giugno 1978. Si gioca la finale dell’undicesima edizione della Coppa del Mondo F.I.F.A. tra Argentina e Olanda. Le squadre sono sull’1-1 e ormai si aspettano solo i supplementari, è il 90° quando gli orange battono un calcio di punizione a metà campo. La palla arriva in area biancoceleste, su di essa si avventa Rob Rensembrink che calcia di prima intenzione.
Il cuore di un intero paese salta un battito. L’Argentina rimane senza respiro mentre la palla si stampa sul palo rimbalzando in campo. Per pochi millimetri non si ripete a Buenos Aires la “tragedia” di Rio de Janeiro, quando l’Uruguay portò via dal Maracanà la Coppa Rimet sotto il naso di un attonito, incredulo Brasile. L’Argentina sopravvive, invece, e nei supplementari con Kempes e Bertoni si aggiudica il primo titolo mondiale della sua storia.
Stadio Azteca, 22 giugno 1986, la Mano de Diòs
Esiste la mano de Diòs? Non quella contraffatta di Diego Armando Maradona, che otto anni più tardi comincia la cavalcata verso il secondo titolo del suo paese con un gol di rapina agli inglesi, rapina in tutti i sensi perché viziata da fallo di mano plateale e intenzionale, visto da tutti meno che dall’arbitro tunisino Bennaceur, forse un reduce mercenario della guerra delle Falkland o un ammiratore sfegatato del pibe de oro.
No, quella vera, che viene scomodata ogniqualvolta un paese scende in guerra – o in campo, il che in certe circostanze è quasi la stessa cosa – contro un altro. Dio è con noi, ripetono tutti. Soprattutto in Sudamerica, dove Dio è stato portato dalle spade dei Conquistadores spagnoli ed è rimasto più come un condottiero di eserciti che come l’essere misericordioso e – si spera – imparziale presso cui intercediamo abitualmente ad altre latitudini.
Forse un occhio benevolo dall’alto indirizzato verso qualcuno comunque c’è, e per l’Argentina sarebbe almeno la seconda volta, anche mettendo il 1986 sul conto di Bennaceur (e di chi ce lo aveva mandato) piuttosto che su quello di Nostro Signore. Dopo Rensembrink, 36 anni dopo è toccato a un correligionario dell’arbitro tunisino, lo svizzero di origine albanese Blerim Xzemajli cogliere un palo clamoroso che anche stavolta potrebbe fare la differenza tra una clamorosa sconfitta ed una trionfale vittoria.
L’Argentina dai troppi galli (per quanto bravi) nel pollaio ha evitato dei supplementari ad alto rischio contro una Confederazione Elvetica che al pari di altre squadre presenti a questo mondiale è ormai una Multinazionale, piuttosto che una Nazionale. Al pari – guarda caso – di una Germania e di un Belgio assai più fortunate di lei (rispettivamente contro Algeria e USA).
Nel momento di decidere le strategie e di fare le scelte che dovrebbero rilanciare il calcio italiano dopo l’anno 0.2, la Federcalcio potrebbe prendere esempio da questi paesi, ed aprire a forze fresche di provenienza etnica, italiani di seconda o anche di prima generazione, ridando fiato nel contempo ai nostri vivai come sopra detto opportunamente innestati. Finora, l’unico tentativo di apertura al nuovo che avanza ed alla società multietnica del futuro si chiama Mario Balotelli. Non è che sia molto incoraggiante, ma fermarsi al primo tentativo sarebbe delittuoso.
Tornando al Brasile, è proprio il Brasile l’altra selezione miracolata lungo il Camino Real, la strada che nelle intenzioni di tutti i tifosi verdeoro non può che portare verso gli immancabili destini consistenti nel sesto titolo mondiale, sotto l’occhio vigile del Cristo Redentore. La traversa colpita da Pinilla trema ancora, e con essa le gambe dei giocatori e di tutto il popolo brasiliano. I calci di rigore che ne sono scaturiti (in luogo della prematura eliminazione della Seleçao per mano cilena) sono stati uno psicodramma collettivo.
E’ il Brasile, bellezze. Vedere adulti vaccinati come Julio Cesar piangere come viti tagliate per il peso della responsabilità di difendere la porta del proprio paese ci fa un po’ sorridere. Anche chi come noi per piangere avrebbe ben altri motivi, e non solo sportivi. Ma tant’è, Brasile e Argentina sono andati avanti, verso quella che non solo il pronostico degli addetti ai lavori ma anche il vento che sembra soffiare alle spalle (senza scomodare ulteriormente mani divine, bastano la F.I.F.A. e la suerte) indicano come la probabile finale. E pazienza se almeno due dei calci di rigore erano irregolari, una parata di Julio Cesar mossosi anzitempo, e la rincorsa arrestata di Neymar. Ma tra un mese chi se ne ricorderà più? Chi terrà nota di dove andrà in vacanza l’arbitro inglese Webb nei prossimi anni, e a spese di chi?
Dettagli, sulla via della gloria. Sarà che noi siamo esacerbati dal pessimo risultato (certo che se non si tira in porta neanche mezza volta difficile che a noi qualcuno ci aiuti, anche a volere), dalle avances del Galatasaray a un Cesare Prandelli che ancora non ce l’ha raccontata tutta (anche se ce la immaginiamo, conoscendo Cassano & C.), da un Balotelli che continua a dividere questo paese in due, tra politicamente corretti e gente con le scatole piene. E anche, diciamolo, un po’ dalla sorte leggermente beffarda che al momento del rinnovamento epocale ti mette al centro della scena un signore che si chiama Tavecchio. E che – nomen omen – ha 71 anni, quindi è fuori anche dalla Riforma Fornero.
Mentre in riva al Tevere si vivono momenti di ambasce (almeno è auspicabile), tra il Rio delle Amazzoni ed il Paranà il Mondiale entra nella fase decisiva. Vanno in scena i quarti di finale, e promettono spettacolo e forse qualche sorpresa. Dell’Italia, a parte l’arbitro Rizzoli ed il solitario invasore di campo in occasione del Memorial Ciro Esposito (della serie, facciamoci sempre riconoscere), rimane ben poco, grazie a Dio. E allora godiamoci gli scontri altrui senza patemi.

La Francia cerca una rivincita con la Germania che sul campo le manca dal 1982 e fuori dal 1870. Riuscirà la legione straniera francese ad aver ragione di quella tedesca? Il Brasile si presenta all’esame Colombia, preoccupato di andare a scoprire chi delle due contendenti avrà più timore reverenziale. Non è detto che siano i cafeteros, e poi la mano de Diòs non può fare straordinari, è ora che la più brutta Seleçao del dopoguerra si metta a giocare, se è in grado di farlo. Domani l’Olanda incontrerà il suo alter ego sudamericano, il Costa Rica, mentre l’Argentina farà altrettanto con il Belgio. Tra preghiere, pianti e  macumbas, la sensazione è che il bello debba ancora venire.

giovedì 26 giugno 2014

DIARIO MUNDIAL: Gli sdraiati in azzurro

Arriva a Malpensa l’aereo degli azzurri. Sorpresa, ad aspettarli non c’è nessuno. Non siamo più quelli che tiravano i pomodori per un secondo posto, Mondiali del 1970, Italia sconfitta dal più grande Brasile di tutti i tempi e solo a 30 minuti dalla fine. Almeno per certe cose siamo cresciuti, maturati. Oggi è giornata di lavoro, tutti hanno qualcosa di più importante da fare che andare a vedere scendere dalla scaletta una delle più infelici squadre azzurre di tutti i tempi.
I romani proseguono per Fiumicino, i milanesi scendono. Da una parte la rappresentativa nazionale italiana, dall’altra Mario Balotelli. I primi hanno il buon gusto di presentarsi nella divisa ufficiale, almeno questa (forse solo questa) impeccabile. Lui, “l’altro”, no. Berrettino da rapper, capelli a strisce colorate, maniche di camicia arrotolate e cuffiette. Se voleva tagliarsi dietro gli ultimi ponti, ci riesce benissimo. I “fratelli neri”, come direbbe lui, forse non ci troverebbero nulla da dire. I fratelli italiani, diciamo noi, ormai sicuramente hanno finito qualsiasi commento.
Su una cosa ha ragione Mario. Non è lui la causa principale del fallimento dell’Italia a questi Mondiali. Il discorso è più complesso, è questa Italia che con il suo fallimento come società civile prima ancora che come comunità sportiva ha provocato la nascita ed il prosperare di personaggi come lui. Che riunisce in sé in perfetta sintesi due dei mali principali del nostro paese.
Il primo è quell’atteggiamento politicamente corretto e umanamente infingardo che abbiamo verso tutti coloro che – a torto o a ragione, il discorso è lungo e non è questa la sede – arrivano nel nostro paese da altri posti del mondo meno fortunati o che comunque fanno parte di minoranze etniche. A costoro, il politically correct prevede che nessuno si azzardi a prescrivere o rimproverare o addirittura contestare alcunché, a pena di essere tacciati di razzismo e tutto quello che ne segue.
Il secondo è l’atteggiamento profondamente sbagliato che abbiamo assunto nei confronti dell’ultima generazione, quella dei nostri figli. Nel presupposto esiziale che fosse giusto risparmiare loro tutte le difficoltà – anche minime e comunque funzionali ad un corretto sviluppo della personalità individuale – che abbiamo incontrato noi al tempo della nostra crescita, ne abbiamo fatto delle persone incapaci di affrontare qualsiasi ostacolo, anche il più insignificante. E che reagiscono adesso ad ogni nostra sollecitazione con un ribellismo di pura facciata, favorito dall’isolamento sotto le cuffiette dell’iPod.
Mario Balotelli è una via di mezzo tra l’individuo che ha capito benissimo le contraddizioni e le ipocrisie della nostra società e che la sfrutta senza scrupoli, in modo altrettanto contraddittorio ed ipocrita, per non pagare dazio, mai. Ed è insieme l’individuo che incarna perfettamente il giovane protagonista del saggio di Michele Serra Gli sdraiati. Il suo problema è che ha cercato (e probabilmente cercherà) per tutta la vita qualcuno capace di metterlo di fronte anche rudemente ad un sistema di regole – magari ricorrendo al benedetto ceffone che ha risolto tante situazioni ai nostri genitori nel difficile e meritorio compito di educarci – e purtroppo per lui ha trovato solo il dorato mondo del calcio, che se non sei già più che strutturato per conto tuo finisce per rovinarti irreparabilmente. In tutti i sensi.
Se ne va da solo Mario, verso la sua Motown virtuale, mentre gli altri azzurri sfilano mesti verso l’uscita. Finisce così l’avventura di Cesare Prandelli sulla panchina azzurra, con dei saluti frettolosi ai suoi ragazzi, figli e figliastri, campioni e promesse mancate. Tutti voluti da lui, tutti affondati insieme a lui, meno quei quattro o cinque che avevano già vinto senza di lui. La notte tra l’altro ha portato consiglio ad Andrea Pirlo, che si è detto disposto a mettersi a disposizione del prossimo CT, chiunque sia, se lo vorrà.
Già, il prossimo CT……. Speriamo che la Russia vada fuori stasera, così si libera Fabio Capello, l’unico insieme a Carlo Ancelotti dei nostri tecnici che gioca per vincere e sa come farlo. L’unico che può rifondare questa baracca. Parla Albertini, che nessuno ha capito ancora cosa ci stia a fare ma che ha tutte le intenzioni di continuare a farlo: “Per il prossimo allenatore della nazionale, tempi stretti”.
E’ già stata fissata un’amichevole a settembre contro l’Olanda, e chissà se gli Orange a quell’epoca avranno sulle maglie la loro prima stella. Glielo auguriamo, dopo una vita da secondi, e sarebbe un onore essere i primi a festeggiarli. Ma francamente sembra tanto un tentativo di creare un ricorso storico. La prima, bellissima uscita della Nazionale rifondata da Fulvio Bernardini nel 1974 fu appunto a Rotterdam contro Cruyff e compagni. Antognoni e gli altri ragazzi azzurri non sfigurarono pur perdendo, e uscirono dal campo tra i complimenti di avversari che erano già diventati leggenda. Per poi diventare otto anni dopo leggenda anche loro.
Il ciclo che si deve aprire adesso è molto più problematico, perfino rispetto a quattro anni fa. Allora, un Cesare Prandelli contattato da una Federazione in stato confusionale prima ancora del disastro sudafricano del Lippi-bis e stimolato a rispondere alla chiamata da Della Valle che non vedeva l’ora di liberarsi di lui e che gli fece ponti d’oro inaugurò la sua serie andando a perdere contro un avversario contro cui non avevamo mai nemmeno sognato di perdere nei peggiori incubi, la Costa d’Avorio di Drogba (e poco altro). Ma c’era almeno l’illusione di un ricambio generazionale, anche se poi a ben vedere questo ricambio era sostanziato da trentenni come Cassano e Diamanti o da giovani problematici e ingestibili come Mario Balotelli.
Il disastro brasiliano ha spazzato via queste ed altre illusioni, ed ha stabilito nuove certezze, oltre a lasciare un conto da pagare che si aggira sui cinque milioni di euro, per quindici giorni di soggiorno. E’ un disastro epocale come quello della Corea nel 1966, ma stavolta non si possono chiudere le frontiere, perché nel frattempo ci siamo costruiti un mondo molto più complicato e solo apparentemente più evoluto. La politica sportiva, come qualsiasi politica, non viene più decisa a Roma, ma a Maastricht e Bruxelles. Vanno trovate altre soluzioni, che comunque contemplino la rimessa in auge, o almeno in funzione dei nostri vivai.
Continuare a riempire le nostre squadre ed il nostro campionato di stranieri per la maggior parte poco più che mediocri fa di sicuro la fortuna di direttori sportivi e procuratori, che viaggiano a percentuali (in chiaro e in nero), ma difficilmente farà la fortuna del nostro calcio. Perché oltre a togliere spazio ai nostri ragazzi nelle squadre di club offre a questi pedatori che ai tempi d’oro avrebbero durato fatica a trovare posto nella nostra serie B l’occasione di migliorarsi apprendendo tecniche e tattiche più evolute per poi rivoltarcele contro in occasione delle prossime competizioni internazionali.

Mancano quattro anni a Russia 2018. A prescindere da dove sarà ad allenare Fabio Capello, se le cose non cambiano trovare undici ragazzi in grado di onorare la maglia azzurra sarà un’impresa disperata. Come passare un turno ad un Mondiale.

mercoledì 25 giugno 2014

DIARIO MUNDIAL: Italia anno zero

Diceva Winston Churchill, gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio, e le partite di calcio come se fossero guerre. Ai tempi del grande statista inglese, l’Italia si era indubbiamente rivelata un avversario più forte sul campo di calcio che su quello di battaglia. Ma l’aforisma di Churchill trova fondamento un po’ in tutta la nostra storia nazionale. 
Ci siamo ricordati della bandiera tricolore solo nelle occasioni in cui la nostra squadra di calcio nazionale ha vinto qualcosa. D’altro canto, niente ha scatenato la nostra rabbia di cittadini come una sconfitta degli azzurri in una competizione che conta.
Veniamo da tre anni – per semplificare il conto, che in realtà sarebbe più lungo – in cui la nostra classe politica ci ha fatto vivere una delle crisi economiche e sociali più drammatiche di sempre. Eppure, nessuno che si sia scatenato, al bar o altrove, a dire io avrei fatto così, avrei tolto questo e messo quello, così non si può andare avanti, tizio se ne deve andare, caio deve finire di fronte alla disciplinare e guai se non succede.
Per queste cose, ci vuole invece una eliminazione al primo turno della Nazionale. Una figuraccia come nessun altro è stato capace di fare, a parità di eliminazione. Quanta grandeur nel crepuscolo spagnolo e quanta dignità nell’addio inglese. Non abbiamo convinto del tutto nemmeno nell’unica vittoria, siamo stati inesistenti con la Costa Rica (fino a poco tempo fa una specie di Lussemburgo del Sud America) e polli da infilzare con l’Uruguay.
Torniamo a casa dopo la fase a gironi, è la settima volta, la seconda consecutiva. Nel 1950, la prima volta in Brasile, non avevamo saputo far fronte in tempo al venir meno del blocco del Grande Torino schiantatosi l’anno prima a Superga. La Svezia che ci eliminò, in compenso, era una squadra migliore di tutte quelle di questo Mondiale in corso d’opera messe insieme.
Anche la Svizzera che ci sbatté fuori nel Mondiale casalingo quattro anni dopo era una discreta squadra. Ballaman & C. sorpresero Boniperti & C., un’Italia che non aveva trovato ancora – tra Milan, Fiorentina e Juventus – un blocco su cui costruire una nazionale all’altezza di un grande campionato.
Nel 1958 non ci qualificammo nemmeno, ma mettemmo in mostra a Belfast i vizi che ci avrebbero condannato a Santiago del Cile quattro anni dopo. Erano gli anni in cui si credeva che bastasse naturalizzare oriundi sudamericani, senza riflettere che questi signori erano già sfamati, carichi di gloria ed interessati il giusto ad una ptria che era stata quella dei loro nonni, non la loro. 
A Santiago facemmo la prima conoscenza con gli arbitraggi a senso unico. Ken Aston fece a favore del Cile quello che Byron Moreno fece a favore della Corea 40 anni dopo. Ma noi glielo permettemmo giocando come peggio non si poteva.
Nel 1966, Edmondo fabbri portò in Inghilterra una squadra che era già in buona parte quella con cui Valcareggi avrebbe vinto la partita del secolo e messo paura a Sua Maestà Pelé in Messico quattro anni dopo. Ma Fabbri aveva idee sue, e riuscì a perdere non solo dalla solida U.R.S.S. ma anche dall’improbabile Corea del Nord. Il dentista Pak Doo Ik che segnò il gol a noi fatale divenne comunque un benemerito del nostro calcio, perché provocò quella chiusura delle frontiere da parte della Federcalcio che favorì in un periodo abbastanza breve il rifiorire del nostro vivaio.
Nel 1974 gli eroi dell’Azteca erano invecchiati e dettero un malinconico addio al primo turno ai mondiali tedeschi, complice una grande Polonia. Nel 1978 però in Argentina c’era una generazione nuova pronta a raccogliere degnamente il testimone. Una generazione che avrebbe riportato il titolo mondiale in Italia dopo 44 anni, dopo il gro d’onore sul prato del Santiago Bernabeu di Madrid.
Nei 24 anni successivi ci eravamo abituati male, finendo spesso eliminati alle ultime fasi del torneo e soltanto ai calci di rigore ma soprattutto finendo per rivincere il Mondiale in quel di Berlino, sempre ai rigori e stavolta senza che nessuno tremasse. Quattro anni dopo, in Sudafrica, l’errore fu pensare che il tempo non fosse passato né per Lippi né per la sua squadra. Il girone era molto più facile di quello di adesso in Brasile, ma finimmo fuori con due soli punti. Stavolta con tre.
I vecchi eroi sono stanchi, e si guardano indietro alla ricerca di giovani a cui passare il testimone. Non ce ne sono, o sono stati lasciati a casa da un C.T. rimasto legato al suo calcio da oratorio. Cesare Prandelli è sempre stato uno bravo a “cavare il sangue dalle rape”, a motivare cioè e far rendere al meglio giocatori mediocri. Con una Fiorentina non trascendentale sfiorò i quarti di Champion’s League nel 2010, con una Nazionale più o meno come questa sfiorò il titolo a Euro 2012. Ma le sue squadre, a ben vedere, sono composte sempre appunto di rape, giocatori che non sarebbero nemmeno presentabili su una ribalta internazionale.
Se a Firenze poteva dare la colpa al “braccino” dei della Valle, qui in Nazionale l’unico responsabile è lui. E’ lui che lascia in panchina un Alberto Aquilani mortificandolo, è lui che lascia a casa un Giuseppe Rossi o un Mattia Destro avvilendoli. E’ lui che dice no a Totti e Toni perché vecchi, salvo rendersi conto che a questi ritmi e su questi palcoscenici sarebbero stati ancora i migliori. E gli avrebbero forse salvato la panchina.
Non c’è un Fulvio Bernardini all’orizzonte stavolta, anzi i migliori allenatori, da Capello ad Ancelotti, sono tutti sotto contratto e senza nessun motivo per non rispettarlo. Ma soprattutto non c’è la generazione del 1974, che fu buttata in campo e fece vedere le streghe alla prima partita a Cruyff & soci, e otto anni dopo vinse in tromba un Mondiale come se ne sono visti pochi. E le frontiere, sic stantibus rebus, non si possono chiudere più.

DIARIO MUNDIAL: La resa dei conti

L’ultima immagine (forse l’unica) che ci resterà dentro di questo mondiale brasiliano è quella del vecchio capitano Gigi Buffon che all’ultimo dei cinque disperati minuti di recupero dell’ultima partita lascia la porta e sale su in attacco, all’arma bianca. Onor di capitano, uno degli ultimi eroi di Berlino, alla fine di una lunga e gloriosa carriera, non si sente ancora appagato e va su – forse per l’ultima volta – a difendere una maglia azzurra che altri (quasi tutti) hanno nel frattempo gettato nel fango.
Le immagini da dimenticare in compenso sono tante, e non le abbiamo neanche viste tutte. Il dramma - l’ennesimo – del calcio italiano si consuma tra le sette e le otto della sera del 24 giugno 2014. Al rientro negli spogliatoi per l’intervallo, un Cesare Prandelli che presagisce ormai sventura come un druido gallico, leggendola negli stessi occhi dei ragazzi a cui si è affidato, riprende Mario Balotelli, che in tutto il primo tempo si è messo in luce soltanto per una delle ammonizioni più stupide della storia del calcio.
Radio Spogliatoio riferisce che volano parole grosse, e anche qualche corpo contundente. Prandelli non ha bisogno di sostituire Balotelli, sono i compagni che lo buttano fuori dal camerino azzurro, e dalla squadra. Tornano in campo, almeno alcuni, a consumare il proprio destino e quello della squadra e della nazione sportiva. Poi, dopo una ripresa tra le più orrende di sempre dove tutto gira all’incontrario per una spedizione azzurra dove niente, ma veramente niente è stato organizzato e programmato per il verso giusto, tornano giù per la resa dei conti, che segue ad ogni eliminazione, meritata o no.
E’ il momento di dire le cose come stanno. Balotelli ha già avuto il suo, l’azzurro lo rivedrà nel cielo, se andrà a vivere in un posto dove piove poco. Tocca adesso a Prandelli dare un senso, per una volta, a quel codice etico che ha sbandierato per quattro anni stracciando il contratto improvvidamente offertogli da una F.I.G.C. che nei suoi comportamenti ormai non ha niente da individuare ad amministrazioni come quella di Venezia nella vicenda del Mose.
Alle dimissioni doverose del mister – pare – nessuno batte ciglio. Anzi, il presidente federale Abete nell’unico soprassalto di dignità della sua carriera ci mette sopra le proprie come carico da undici. Forse spera che il 4 luglio l’esecutivo della F.I.G.C le rigetterà, facendogli fare bella figura a gratis e graziandolo. Ma come diceva il senatore Andreotti, se presenti le dimissioni c’è sempre il rischio ce te le accolgano, chissà.
Il calcio italiano è all’anno zero. Lo abbiamo detto atre volte in passato, ma mai come adesso. Da questo Brasile 2014 non si salva niente, se non la faccia dei quattro-cinque veterani di Germania 2006 che anche stavolta avevano provato a gettare il cuore oltre l’ostacolo. Pirlo annuncia il suo ritiro dalla nazionale, dopo 112 partite che lo hanno messo di diritto nella storia. Buffon e De Rossi invece difendono la vecchia guardia e rompono un inutile codice d’onore attaccando i colleghi più giovani.
“Non è possibile che quando c’è da tirare la carretta tocchi sempre ai più vecchi. I discorsi stanno a zero, in campo si vede chi c’è e chi non c’è, e tocca sempre a noi”, commenta amaro il vecchio capitano, l’unico peraltro che quaggiù, ai confini della foresta amazzonica, ha trovato forse un degno sostituto. Salvatore Sirigu è una delle pochissime cose per cui è valso il prezzo del biglietto di questa numerosissima e costosissima spedizione azzurra.
“La Nazionale ha bisogno di uomini veri, non di figurine di calciatori”, è il commento durissimo di un livido De Rossi. Livido di rabbia, e non solo verso il reprobo Balotelli, che nella sua indisponente ma comunque ingenua arroganza è fin troppo facile individuare come bersaglio. 
Delle nuove leve di Prandelli, lascia intendere De Rossi, non se ne salva nemmeno mezza. Ai quattro di Berlino, De Rossi, Barzagli, Pirlo e Buffon, si aggiungono in positivo solo Chiellini, per il carattere e l’impegno, e Marchisio, che non tira indietro la gamba nemmeno quando un arbitro incapace o in malafede lo tiene d’occhio per buttarlo fuori.
Il resto è la paccottiglia con cui mister Prandelli si è baloccato per quattro anni, costringendo il campionato di calcio a frequenti interruzioni per esperimenti che non hanno prodotto nulla, né un gioco di squadra né una base per ripartire comunque, ora che tutto è perduto, compreso l’onore. 
La Spagna riattraversa l’Atlantico ammantata di un velo crepuscolare che le mantiene comunque una certa aura di grandezza pur nella amara eliminazione. L’Italia torna in condizioni peggiori di come tornò nel 1950, una Armata Brancaleone che stavolta non può invocare nemmeno la tragedia del Grande Torino. 
La tragedia, stavolta, è consistita nel dare fiducia a questi uomini, che hanno ridotto il nostro calcio a livelli da esercito di Franceschiello. Di positivo c’è che adesso i pomodori costano molto di più, gli azzurri non dovrebbero temere per le loro divise immacolate e per le loro mìse e acconciature all’ultima moda.