mercoledì 17 febbraio 2016

Monumento a Giordano Bruno



L’uomo che la mattina del 17 febbraio 1600 fu condotto al supplizio nella piazza romana denominata Campo de’ Fiori non era stato piegato da sette anni di prigionia nelle mani della Santa Inquisizione, a Castel Sant’Angelo. La prigione del Papa Re, la Bastiglia pontificia dove venivano rinchiusi ribelli ed eretici. Sottoposto a torture fisiche e psicologiche, tutte regolarmente autorizzate da Papa Clemente VIII secondo il diritto canonico (bastava che non si versasse sangue, ciò che era vietato dalla osservazione “letterale” delle Sacre Scritture), quell’uomo non aveva ceduto, ingaggiando anzi un duello mentale con le più sottili e cristianamente perverse menti dei seguaci di Torquemada.
Si chiamava Giordano Bruno, era nato a Nola nei pressi di Napoli nel 1548, tre anni dopo l’inizio di quel Concilio di Trento le cui determinazioni – conosciute universalmente come Controriforma – lui avversò per tutta la vita. Si chiamava in realtà Filippo, nome datogli in onore di Sua maestà Cattolica il re di Spagna nei cui possedimenti rientrava all’epoca il Mezzogiorno d’Italia. Il nome Giordano lo adottò allorché entrò nei Frati Domenicani, in onore del suo primo insegnante di metafisica. A quell’epoca, chi voleva studiare aveva davanti un solo portone a cui bussare: quello della Chiesa. Giordano Crispo con i suoi insegnamenti fece del giovane Filippo un uomo libero, e inevitabilmente lo condannò a morte.
Giordano Bruno detestava le religioni, tutte, indistintamente. Per lui erano poco più che superstizioni organizzate, costrizioni dentro cui la mente umana era condannata a rinunciare alla propria capacità di comprendere realmente il Divino e di amarlo. Nei trent’anni in cui girò l’Europa dopo aver abbandonato i Domenicani in seguito al primo fumus persecutionis indotto dalle sue prese di posizione in odore di eresia, non è un caso che prima o dopo fu perseguitato in egual modo da tutte le Autorità e da tutte le Chiese, fossero cattoliche, calviniste, anglicane. Nel secolo in cui Riforma e Controriforma si combattevano con la spada piuttosto che con le proposizioni conciliari, un uomo libero era qualcosa di inviso a tutte le confessioni e a tutti i sovrani.
Niccolò Copernico
Giordano era convinto che l’universo non fosse altro che una sostanziazione del principio divino. Dio era l’essere trascendente che lo aveva creato, ma era anche ad esso immanente. Dio era la stessa Natura, la permeava, coincideva con essa. Anzi, essendo l’universo infinito, proprio questo lo rendeva un Essere Infinito anch’Egli, non potendosi quindi parlare di coincidenza rispetto a due entità senza confini.
Giordano era un sostenitore di Mikołaj Kopernik, italianizzato Niccolò Copernico, l’astronomo polacco che per primo ebbe il coraggio di confutare le tesi scientifiche di Claudio Tolomeo, il filosofo astronomo ellenistico egiziano che elaborò la teoria del geocentrismo (la Terra corpo immobile al centro dell’universo) consegnandola al Medioevo cristiano che avrebbe condizionato pesantemente per oltre mille anni. L’eliocentrismo di Copernico in realtà riprendeva quello degli studiosi greci dell’Età Classica, da Aristarco di Samo in poi.
La Chiesa coetanea del Rinascimento soffriva la messa in discussione della propria autorità scientifica prima e morale poi. E reagiva scomunicando e affidando al “braccio secolare” per la tortura e per l’esecuzione degli eretici. Giordano Bruno pensava che fossimo tutti parte dello stesso Divino in un universo sconfinato di luoghi e di creature senza gerarchia. Pensava che Copernico avesse ragione e Tolomeo torto. Che il culto dei Santi riaffermato dal Concilio di Trento fosse contrario all’essenza della religione cristiana stessa. Metteva in discussione la stessa Trinità paragonandola a una forma riveduta e corretta di idolatria. Pensava convintamente che le cosiddette eresie altro non fossero che manifestazioni naturali di libero pensiero, avversate dalla dottrina imperante della Chiesa Cattolica.
Castel Sant'Angelo
Ce n’era più che a sufficienza perché il cardinale Bellarmino, direttore del Santo Uffizio Romano, cercasse per sette anni di strappargli l’abiura, cioè la rinuncia a tutte queste “tesi” eretiche, in quanto minavano alla base l’esistenza della Chiesa di Dio e del suo potere in terra. In un primo tempo Giordano Bruno sembrò piegarsi, accettando tale rinuncia ex nunc, cioè da quel momento in poi. Sottilmente, significava scrivere in calce all’abiura che gli era stata esplicitamente estorta, e che quindi non aveva valore sostanziale.
La Chiesa rifiutò, imponendogli l’abiura tout court. Giordano Bruno dimostrò di avere coraggio oltre che testa chiudendosi in uno sdegnoso silenzio, rotto soltanto dalle parole con cui accolse la sentenza finale, l’8 febbraio 1600: «Forse tremate più voi nel pronunciare contro di me questa sentenza che io nell'ascoltarla».
Fu portato al rogo imbavagliato, affinché la folla riunita ad assistere non potesse udire alcuna parola da parte sua. Nello stesso punto in cui fu ucciso, quasi tre secoli più tardi il governo dell’Italia Unità presieduto da Francesco Crispi gli eresse un monumento, che lo ritraeva fiero e sobriamente intento a guardare in direzione del Vaticano, con sguardo ammonitore. Alla base del monumento tutt’oggi presente a Campo de’ Fiori si legge: «A Bruno, il secolo da lui divinato qui dove il rogo arse».
Il secolo da lui divinato era quello seguente a quello dei Lumi, il XIX°. Il secolo che vide l’affermarsi dei Liberi Pensatori soprattutto organizzati nelle logge massoniche. Francesco Crispi era uno di questi, e nel pieno della Guerra Fredda tra Stato e Chiesa conseguente alla Breccia di Porta Pia non gli parve vero di erigere il monumento celebrativo di colui che era diventato l’icona del Libero Pensiero stesso.
Dopo i Patti Lateranensi del 1929, i cattolici oltranzisti fecero un ultimo tentativo per chiedere la rimozione della statua. Fu il filosofo Giovanni Gentile, ideologo del Fascismo ma grande ammiratore di Bruno, a consigliare Mussolini a dire no. Il Duce, probabilmente anche lui in gioventù un ammiratore di Giordano Bruno, seguì volentieri quel consiglio.
Papa Giovanni Paolo II
La tragica fine di Giordano Bruno aveva costituito infine un precedente significativo di cui Galileo Galilei non aveva potuto non tenere conto, allorché 33 anni dopo il filosofo di Nola era toccato a lui trovarsi di fronte alla scelta postagli dal Santo Uffizio tra l’abiura ed il probabile supplizio. Galileo scelse l’abiura, e non se lo perdonò mai. Giovanni Paolo II lo riabilitò quattro secoli dopo, chiedendogli scusa con gesto pubblico di grande effetto. Giordano bruno non ebbe la stessa fortuna. Papa Woytila si limitò ad esprimere “profondo rammarico per la sua morte”, tuttavia il pur triste episodio della storia cristiana moderna non consentiva a suo dire la riabilitazione.
Per la Chiesa Cattolica Giordano Bruno rimane colui il cui pensierolo condusse a scelte intellettuali che progressivamente si rivelarono, su alcuni punti decisivi, incompatibili con la dottrina cristiana". Per gli scienziati moderni rimane invece come il precursore addirittura della teoria degli “universi paralleli”. Una specie di padre sia della scienza che della fantascienza. Colui che per primo ha liberato la mente dell’uomo dalla superstizione, ed in ultima analisi la sua stessa dignità.

Campo de' Fiori oggi

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