lunedì 15 settembre 2014

Oriana Fallaci, orgoglio di Firenze e dell'Occidente

Oggi sono otto anni da quando se n’è andata, dopo aver affrontato la morte con lo stesso coraggio e la stessa dignità con cui aveva vissuto tutta la sua vita. «Voglio morire nella torre dei Mannelli guardando l'Arno dal Ponte Vecchio. Era il quartier generale dei partigiani che comandava mio padre, il gruppo di Giustizia e Libertà. Azionisti, liberali e socialisti. Ci andavo da bambina, con il nome di battaglia di Emilia. Portavo le bombe a mano ai grandi. Le nascondevo nei cesti di insalata».
Aveva cominciato così Oriana Fallaci, affrontando la morte per la prima volta a quindici anni, quando aveva fatto la staffetta partigiana sulle orme del padre Edoardo (ricevette anche un’onorificenza da parte dell’Esercito Italiano per questo). Pochi anni dopo, sulle orme dello zio Bruno, si dedicò a quello che sarebbe stato il mestiere della sua vita, il giornalismo.
Negli anni 50 cominciò a scrivere prima per Epoca e poi per l’Europeo. Si distinse dapprima come reporter di cronaca mondana da New York (il suo primo libro tratto da quell’esperienza, I sette peccati capitali di Hollywood ebbe addirittura la prefazione di Orson Welles). Poi iniziarono i suoi grandi reportage e le sue grandi interviste. Il sesso inutile è del 1962, a proposito della condizione della donna in Oriente. Se il sole muore è del 1965, e prende le mosse da un’intervista a Vernher Von Braun, l’inventore delle V2 naziste che gli americani avevano messo a lavorare al loro programma spaziale. Programma che lei avrebbe seguito fino allo sbarco sulla Luna.


Oriana era stata la nostra voce dal Vietnam quando tutti gridavano in piazza "Yankee go home!", poi era stata i nostri occhi nella Palestina di Yasser Arafat, quindi nella Grecia di Alekos Panagoulis (Un uomo) e della lotta al regime dei colonnelli.
Aveva testimoniato il ’68 americano, assumendo da subito posizioni controcorrente, come quando nel libro Niente e così sia aveva stigmatizzato emblematicamente "i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocare Che Guevara e poi vivono in case con l'aria condizionata, che a scuola ci vanno col fuoristrada di papà e che al night club vanno con la camicia di seta". Non a caso era amica di un altro intellettuale scomodo, e dalle posizioni egualmente eterodosse: Pier Paolo Pasolini, sulla cui morte misteriosa avrebbe poi indagato.
In quel 1968 la morte l’aveva di nuovo sfiorata durante il Massacro di Piazza delle Tre Culture a Città del Messico. Creduta inizialmente morta, si salvò invece per l’intervento miracoloso di un prete quando già era stata portata all’obitorio, e poté riprendere i suoi reportage dall’Indocina, lei che era stata la prima donna giornalista italiana mai recatasi in un teatro di guerra.
Inizialmente santificata da una sinistra profondamente antiamericana per i suoi reportage dal Vietnam e dalle altre zone dove la politica americana dell’epoca stava producendo vittime e disastri, lentamente, diradatosi il fumo della Guerra Fredda e degli Anni di Piombo, anche lei emerse finalmente per quello che era: soltanto una giornalista, di gran classe, e assolutamente imparziale.
Dal 1990, all’epoca del suo Inshallah che descrive la missione internazionale a Beirut nel 1983 a cui partecipò anche l’Italia, aveva scelto di vivere negli Stati Uniti, nell’Upper East Side di Manhattan, tra quegli yankees di cui aveva raccontato la sconfitta ed il ritorno a casa dal Vietnam, poiché si trovava sempre meno a suo agio in Europa e in Italia, dove ormai il clima culturale non le si confaceva più.
Aveva cessato di essere una reporter ed era rimasta una scrittrice, anche se il libro a cui aveva lavorato per tutti gli anni novanta fu messo da parte a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle. Nello stesso periodo aveva scoperto di avere la malattia con cui avrebbe combattuto per tanti anni: quel tumore ai polmoni che lei avrebbe chiamato l’alieno.
Quando, dopo l'11 settembre 2001, il mondo intero fu costretto a risvegliarsi nel boato del crollo delle Torri Gemelle e, come sempre succede in questi casi, ognuno di noi fu costretto (che gli piacesse o no) a prendere una posizione, lei non ebbe dubbi sulla sua, che evidentemente maturava da tempo, vista la forza esplosiva con cui uscì allo scoperto.
Ci sono pochi libri che catturano l’attenzione del lettore più di La rabbia e l'orgoglio. Oriana riuscì a dare le parole giuste alle sensazioni di tanta gente, nel mondo occidentale, ma anche nella sua città di origine. Bisogna aver vissuto a Firenze a cavallo tra la fine del XX secolo e l'attentato alle Torri per contestualizzare e capire bene quello che voleva dire.
Bisogna ricordare la rabbia, il disgusto, la sensazione di impotenza che dava a molti fiorentini la vista quotidiana della tendopoli - orinatoio a cielo aperto che era stata allestita con la connivenza delle autorità comunali in Piazza del Duomo. A tanti montava la bile in corpo, ma a pochi, forse solo ad Oriana riuscì di esprimere quel sentimento: a questo sconcio ci aveva portato la politica di accoglienza sbracata praticata a Firenze in modo acritico ed esclusivamente basandosi sull'interesse politico.
Questi erano i risultati. Questo era il declino della nostra civiltà, che non avrebbe peraltro saputo accogliere degnamente chi aveva veramente bisogno, e che presto avrebbe espulso anche noi stessi. L’attentato alle Torri era solo il momento culminante e più eclatante di questo processo storico.


Non si trattava di appoggiare Bush e i suoi attacchi militari a nemici probabilmente pretestuosi. Si trattava solo di svegliarsi (Wake up, Occidente!), e recuperare i propri valori, prima di ritrovarsi (come sta succedendo) ad ossequiare quelli di altri popoli meno caritatevoli di noi.

Oriana è morta il 15 settembre 2006 tra i lazzi e gli insulti di molti cosiddetti intellettuali e/o politici d'avanguardia e nel disprezzo di quel mondo di sinistra che altrettanto ingiustamente l’aveva eletta una volta a sua portabandiera, dimostrando di avere sempre capito poco delle sue parole. Quello che ha lasciato scritto, a chi ha un cervello e la voglia di usarlo, resta come un patrimonio dell’umanità al pari di tante opere d’arte fiorentine.

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