giovedì 11 settembre 2014

Nine Eleven

Tredici anni. Passati invano, verrebbe da dire. A giudicare almeno da tanti commenti che sto leggendo, come altre volte. Cinquantatre anni. I miei. E ancora mi sorprendo di quanta gente in questo paese si gratifica di un antiamericanismo di cui nemmeno lei stessa capisce la ragione. Se non quella di sentirsi qualcuno, padrona di un'identità che altrimenti non avrebbe.
Un tale, tempo fa, scriveva su Facebook più o meno: "gli sta bene (agli americani, ndr), visto che la maggioranza vota Bush ... meglio essere (testuali parole) figli di p….. che americani...". Che cosa si può controbattere? Niente. E poi, come diceva il grande Oscar Wilde, mai discutere con un cretino: prima di tutto si commenta da solo, e poi a farlo ci si mette sullo stesso piano e l'altro è destinato a prevalere in virtù della sua maggiore esperienza.
Personalmente, sono abbastanza vecchio da appartenere ad una generazione in cui ci sono persone che, come me, quando passano vicino all'American War Cemetery lungo la Firenze-Siena si commuovono immancabilmente alla vista di tutte quelle croci bianche senza nome. E pensano tutt'ora che è grazie a quelle croci, piantate pochi anni prima della nostra nascita, se questa nostra nascita appunto non è avvenuta in un mondo ben diverso e molto ma molto meno accogliente di questo che bene o male ci è toccato. E se anche un personaggio come quello sopra citato è libero  di esprimere la propria quantomeno discutibile opinione.
Ma anche se fossi nato più tardi e non sapessi nulla della Guerra Mondiale e della successiva Guerra Fredda (se non mi commuovessi cioé anche quando vado a Trieste e vedo il monumento ai Blue Devils, che impedirono a quella frontiera e alla gente che ci ha vissuto per tutti quegli anni tremendi di conoscere altre e ben peggiori tragedie oltre a quelle già vissute per mano dei compagni di Tito), credo che mi asterrei comunque da questo antiamericanismo, che offende non solo il buonsenso ma la stessa appartenenza alla razza umana.
La morte e la sofferenza sono uguali per tutti. Per quelle povere creature sepolte a Ground Zero. Per tutti i desaparecidos di un altro 11 settembre di qualche anno più addietro (sono davvero vecchio, c'ero anche allora e ricordo bene Allende che si tolse la vita nel Palacio de la Moneda assediato da Pinochet). Per tutti i morti delle Guerre del Golfo, dell'Afghanistan negli ultimi 30 anni e anche prima, dell'Iraq e dell'Iran, del Vietnam, della Cambogia, del Laos, di Israele e della Palestina, dell'Asia, dell'Africa e del Sudamerica coloniali e postcoloniali. E scusate se dimentico qualcuno.
La morte è morte, sia che indossi la divisa dei Marines sia quella di qualunque altro esercito, o anche e soprattutto gli abiti civili di qualunque popolo. Si può discutere della bontà di ideali e leaders, e ognuno la veda come vuole. E' tuttavia proprio grazie a quegli americani che qualcuno continua ad infamare anche adesso che ce lo possiamo permettere di vederla come ognuno vuole, appunto. Ma i morti meritano rispetto. E basta.
Più ci penso e più ritengo che il modo migliore di onorare le vittime delle Twin Towers, degli aerei suicidi e di tutte le guerre che ne sono seguite sarebbe soltanto un enorme, unico silenzio planetario. E che invece, sui social networks come altrove, perderemo immancabilmente per l'ennesima volta l'ennesima occasione.

"Non chiederti per chi suona la campana ... essa suona anche per te"

(John Donne, Nessun uomo è un'isola, ripresa da Ernest Hemingway nel suo celebre libro)

Nessun commento:

Posta un commento