venerdì 1 giugno 2012

Storia degli Europei di calcio: 1972 Deutscheland Uber Alles

Quattro anni dopo la vittoria dell’Italia, il mondo era completamente cambiato. Anche il calcio, come ogni altra cosa. Quando Valcareggi e i suoi ragazzi avevano alzato la Coppa che sanciva la rinascita della scuola italiana dopo il periodo buio del dopoguerra, la penisola pallonara era all’apice di un’epoca in cui i suoi club dominavano in Europa ed i suoi campioni facevano incetta di gol, titoli, riconoscimenti. Ma nuovi eroi erano sulla rampa di lancio, nuove squadre premevano per raggiungere il loro momento di gloria. Nuove filosofie di gioco si preparavano a strabiliare un mondo che era sostanzialmente rimasto lo stesso fin dagli anni Trenta.
Un anno dopo il trionfo di Roma, al Santiago Bernabeu di Madrid il Milan aveva vinto la sua seconda Coppa dei Campioni schiantando l’Ajax di Amsterdam. Il 4-1 finale era sembrato un’apoteosi. In realtà si trattava del canto del cigno. Il calcio del nord stava per travolgere quello mediterraneo, e proprio i “lanceri” olandesi avrebbero suonato la carica decisiva.
Anche la Germania era matura per rinverdire il suo palmares, fermo alla chiacchierata vittoria sulla Grande Ungheria ai mondiali del 1954. Una nuova generazione di campioni si stava affacciando alla ribalta. Dopo il secondo posto ai mondiali del 1966 ed il terzo a quelli del 1970, i tedeschi avevano ottenuto l’organizzazione della successiva edizione del 1974. In vista della quale erano riusciti ad allestire uno squadrone.
A livello di club, tedeschi ed olandesi cominciavano a porsi come mine vaganti capaci di travolgere club ben più prestigiosi. Nel 1971 in Coppa dei Campioni l’Inter di Mazzola e Facchetti era stata travolta per 7-1 a Moenchengladbach dal semisconosciuto Borussia. Una lattina piovuta giù dagli spalti del settore tedesco che centrò il centravanti nerazzurro Boninsegna costò ai padroni di casa la ripetizione del match, e l’Inter finì per salvarsi (0-0 in Germania, 4-2 a Milano). Ma l’andamento ed il risultato del match annullato avevano destato comunque grande impressione, e dato il segnale che un’epoca stava forse finendo e tutto stava cambiando.
L’Ajax vinceva la Coppa con le Orecchie per tre volte di fila imponendo come miglior giocatore il suo Johann Cruyff, che qualcuno chiamava già il Pelé Bianco. Da quel Borussia M. era uscito fuori un giocatore ritenuto all’epoca non meno formidabile, quel Gunther Netzer capace per un breve periodo di oscurare in Nazionale tedesca perfino stelle del calibro di Beckenbauer e Gerd Muller. Una specie di versione germanica di George Best, genio e sregolatezza.
Germania Ovest 1972
Gli italiani sulla carta erano sempre quelli dell’Azteca, i vencidores della partita del secolo proprio contro la Germania e coloro che avevano messo paura al Brasile più forte di sempre in finale. La generazione che aveva riportato lustro e prestigio al calcio nostrano si apprestava a proseguire la sua strada di vittorie, ma in realtà cominciava a mostrare anzitempo i segni dell’usura. Il nostro campionato era all’epoca se non il più bello di sicuro il più difficile del mondo. Durante le qualificazioni europee, a Vienna, Gigi Riva aveva riportato la frattura di tibia e perone ad opera del terzino Hof. E senza Rombo di Tuono la nazionale azzurra era molto meno pericolosa.
Al ritorno dal Messico, i tifosi che avevano fatto la bocca al titolo mondiale avevano accolto gli azzurri con fischi e pomodori, festeggiando così il secondo posto. In particolare non era andata giù all’opinione pubblica la famosa staffetta tra Mazzola e Rivera, con i sei minuti finali giocati dall’asso milanista contro Pelé & c. che erano sembrati una beffa. Valcareggi non aveva intenzione di prestare di nuovo il fianco a critiche, né di correre rischi. Istintivamente, fece quello che fanno tutti gli allenatori che vengono da una grande prestazione passata: si affidò al blocco dei senatori, stavolta sistemando sia Rivera che Mazzola nello schieramento titolare, e rinviando esperimenti di talenti emergenti, come Franco Causio, Claudio Sala, Romeo Benetti, Fabio Capello, al dopo-Europeo.
Gerd Muller
La quarta edizione della Coppa Delaunay fu affidata al Belgio, che comunque dovette disputare le qualificazioni come tutte le altre 31 squadre partecipanti. Per la prima volta l’Europa poteva dirsi al completo, da Lisbona agli Urali. Otto gironi di quattro squadre videro la qualificazione ai quarti delle squadre migliori, con una sola sorpresa. La Romania ebbe ragione di una Cecoslovacchia in calo, l’Ungheria di una Francia ancora più in calo, l’Inghilterra della Svizzera, l’URSS si prese la rivincita su una Spagna in tono minore, il Belgio regolò il Portogallo, l’Italia Austria e Svezia, la Jugoslavia ebbe ragione di un’Olanda il cui calcio totale non era ancora sbocciato appieno (e questa fu la sorpresa), la Germania Ovest con la sua generazione di fenomeni ebbe ragione di una Polonia che si stava affermando come altrettanto fenomenale, a  cominciare dal suo leggendario portiere Ian Tomaszevski.
Ai quarti si consumò il destino dell’Italia. In concomitanza con le fasi finali di un campionato combattuto ed estenuante che vide la Juventus di Bettega prevalere di un solo punto sul Milan di Rivera e sul Torino di Agroppi e Pulici, una squadra azzurra priva di energie affrontò il Belgio dell’astro nascente Van Himst e del catenaccio altrettanto nascente del mister Raimund Goethals, con cui l’allievo belga sperò il maestro italiano. 0-0 a San Siro e sconfitta per 2-1 al Park Astrid di Bruxelles, in quella che fu l’ultima partita in azzurro di Picchio De Sisti e la prima di Fabio Capello. Addio sogni di gloria.
Negli altri scontri, nuova rivincita della Germania Ovest sull’Inghilterra della finale del 1966. Dopo il 3-2 di Guadalajara, stavolta fu 0-0 a Londra e 3-1 a Berlino Ovest. L’Ungheria ebbe bisogno di ricorrere alla terza partita di spareggio per eliminare i rumeni. L’URSS travolse in casa la Jugoslavia per 3-0 dopo lo 0-0 di Belgrado, sembrando potersi riproporre con la stessa forza del passato.
Beckenbauer alza la Coppa Delaunay
In semifinale, fu proprio l’URSS la delusione, malgrado la vittoria sull’Ungheria per 1-0. Fu una partita tattica, noiosa, macchinosa tra due squadre che apparvero vecchie glorie, nobili decadute da un glorioso passato. Tutt’altra cosa la semifinale di Anversa, giocata da due squadre alle quali invece sembrava appartenere il futuro. Il sorteggio non era stato benevolo con il Belgio, mettendogli di fronte la Germania Ovest fin da subito. Malgrado la forza dei ragazzi di Goethals, essi si ritrovarono a sbattere nel muro alzato da quelli di Helmut Schon, che erano più forti di loro. E’ opinione comune che la Germania del 1972 fosse ancora più brillante ed in stato di grazia di quella che due anni dopo si sarebbe ripetuta vincendo il titolo mondiale a domicilio contro la leggendaria Olanda di Cruyff. Finì 2-1, con le reti tedesche ambedue segnate dall’altrettanto leggendario Gerd Muller, cannoniere mondiale destinato a restare sul trono fino all’avvento del fenomeno Ronaldo.
Il Belgio dovette accontentarsi della medaglia di bronzo, avendo ragione nella finalina dell’Ungheria. Il 18 giugno 1972, allo stadio Heysel di bruxelles, uno stadio che sarebbe diventato tristemente famoso per noi italiani tredici anni dopo e che oggi è stato ribattezzato in “Re Baldovino” per dimenticare un nome che suscita orrore ancora oggi al pari di quello di Cernobyl, scesero dunque in campo la nazionale tedesca dell’ovest e quella sovietica.
Fu una partita senza storia, imbarazzante per la superiorità della nouvelle vague germanica contrapposta ad una squadra russa costruita sul blocco della Dinamo Kiev, i cui giorni migliori sembravano ormai lontani. 3-0, Gerd Muller chiuse capocannoniere aggiungendo altre due reti e finendo a quattro complessive. Franz Beckenbauer alzò finalmente il primo trofeo della sua carriera, che non era destinata comunque a concludersi lì.

Storia degli Europei di calcio: 1968 finalmente Italia



Dopo la vittoria sull’URSS e la conquista del primo titolo internazionale, la Spagna si era avviata verso un dorato crepuscolo destinato a durare, a livello di Nazionale come di club, fino alla fine del regime franchista ed anche oltre. Ma nel frattempo il calcio europeo aveva rialzato la testa anche grazie ad altri interpreti.
Nel 1966 il mondiale inglese aveva visto un podio tutto del Vecchio Continente, per la prima volta dal 1934. L’Inghilterra si era vista finalmente riconoscere il titolo di maestra del calcio che ostentava fin dalla nascita del football nel secolo precedente, ma che nel ventesimo secolo non si era mai tradotto in un successo internazionale in competizioni ufficiali. Dietro di lei, Germania Ovest, Portogallo ed URSS. Grandi squadre e grandi stelle da opporre a quelle del calcio sudamericano, come quell’Eusebio portoghese che non aveva fatto rimpiangere più di tanto Pelé.
Sembrava proprio che il vecchio sogno di Henri Delaunay di creare una prestigiosa Coppa Europa di calcio per nazioni fosse finalmente sul punto di decollare. Alle qualificazioni per l’edizione che si doveva disputare nel 1968 si iscrissero 31 rappresentative, praticamente l’intero continente. Furono divise in otto gironi, sette da quattro, l’ottavo – quello di Jugoslavia, Germania Ovest ed Albania - da tre.
Alla rinascita del calcio europeo, l’Italia aveva contribuito grandemente a livello di club. La Nazionale azzurra invece aveva collezionato batoste su batoste, rendendo ai suoi tifosi quasi impossibile immaginare che un giorno questa squadra aveva dominato in lungo e in largo, mettendo insieme tra il 1934 ed il 1938 due titoli mondiali ed uno olimpico.
Il 1966 era stato un annus horribilis. La squadra allenata da Edmondo Fabbri e piena zeppa di giovani promettenti stelle provenienti da squadre che avevano monopolizzato le ultime edizioni della Coppa dei Campioni – le milanesi – o che comunque tremare il mondo facevano – il Bologna di Bernardini – era andata a sbattere contro una di quelle mine vaganti che gli italiani sono bravi a fabbricarsi da soli, salvo poi saltarci sopra in aria. La Corea del Nord di Pak Doo Ik aveva eliminato gli azzurri a Middelsborough, aprendo una delle crisi epocali del nostro calcio.
Ne era seguita la chiusura delle frontiere (allora si poteva) ed il ritorno alla coltivazione di un vivaio che non aveva e non avrebbe deluso. A Rivera, Mazzola & c. si aggiunsero campioni del calibro di Gigi Riva, Angelo Domenghini, Giancarlo De Sisti, Giacinto Facchetti, Pierino Prati e tanti altri, gente che finalmente trovava posto in prima squadra e poteva esprimere fino in fondo tutto il suo notevole potenziale. Era ora per il calcio azzurro di rinascere, dopo trent’anni di umilianti débacles.
10 giugno 1968 - Roma, stadio Olimpico
Le qualificazioni offrirono poche sorprese. La Spagna campione in carica vinse di misura il primo girone sulla Cecoslovacchia. La Bulgaria surclassò a sorpresa nel secondo il Portogallo di Eusebio. L’URSS frantumò il terzo spazzando via Grecia ed Austria, la Jugoslavia fece altrettanto nel quarto, malgrado la presenza dei vicecampioni del mondo della Germania Ovest. L’Ungheria non ebbe problemi con i tedeschi dell’est e gli olandesi nel quinto. Nel sesto, l’Italia non ebbe problemi con Romania, Svizzera e Cipro. Nel settimo la Francia sopravanzò i cugini belgi e la Polonia. Chiuse l’Inghilterra a cui era stato riservato un gironcino coincidente con il Regno Unito, comprendente Scozia, Galles ed Irlanda del Nord.
Ai quarti di finale parteciparono dunque squadre che avevano scritto la storia del calcio europeo e mondiale nei trent’anni precedenti. Due campioni del mondo (Inghilterra ed Italia), due campioni europei (URSS e Spagna), un campione olimpico (Jugoslavia, a Roma 1960), ex-grandi squadre che avevano sfiorato il successo (Ungheria nel 1954 e Francia nel 1958) e la proverbiale outsider, la Bulgaria. Quattro squadre dell’Ovest, quattro dell’Est, in perfetta parità.
Era l’anno in cui la contestazione giovanile sconquassava il mondo. Nell’ottobre successivo a Città del Messico sul podio della gara più prestigiosa dell’Atletica Tommie Smith avrebbe sconvolto le Olimpiadi portando alla ribalta il Black Power con il suo pugno alzato. Olimpia si era dovuta aprire ai tempi dimenticando filosofie e gesti che non erano più quelli di de Coubertin. Era lecito aspettarsi anche nel calcio qualche sconquasso che rimettesse in discussione gli schemi, in tutti i sensi.
La rivoluzione era nell’aria, ma non ancora matura. Nei sobborghi di Amsterdam un ragazzino di nome Johannes Hendrik aveva smesso di palleggiare sui marciapiedi ed era finito titolare nei Lancieri dell’Ajax. Ma il tempo di Johann Cruyff non era ancora venuto. L’Europeo del 1968 fu invece il momento della rinascita di alcune grandi decadute.
Cominciò l’Inghilterra, che confermò il buon sangue della sua generazione calcistica eliminando i campioni in carica della Spagna. 1-0 a Madrid, 2-1 a Londra. Continuò l’Italia, che strinse i denti a Sofia in Bulgaria limitando i danni per 2-3 malgrado l’infortunio di Armando Picchi che mise in crisi la difesa e grazie alla consacrazione definitiva di Domenghini e Prati, eroi delle due sponde della Milano calcistica. A Napoli, al ritorno, il discorso qualificazione fu comunque archiviato con un perentorio 2-0.
A Parigi, la Francia mancò l’ennesima rivincita sulla Jugoslavia pareggiando 1-1 e andando poi a soccombere a Belgrado per 5-0. A Budapest, l’URSS illuse l’Ungheria di poter cogliere anche’essa finalmente una rivincita che in questo caso non era soltanto sportiva, andando sotto per 2-0. le cose furono rimesse a posto per i sovietici allo stadio Lenin di mosca, 3-0 e sogni magiari rimandati.
Era il momento di assegnare la fase finale. In ballo, due paesi dell’Est, due dell’Ovest. Di andare a giocare all’Est non se ne parlava, i tempi non sarebbero stati maturi fino al 1976. All’Ovest, l’Inghilterra aveva appena avuto il suo mondiale. Restava l’Italia.
Dopo 34 anni una competizione internazionale calcistica tornava a disputarsi nel nostro paese. Dopo otto anni dall’Olimpiade romana, gli stadi italiani tornavano a gremirsi di appassionati che sognavano un trionfo azzurro di cui avevano solo sentito parlare dai più vecchi, nei ricordi di un tempo ormai lontano prima della guerra.
Valcareggi con Anastasi e Riva
Gli stadi prescelti per le semifinali erano il San Paolo di Napoli, dove si doveva giocare Italia – URSS, e il Comunale di Firenze dove sarebbe andata in scena Jugoslavia – Inghilterra. All’Olimpico di Roma, era riservata la finale che tutti nella penisola sognavano.
A Napoli, l’Italia affrontò a viso aperto quella che nell’ultimo decennio era stata spesso la sua bestia nera. Lo fu anche stavolta, tenendo testa agli azzurri di Valcareggi per 120 minuti. Un gran tiro di Domenghini si stampò sul palo strozzando l’urlo dei partenopei quel giorno vestiti dell’azzurro nazionale. Alla fine delle ostilità, non era prevista l’esecuzione dei calci di rigore, né la ripetizione (ammessa solo per la finale). Era il momento della fatidica monetina, un sistema superato in crudeltà soltanto dalla breve stagione del golden goal.
L’arbitro tedesco Tschenscher chiamò dunque le due squadre negli spogliatoi per il sorteggio. Da quel momento, ciò che successe è ammantato di leggenda. Il capitano azzurro Giacinto Facchetti aveva fama di essere fortunato al gioco. Toccò a lui scegliere testa ed aspettare il fatidico lancio. Fuori, lo stadio era reso elettrico dalla tensione repressa, che si sciolse improvvisamente allorché i napoletani videro affacciarsi dalla scaletta degli spogliatoi un Facchetti stravolto dalla felicità. L’arbitro aveva raccolto la monetina e detto Italy.
L’URSS tornava a casa imbattuta ma eliminata. A Firenze intanto la Jugoslavia superava l’Inghilterra per un gol a zero, e si poneva come ultimo ostacolo tra gli azzurri ed il gradino più alto del podio. I plavi erano un’altra bestiaccia contro cui l’Italia era uscita spesso malconcia. Anche in questo caso, alla rivalità sportiva si aggiungevano motivazioni extracalcistiche, che risalivano alla guerra mondiale ed al suo epilogo sanguinoso.
L’8 giugno l’Inghilterra campione del mondo vinse il bronzo a spese di una URSS ormai demotivata. Due ore dopo, nello stesso stadio Olimpico, gli azzurri scesero in campo per il titolo contro una Jugoslavia che non faceva mistero di sentirsi superiore. Ai balcanici mancava Osim, agli azzurri Rivera. La Jugoslavia sembrò inizialmente tornata quella del 1960, irretendo gli azzurri con un gioco paragonabile a quello della Spagna di quarant’anni più tardi. Il bomber Dzajic, che aveva già deciso la semifinale, portò in vantaggio gli slavi, che da quel momento in poi si misero a gestire il risultato anziché cercare il colpo del K.O.
Giacinto Facchetti solleva la Coppa Europa
Gli azzurri privi di Rivera non riuscivano ad innescare i loro pur temibili attaccanti Anastasi e Prati. Ci voleva una prodezza individuale, la trovò Domenghini a dieci minuti dalla fine, con un calcio di punizione dei suoi. Risultato finale 1-1, tutto da rifare.
Il regolamento prevedeva la ripetizione del match dopo 48 ore. I calci di rigore su cui l’Italia avrebbe pianto spesso e volentieri erano per fortuna di là da venire. Valcareggi capì che non poteva ripresentare la stessa formazione di due giorni prima, servivano forze nuove. Dentro Mazzola e spazio a due ragazzi che di lì a poco avrebbero fatto la storia dei rispettivi club: Gigi Riva, che dopo quella partita cominciò ad essere chiamato Rombo di Tuono, e Picchio De Sisti. Fu proprio Riva a dare fiato alle speranze dell’Italia portandola in vantaggio al ’12. Fu Anastasi a darle certezze, raddoppiando al ’31. La Jugoslavia non aveva più le forze per ribaltare il risultato.
Trenta anni dopo gli azzurri tornavano ad alzare una coppa, Roma a riempirsi di gente festante. La maledizione degli eredi di Vittorio Pozzo era finita. L’Italia era rinata, anche nel calcio.

Storia degli Europei di calcio: 1964 Que Viva Espana



La vittoria dell’URSS all’Europeo di Calcio France 60 era stata una sorpresa soltanto per i non addetti ai lavori. Il calcio dell’Est era in forte ascesa, negli anni in cui la Cortina di Ferro della Guerra Fredda sembrava iniziare faticosamente e lentamente a sollevarsi.
Dopo l’exploit della Grande Ungheria ai mondiali svizzeri del 1954 e quello dell’Unione Sovietica agli europei francesi del 1960 (corredato da un podio tutto “comunista”, con la non allineata Jugoslavia medaglia d’argento e l’Ungheria ritornata forzatamente ortodossa medaglia di bronzo), era arrivato il secondo posto della Cecoslovacchia di Masopust & C. ai mondiali cileni del 1962. I cechi avevano dato del bel filo da torcere ai carioca privi di Pelé, che l’avevano spuntata con più fatica di quanto dicesse il punteggio finale, 3-1.
In vista dell’edizione del torneo continentale dell’anno di grazia 1964, due cose erano ormai chiare. La prima era che all’Est ormai si giocava a calcio quasi altrettanto bene che all’Ovest. La seconda era che la Coppa Henri Delaunay si stava affermando come una realtà tecnicamente appetibile. Alla seconda edizione, l’unico forfait di rilievo fu quello della Germania Ovest, peraltro non ancora annoverabile tra le potenze calcistiche di primo piano malgrado il successo mondiale di dieci anni prima.
Alle eliminatorie, da disputarsi fino ai quarti con matches di andata e ritorno aventi luogo nei paesi contendenti, si iscrissero ben 29 paesi sui 32 allora presenti sulla carta geografica dell’Europa (oltre ai tedeschi dell’ovest si tennero fuori soltanto Scozia e Finlandia). Stavolta, la grana diplomatica scoppiò subito, con la Grecia che si rifiutò di incontrare quell’Albania dalla quale la dividevano questioni secolari di rivendicazioni territoriali. URSS, Austria e Lussemburgo furono ammesse direttamente al secondo turno.
Poche le sorprese, di rilievo praticamente la sola eliminazione dell’Inghilterra, al suo debutto europeo, per 6-3 da parte della Francia semifinalista quattro anni prima. L’Irlanda del Nord andò a vincere in Polonia. L’Italia, altra debuttante, in Turchia. Ottimo esordio anche per la Spagna, che si impose con un complessivo 7-3 sulla Romania.
Negli ottavi, arrivarono i primi verdetti importanti. In primo luogo, quello che ci interessava da vicino. L’Italia, calcisticamente parlando, era ancora un paese convalescente, che stentava ad allestire rappresentative all’altezza dei fasti del passato. Opposta all’URSS campione in carica, la nazionale azzurra perse malamente a Mosca. Allo Stadio Lenin stava già sotto per 2-0 dopo i primi 45 minuti. All’Olimpico di Roma non riuscì a ribaltare il risultato, anzi si trovò sotto con Gusarov al 33’. In questa circostanza nacque la più celebre “staffetta” della storia del calcio italiano. Sbagliò il pareggio la giovane stella della Grande Inter di Herrera, Sandro Mazzola. Rimediò a pochi secondi dalla fine il subentrato Gianni Rivera, altrettanto giovane stella di un altrettanto Grande Milan.   L’1-1 sancì l’eliminazione dell’Italia.
Ai quarti, si allinearono la Spagna a scapito dell’Irlanda del Nord, la Svezia che eliminò la Jugoslavia finalista di Parigi, la Danimarca che regolò l’Albania, il sorprendente Lussemburgo che eliminò un’Olanda ancora neanche lontana parente di quella che avremmo ammirato dieci anni dopo. L'Eire ebbe ragione dell’Austria, la Francia della Bulgaria e l’Ungheria della Germania Est nell’unico derby del Patto di Varsavia.
I turni eliminatori si conclusero con le sfide dei quarti. Il Lussemburgo si confermò quell’anno miracolato, riuscendo a portare la Danimarca al terzo match in campo neutro (all’epoca non valeva la regola dei gol segnati in trasferta). I danesi con gran fatica si issarono alle semifinali, accompagnati dalla travolgente Spagna (7-1 all’Eire), dall’implacabile Unione Sovietica (4-2 ad un’ottima Svezia) e dall’Ungheria capace di sbancare il parco dei principi ed eliminare la Francia.
Era il momento di sorteggiare il paese ospitante la fase finale. Si profilava un'altra possibile grana diplomatica. Due delle quattro semifinaliste rappresentavano paesi che per svariati motivi erano ritenuti non idonei ad ospitare grandi manifestazioni sportive internazionali, URSS ed Ungheria. Una terza, la Danimarca, aveva poco peso specifico, in tutti i sensi. Restava la Spagna.
La penisola iberica viveva a quel tempo una condizione particolare. Il paese che a partire dal Rinascimento fino al Secolo dei Lumi aveva praticamente dominato la storia europea, ne era rimasto sostanzialmente fuori dopo le guerre napoleoniche e fino alla seconda guerra mondiale. La Guerra Civile spagnola era stata una palestra per le dittature fasciste in vista del conflitto che si sarebbe scatenato sul pianeta di lì a poco. Tra l’altro, solo l’URSS di Stalin aveva provato a sostenere il campo del Fronte Popolare. Troppo poco, aveva vinto Francisco Franco instaurando a sua volta una dittatura destinata a durare 40 anni. Il generalissimo non aveva bisogno della partecipazione sovietica alla difesa della repubblica per coltivare il proprio anticomunismo viscerale e vedere tutto ciò che era russo come fumo negli occhi per il resto della sua vita.
La Spagna si era inorgoglita dei successi a ripetizione del suo Real Madrid nei trofei internazionali di club. Ma non aveva ancora stretto nel pugno alcun alloro a livello di nazionale. La miglior prestazione delle Furie Rosse risaliva ai mondiali italiani del 1934, allorché Zamora & C. fecero vedere i sorci verdi ai ragazzi di Vittorio Pozzo, che ebbero bisogno della ripetizione del match nei quarti e dell’assenza del leggendario portiere iberico per passare il turno e volare verso il titolo.
Nel 1959, la Spagna franchista si era rifiutata di andare a rendere visita alla Russia comunista, lasciandole via libera verso la fase finale a Parigi. Stavolta, l’onore dell’Occidente riposava tutto sulle spalle della Furia Roja. Il Blocco dell’Est stava diventando imbattibile, ingombrante.
Accertato che la Spagna stavolta avrebbe tenuto la posizione, come quei tercios che ne avevano fatto una volta la fortuna militare, l’UEFA le assegnò l’organizzazione della fase finale. Le semifinali si sarebbero disputate nei due stadi dove si scriveva già allora la storia sportiva iberica, il Santiago Bernabeu di Madrid ed il Nou Camp di Barcellona. Alla Castiglia, alla capitale, toccò ovviamente ospitare la squadra di casa contro la temibile Ungheria. Segnò Pereda al 35’, pareggiò il magiaro Bene quando già i madridisti pregustavano il triplice fischio che li spediva in finale. Amancio mise fine all’agonia di un paese soltanto al 112’.
La Furia Roja attendeva la sua antagonista che poche ore dopo doveva uscire dalla Catalogna, dove l’URSS affrontava la sorpresa Danimarca. Fu un 3-0 senza storia, la conferma che l’URSS di quegli anni era una realtà più che solida. E che se la Spagna voleva arrivare finalmente alla gloria doveva risolversi ad affrontare quella che per lei era la bestia più nera di tutte.
Il 21 giugno 1964 al Santiago Bernabeu di Madrid presero posto sugli spalti oltre al generalissimo Franco ben 125.000 spettatori. Il clima era torrido, sia dal punto meteorologico che da quello delle aspettative sportive di un intero paese che premeva su quello stadio. I granitici sovietici sembrarono accusare il colpo e vacillarono. Forse non si aspettavano che il loro inno venisse applaudito lì, nella tana del lupo falangista. Forse quel giorno gli “adelanteros” spagnoli erano troppo veloci per la difesa russa che cominciava a mostrare i suoi anni. Quel giorno i miracoli di Lev Yashin non bastarono. Segnò subito Pereda al 6’, rimediò una prima volta Khusainov con il fulmineo pareggio all’8’.  Pian piano le folate iberiche e il caldo torrido lavorarono ai fianchi i sovietici, che nel secondo tempo sembrarono pagare dazio. Quando all’85’ Marcelino mise alle spalle di Yashin il gol decisivo, non c’era più tempo per i campioni in carica per recuperare.
Lo scontro tra due paesi che lottavano per ricostruire – al di là delle convenienze politiche – la propria immagine internazionale, si concluse dunque a favore del paese più ad occidente di un’Europa che in quel momento l’annoverava tra le proprie nazioni malvolentieri. Mentre al Bernabeu risuonavano le note di Que Viva Espana, il capitano Ferran Olivella ricevette dalle mani dei dignitari UEFA la Coppa Delaunay e dal Caudillo Franco un abbraccio che valeva in quel momento quello di una intera nazione.
La Spagna succedeva all’Unione Sovietica nell’Albo d’Oro della manifestazione continentale. Ma soprattutto, la distensione tra i blocchi sembrava funzionare finalmente anche sui campi di calcio. Si era giocato un match importantissimo tra due nazioni che si erano combattute sanguinosamente trent’anni prima e che da allora si erano decisamente odiate. Ed era stata tutto sommato una partita normale. Una semplice per quanto importante partita di calcio.

Storia degli Europei di calcio: 1960 la prima volta dell'Est



Com’era successo per la prima edizione del Campionato del Mondo di Calcio del 1930 (allora più comprensibilmente, perché a quell’epoca un viaggio transoceanico per nave o addirittura per aereo non era uno scherzo), anche la prima edizione dell’Europeo fu penalizzata dall’assenza di alcune delle grandi potenze pallonare del momento.
Il 1960 fu l’anno delle Olimpiadi di Roma. Alcune federazioni importanti preferirono ancora optare per il torneo olimpico, o forse semplicemente non credevano nella riuscita del torneo nuovo di zecca che la neo costituita UEFA aveva organizzato per le rappresentative nazionali continentali. All’avvio delle eliminatorie nell’aprile del 1959 mancavano all’appello Inghilterra, Germania Ovest, Belgio, Olanda e Svizzera.
Mancava anche l’Italia, ufficialmente perché impegnata in altre competizioni. In realtà la nostra Federazione aveva difficoltà a ricostituire una rappresentativa azzurra all’altezza delle tradizioni del nostro calcio, dopo il disastro che aveva portato nel 1958 alla eliminazione dal mondiale svedese da parte dell’Irlanda del Nord (a tutt’oggi unico caso di mancata partecipazione dell’Italia ad una fase finale mondiale).
Il 1960 fu anche l’anno in cui cominciavano a sentirsi i primi effetti della distensione tra i due Blocchi. All’Est, Krushev aveva spazzato via lo stalinismo, a Roma Giovanni XXIII aveva fatto lo stesso con l’eredità dell’ultimo Papa Re Pio XII, era l’anno elettorale negli U.S.A. e tutti davano per favorito alla vittoria finale il candidato democratico John Fitzgerald Kennedy, l’apostolo della Nuova Frontiera, di una nuova generazione, di un mondo nuovo. Di quel mondo, il calcio sembrava poter diventare il verbo, uno strumento di pace dopo tanti decenni di guerra, calda o fredda.
Tra le 17 squadre che si iscrissero alla prima edizione della Coppa Delaunay, le formazioni dell’Est europeo erano ben otto. Unione Sovietica, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Germania Est, Romania, Bulgaria, Polonia e Ungheria. Per parte occidentale, il campo delle partecipanti era come detto fortemente menomato. A parte la Spagna, che viveva una situazione ed una condizione internazionale particolari, era o sembrava essere proprio il paese che governava l’UEFA da sempre – la Francia – il più accreditato a cogliere la vittoria finale, la prima a livello internazionale.
Fino a quel momento, il calcio del patto di Varsavia aveva raccolto pochi allori. Unica eccezione, la Grande Ungheria che aveva mancato il titolo mondiale di un soffio in Svizzera nel 1954, per poi dissolversi due anni dopo all’epoca in cui a Budapest entrarono i carri armati sovietici,e Puskas e compagni chiesero asilo politico alla Spagna, in cui si trovavano per l’appunto in tournée. Il calcio danubiano ormai si avviava a diventare un ricordo del passato, ingiallito e sbiadito. Nessuno si aspettava quindi che i primi tre posti del podio potessero finire ad altrettante squadre dell’Est.
Il regolamento prevedeva turni eliminatori da giocare con andata e ritorno nei paesi partecipanti. Dopo uno spareggio vinto dalla Cecoslovacchia sull’Eire, negli ottavi i cechi travolsero i danesi per complessivi 7 gol a 3, i francesi fecero altrettanto per 8 a 2 con i greci, gli spagnoli 7 a 2 con i polacchi, gli austriaci 6 a 2 con i norvegesi, i portoghesi 5 a 2 con i tedeschi dell’Est. L’URSS eliminò per 4 a 1 una nazionale ungherese che non era più quella dei tempi d’oro, mentre la Jugoslavia (3-1) e la Romania (3-2) vinsero con più fatica gli scontri rispettivamente con Bulgaria e Turchia.
Da sinistra: Slava Metreveli, Lev Jascin, Igor Netto
Nei quarti, la Coppa Delaunay visse la sua prima grana internazionale. Il sorteggio mise di fronte due delle squadre migliori, purtroppo rappresentative di due paesi che si ignoravano diplomaticamente da più di 20 anni. La Spagna del Generalissimo Francisco Franco non aveva e non voleva avere rapporti diplomatici con l’U.R.S.S., fin dai tempi della Guerra Civile. Né voleva avere rapporti di altro tipo, compresi quelli sportivi. Le Furie Rosse rifiutarono la trasferta a Mosca e presero uno 0-3 a tavolino, doppiato dalla mancata partecipazione al match di ritorno a Madrid.
I russi furono raggiunti in semifinale dai francesi, che nei due match tra Parigi e Vienna ne rifilarono 9 agli austriaci subendone 4. La Jugoslavia regolò 6-3 un Portogallo che non era ancora quello di Eusebio, la Cecoslovacchia estromise la Romania per 5-0.
A termini di regolamento, all’altezza delle semifinali l’UEFA designava tra le quattro superstiti il paese organizzatore della fase finale. La scelta cadde sulla Francia, ufficialmente in quanto nazione che dava le maggiori garanzie in termini di organizzazione. In sostanza, i galletti speravano di cogliere il loro primo alloro internazionale con la squadra che era stata semifinalista in Svezia due anni prima. Le due partite vinte largamente in casa nel vecchio stadio di Colombes con Grecia ed Austria alimentavano l’ottimismo francese, anche se le pesanti assenze di Fontaine, Kopa ed altri titolari pesavano come macigni. Gli Jugoslavi invece erano una squadra giovane, al completo e per di più in grande forma (come avrebbero dimostrato vincendo nel settembre successivo il torneo olimpico a Roma). Al Parco dei Principi, il nuovo stadio al Bois de Boulogne in cui si giocò la semifinale, il sogno francese sembrò in un primo tempo decollare, a metà ripresa i bleus conducevano per 4-2. Poi, complice una difesa transalpina non impeccabile, toccò ai plavi scatenarsi. Finì 5-4 per la nazionale balcanica.
Nello stesso momento, a Marsiglia, l’URSS regolava 3-0 la pur forte nazionale cecoslovacca, che di lì a due anni avrebbe fatto vedere i sorci verdi in finale mondiale a Santiago del Cile al Brasile di Amarildo & C. A Parigi il 10 luglio scesero dunque in campo per la finalissima Unione Sovietica e Jugoslavia, dopo che la sera prima i cechi avevano tolto anche la medaglia di bronzo ai delusissimi padroni di casa.
URSS - Jugoslavia era anch’esso un match carico di significati extracalcistici. La prima volta dell’Est era un’impresa a cui ambivano entrambe le squadre come gratificazione di un orgoglio nazionale che dalla seconda Guerra Mondiale in poi era cresciuto a dismisura. I due paesi, apparentemente accomunati dalla filosofia comunista a cui le proprie istituzioni erano improntate, erano separati dagli interessi nazionali. Dal 1948, il maresciallo Tito aveva rotto con il Patto di Varsavia e la guida sovietica, ed era diventato il leader principale dei “non allineati”.
La finale fu la sublimazione di un nuovo calcio, basato sulla prestanza fisica, la corsa, la tattica ed una dose fino a quel momento insospettabile di talento. I giovani jugoslavi riuscirono a passare in vantaggio alla fine del primo tempo con Galic, che riuscì a bucare colui che stava diventando un mito del calcio mondiale, il portiere Lev Jascin, il Ragno Nero, l’unico portiere della storia a vincere poi il Pallone d’Oro (nel 1963, con la Dinamo Mosca).
Ma il calcio danubiano riveduto e corretto degli jugoslavi lentamente fu eroso da quello meno brillante forse ma altrettanto solido dei sovietici, che pareggiarono ad inizio ripresa con il forte attaccante Metreveli e chiusero i conti ai supplementari con Ponedel’nik. L’ultimo atto della presidenza UEFA di Pierre Delaunay, figlio di quell’Henri che aveva inventato il trofeo, fu quindi quello di consegnarlo per la prima volta non al proprio paese come aveva sognato, lì davanti alla platea del Parco dei Principi, ma alla rappresentativa su cui non avrebbe scommesso probabilmente nessuno. Gli uomini del mister Gavril Kachalin erano riusciti là dove quelli di Stalin avevano fallito.
Anche nel calcio, come nella politica internazionale, l’ostracismo verso l’Unione Sovietica seguito alla Rivoluzione d’Ottobre e durato fino alla Guerra Fredda sembrava finito per sempre, mentre Igor Netto, il capitano della squadra con la scritta CCCP sulla maglia sollevava la coppa di Chobillon nella notte di Parigi.

Storia degli Europei di calcio: Le origini



Erano due amici fin dal tempo in cui il loro connazionale de Coubertin aveva riportato in vita i Giochi Olimpici, infondendo loro uno spirito dilettantistico puro che forse non era esistito neanche nell’antica Olimpia. Il tempo in cui la Francia si illudeva ancora di poter mantenere una grandeur che il campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale aveva mostrato essere anch’esso un ricordo del passato con venature mitologiche, malgrado la vittoria. Il tempo in cui la Gran Bretagna premeva per esportare il gioco che aveva reinventato (dopo gli esordi rinascimentali fiorentini) nei propri colleges e farne il gioco più bello e più importante del mondo, assumendone la guida proprio a scapito degli amici-nemici d’Oltremanica.
Henri Delaunay e la coppa che porta il suo nome
Jules Rimet ed Henri Delaunay avevano fatto per il football quello che il barone de Coubertin aveva fatto per gli sport olimpici. Gli avevano dato una organizzazione planetaria che ogni quattro anni celebrava la propria liturgia e la propria apoteosi nel Campionato del Mondo per Nazioni. Rispettivamente presidente della FIFA e suo braccio destro per il continente europeo (l’UEFA come istituzione sarebbe arrivata solo nel 1954), i due dirigenti sportivi francesi erano riusciti a spostare l’attenzione degli appassionati dal torneo olimpico di calcio (l’ultimo nel 1928 ad Anversa l’aveva vinto l’Uruguay dei mitici Andrade e Petrone) al mundial che ebbe luogo in prima edizione proprio nel paese sudamericano che era considerato allora la Svizzera del Sudamerica, e che festeggiava nel 1930 il centenario della sua indipendenza.
L’appetito vien mangiando, ed al mondiale a cadenza quadriennale la FIFA ebbe l’idea di alternare campionati continentali. Il Sudamerica aveva già la sua Copa de América fin dal 1916. Il subcontinente latino-americano, che aveva smesso all’epoca di essere teatro di sanguinose guerre di indipendenza e civili, aveva trasferito la propria turbolenza endemica sui campi di calcio. La finale del 1930 tra Uruguay e Argentina fu drammatica non tanto per il numero dei gol segnati (4-2 per i padroni di casa) quanto per il numero dei morti e feriti che si registrarono sugli spalti. La Copa inizialmente si giocava gli anni dispari, ogni due. Solo in seguito la cadenza diventò quadriennale, sempre ad annate dispari per non sovrapporsi né ai Mondiali né alle Olimpiadi.
Per l’Europa, la patria del gioco e dello sport in genere in senso lato, il discorso era più complicato. Fino agli anni Quaranta del secolo, gli istinti competitivi dei suoi abitanti si erano sfogati sui campi di battaglia piuttosto che su quelli di gioco. L’idea di un campionato europeo risaliva indietro tanto quanto quella che si era concretizzata nella Coppa del Mondo, ma si dovette aspettare che si diradassero i veleni lasciati in circolo dalla Seconda Guerra Mondiale perché potesse diventare realtà anch’essa.
Se Jules Rimet (in qualità di segretario FIFA) aveva dato il proprio nome alla Coppa del Mondo, ad Henri Delaunay (primo segretario della neonata UEFA dal 1954) fu intitolato invece il Campionato Europeo per Nazioni. A differenza del più celebre collega, Delaunay non fu tanto fortunato da poter tenere a battesimo la propria creatura. Scomparve infatti nel novembre 1955, quasi un anno prima di Rimet, ed il suo testimone fu preso dal figlio Pierre, a cui toccò provvedere ai dettagli organizzativi della Prima Edizione.
La coppa di Chobillon
Tanto per cominciare mancava un trofeo da mettere in palio. Qualcosa che potesse sollecitare l’immaginario collettivo al pari della mitica Coppa Victory, poi diventata Coppa Rimet, destinata ai campioni del mondo. La Coppa Henri Delaunay fu commissionata dal figlio Pierre all’orafo parigino Chobillon, che la realizzò dal 1957 al 1959, giusto in tempo per la disputa della prima edizione prevista per la primavera dell’anno successivo.
Poi mancava un regolamento. Tanto per mantenersi sul copione di un film già visto, alla prima edizione dettero forfait nazionali del calibro di Germania Ovest, Italia e Inghilterra, probabilmente per la concomitanza con l’Olimpiade di Roma. L’europeo nasceva gravemente malformato, e per di più privo di tre potenziali paesi organizzatori. Si optò pertanto per una formula leggera, con eliminatorie da disputarsi tra andata e ritorno a casa dei paesi partecipanti, ed un girone finale a quattro tra le vincitrici delle eliminatorie, da disputarsi nel paese di una delle quattro.
In un modo o nell’altro, comunque, l’Europa ebbe i suoi Championnats. Il torneo poteva cominciare. L’albo d’oro e la Coppa Delaunay aspettavano di iscrivere il nome della prima nazione vittoriosa.

mercoledì 23 maggio 2012

Vent'anni fa a Capaci la bomba che cambiò le nostre vite per sempre

Poco dopo le 17:00 del 23 maggio 1992 l’aereo che portava in Sicilia da Roma Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo atterrò a Punta Raisi vicino Palermo. Antonio Montinaro, il caposcorta del giudice, si era già mosso con le auto blindate dalla Caserma Lungaro per andarlo a prendere. Come sempre, i viaggi di Falcone e dei suoi colleghi venivano decisi all’ultimo momento affinché nessuno ne sapesse nulla.
Come sempre, il Capo dei Capi, Totò Riina, ed i suoi uomini sapevano tutto in anticipo grazie alle talpe infiltrate al Ministero di Grazia e Giustizia, dove Falcone era stato chiamato a collaborare da più di un anno dal Ministro Claudio Martelli, o alla Procura della Repubblica di Palermo, dove il magistrato aveva operato negli anni precedenti, dove rimanevano i suoi amici e colleghi come Antonino Caponnetto, Paolo Borsellino e Giuseppe Ayala, dove il Corvo l’aveva perseguitato per anni facendogli terra bruciata intorno.
Giovanni Falcone era nel mirino della Mafia siciliana da anni. Nel 1989 era sfuggito ad un attentato presso la sua villa all’Addaura sul Golfo di Mondello vicino Palermo. Era condannato a morte dai Corleonesi, che a febbraio avevano inviato un gruppo di fuoco fino a Roma, dove avrebbero dovuto "giustiziarlo" insieme addirittura al Ministro Martelli. Poi Totò Riina optò per una soluzione siciliana, pretese che l’attentato fosse eseguito in patria, e così fu, perché al Capo dei Capi non si poteva dire di no. A quell’epoca nemmeno Bernardo Provenzano, in disaccordo sulla strategia di guerra allo Stato italiano ripresa con l’omicidio di Salvo Lima, poteva opporsi.
A Capaci, presso lo svincolo autostradale dove il corteo delle auto di Falcone e della sua scorta dovevano transitare, c’erano Giovanni Brusca ed Antonino Gioé, appostati sulla collina da cui potevano azionare a distanza di sicurezza i 400 kg. di tritolo piazzati sotto la sede stradale. Le auto in transito erano seguite fin dall’aeroporto da Gioacchino La Barbera, che avvisò dell’arrivo imminente Santino Di Matteo, il terzo uomo sulla collina di Capaci. Fu Giovanni Brusca, alle 17,58, ad azionare il telecomando che mise fine alla speranza dei siciliani e degli italiani onesti, faticosamente rinata dieci anni dopo l’omicidio del Generale Dalla Chiesa per merito del pool di Caponnetto, di cui Giovanni Falcone era stato la punta di diamante. Alle 17,58, la storia d’Italia cambiò per sempre. Niente sarebbe più stato come prima. Niente poteva più esserlo.
Quando esplose la bomba a Capaci, si era nel pieno delle Elezioni Presidenziali del 1992. L'indagine Mani Pulite non era ancora entrata nel vivo, la Prima Repubblica era ancora in piedi, i candidati principali erano Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani. Quasi una sorta di Premio Oscar alla carriera, per chi aveva governato per 40 anni e non poteva o non voleva ascoltare il rumore di sottofondo della marea montante della rivolta popolare. Per chi aveva permesso che le cose arrivassero a quel punto, quando la bomba esplose.
La bomba di Capaci non si portò via soltanto il Giudice Coraggioso, ma anche quella Prima Repubblica, con i suoi rappresentanti. Nel giro di poche ore, Andreotti, Forlani e tutta quella classe politica furono messi da parte, si dovette trovare in fretta e furia un outsider da presentare al voto parlamentare per l'elezione al Quirinale, nel tentativo disperato e impossibile di riproporre l’Operazione Pertini. Così venne eletto Oscar Luigi Scalfaro, una vita da mediano, avrebbe detto il cantante Ligabue. Un curriculum vitae fuori dai grandi giochi di potere. Gli altri passarono da candidati a imputati, per l’azione di altri giudici che in quel momento non temevano le bombe, chi le metteva e chi le commissionava. Fu la breve e controversa stagione di Mani Pulite. Altri giudici invece venivano lasciati soli, in Sicilia, a combattere una battaglia di giustizia in nome di uno Stato che in quel momento non c’era più.
A Via D’Amelio già qualcuno si aggirava per i primi sopralluoghi in preparazione dell’attentato successivo. Paolo
Borsellino scriveva i suoi appunti nella famosa Agenda Rossa che nessuno avrebbe visto più, dopo la sua scomparsa. Il Capitano Ultimo stava mettendo insieme la CRIMOR, il reparto speciale dei Carabinieri che nel gennaio dell’anno seguente avrebbe messo finalmente le mani sul Capo dei Capi. “Vi perdono, ma inginocchiatevi”, aveva detto Rosaria Schifani moglie di Vito, uno degli agenti della scorta di Falcone, al funerale di suo marito rivolta ai suoi assassini. La stagione delle bombe era appena all’inizio.


«Gli uomini passano, le idee restano.Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini» (John Fitzgerald Kennedy, citazione conservata nel portafoglio di Giovanni Falcone)

mercoledì 28 settembre 2011

Al Comandante Angelini

Sono quello a cui lei ricordava continuamente di metterci più grinta. Non può ricordarsi di me, ne ha avuti tanti di allievi. Ma io di lei mi ricordo, eccome. Ce ne ho messa di grinta nella vita, Comandante Angelini, e molto anche grazie a lei.
Lei ha fatto molto di più che fare di noi degli ottimi ufficiali, Comandante. Lei ha fatto di noi degli UOMINI. Allora non lo sapevamo, L'abbiamo capito dopo, nel prosieguo della vita.
Ricordo sempre cosa mi disse il mio Comandante di Battaglione del 3° Granatieri quando ci congedammo, noi ufficiali usciti dal 121° :«Vi faccio tanti auguri, ragazzi. Adesso comincia il difficile. Fuori di qui c'é un branco di belve che vi aspetta.»
Questo discorso avrebbe potuto benissimo farcelo lei, e per gli stessi motivi. Oggi, dopo tanti anni di vita trascorsa in questo mondo pieno di belve, siamo in grado di capire perché. E di ringraziarla, Comandante, lei e gli altri ufficiali comandanti che abbiamo avuto. Ora è chiaro perché eravate così spietati. E il bene che ci avete fatto. Siamo diventati uomini veri grazie a voi.
Chi è stato a Cesano, a Monte Romano, a Forte Bravetta, con il Colonnello Angelini, con il Capitano Foti, con il Sottotenente Del Piero, non ha paura di nulla. Perché gli è stato insegnato tutto quello che serve. Nulla di più, nulla di meno.
Potrei continuare spendendo tante parole. Le parole che ognuno di noi 140 ex allievi del 121° potrebbero rivolgerle, dicendo tutti le stesse cose. Preferisco limitarmi a dire che mi dispiace che mio figlio (e tutta la sua generazione) non potrà usufruire della fortuna che ho avuto io: il servizio militare, con tutto quello che insegna, e maestri di vita come lei. Come voi. E questo, inevitabilmente, gli mancherà. Mancherà a tutti i giovani italiani.
Io so che è così. Io sono stato a Cesano, con lei. E per quanto questa disgraziata Patria faccia di tutto ogni giorno per spingerci a pentirsi di avere dato 15 mesi della nostra vita per servirla (ma molto di più, se ci pensiamo bene.... tutta questa nostra vita), non me ne pento affatto. Anzi, ne sono orgoglioso ora più che mai. Quello che ho ricevuto a Cesano non ha prezzo.
Io c'ero. Grazie di tutto Comandante.
Uno dei suoi ex-allievi
Simone Borri