venerdì 1 giugno 2012

Storia degli Europei di calcio: I ragazzi di Cesare

Negli anni 80 e 90 il calcio italiano arrivò ad un passo dal poter essere considerato il più forte del mondo. Di sicuro, il campionato italiano si meritava l’appellativo di più bello in assoluto, gli assi stranieri facevano la fila per venire a giocare in Italia, i club italiani dominavano in Europa e nel mondo ottenendo vittorie in serie. Nel 1990 all’ultima riunione del board dell’UEFA prima del mondiale italiano, Antonio Matarrese fu accolto da un applauso scrosciante, poiché le tre competizioni continentali – Coppa Campioni, Coppa Coppe e Coppa UEFA – si erano concluse con altrettanti successi di nostre squadre, rispettivamente Milan, Napoli e Juventus, che aveva prevalso tra l’altro su un’altra italiana, la Fiorentina.
Cesare Maldini con Enzo Bearzot a Spagna 82
Nel decennio successivo, la musica – almeno a livello di club – sarebbe cambiata poco. Fu un’Età dell’Oro per l’Italia del calcio, di cui però negli Albi d’Oro delle competizioni per rappresentative nazionali rimane poco o nulla. Tra la vittoria mondiale dell’82 e quella del 2006, la Nazionale azzurra conquistò soltanto una finale europea, nel 2000. Per il resto, golden gol e calci di rigore fecero sì che se non mancò il valore mancò di sicuro la fortuna.
Tre mondiali consecutivi, 90, 94 e 98, conclusi dal dischetto (con una sola sconfitta nei tempi regolamentari, contro l’Eire a New York), un altro negli ottavi (in Corea, arbitro l’ineffabile Moreno) a causa della morte improvvisa, la stessa che nel 2000 beffò a Rotterdam i ragazzi di Zoff al cospetto di Trezeguet & soci. Due volte non qualificata agli Europei (Francia e Svezia), una volta fuori nel girone dei quarti (Inghilterra), una volta sola in semifinale (Germania). Troppo poco. Due generazioni di campioni in azzurro rimaste a bocca asciutta, almeno fino a Berlino 2006.
Negli stessi anni, l’accademia del calcio si dilaniava sul dibattito filosofico tra fautori del calcio all’italiana e fautori di quello all’olandese. Il calcio totale aveva vissuto una seconda giovinezza proprio in Italia, grazie al successo di Arrigo Sacchi e del suo Milan a trazione olandese. Il movimento era stato fortemente tentato, come già negli anni 70, di riconvertirsi al verbo orange, ma molti erano restii ad abbandonare certezze tecnico-tattiche che risalivano ai tempi gloriosi di Vittorio Pozzo.
Lo stesso Sacchi, trapiantato in Nazionale, aveva destato più perplessità che entusiasmi. Chiamato da Matarrese a far meglio di Vicini, si era fermato sugli ostacoli che per Vicini erano stati insormontabili, malgrado tutta la sua intensità e le sue ripartenze, malgrado il divieto di pronunciare parole come contropiede e difesa. Il calcio italiano con lui non aveva aggiunto nulla al suo palmares, alle tre stelle mondiali ed all’unica singola europea, che dal 1968 brillava sola soletta sul labaro azzurro.
Demetrio Albertini capitano della Under 21 vittoriosa nel 1992
A tenere alto il prestigio nazionale, in quel periodo, ci aveva pensato il vivaio, che come da tradizione continuava a sfornare campioni a getto continuo. E soprattutto ci aveva pensato un vecchio condottiero, un vecchio arnese da calcio che si era formato alla scuola di Nereo Rocco, il leggendario paron milanista secondo cui o palla o gamba, meglio se palla.
Cesare Maldini era stato una colonna di un grande Milan, prima di intraprendere la carriera di allenatore proprio in rossonero come vice di Rocco. Nel 1980 fu scelto dalla F.I.G.C. per affiancare Enzo Bearzot sulla panchina della Nazionale. Come vice del friulano Bearzot, il triestino Maldini alzò la Coppa del Mondo nell’82. Come vice, accompagnò il vecio anche nella sconfitta. Nel 1986 in Messico il ciclo mundial si concluse definitivamente. Bearzot a casa, Vicini – allenatore di una splendida Under 21 finalista all’Europeo di categoria – al suo posto sulla panchina della Nazionale maggiore. A Cesare toccò l’Under 21.
Per dieci anni, Maldini scrisse con i ragazzi la storia che colleghi molto più trendy di lui in quel momento non riuscivano a scrivere con i grandi. Il torneo Under 21 esisteva a livello europeo fin dagli anni 60. Con poche eccezioni, era stato fino a quel momento territorio di caccia delle rappresentative dell’est europeo, evidentemente più favorevoli ad investire in modo sistematico sui propri vivai. Quando Maldini prese in mano l’Under, la competizione funzionava ad eliminazione diretta, con partite di andata e ritorno, finale compresa.
LA vittoria del 1994
L’Italia si era affacciata alla ribalta nel 1986 per la prima volta. I Vicini boys, destinati di lì a poco ad essere trapiantati in Nazionale maggiore, avevano ceduto ai rigori ai ninos di Luisito Suarez, dopo che andata e ritorno si erano concluse con lo stesso risultato, 2-1 per i padroni di casa. A Valladolid era andata male, Vicini si era dato il cambio con Maldini sulla panchina della Nazionale che intraprendeva il cammino verso Italia 90.
Cesare Maldini si mise a lavorare con la costanza, la capacità e la riservatezza propria della gente della sua terra. A riflettori spenti, costruì pezzo dopo pezzo una Under 21 che non aveva nulla da invidiare a quella del predecessore. I primi due assalti si conclusero con onorevoli piazzamenti. Nel 1988, gli azzurrini si arresero alla Francia nei quarti (2-1 e 2-2), confortati almeno dal fatto di aver perso di misura con la squadra che avrebbe vinto il titolo. Nel 1990 toccò ad una Jugoslavia alla sua ultima uscita prima del disfacimento fermare ancora l’Under italiana, stavolta in semifinale, 0-0 nei Balcani e 2-2 di qua dall’Adriatico. Jugoslavi poi finalisti, sconfitti da un URSS anch’essa praticamente alla sua ultima apparizione.
Nel 1992 prese il via l’epopea di Cesare Maldini e dei suoi ragazzi terribili. Gianluca Sordo, Renato Buso, Alessandro Melli, Francesco Antonioli, Demetrio Albertini sono alcuni nomi di quella Under che uscita fuori da un girone di qualificazione che comprendeva URSS, Norvegia e Ungheria (malgrado un clamoroso 6-0 rimediato ad Oslo), si prese la soddisfazione di battere nei quarti la Cecoslovacchia sia in casa (2-0) che fuori (2-1). Stesso trattamento riservato alla Danimarca in semifinale, 1-0 ad Aalborg e 2-0 a Perugia. La finale opponeva agli azzurrini la Svezia, che finì anch’essa sotto il rullo compressore. A Ferrara fu un comodo 2-0, a Vaxjo gli svedesi si portarono in vantaggio nella ripresa ma gli azzurrini tennero. Assieme alla prima Coppa Europa Under 21 della loro storia, si portarono via anche la qualificazione alle Olimpiadi di Barcellona, dove sarebbero stati fermati dalla Spagna per 1-0 nei quarti.
Era già tanto, per un tecnico considerato ai margini del calcio che contava. Ma nel 1994, mentre Arrigo Sacchi tentava la sua chance mondiale in USA con Baggio & c., Maldini decise di rubargli ancora la scena. Con una rappresentativa ancora più forte grazie all’esplosione di Vieri, Inzaghi, Toldo, Panucci solo per dirne alcuni, i campioni in carica iniziarono la difesa del titolo dominando un girone a cinque comprendente Portogallo, Svizzera Scozia e Malta. Giocate 8, vinte 7, persa una sola, in Portogallo. Nei quarti, ancora la Cecoslovacchia. Gli azzurrini chiusero subito il discorso con un bel 3-0 casalingo. In Boemia, sconfitta su rigore all’ultimo minuto, assolutamente ininfluente.
La vittoria del 1996
Il regolamento nel frattempo era cambiato. Il torneo adesso proseguiva sulla falsariga di quello delle prime edizioni della Coppa Delaunay. Venne designato un paese ospitante, dove le quattro superstiti si sarebbero date battaglia in semifinale e finale. Agli azzurrini toccarono i bleus padroni di casa, tra i quali spiccavano i nomi di gente come Zidane, Blanc, Dugarry. A Montpellier furono 120 minuti di battaglia, conclusi sullo 0-0. I rigori, che nello stesso periodo costarono alla Nazionale maggiore il secondo mondiale consecutivo, qui sorrisero all’Italia che andò in finale grazie all’errore decisivo di Makelele. In finale, l’Under trovò i coetanei portoghesi, gente che si chiamava Rui Costa, Figo, Joao Pinto. Partita tattica, che si trascinò ai supplementari a reti bianche. Finché Orlandini, entrato a rilevare uno spento Inzaghi, non indovinò un gran tiro all’incrocio dei pali. Era il golden gol, che in futuro avrebbe fatto piangere gli azzurri ad europei e mondiali quanto e più dei rigori. Qui sorrise Cesare Maldini, e con lui i suoi ragazzi autori di un clamoroso bis.
Qualcuno cominciava ad accorgersi di questo allenatore che parlava poco e raccoglieva tanto. Tutto il contrario del CT della nazionale maggiore, quell’Arrigo Sacchi che era arrivato sì ad una finale mondiale con il Brasile ma attraverso un percorso travagliatissimo, e che al pari di tanti suoi predecessori subito dopo non era stato capace di far disputare agli Azzurri un Europeo all’altezza. Nel 1996, mentre l’Italia maggiore sbatteva il muso per la seconda volta in terra inglese, come 30 anni prima, Cesare partiva per la Spagna con i suoi bicampeones, ai quali si era aggiunta linfa nuova. Un nome su tutti: Francesco Totti.
Con il figlio Paolo in Nazionale maggiore
L’Italia era uscita da un girone a sei costellato di nazionali nate dall’esplosione del pianeta URSS. Nei quarti, il Portogallo sperava di vendicare la sconfitta di due anni prima. A Lisbona, sembrò porre le basi della vendetta, l’1-0 illuse i lusitani che due settimane dopo a Palermo invece soccombettero per 2-0. Si andava dunque in Spagna, e il sorteggio ci mise subito di fronte un’altra squadra in cerca di vendetta, la Francia di Candela, Vieira, Wilthord. Un gol di Totti infiammò Barcellona e gelò l’entusiasmo ai francesi. In finale ci andava ancora l’Italia, ma stavolta era dura perché dall’altra semifinale erano usciti i padroni di casa spagnoli.
Qui, il conto aperto ce lo avevamo noi, dal 1986. Ancora una volta dovevamo saldarlo fuori casa. Ma malgrado la cantera spagnola avesse già cominciato a sfornare campioni come Morientes, De la Pena, Raul, gli azzurrini non tremarono. In vantaggio con Ametrano, raggiunti da Raul, ai calci di rigore stavolta non sbagliarono se non il primo con Panucci. Pagotto parò su de La Pena e Raul. La Coppa restava in Italia, Maldini entrava nella leggenda.
Chissà dove sarebbe arrivato Cesarone con la sua striscia di vittorie se alla fine di quel 1996 la F.I.G.C. non lo avesse chiamato a prendere il posto di un Arrigo Sacchi che da profeta del calcio era ridotto a quel punto ad oggetto ingombrante ed insopportabile per i vertici federali. Maldini senza battere ciglio traslocò in Nazionale maggiore, portò Zola e compagni a sbancare Wembley e due anni dopo a far tremare di nuovo la Francia al mondiale che essa aveva organizzato in casa. Stavolta i rigori non gli sorrisero, l’errore decisivo fu di Gigi Di Biagio. Più della sua stella personale, aveva potuto la strana maledizione che per la terza volta ci eliminava senza essere stati battuti da un mondiale a cui ci eravamo presentati pieni zeppi di campioni.
Con Marco Tardelli, suo successore alla Under 21
L’Italia maggiore non avrebbe ritrovato il sorriso neppure dopo l‘addio di Maldini, fermata ancora dalla Francia in finale nel 2000 e negli ottavi dalla Corea nel 2002 con due morti improvvise. Nessuno immaginava allora come potesse essere il cielo sopra Berlino, ma nel frattempo c’erano i ragazzini a rasserenare l’ambiente portando a casa il quarto e quinto titolo Under 21. Nel 2000 fu Marco Tardelli a mettere in campo il gruppo che capitanato da Andrea Pirlo avrebbe inaugurato un nuovo ciclo. Uscita da un girone di qualificazione a sei e da uno di semifinale a quattro che ricordava quello di Argentina 78, la Under regolò nella finale di Bratislava la Repubblica Ceca con una doppietta di Pirlo.
Nel 2004 invece in panchina c’era Claudio Gentile, un altro che come Maldini concedeva poco all’estetica e molto alla sostanza. In quella Under che lui portò in Germania ad assaporare un ricco antipasto del mondiale di due anni dopo, c’era gente come Alberto Gilardino e Daniele De Rossi. Che segnarono due dei tre gol alla Serbia che dettero all’Italia il primato (a tutt’oggi) di vittorie nel campionato europeo di categoria. Cinque contro le quattro della Spagna (l’ultima delle quali ottenuta nel 2013 proprio contro l’Italia per 4-2 in una specie di bis della finale maggiore europea di Kiev dell’anno prima). Una sola della Germania.

Fino a 21 anni siamo, o eravamo, i più forti d’Europa. Il nome di Cesare Maldini da solo brilla a imperitura testimonianza del prestigio del nostro calcio giovanile che fu. E che speriamo un giorno sia ancora.

Storia degli Europei di calcio: 1992 La sorpresa Danimarca

The world turned upside down, suonava la banda militare delle Giubbe Rosse di Cornwallis a Yorktown, mentre sfilavano dopo la resa nella battaglia decisiva della Guerra di indipendenza Americana. Il mondo è andato sottosopra. Capita, nella storia dell’uomo, che rimanga lo stesso per decenni, addirittura centinaia d’anni sembrando immutabile, granitico nei suoi assetti. E poi cambi di colpo. La mattina c’è un muro che divide regimi e continenti. La sera non c’è più. E quel mondo che, brutto o bello, ci era comunque familiare, diventa irriconoscibile.
Quando l’Europa chiamò di nuovo le sue Nazioni a raccolta nel 1992 perché disputassero un nuovo torneo di calcio, il mondo era appena andato sottosopra, dopo 40 e passa anni di Cortina di Ferro. Quando erano iniziate le qualificazioni all’Europeo nell’autunno del 1990, tra le candidate erano iscritte l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e la Repubblica Federale di Jugoslavia. Quando i gironi di qualificazione si conclusero le due federazioni, che tra l’altro avevano fatto la storia del campionato d’Europa, non esistevano più.
Nel novembre del 1989 la Germania Est si era arresa, permettendo alla sua popolazione di assaltare il Muro a Berlino. L’URSS di Gorbaciov era rimasta volontariamente e consapevolmente a guardare. Il leader sovietico sperava ancora di riformare il comunismo in senso democratico, e forse neanche immaginava di averne stilato l’atto di morte, con la sua acquiescienza alla rivolta tedesca. Nel giro di un anno la Germania era riunificata per la prima volta dal 1945. In tutto il mondo controllato dal Patto di Varsavia la bandiera rossa con la falce ed il martello ammainava.
Nel 1991 alla riunificazione tedesca era seguita dapprima la crisi jugoslava, con l’avvio del disfacimento della federazione che Tito aveva governato con pugno di ferro, e che Milosevic non riusciva più a tenere sotto controllo, sull’onda delle spinte autonomiste e di pulizia etnica. Poi era stato il turno della stessa URSS. Il colpo di stato dell’agosto 1991, l’ultimo colpo di coda dell’Armata Rossa e dell’establishment del Kremlino, aveva travolto Gorbaciov. Che aveva sì salvato la vita ed ancora per pochi mesi il potere. Ma che non aveva più futuro.
Nel gennaio 1992, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche fu formalmente dichiarata disciolta da Boris Eltsin, il successore di Gorbaciov, l’eroe del fallito putsch di Mosca dell’estate precedente. Al suo posto fu costituita la Comunità degli Stati Indipendenti, su base apparentemente volontaria. Delle 15 repubbliche che avevano costituito l’URSS, Estonia, Lettonia e Lituania scelsero di recuperare immediatamente la libertà persa nel 1940. Altrettanto fece, nell’immediato e salvo successivo ripensamento, la Georgia.
Henrik Larsen segna all'Olanda
Nello stesso momento, in Jugoslavia, serbi e croati saltavano alla gola l’uno dell’altro, rovesciandosi addosso a vicenda un odio feroce come se i quarant’anni di regime titino non fossero esistiti. Nei Balcani l’unico soggetto politico effettivo erano le armi e chi le impugnava. A Mosca parlava Eltsin, a Belgrado la Tigre Arkan.
In quel 1992, insomma, il mondo – e l’Europa in particolare – aveva ben altro da pensare che al pallone. Proprio il Vecchio Continente, uscito dalla seconda guerra mondiale come ridimensionato e posto sotto tutela dalle Grandi Potenze vincitrici USA e URSS, parve voler regolare tutti i conti lasciati in sospeso dalla lunga stagnazione sotto la Cortina di ferro. La frenesia di cambiamento tra gli Stati e negli Stati sembrava travolgere tutto e tutti.
Ma lo spettacolo doveva andare avanti. Lo spettacolo lo fa sempre. E il calcio ormai non era più sport, appunto, ma spettacolo puro. Show business. Il resto del movimento sportivo mondiale si preparava al grande evento delle Olimpiadi di Barcellona, che avrebbero celebrato il ritorno a pieno titolo della Spagna tra i paesi più avanzati e civili del mondo e nello stesso tempo la fine dell’epoca dei boicottaggi politici. Poco dopo il Muro di Berlino, era crollato infatti anche l’Apartheid in Sudafrica. Nelson Mandela era stato liberato dalla prigione di Robben Island e si apprestava a diventare presidente del suo paese. Si, il mondo stava andando davvero sottosopra.
Nel calcio, l’establishment era fermo ai risultati di Italia 90. Il controverso mondiale italiano era partito tra mille promesse di spettacolo, e ne aveva mantenute poche. Aveva vinto la Germania, per l’ultima volta con la specifica Ovest perché di lì a pochi mesi Helmut Kohl avrebbe celebrato la riunificazione sotto la cornice della Porta di Brandenburgo. L’Italia, che era accreditata della squadra migliore e più spettacolare, era stata in parte sfortunata (eliminata in semifinale da una papera del portiere Zenga e dalla lotteria dei calci di rigore), in parte si era complicata la vita da sola, avviando la spedizione tra mille polemiche sia sportive che di natura politico-economica.
Italia 90 era andata a finire come Italia 80, i tedeschi ringraziavano, e volevano proseguire nella loro marcia trionfale anche al successivo Europeo. Che era stato affidato alla organizzazione della Svezia. Il paese scandinavo aveva solo il precedente del mondiale del 1958, a cui si era presentato con una squadra di fuoriclasse, sconfitti soltanto dai fuoriclasse brasiliani guidati da Pelé. Dopo di allora, poca gloria e a sprazzi. Nel 1992 non c’era un vero favorito, a parte le solite Olanda e Germania più per un fatto di blasone che per altro. La Svezia poteva anche sognare di farcela.
Nelle qualificazioni si era persa la bella Italia di Azeglio Vicini. La fine deludente di Italia 90 aveva lasciato il suo bravo strascico di polemiche all’italiana. L’appannarsi della stella di Gianluca Vialli e la resistenza dell’ambiente azzurro al talento di Roberto Baggio avevano limitato la prestazione dei nostri al mondiale. Antonio Matarrese, presidente della Federcalcio, non perdonava a Vicini di non avergli portato in sede la Coppa del Mondo e non vedeva l’ora di liberarsene. Il clima in casa azzurra era pessimo, ed era bastata un’URSS non trascendentale (ma ancora solidamente basata sul blocco della Dinamo Kiev) per farla fuori.
Anche Vicini era stato fatto fuori. La nouvelle vague del calcio nostrano si chiamava Arrigo Sacchi. Fu a lui, reduce dai trionfi internazionali del Milan di Berlusconi, che Matarrese affidò le sorti azzurre. Ma gli Europei 92 gli italiani li avrebbero visti alla televisione, senza partecipare. Insieme a loro, spagnoli e cechi eliminati dai francesi, rumeni e svizzeri dagli scozzesi, belgi dai tedeschi, greci e portoghesi dagli olandesi, polacchi e irlandesi dagli inglesi. Nel gruppo 4 si era qualificata la Jugoslavia, ma al momento di partire per Stoccolma, la Jugoslavia non c’era più. Al suo posto fu ripescata la Danimarca, e nessuno si immaginava che effetto avrebbe avuto quella wild card. L’URSS a quel punto si chiamava C.S.I., e francamente non sembrava già più la stessa cosa.
Nel primo gruppo di quarti di finale, Francia e Inghilterra dovevano vedersela con Svezia e Danimarca. Dal girone del Mare del Nord uscirono le due squadre scandinave, capaci di eliminare le più quotate avversarie. La Svezia chiuse al primo posto avendo vinto il derby vichingo con i danesi. Nel secondo gruppo, Olanda e Germania sembrarono i grado di perpetuare il loro eterno duello, strapazzando scozzesi ed ex-sovietici. Gli orange chiusero al primo posto del girone, avendo battuto i tedeschi per 3-1.
Brian Laudrup con al Coppa Europa
Nelle semifinali incrociate, la Germania ebbe ragione dei sogni di gloria svedesi con un rocambolesco 3-2. Per i tedeschi era la quarta finale dal 1972. Nell’altro confronto, i campioni in carica dell’Olanda sembravano poter disporre dei ripescati danesi. Non fu così, la Danimarca si portò sul 2-0, venne riacciuffata e costretta ai calci di rigore. Ma gli olandesi si dimostrarono altrettanto idiosincratici alla lotteria dei penalties degli italiani. Toccò, ironia della sorte, proprio a Marco Van Basten fallire il tiro dal dischetto decisivo. Una mesta conclusione per l’eroe di quattro anni prima, che si era presentato all’Europeo dopo una difficile convalescenza dal grave infortunio alla caviglia che avrebbe finito per costargli la carriera.
In finale, la solita solida Germania a far la parte di un Golia favorito dal pronostico contro il Davide danese, che sembrava aver speso tutte le sue risorse di fortuna dal ripescaggio fino alla qualificazione a quell’atto conclusivo. Il 26 giugno allo Stadio Ullevi di Goteborg la Germania riunificata poteva dispiegare tutta la sua potenza calcistica contro un paese che fino a quel momento aveva fatto sempre da comprimario.

Fino a quel momento. Era destino che, nell’anno in cui il mondo era andato sottosopra, i vichinghi tornassero a compiere una delle loro leggendarie scorrerie. Il drakkar danese era meno carico di campioni che in passato, ma quel giorno per i tedeschi non ce ne fu. Un gol per tempo, e la Coppa Delaunay andò ad arricchire il bottino di razzia danese. L'annus mirabilis, oppure horribilis secondo i punti di vista, si chiudeva con la più grande delle sorprese. Davide non avrebbe dovuto nemmeno esserci, eppure ancora una volta aveva steso al suolo Golia.

Storia degli Europei di calcio: 1988 La vendetta dell'Olanda

Se il 1984 era stato l’anno dei sogni realizzati, sogni americani o sogni di gloria a lungo interrotti o rimandati come quello della Francia footballeuse, il 1988 fu l’anno dei sogni andati a male. Emblema di quell’annata fu, ai Giochi Olimpici che si disputavano in Corea del Sud, il corridore canadese colored Ben Johnson che aveva inteso frantumare i record e le imprese del Figlio del Vento Carl Lewis e che invece dovette restituirgli miseramente l’alloro olimpico dopo essere stato colto in fallo in uno dei più clamorosi casi di doping della storia sportiva.
Nel pianeta calcio, vecchi e nuovi sogni si aggrovigliavano su se stessi, anticipando un nuovo avvicendamento nelle gerarchie (oggi si dice ranking) che precedeva di poco tra l’altro cambiamenti epocali nella mappa geopolitica del pianeta. Epicentro di questo tourbillon ancora in fieri, l’Italia. Il campionato di calcio italiano in quel periodo aspirava a vedersi riconosciuto il titolo di campionato più bello del mondo. Dopo il mundial 82 i migliori assi stranieri avevano cominciato a sognare un ingaggio nelle nostre squadre. Campioni di fama mondiale si accasavano perfino in formazioni non certo di primo piano anche se agguerrite, come Zico all’Udinese ed Elkjar Larsen al Verona.
Il Gotha del calcio era riunito qui, nella nostra penisola. L’anno che culminava nella ottava edizione degli Europei lo scudetto se lo erano disputato il Napoli che schierava colui che era riconosciuto come miglior giocatore del mondo, Diego Armando Maradona, ed il Milan di Berlusconi e Sacchi, che schierava il trio olandese Gullit, Van Basten, Rijkaard. C’era di che suscitare l’invidia del resto del mondo, eppure su quel campionato che i rossoneri avevano soffiato in volata ai partenopei si erano diffuse ben presto voci di combine, in ossequio agli interessi del racket delle scommesse clandestine. Tutt’altro che debellato dopo lo scandalo del 1980.
La prima Italia di Azeglio Vicini
Se sul campionato si stendeva la lunga ombra del calcioscommesse e della malavita organizzata, sulla nazionale azzurra tardava a disperdersi la tenebra addensatasi tra il 1983 ed il 1986. Dopo la mancata qualificazione all’europeo francese, Enzo Bearzot aveva tentato un tardivo ricambio generazionale sostituendo gli eroi di Madrid con le seconde linee che il campionato offriva. In Messico stavolta per gli azzurri c’era stata poca gloria, diversamente dal 1970. La squadra che si era raccolta attorno ad Alessandro Altobelli, l’ultimo glorioso superstite del Bernabeu, era discreta ma senz’anima. Anche la Francia di Platini aveva passato il suo momento migliore due anni prima, ma la versione 86 fu sufficiente a porre fine alla spedizione azzurra dopo un girone di qualificazione senza infamia e senza lode. I francesi andarono poi di nuovo a schiantarsi contro una Germania Ovest in quella occasione peraltro appena sufficiente. Maradona, alzando alla fine la Coppa FIFA vinta quasi da solo, finì per oscurare tutti i vecchi e nuovi protagonisti di quel Mexico Bis.
Per l’Italia, si imponeva finalmente un nuovo cambiamento generazionale, dopo quelli del 1966 e del 1974. Ritiratosi Bearzot, era tuttavia pronto il suo successore. Azeglio Vicini aveva allestito una splendida Under 21 con le migliori promesse del nostro campionato, da Gianluca Vialli a Roberto Mancini, da Giuseppe Giannini a Walter Zenga. Gli azzurrini avevano perso la finale dell’Europeo di categoria nell’86 ai rigori con la Spagna, ma avevano destato una impressione talmente buona da imporre a furor di popolo il loro travaso in Nazionale maggiore armi e bagagli, con il loro mister in testa.
Mentre prendevano il via le qualificazioni ad Euro 88, l’Italia si toglieva la soddisfazione di battere, nell’amichevole di Zurigo voluta dalla FIFA per inaugurare i preparativi in vista di Italia 90, l’Argentina campione del mondo in carica per 3-1. L’astro di Gianluca Vialli sembrava gettare una luce promettente sul futuro della Nazionale azzurra.
Oltre all’Italia, in quello scorcio di primavera del 1988 erano in diversi a sognare. La Germania Ovest aveva ottenuto di nuovo l’organizzazione di un evento sportivo internazionale, quattordici anni dopo Monaco. Con due vittorie nel palmares, i tedeschi aspiravano ad un comodo tris realizzato a domicilio da una formazione completamente rinnovata, dove l’astro nascente di Jurgen Klinsmann aveva preso il posto di quello calante di Karl Heinz Rummenigge.
Uno dei tanti Italia-Germania, quella volta finì 1-1
L’Olanda pregustava un travaso in nazionale orange del calcio spettacolo che i suoi alfieri principali avevano mostrato nel Milan di Arrigo Sacchi. Il miglior difensore centrale, Frank Rijkaard, il miglior centrocampista, Ruud Gullit, ed il miglior attaccante d’Europa, Marco Van Basten, erano suoi. Legittimo sperare di vendicare la prima generazione di fenomeni, quella di Cruyff e compagni.
Anche l’URSS aveva ripreso a nutrire sogni di gloria. Il colonnello Valerij Lobanovskyj aveva allestito uno squadrone a Kiev nella Dinamo. L’Unione Sovietica gli aveva affidato il compito di risollevare con quello squadrone le sorti della nazionale. A Mexico 86 l’URSS aveva fatto intravedere la promessa di un grande futuro. Nessuno poteva sapere che, per motivi extracalcistici, quel futuro non sarebbe in ogni caso andato oltre Germania 88.
Uno solo sarebbe rimasto con la coppa in mano. I sogni degli altri erano destinati a finire male, prima o dopo. Le qualificazioni non avevano riservato grosse sorprese, a meno di non considerare tali il declino di Belgio e Cecoslovacchia, più fisiologico che altro. La Spagna aveva avuto la meglio sulla Romania, l’Italia aveva vendicato l’eliminazione di quattro anni prima contro la Svezia in uno splendido scontro diretto giocato a Napoli e vinto per 2-1, l’URSS aveva chiuso il ciclo dei campioni uscenti della Francia, l’Inghilterra non aveva durato fatica contro la Jugoslavia, l’Olanda contro l’Ungheria, la Danimarca con la Cecoslovacchia e l’Eire con il Belgio.
In Germania, furono sorteggiati anche stavolta due gironi che dovevano produrre due semifinaliste (incrociate) ciascuno, con atto finale all’Olympiastadion di Monaco di Baviera come al mondiale del 74. Berlino capitale di una Germania riunificata sembrava ancora un miraggio lontano per i tedeschi, che non sapevano invece di averla ormai dietro l’angolo. Il Muro aveva ormai poco più di un anno di vita, ma in quel momento malgrado l’avvento al potere in URSS del riformatore Gorbaciov sembrava più solido che mai.
Nel gruppo A, la nuova Germania Ovest pareggiò con la nuova Italia, subito in gol con Roberto Mancini e poi raggiunta da Brehme. La Spagna batté la Danimarca, che nel secondo turno cedette anche ai tedeschi. L’Italia tornò alla vittoria (di misura) con gli spagnoli grazie a Vialli. Nel turno conclusivo vittoria dei padroni di casa sulla Spagna per 2-0, con lo stesso punteggio l’Italia sui danesi, in gol l’intramontabile Altobelli e poi De Agostini. Italia e Germania in semifinale.
Nederland, 1988
Nel gruppo B, sembrava di assistere ad una marcia trionfale dell’URSS. Una crepuscolare Inghilterra vinse il derby con l’Eire, per poi cedere malamente sia agli olandesi che ai sovietici per 3-1. Nel match decisivo per il primo posto nel girone l’URSS colse una vittoria sull’Olanda che fu foriera più che altro di molte illusioni.
In semifinale, l’URSS si rivelò un osso ancora troppo duro da rodere per i ragazzi di Azeglio Vicini, anche se il 2-0 di Litovcenko e Protasov risultò alla fine un punteggio troppo pesante per una nazionale azzurra che aveva destato la sua buonissima impressione, anche in vista del mondiale casalingo da disputarsi di lì a due anni.
Nell’altra semifinale, era ovvio parlare di rivincita della finale del 1974, anche se gli attori ormai erano figli di un’altra generazione. Germania-Olanda ormai era un classico del calcio, e questa edizione non deluse le attese. Andarono in vantaggio i tedeschi con Matthaus su rigore, e stavolta toccò a loro subire la rimonta olandese. Koeman sempre su rigore e Marco Van Basten all’ultimo minuto consumarono una vendetta che gli orange attendevano da quattordici anni.
La finale di Monaco era un’inedita Olanda-URSS. Il 25 giugno 1988 scesero in campo due squadre sicure dei propri mezzi, l’Unione Sovietica forte della convinzione acquisita nel match del girone eliminatorio in cui aveva prevalso seppur di misura, l’Olanda consapevole di non aver ancora espresso tutto il proprio potenziale, di cui l’esplosività di Gullit e Van Basten costituiva il micidiale terminale.
Gullit e Van Basten alzano la Coppa Europa
Stavolta la musica fu diversa, una specie di monologo olandese. Il cielo sopra Monaco era arancione quel giorno. Colpì prima Gullit avventandosi di testa su un comodo assist in area di Rijkaard, sempre di testa. Era il 32’ del primo tempo. Ad inizio ripresa, Marco Van Basten segnò al volo uno dei gol più belli di tutti i tempi, calciando in porta da posizione defilatissima sulla destra uno splendido traversone da sinistra. Gabriel Batistuta avrebbe segnato dieci anni dopo a Wembley un gol molto simile con la Fiorentina, anche se con palla a terra.
L’Olanda, non paga, chiuse attaccando. Unica occasione per i russi un rigore che Van Breukelen parò a Protasov con facilità irisoria. Tutto sembrava facile per gli orange, quel giorno. E alla fine Ruud Gullit andò a prendere la Coppa Delaunay salendo le stesse gradinate della tribuna d’onore che aveva visto un mesto Johan Cruyff andare a ritirare la medaglia del secondo posto quattordici anni prima. Alla fine, a sognare era rimasta soltanto l’Olanda.

Storia degli Europei di calcio: 1984 Allez la France

1984. Un anno atteso a lungo, almeno da tutti coloro che avevano letto George Orwell, ed erano curiosi di scoprire se il mondo sarebbe stato effettivamente governato da un Grande Fratello, come aveva preconizzato lo scrittore britannico. Al di là di ogni previsione fantascientifica, il calcio si avviava a diventare un fenomeno mediatico di tale importanza da spiazzare chiunque avesse in mente un futuro dominato dalle macchine. Le uniche macchine dominanti in quel periodo erano le Formula Uno, nel cui campionato di categoria era tornato a trionfare Niki lauda, l’ex pilota-robot che si era scoperto uomo, con tutte le debolezze del caso, dopo il terribile incidente al Nurburgring.
Quell’anno si celebrarono tante cose. A cominciare dalla riscossa americana dopo il decennio nero seguito alla sconfitta in Vietnam, con le Olimpiadi di Los Angeles che celebrarono il nuovo corso reaganiano ed in occasione delle quali una Unione Sovietica sempre più in difficoltà restituì assieme ai propri alleati il boicottaggio ricevuto quattro anni prima nell’edizione moscovita.
Gli atleti a stelle e strisce dominavano un po’ ovunque, nel nuovo scorcio di secolo americano. John McEnroe aveva rivoluzionato il mondo del tennis come Carl Lewis aveva rivoluzionato quello dell’atletica, mancando per un soffio quel Grande Slam che invece era riuscito al Figlio del Vento, per la prima volta dai tempi di Jesse Owens.
Soltanto nel calcio, malgrado la breve effimera stagione dei Cosmos di New York, gli U.S.A. rimanevano ai margini, senza nessuna prospettiva immediata di primeggiare. Le superpotenze mondiali del football restavano altre, anche se le gerarchie si stavano lentamente modificando.
Due anni prima la Spagna aveva celebrato la propria rinascita civile organizzando un mundial di grande successo. Le Furie Rosse non erano riuscite a vincerlo, fermate nei quarti dalla Germania Ovest poi finalista. Al loro posto il Santiago Bernabeu, diventato per l’occasione uno stadio quasi interamente italiano, aveva incoronato i sorprendenti ragazzi di Enzo Bearzot, che dopo un avvio stentato avevano infilato una dopo l’altra Argentina, Brasile e Polonia, per poi matare nell’atto conclusivo anche i tedeschi.
L’Italia aveva raggiunto a tre titoli vinti il Brasile in testa all’Albo d’Oro, quando ormai sembrava che ai primi due mondiali vinti durante l’epoca fascista non ne avrebbe fatto seguito nessun altro. La delusione dell’europeo casalingo dell’80 era stata ampiamente cancellata. L’Italia delle tre stelle si poneva come favorita d’obbligo anche per l’Europeo che si sarebbe disputato in Francia due anni dopo. L’UEFA infatti aveva deciso di optare per un nuovo bis. Toccava di nuovo alla Francia, dopo l’edizione inaugurale del 1960.
La prima volta, i transalpini erano rimasti scottati dalla rimonta subita in semifinale dalla Jugoslavia. La squadra di Fontaine, quarta ai mondiali del 1958 non era riuscita a confermare la buona prestazione svedese in casa propria. Stavolta i bleus si presentavano ai nastri di partenza (essendo ammessi di diritto come paese organizzatore, secondo il nuovo regolamento introdotto a Italia 80) con una squadra ancora più forte.
A Spagna 82, i francesi erano stati secondi soltanto agli azzurri quanto all’impressione positiva destata dal loro gioco. Quando sembravano però con un piede già in finale, la Germania di Karl Heinz Rummenigge li aveva rimontati, superandoli poi ai calci di rigore. Restavano però negli occhi di tutti le giocate dei suoi centrocampisti di gran classe. A cominciare da le Roi Michel, quel Platini che da due anni era approdato alla corte dell’Avvocato Agnelli a far più grande la Juventus. Completavano la mediana di lusso francese l’altro oriundo Genghini, quindi Alain Giresse e Jean Tigana. Battere quella Francia in casa propria non si presentava stavolta come un compito facile.
Le qualificazioni a Euro France 84 erano destinate a fornire un’unica grande sorpresa. Purtroppo ci riguardava da vicino. I campioni del mondo in carica avevano esaurito il loro ciclo leggendario al Bernabeu. La loro epopea si era chiusa lì, nel giro di campo con la coppa FIFA sollevata alta al cielo. Dopo quattro anni di vittorie e spettacolo la generazione di fenomeni scoperta da Fulvio Bernardini e cresciuta da Enzo Bearzot giunse di schianto al capolinea proprio alla ripresa delle gare ufficiali nell’autunno 1982. La Cecoslovacchia prima e la Romania poi vennero a cogliere in Italia due pareggi abbastanza facili. Il selezionatore friulano non volle o non seppe avviare degli avvicendamenti nei ruoli che ne abbisognavano. La gratitudine fece premio sulla necessità. A giugno 83 la Svezia venne a stravincere a Napoli per 3-0, mettendo fine al ciclo azzurro ed alla possibilità comunque di staccare il biglietto per Parigi per una rappresentativa italiana. A ottobre, la sconfitta per 2-0 in Cecoslovacchia fu l’ultima partita in azzurro di Giancarlo Antognoni, nove anni dopo il suo esordio. In Romania il mese successivo, l’1-0 al passivo costò il posto ad altri suoi compagni. Gli eroi di Argentina e Spagna non c’erano più.
Negli altri gironi, continuava la crisi dell’URSS che lasciava via libera al Portogallo, quella dell’Inghilterra che si inchinava alla Danimarca, mentre la Jugoslavia si lasciava dietro il Galles, il Belgio la Svizzera, la Germania Ovest l’Irlanda del Nord e la Spagna un’Olanda che viveva una fine di un ciclo non meno dolorosa e pesante di quella dell’Italia.
A Parigi, furono sorteggiati dunque due gironi eliminatori, che comunque avrebbero prodotto due semifinaliste incrociate, anziché due finaliste secche come in Italia quattro anni prima. Altra novità regolamentare, l’eliminazione della finalina per il terzo posto, un inutile orpello di cui non interessava nulla a nessuno.
Nel gruppo A, assieme alla Francia si allinearono Jugoslavia, Belgio e Danimarca. Nel match inaugurale, il 12 giugno 1984 al Parco dei Principi, toccò proprio alla forte squadra danese di Laudrup, Berggreen ed Elkjar Larsen affrontare i padroni di casa contro i favori del pronostico. Il selezionatore danese, il tedesco Sepp Piontek, preoccupato dalla forza dei funamboli avversari, pensò bene di sacrificare un uomo importante come Berggreen in marcatura su Platini. Alla fine non gli valse a nulla, Roi Michel trovò il modo di andargli via almeno una volta, segnando il gol della vittoria francese.
Il resto del girone trascorse con un botta e risposta franco-danese: cinque gol dei bleus ai cugini belgi, cinque dei danesi agli spenti jugoslavi; poi 3-2 dei danesi ai belgi, vendetta della semifinale del 60 con lo stesso punteggio, 3-2 della Francia sulla Jugoslavia. Francia e Danimarca in semifinale come prima e seconda.
Nel gruppo B, la Germania Ovest dimostrò di aver perso smalto anch’essa rispetto al mondiale. Pareggio a reti bianche con il Portogallo, vittoria per 2-1 sulla Romania, sconfitta di misura con la Spagna. La qualificazione finì per diventare un affare interno alla penisola iberica: prima la Spagna, secondo il Portogallo.
In semifinale, i francesi rischiarono un nuovo dramma sportivo, come 24 anni prima, come due anni prima. Andati in vantaggio con Domergue al ’24, furono ripresi da Jordao al ’74 e superati all’8 del primo tempo supplementare sempre dallo stesso Jordao. Quando già il Parco dei Principi stava vedendo le streghe, a sei minuti dalla fine del secondo supplementare pareggiò ancora Domergue. Toccò a Sua Maestà Platini liberare dall’angoscia un’intera nazione un minuto prima dei calci di rigore.
Nell’altra semifinale, invece, i calci di rigore furono necessari per stabilire l’avversaria dei francesi in finale. In vantaggio al ‘7 con Lerby, la Danimarca si fece raggiungere al ’67 da Maceda. La serie dei penalties fu interrotta da Elkjar Larsen, uno dei migliori, al quinto ed ultimo rigore prima dell’oltranza.  In finale andava la Spagna, per un confronto inedito almeno ai vertici del calcio europeo.
Il 27 giugno al Bois de Boulogne scesero in campo una squadra spagnola che rincorreva un successo da esattamente vent’anni ed una francese che lo rincorreva da sempre. Stavolta i bleus avevano più qualità delle Furie Rosse, la Francia aveva la generazione giusta per finalmente trionfare. Gli spagnoli la misero sul piano della corsa furibonda come spesso in passato, ai francesi bastò liberare con calma l’estro della sua linea mediana. E consacrare Michel Platini numero uno d’Europa e capocannoniere della manifestazione. In gol al ’57 e poi assist-man al ’90 a vantaggio di Bellone.
Re Juan Carlos di Borbone doveva aspettare ancora per ricevere la Coppa dal capitano della sua nazionale. Toccava a Francois Mitterand l’onore di essere il primo capo di stato francese a presenziare ad un successo sportivo di quella portata del proprio paese. Il sogno di Henri Delaunay si avverava quasi trent’anni dopo la sua scomparsa.

Storia degli Europei di calcio: Italia 80, Germania canta

Nel 1980 era di nuovo tempo di Europei. Il mondo del calcio era cambiato di nuovo. L’era del calcio all’olandese volgeva al termine, e nuovi protagonisti si affacciavano alla ribalta. Due anni prima, ai mondiali di Argentina, la nazionale italiana aveva vissuto un momento di gloria, risorgendo prepotentemente dopo l’azzurro tenebra (secondo l’azzeccata definizione di Giovanni Arpino) dell’edizione del 1974 in Germania.
Rifondata da Fulvio Bernardini, l’Italia era stata condotta da Enzo Bearzot ad una brillante qualificazione a spese dell’Inghilterra, e poi ad una prima fase in cui aveva travolto in successione la Francia di Platini, l’Ungheria di Nyilasi e per finire gli stessi padroni di casa, l’Argentina di Mario Kempes. Nella seconda fase, sempre a gironi, la stanchezza e la sfortuna avevano preso il sopravvento: 0-0 soltanto contro una Germania Ovest schiacciata nella propria metà campo, 1-0 con l’Austria e sconfitta finale per 2-1 contro un’Olanda dominata nel primo tempo e poi capace di sorprendere Dino Zoff con due tiracci da fuori.
Malgrado il quarto posto finale andasse stretto agli azzurri, la prestazione argentina era vista di buon auspicio per il futuro immediato. I ragazzi di Bearzot avevano espresso a detta di tutti il calcio più spettacolare e parevano destinati a togliersi grosse soddisfazioni. A cominciare dal torneo europeo che doveva designare il successore della Cecoslovacchia.
L’UEFA non era soddisfatta dei risultati delle ultime edizioni, in termini di partecipazione di pubblico e spettacolarità. Aveva deciso pertanto di alzare la posta, aumentando ad otto il numero delle partecipanti alla fase finale, di organizzarle in due gironi di semifinale all’italiana (come era successo in Argentina) anziché in turni di eliminazione secchi, di stabilire anzitempo quale sarebbe stato il paese organizzatore, a quel punto qualificato di diritto.
L'Italia all'Europeo 1980
Il primo campionato Europeo di calcio nella nuova veste faceva gola a diverse nazioni occidentali, assolutamente in grado di allestire una edizione che ripagasse le aspettative dell’UEFA. Germania Occidentale, Inghilterra, Olanda si erano candidate al pari dell’Italia. Tre prime volte, contro una seconda, quella dell’Italia che aveva già avuto l’edizione del 1968. Ma la Federazione Italiana Gioco Calcio aveva allora il suo peso in sede UEFA, nella persona del leggendario Artemio Franchi che dal 1973 ne era il presidente, oltre che vice di Joao Havelange alla FIFA.
L’Italia ottenne dunque l’organizzazione dell’Europeo 1980, al quale si presentava inevitabilmente con la qualifica di favorita sull’onda delle belle prestazioni della selezione azzurra. La squadra di Bearzot sembrava in ulteriore crescita dopo il mondiale argentino. Con la Germania Ovest e l’Olanda in calo, i favori del pronostico erano tutti suoi.
Ma era destino che Italia 80 si rivelasse una delusione così come lo sarebbe stata Italia 90 dieci anni dopo. La maledizione azzurra agli Europei si sarebbe manifestata la prima volta proprio in occasione del bis casalingo, la sesta edizione in assoluto da quando il torneo era stato istituito.
Alle qualificazioni partecipò tutto il continente. Non era più tempo di esclusioni politiche o di boicottaggi, almeno in Europa, a differenza di quanto sarebbe accaduto nelle imminenti Olimpiadi di Mosca. Nel girone 1, l’Inghilterra rigenerata dal talento di Kevin Keegan dominò il consueto girone delle isole britanniche, con l’aggiunta della Danimarca di Allan Simonsen. Nel girone 2 il Belgio vinse un testa a testa con Austria e Portogallo. Nel terzo girone, la Spagna ebbe ragione di Jugoslavia e Romania. Nel quarto, l’Olanda superò Polonia e Germania Est. Nel girone cinque la Cecoslovacchia campione in carica si lasciò dietro la Francia di Platini. Nel sei, la Grecia a sorpresa prevalse su Ungheria, Finlandia e soprattutto URSS. Nel sette, la Germania Ovest vinse un girone facile su Turchia, Galles e Malta.
LA fase finale, che doveva aver luogo dal 11 al 22 giugno 1980, vedeva schierate dunque ai nastri di partenza le nazionali più forti del momento. I due gironi furono sorteggiati così: nel gruppo A Cecoslovacchia, Germania Ovest, Olanda e Grecia; nel gruppo B Italia, Spagna, Belgio ed Inghilterra. Gli stadi italiani designati ad ospitare gli incontri dell’Europeo erano quattro: Olimpico di Roma, San Paolo di Napoli, Comunale di Torino, San Siro di Milano.
Il gol di Tardelli all'Inghilterra
Tutto era pronto per la messa in onda del più grande spettacolo del continente. Tutto era pronto per la consacrazione dell’Italia di Enzo Bearzot a livello internazionale. Fu allora che il destino colpì.
Il 1° marzo del 1980 due oscuri personaggi del sottobosco affaristico capitolino, Massimo Cruciani ed Alvaro Trinca, denunciarono di essere stati truffati da alcuni calciatori della Lazio nell’ambito di un giro di scommesse clandestine basate su partite di campionato truccate. I laziali a loro dire non avevano rispettato la combine. L’inchiesta della Procura di Roma portò ad una serie di arresti in diretta in tutti gli stadi d’Italia, coinvolgendo squadre importanti e nomi eccellenti.
Tra questi, c’erano i due migliori attaccanti in circolazione: Paolo Rossi, il Pablito eroe d’Argentina, e Bruno Giordano, er core de Roma laziale, erede di Giorgio Chinaglia. Perfino Giancarlo Antognoni della Fiorentina fu sfiorato dall’inchiesta, risultando poi assolutamente sollevato da ogni addebito. Anche l’innocenza di Rossi e Giordano fu in seguito ristabilita (o comunque non ne fu provata la colpevolezza), ma i due bomber – in ragione della presunzione di colpevolezza che vige nella giustizia sportiva al contrario dell’ordinamento giuridico civile – furono fatti oggetto di una lunga squalifica. L’Europeo per loro finiva prima di cominciare.
Per la squadra azzurra era una mazzata non da poco. Le speranze d’attacco di Bearzot riposavano a quel punto sulle spalle di Roberto Bettega, menomato da un infortunio sul finire del campionato, e di Francesco Graziani ed Alessandro Altobelli, con il morale non certo alle stelle dopo due anni di panchina seguiti all’esplosione di Pablito. Poteva anche bastare, ma le sette partecipanti all’Europeo non sarebbero venute in Italia a lasciare spazi agli azzurri.
Il gol decisivo di Hrubesch nella finale
Nel gruppo A, la Germania Ovest si prese la rivincita sulla Cecoslovacchia della finale del 1976, e poi negò per l’ennesima volta all’Olanda ormai orfana di Cruyff la rivincita sulla finale mondiale del 1974. Le bastò un pareggio con la Grecia a reti inviolate per staccare il biglietto per la finale del 22 giugno successivo all’Olimpico di Roma. Dietro di lei, la Cecoslovacchia si qualificò per la finalina per il terzo posto prevista al San Paolo di Napoli. Sarebbe stata l’ultima volta, dall’edizione 1984 la finale di consolazione non sarebbe stata disputata più.
Nel gruppo B, i nodi di un attacco spuntato, di una condizione resa approssimativa da un campionato stressante conclusosi con la vittoria dell’Inter pochi giorni prima, da un morale profondamente scosso dalle vicende del Calcioscommesse (con la retrocessione di squadre di rango come Milan e Lazio decisa d’ufficio dalla F.I.G.C.), vennero al pettine come era prevedibile.
Nella prima partita giocata a San Siro, gli azzurri si fecero sorprendere da una Spagna che in quel momento non era la migliore Spagna di sempre, ma che tenne onore al suo soprannome di Furia Rossa prendendo d’infilata i padroni di casa e costringendoli allo 0-0. Nel frattempo il Belgio pareggiava con l’Inghilterra per 1-1. La seconda partita tra azzurri ed inglesi diventava determinante.
A Torino, l’Italia giocò un partitone, risolto da Marco Tardelli a pochi minuti dalla fine. La vittoria era prestigiosa, ma rischiava di essere inutile perché il Belgio nel frattempo aveva superato gli spagnoli per 2-1. L’Italia doveva giocarsi tutto nello scontro diretto. Che andò in scena all’Olimpico di Roma il 18 giugno.
Gli azzurri non giocarono neanche male, ma il Belgio fece catenaccio e picchiò come un fabbro. Antognoni fu ridotto a mal partito da Vandereycken, e per la già menomata formazione azzurra fu notte fonda. Lo 0-0 finale lasciava a Roma il Belgio per la finale, e spediva l’Italia a Napoli per la consolazione del terzo posto.
Che non ci fu. La Cecoslovacchia non era più quella del 1976, ma era pur sempre una formazione ostica. Andò in vantaggio con Jurkemic e fu ripresa da Graziani. Ai calci di rigore, i cechi dimostrarono che la precisione di quattro anni prima non era venuta loro meno. Si andò avanti ad oltranza, finché Fulvio Collovati non sbagliò il nono tiro dal dischetto. L’Italia finì quarta l’Europeo che nelle sue intenzioni e nelle sue possibilità avrebbe dovuto vincere.
Germania Ovest campione 1980
All’Olimpico, il 22 giugno fu il Belgio a sognare di prendersi la rivincita della semifinale di otto anni prima. Ma la germania Ovest, anche se non era più brillante come ai tempi di Gerd Muller & c., era pur sempre una formazione solida. Fu il mastodontico centravanti Horst Hrubesch a darle i due gol che valevano il titolo europeo, il secondo della sua storia.
Italia 80 finiva così, con un bis che non era quello sperato dai tifosi italiani, e che era premonitore di un tris che avrebbe avuto luogo dieci anni dopo, stesso stadio, stessa protagonista effettiva, stessa protagonista mancata.

Storia degli Europei di calcio: 1976 aspetti Olanda, esce Cecoslovacchia

Se l’edizione del 1972 era rimasta nella storia come una delle più spettacolari (grazie soprattutto alla Germania Ovest di Helmut Schon in stato di grazia), quella successiva al contrario andò in archivio come una delle meno divertenti in assoluto.
Eppure, le premesse perché quella del 1976, la quinta, fosse un’edizione memorabile c’erano tutte. I quattro anni trascorsi avevano visto l’affermazione definitiva ed epocale del calcio totale, praticato un po’ in tutto il Nord Europa, ma celebrato soprattutto dal Profeta Johann Cruyff e dai suoi apostoli in maglia orange.
Al mondiale tedesco di due anni prima, l’Olanda era stata la grandissima novità. Una squadra di fuoriclasse come non si vedeva più dai tempi della Grande Ungheria. Undici giocatori (ed alcune riserve assolutamente all’altezza) assolutamente non vincolati a ruoli e schemi precisi, tutti che sapevano fare tutto. Tutti che facevano tutto benissimo.
La finale di Monaco di Baviera aveva fatto impallidire il ricordo di quella dell’Azteca di Città del Messico. Alla fine aveva vinto la Germania Ovest padrona di casa, schierando l’undici di Bruxelles con Overath al posto del genio e sregolatezza Netzer. Una squadra niente male anche quella dei bianchi, anche se il mondo intero aveva tifato per gli orange, dopo essersi stropicciato gli occhi alle loro giocate ed appassionato alle loro imprese. La maglia numero 14 di Cruyff era finita sulle spalle dei ragazzini di mezzo pianeta.
L’appuntamento europeo del 1976 sembrava fatto apposta per consentire la rivincita di Monaco. Olanda e Germania Ovest erano ancora le squadre più forti del continente e continuavano a dimostrarlo ad ogni uscita, anche se i segni del declino (sia tedesco che olandese) si intravedevano all’orizzonte. L’Arancia Meccanica in particolare cominciava a battere in testa per alcune ruggini di spogliatoio (soprattutto nei riguardi del Pelé Bianco che se n’era andato a giocare da anni a Barcellona salutando il suo paese). Tra i tedeschi, insostituibile il bomber Gerd Muller che aveva dato addio alla propria nazionale dopo il mondiale, mentre era al canto del cigno Kaiser Franz Beckenbauer.
Cruyff e Panenka si scambiano i gagliardetti sotto il diluvio
L’Italia affrontò le qualificazioni europee in piena fase di rifondazione. Dopo il disastro di Stoccarda, il nuovo coach Fulvio Bernardini dette il benservito ai senatori della generazione messicana e chiamò in maglia azzurra i migliori giovani del campionato, ripartendo da zero come non era successo nemmeno dopo la Corea. Il sorteggio non era stato fortunato. La giovane Italia di Bernardini e Bearzot era stata inserita in un girone che comprendeva oltre ai vicecampioni del mondo olandesi anche la Polonia di Tomaszewski, Szarmach, Lato e Deyna, la splendida squadra che ci aveva eliminati in Germania. Chiudeva il girone 5 una Finlandia che si sarebbe dimostrata per nulla una squadra materasso. Passava ai quarti, purtroppo, come sempre una sola squadra.
L’esordio azzurro agli Europei avvenne a Rotterdam. E fu un grande esordio, malgrado la prevedibile sconfitta. Il vecchio Boninsegna portò addirittura in vantaggio l’Italia. Prima che Rensembrink e Cruyff ristabilissero i valori in campo, gli azzurri sembrarono rubare la scena agli orange. In particolare, una giovane mezzala si sarebbe guadagnato a fine partita gli elogi nientemeno che di sua maestà Johann Cruyff. Si chiamava Giancarlo Antognoni, sulle spalle aveva la maglia che era stata di Gianni Rivera e che per 73 partite (compreso un titolo mondiale) nessuno gli avrebbe più tolto.
Il rigore decisivo di Panenka
Fu un girone abbastanza equilibrato, tutto sommato. L’Olanda marciava a ritmo balbettante, dando modo agli avversari di starle alle costole. L’Italia pareggiò sia a Roma che a Varsavia con la Polonia per 0-0, vendicando parzialmente Stoccarda. Alla fine, a farle costare la qualificazione più che la sconfitta in Olanda fu il pareggio interno sempre per 0-0 con la Finlandia, battuta poi a Helsinki per 1-0. Nell’ultima partita all’Olimpico, l’Italia ritrovò l’Olanda senza più possibilità di sopravanzarla. Ma la Polonia poteva farlo, per differenza reti. Gli orange, subito il gol del vantaggio italiano da Capello, imbastirono la più clamorosa melina della storia nascondendo il pallone agli italiani (che davano segni di incoraggiante ripresa anche in questa circostanza) per buona parte dei novanta minuti. L’Italia dovette rimandare i suoi sogni di gloria ad un futuro che non era lontano, l’Olanda passò ai quarti pur avendo rinunciato a giocare come sapeva.
Assieme ad un’Olanda meno totale del solito, arrivarono ai quarti la Cecoslovacchia, capace di imporsi su un’Inghilterra in fase calante, il sorprendente Galles ai danni dell’Austria-Ungheria, la Jugoslavia facile sull’Irlanda del Nord di George Best e la Svezia, la Spagna regolare su Romania, Scozia e Danimarca, l’URSS di misura sull’Irlanda, il Belgio senza problemi contro la Germania Est (che due anni prima aveva vinto a sorpresa lo storico derby con i cugini dell’ovest) ed i cugini della Francia, la Germania Ovest senza problemi su Grecia e Bulgaria.

Československo 1976

Nei quarti, che dovevano stabilire le quattro semifinaliste ed il paese ospitante la fase finale, la Cecoslovacchia si prese una rivincita sull’URSS che aspettava da tempo, almeno otto anni, e che aveva poco di sportivo. I sovietici erano in fase di declino storico, malgrado il blocco della loro nazionale provenisse dalla Dinamo Kiev di Oleg Blochin, Pallone d’Oro 1975 e vincitore nello stesso anno di Coppa UEFA e Supercoppa europea contro il Bayern Monaco. La Cecoslovacchia invece non aveva prime donne, ma il suo collettivo era solido, e proprio nei giorni dell’Europeo 1976 stava giungendo a maturazione.
Sugli altri campi, la Germania Ovest superò la Spagna (pareggio 1-1 a Madrid, vittoria 2-0 in Germania). La Jugoslavia fece altrettanto con il Galles. Nel derby del Benelux, gli olandesi surclassarono i belgi sia all’andata nelle Fiandre (2-1) che al ritorno nei Paesi Bassi (5-0). Alle semifinali passavano dunque Cecoslovacchia, Jugoslavia, Germania Ovest ed Olanda.
Si trattava ora di scegliere il paese organizzatore di semifinali e finali. L’UEFA poteva scegliere Olanda (la Germania aveva organizzato da poco Mondiali ed Olimpiadi), oppure ritenere che i tempi fossero maturi per andare all’Est. Lo fece, optando per quello dei paesi di Oltrecortina che sembrava il meno distante dalla metà occidentale del continente. La Jugoslavia del maresciallo Tito aveva rotto con il Patto di Varsavia dal 1948, in piena epoca staliniana. E per quanto il suo regime di professasse dichiaratamente comunista, il paese era in lizza per la leadership dei cosiddetti non allineati con l’India di Indira Gandhi e Cuba di Fidel Castro.
Dal 16 al 20 giugno 1976 nella penisola balcanica andò dunque in scena l’atto finale della quinta edizione della Coppa Henri Delaunay. Non fu un grande spettacolo, il maltempo infierì particolarmente sulla manifestazione, il gioco ne risentì a prescindere dalla scarsa vena di alcuni suoi attesi protagonisti e dalla cornice poco suggestiva del socialismo reale.
A Zagabria, nella prima semifinale una Cecoslovacchia operaia ma implacabile eliminò clamorosamente la squadra che aveva fatto sognare il mondo. Gli olandesi uscirono dal campo con le ossa rotte, 3-1 il punteggio finale. Nessuno ancora lo sapeva, ma il mito degli orange finiva lì. De anni dopo in Argentina l’Olanda si sarebbe di nuovo issata ad una difficile finale contro i padroni di casa (singolare destino), ma non sarebbe più stata la stessa cosa. Senza Cruyff, che di lì a poco avrebbe dato l’addio al calcio, non poteva esserlo.
A Belgrado, la Germania Ovest mise rapida fine ai sogni dei padroni di casa di arrivare a quel titolo sfuggito loro nel 1960 a Parigi. 4-2, reti di Flohe, centravanti emergente dello Schalke 04, e di un Muller che non era più il leggendario Gerd, ma piuttosto il giovane Dieter, giovane promessa del Colonia. Sembrava che una nuova generazione di panzer potesse subentrare subito alla vecchia. Non era così.
Dopo che nella finalina l’Olanda aveva salvato almeno l’onore superando la Jugoslavia per 3-2, a Belgrado il 20 giugno scesero in campo i campioni in carica tedeschi contro i cecoslovacchi. I pronostici erano tutti per il bis della Germania. Ma i cecoslovacchi aspettavano anche questa di rivincite, e da più tempo che con i sovietici. E la condizione di squadra era dalla loro.
2-0 dopo 25 minuti, i cechi sembrarono fare un sol boccone dei tedeschi, senza riguardi. Ma i tedeschi allora e sempre non ci stavano a dichiararsi morti, e rimontarono fino al 2-2 all’ottantesimo. Il regolamento non era più quello delle edizioni passate, ed aveva introdotto la lotteria dei calci di rigore, anziché la ripetizione della partita come era successo a Roma nel 1968.
Sul dischetto andarono Masny, Nehoda, Ondrus, Jurkemik e Panenka per la Cecoslovacchia, tutti infallibili. Per i tedeschi dopo i centri di Bonhof, Flohe e Bongartz, toccò al veterano Uli Hoeness commettere l’errore decisivo, e disperarsene in eurovisione.
Non era stato un grandissimo Europeo, ma la Coppa tornava di nuovo ad Est. L’aveva sognata la Jugoslavia, la portava a casa una Cecoslovacchia che l’aveva meritata e che l’avrebbe difesa onorevolmente.