mercoledì 12 giugno 2013

Quando l'Italia morì con Alfredino



La foto in bianco e nero di quel bambino sorridente con la canottierina a righe apparve all’improvviso in televisione verso l’ora di pranzo dell’11 giugno 1981. A partire dai telegiornali delle 13:00 di quel giorno, sarebbe rimasta sullo sfondo di tutte le trasmissioni in tutte le reti televisive per tre giorni. Sarebbe rimasta soprattutto sullo sfondo della nostra vita e della nostra coscienza per lungo tempo a venire, come l’emblema di una tragedia con cui non si può venire a patti, né in questa vita né in nessun’altra.
Alfredino Rampi
Era ancora la televisione in bianco e nero che da poco era stata sottratta al monopolio di stato. La RAI aveva tre canali, che a mezzanotte interrompevano le trasmissioni, Canale 5 (la nuova emittente del tycoon Berlusconi) muoveva non troppo timidamente i primi passi. In quei giorni drammatici in cui un intero paese si strinse intorno
all’imboccatura del pozzo di Vermicino tentando, con la generosità e la disorganizzazione che gli sono propri da sempre, di salvare la vita del piccolo Alfredo Rampi, nacque la televisione moderna. Ed anche la vita moderna, con i suoi drammi vissuti in diretta TV e rapidamente consumati come in un rotocalco.
La notte tra l’11 ed il 12 giugno 1981 nessuno andò a dormire, sperando nel miracolo di veder recuperare Alfredino dal pozzo artesiano nella frazione di Vermicino, tra Frascati e Roma, in cui era precipitato la sera prima, mentre tornava a casa da solo. Raramente la televisione di stato aveva prolungato i suoi programmi oltre la mezzanotte: quando l’uomo era andato sulla Luna, quando si disputavano Mondiali di Calcio, Olimpiadi o qualche incontro di boxe. Quella volta si trattò di assistere ad un salvataggio come fino a quel momento si era visto solo nei film americani (quelli a lieto fine, che nella vita reale invece non c’è mai), alla morte di un bambino malgrado gli sforzi più o meno estemporanei di tanta gente tra professionisti e volontari, alla nascita di una coscienza civile in cittadini-spettatori che col tempo l’avrebbero smarrita di nuovo (dispersa nei mille futili rivoli dei talk show), alla nascita di una Protezione Civile che dopo questa tragedia e dopo quell’altra immane del terremoto in Irpinia del novembre precedente avrebbe portato un po’ di organizzazione tra chi coraggiosamente e generosamente prestava soccorso dove c’era bisogno e dove spesso si arrivava male e tardi.
Alfredino Rampi cadde nel pozzo di Vermicino verso le 19:00 del 10 giugno. Il pozzo era stato addirittura richiuso dal proprietario che non si era accorto della sua caduta, e solo verso mezzanotte i poliziotti allertati dai coniugi Rampi udirono i suoi richiami dalle profondità della terra. Da quel momento partì la cosiddetta macchina dei soccorsi, coordinata dall’allora Comandante dei Vigili del Fuoco della Capitale Ing. Elveno Pastorelli, che si trovò a combattere principalmente con un destino che sembrò accanirsi diabolicamente contro Alfredino e chi cercava di salvarlo, ma anche con una disorganizzazione ed un pressappochismo di cui ci si rese esattamente conto soltanto in seguito, dopo che il pathos del salvataggio si era fatalmente spento.
Il presidente Sandro Pertini con l'ing. Elveno Pastorelli
I primi tentativi furono approssimativi. Una tavoletta legata a corde calata affinché il bambino vi si aggrappasse si incastrò nel pozzo e finì per ostruirlo quasi completamente. Alfredino a quel punto era a 36 metri di profondità. Provarono gli speleologi del Soccorso Alpino a calarsi giù per toglierla, ma non riuscirono neanche a raggiungerla perché il pozzo si restringeva troppo. A quel punto Pastorelli congedò gli speleologi e decise di puntare sulla trivellazione di un pozzo parallelo che avrebbe permesso ai soccorritori di ricongiungersi a quello in cui era imprigionato Alfredino, attraverso un collegamento che sarebbe sbucato al di sotto del suo livello. A nulla valsero le obiezioni dei geologi presenti, i quali fecero notare che la durezza dei substrati del terreno avrebbe protratto i lavori troppo a lungo, e nello stesso tempo a causa delle vibrazioni rischiato di far sprofondare il bambino ancora più in profondità.
Gli scavi iniziarono alle 8 di mattina dell’11 e si protrassero fino ai TG di mezza giornata, che alla fine non restituirono la linea, ma organizzarono una diretta ad oltranza facendo affidamento sulle previsioni ottimistiche dell’Ingegner Pastorelli e confidando quindi di poter trasmettere in diretta il salvataggio del bambino. Sarebbe stata una delle dirette più lunghe e drammatiche della storia della televisione italiana. Per tutto il pomeriggio, si assisté al succedersi di tentativi che smentirono previsioni e aspettative del Comandante dei Vigili del Fuoco di Roma e dettero drammaticamente ragione a chi gli aveva obiettato la pericolosità della trivellazione. Poiché la trivella non procedeva sufficientemente veloce, fu sostituita con una più potente, che comunque fu stimato non avrebbe potuto raggiungere Alfredino prima di 12 ore circa. Mentre il bambino veniva rifocillato con acqua e zucchero attraverso una sonda, la zona della disgrazia intanto era diventata un punto di attrazione turistica, come purtroppo avremmo visto succedere molte volte negli anni a venire. Si calcolava che fossero presenti sull’orlo del pozzo (assolutamente privo di transenne) oltre agli addetti ai lavori circa 10.000 persone senz’altro da fare che assistere allo spettacolo. Insieme a loro, apparvero gli immancabili venditori di generi alimentari ambulanti, con tanto di furgone.
Angelo Licheri, lo speleologo che si calò nel pozzo
In mezzo a questa kermesse, e sempre in diretta TV, lo scavo proseguì per tutta la notte tra l’11 ed il 12. Dopo 24 ore di trivellazione, alle 8 della mattina seguente si calcolava che il tunnel parallelo scendesse fino ad una profondità di 25 metri, almeno 10 sopra il livello a cui era stato rilevato Alfredino nell’altro pozzo. Si decise di accelerare i lavori approfittando di uno strato di terreno più morbido, mentre i medici cominciavano a far presente che essendo il bimbo cardiopatico congenito, a 40 ore dalla caduta le sue condizioni presunte non permettevano di ipotizzare una sua resistenza molto prolungata. All’ora di pranzo, Pastorelli decise di far scavare il tunnel orizzontale, che si calcolava sarebbe sbucato un metro sopra la testa di Alfredino. Un vigile del fuoco si calò nel pozzo artificiale per scavarlo, e gli ci volle tutto il pomeriggio fino all’ora di cena.
Nel frattempo, era arrivato al pozzo il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che da lì in poi avrebbe seguito personalmente tutti gli eventi informandosi di ogni aspetto tecnico e stringendosi alla gente, che percepì quella sua presenza come uno dei momenti topici della sua presidenza.
Alle 19,00, il tunnel orizzontale sbucò nel pozzo artesiano a quota -35, solo per scoprire che i geologi avevano avuto ragione e che le vibrazioni avevano fatto scivolare Alfredino 30 metri più giù. Mentre la disperazione si impadroniva di tutti, addetti ai lavori, giornalisti e spettatori, Pastorelli tentò di nuovo la carta degli speleologi, che tornarono a calarsi a turno nel pozzo artesiano attraverso il nuovo tunnel per raggiungere Alfredino e tentare in qualche modo di imbracarlo per farlo tirare su. Un paio di loro, Angelo Licheri e Donato Caruso, riuscirono a raggiungerlo e a infilargli una specie di imbracatura, che scivolò via beffardamente al primo strattone. Date le condizioni precarie, non poterono ripetere il tentativo per non mettere a repentaglio la propria stessa incolumità. Il loro tentativo consumatosi tra le 4:00 e le 7:00 della notte tra il 12 ed il 13, mise fine di fatto alla tragedia. Angelo Licheri, sceso per primo, fu l’ultimo probabilmente a vedere vivo Alfredino, ormai allo stremo delle forze. Donato Caruso, quando risalì, aveva sul volto la disperazione non solo per il fallimento ma anche per dover comunicare ai genitori e a tutto il mondo che, per quanto aveva potuto constatare durante la sua permanenza nel pozzo, Alfredino ormai era apparentemente morto.
Franca Rampi, la madre di Alfredino
Alle ore 7:00 del 13 giugno 1981, l’Ingegner Pastorelli dichiarò ufficialmente chiusa l’operazione di soccorso e aprì quella di recupero della salma del piccolo Alfredo Rampi. Mentre il Presidente Pertini tentava di consolare i genitori Franca e Ferdinando, fu fatta venire sul posto una squadra di minatori da Gavorrano in provincia di Grosseto, che dovette lavorare per ben 28 giorni per estrarre il corpo dello sfortunato bambino dal pozzo maledetto. Il commiato dei minatori da Alfredino fu probabilmente uno degli ultimi contributi di umanità dato da una televisione che stava tutto d'un colpo diventando fin troppo moderna. Rimesse a posto le macchine, con gli occhi lucidi per una emozione difficilmente controllabile i minatori ripartirono rifiutando, allora e in seguito, qualsiasi intervista o partecipazione televisiva.
Toccò a Giancarlo Santalmassi, allora conduttore del TG2, sintetizzare con domande che dopo 30 anni non hanno avuto risposta esauriente ma che andrebbero riproposte adesso con eguale forza di fronte a certe “Vite in diretta” che la TV ci propina quotidianamente, lo stato d’animo di cittadini e operatori TV straziati dalla diretta appena conclusasi: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all'ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa è servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremmo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi.

venerdì 17 maggio 2013

Addio a Walter Fusi, maestro del colore

COLLE VAL D'ELSA (Siena) - Se n’è andato all’età di 89 anni, nella sua casa di Colle Val d’Elsa in cui aveva trascorso buona parte della sua vita, almeno quando non era in giro per il mondo con i suoi quadri in mostra, oppure all’Isola d’Elba, nel buen retiro estivo dove andava a rinfrescare la sua ispirazione ancora intatta, dopo tutti questi anni.
Walter Fusi era nato a Udine per caso, per vicende familiari, ma era colligiano e a Colle era tornato bambino con la famiglia, negli anni difficili a ridosso della seconda guerra mondiale. Dopo l’Istituto d’Arte a Siena e l’Accademia a Firenze, che raggiungeva a bordo dei camion che effettuavano l’unico servizio di linea sulla Via Cassia nell’Italia emersa in macerie dalla guerra, il giovane Fusi aveva aderito al movimento informale, quella rivolta pittorica di matrice un po’ dadaista, un po’ surrealista e un po’ espressionista con cui la generazione di artisti degli anni cinquanta e sessanta reagiva agli orrori della guerra e alle convenzioni sociali che l’avevano provocata.
A Firenze erano gli anni di Ottone Rosai e del post-futurismo. Le avanguardie, o neoavanguardie andavano anche allora in molte direzioni, ma apparentemente proprio quella informale era penalizzata dalla cultura ufficiale, quella che si riuniva al caffè delle Giubbe Rosse e che tendeva a relegarla in secondo piano, nei circuiti minori quali la Galleria dell’Indiano.
Walter Fusi dovette andare a Milano a cercare (e trovare) riconoscimento e fama. Con l’arrivo nel capoluogo lombardo, approdò anche ad una nuova corrente, quell’astrattismo geometrico in cui dimostrò appieno il suo talento innato per la scelta del colore, delle forme, dell’espressione di uno stato d’animo intenso attraverso linee geometriche e sperimentazioni spaziali.
Dalla fine degli anni 70, aveva riaperto uno studio a Firenze, in Borgo santo Spirito, e la vecchia casa di Colle Val d’Elsa, dove era ritornato a vivere in pianta stabile. Negli ultimi decenni, aveva coltivato il proprio stile personale inconfondibile al di fuori di ogni scuola, nella massima libertà espressiva e decorativa. Negli ultimi tempi della sua vita era ancora impegnato nell’ultima impresa affrontata: dare forma e colore ai Carmina Burana, i Canti Orffici che aveva saputo rendere visivamente con maestria adeguata alla musica immortale.
Dice Federica Casprini, assessore alla cultura del Comune di Colle Val d’Elsa e sua amica personale: “Il suo stile era personalissimo e originale, a tal punto che è difficile fare confronti con altri autori o applicare categorie critiche precostituite; Walter Fusi era semplicemente se stesso e adesso mancherà a tutti coloro che lo hanno conosciuto e apprezzato, come uomo e come artista”.
Proprio al Comune di Colle Val d’Elsa, dopo la grande mostra antologica del 1999, aveva donato un cospicuo corpus delle sue opere che ripercorre integralmente la sua carriera artistica, e che adesso è destinato a diventare una sezione monografica a lui dedicata nel complesso museale del Conservatorio di San Pietro, a Colle alto.
Mancherà a tutti, è vero. A qualcuno in particolare anche di più...

Di lui avevo tanti ricordi d’infanzia. Poi, come succede in tutte le famiglie, la vita ci aveva allontanati, dispersi ai quattro venti, ai quattro angoli d’Italia e del mondo. Come succede in questa vita moderna in cui si ha a fatica il tempo di ritrovare se stessi, avevo rimandato più volte di andare a trovare un anziano parente, credendo di avere davanti a me, a noi, un tempo infinito per farlo. Non era così. Non è mai così per nessuno, ma facciamo tutti finta di crederlo, finché non è troppo tardi.
Di lui adesso mi restano quei ricordi. E tanti quadri che fin da piccolo hanno adornato la mia casa. Non era soltanto un gran pittore, ma anche e soprattutto un gran signore. La sua generosità ha fatto sì che fin da piccolo io potessi volgere lo sguardo ovunque vedendo i segni della sua arte, i suoi capolavori. E abituandomi così al bello senza neanche accorgermene. Dandolo quasi per scontato, come succede a chi ha già avuto la fortuna di nascere in una città come Firenze, e la vita gli regala anche un Walter Fusi in famiglia.
Non era credente, ma io so che adesso dipinge sulla tela del cielo. L’ultimo regalo che mi ha fatto è l’orgoglio e la tristezza profonda che sto provando adesso.

Era mio zio.

lunedì 6 maggio 2013

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Addio a Giulio Andreotti e ai segreti d'Italia del XX° secolo




Con la scomparsa di Giulio Andreotti va in archivio la Storia d’Italia del XX secolo, sia quella pubblica e conosciuta che quella segreta, o secretata, che chissà quando e se sarà mai conosciuta fino in fondo. L’uomo più potente della storia repubblicana si è spento oggi alle 12,25 nella sua abitazione romana, senza clamore così come aveva vissuto per 94 anni a partire dal 14 gennaio del 1919, malgrado per buona parte della sua vita si fosse trovato al centro degli eventi più importanti di quella storia, spesso e volentieri autore e/o partecipe di essi e ancor più spesso accreditato dall’opinione pubblica come responsabile, come deus ex machina di quegli eventi. Di tutti gli eventi.
Era l’ultimo sopravvissuto dei Padri Costituenti. La carriera politica di Giulio Andreotti era nata insieme alla Repubblica Italiana. Il giovane studente di diritto che si stava facendo rapidamente un nome nella Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani e che trascorreva molto del suo tempo presso la Biblioteca Vaticana vi aveva fatto un paio di incontri importanti: Giovanni Batista Montini, Segretario di Stato di Papa Pio XII e destinato a diventare suo successore come Paolo VI, e Alcide De Gasperi, all’epoca uomo politico in disgrazia presso il regime fascista e che approfittava dell’ospitalità della Curia Vaticana, in seguito destinato ad essere l’uomo della rinascita italiana, il leader carismatico della neonata Democrazia Cristiana nonché di una intera nazione che cercava di riconquistarsi un posto nel consesso delle nazioni civili.
Con Pio XII
Il Cardinal Montini segnalò al segretario DC quel giovane promettente studente. De Gasperi, malgrado le differenze di carattere e di estrazione geografica aveva già notato e preso a ben volere Andreotti per conto proprio, e fu ben lieto di accogliere il suggerimento. Il 2 giugno 1946 Giulio Andreotti fu eletto all’Assemblea Costituente, entrando così a Montecitorio per la prima volta. Ne è uscito oggi per l’ultima, al termine della più longeva carriera politica della storia d’Italia, oltre che – come si è detto – la più importante e densa di avvenimenti.
Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio in tutti i Governi De Gasperi fino al 1954, si distinse inoltre per l’opera di riorganizzazione e rifondazione sia del cinema che dello sport italiano. Gli si devono sia la rinascita dell’industria cinematografica e degli stabilimenti di Cinecittà nel dopoguerra, sia la geniale intuizione dell’autofinanziamento del CONI e dello sport nazionale attraverso il collegamento con il Totocalcio. Per questi ed altri meriti, fu nominato Presidente del Comitato Organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Grande tifoso di calcio e in particolare della Roma, gli sono stati attribuiti da sempre numerosi interventi (soprattutto non ufficiali, in accordo con la leggenda nera che ha corso in parallelo a tutta la sua vita) volti a favorire la sua squadra del cuore.
Con Alcide De Gasperi
Finita l’era De Gasperi, la sua personalità ed i successi già conseguiti lo posero come antagonista dei cosiddetti “cavalli di razza”, Amintore Fanfani e Aldo Moro, che avevano preso la leadership del partito tentando di spostarne il baricentro più a sinistra. La leggenda nera delle trame andreottiane cominciò allora, quando alla metà degli anni 50 fu ascritta alla responsabilità delle sue manovre la implicazione dell’enfant prodige democristiano Piero Piccioni nel Delitto Montesi (il primo scandalo pubblico dell’Italia repubblicana) e la sua caduta in disgrazia, che favorì il via libera alla nuova generazione: da una parte i Moro e i Fanfani, dall’altra gli Andreotti e i Dorotei, Colombo, Rumor, Taviani e tutti coloro che non vedevano di buon occhio aperture a sinistra.
A metà anni sessanta il primo incarico importante, il Ministero della Difesa, ed insieme nuove accuse di manovre oscure, allorché fu individuato come responsabile della distruzione dei documenti relativi al tentato golpe del generale De Lorenzo, il cosiddetto Piano Solo. I fascicoli in cui erano schedati più o meno tutti i politici italiani dell’epoca furono distrutti, come prevedeva la legge, ma misteriosamente delle copie giunsero in possesso della P2 di Licio Gelli, all’epoca non ancora scoperta, con le conseguenze che ognuno può immaginare. E grazie alla campagna di stampa dell’Espresso la colpa, la prima di una lunga serie, fu addossata a Giulio Andreotti, in collaborazione con un altro politico di fama e di cui la vox populi aveva già cominciato a "chiacchierare" pesantemente: Francesco Cossiga.
Nel 1972, negli anni della reazione al centrosinistra con i socialisti e dei primi contraccolpi sociali alla strategia della tensione che avvelenava la lotta politica italiana, Andreotti ricevette l’incarico del primo dei suoi sette governi. Fu in seguito di nuovo Ministro della Difesa e poi del Bilancio sotto Moro. Ancora accuse di favoreggiamento a terroristi neri, relativamente alla strage di Piazza Fontana, ancora proscioglimenti o “non luogo a procedere”. Finché nel 1976 l’avanzata del PCI arginata a stento dalla Democrazia Cristiana convinse Enrico Berlinguer e Aldo Moro, gli autori del compromesso storico, a dare nuova forma e nuova sostanza alla loro formula politica coinvolgendo i comunisti nell’area di governo nell’intento di stemperare le tensioni sociali e di dare nuovo impulso ad una fase riformista ritenuta più che mai necessaria e per la quale l’appoggio dei socialisti non era più sufficiente.
Con Aldo Moro e Benigno Zaccagnini
Per guidare questa operazione di governo con appoggio esterno comunista (la cosiddetta non sfiducia) fu scelto proprio Andreotti, secondo una tecnica di compensazione tipica della DC. Era un monocolore che si reggeva sull’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale, eccezion fatta per il MSI di Giorgio Almirante, e sopravvisse fino al gennaio 1978. Ritenendo che bisognasse aumentare il coinvolgimento della sinistra comunista nell’azione governativa, Moro propose allora un nuovo esecutivo a cui tutti i partiti, PCI compreso, dessero stavolta non l’astensione ma un voto esplicito di fiducia. Era il governo che doveva essere presentato alla Camera la mattina del 16 marzo 1978, quando lo statista pugliese fu rapito dalle Brigate Rosse in Via Fani e la sua scorta massacrata. Il dramma spinse il Parlamento a votare rapidamente la fiducia al IV° governo Andreotti, che passò alla storia come di “solidarietà nazionale”.
Da Palazzo Chigi, Andreotti sposò la linea della fermezza e del rifiuto delle trattative con le BR., come del resto fecero tutte le forze politiche ad eccezione del PSI di Bettino Craxi e dei Radicali di Marco Pannella. Nei suoi memoriali dalla prigione del popolo, Aldo Moro ebbe delle parole durissime per Andreotti. Dopo il ritrovamento del suo cadavere a Via Caetani, la famiglia Moro mantenne tale atteggiamento, e rifiutò da allora in poi di avere a che fare con l’uomo che adesso guidava il partito che non aveva voluto salvare il suo congiunto.
Con Aldo Moro
Il dramma di Moro non impedì al governo Andreotti di conseguire importanti successi quale ad esempio la Riforma Sanitaria, quella legge 833 che a detta di tutti rimane una delle più avanzate di ogni tempo e di ogni luogo in materia. La richiesta da parte del PCI di avere maggior peso e coinvolgimento nella compagine governativa, unitamente all’assenza di un mediatore abile come Moro ed al mutato clima interno ed internazionale, portarono alla crisi del governo Andreotti ed alla fine dell’esperimento di Solidarietà Nazionale. Che fu seguito anche da una interruzione del cursus honorum andreottiano, per i veti sia di Berlinguer che di Craxi. Il quale ultimo ebbe a dire: “la vecchia volpe è finita finalmente in pellicceria”.
La vecchia volpe, invece, aveva sette vite, e lo dimostrò prendendosi l’incarico di Ministro degli Esteri proprio nello storico governo Craxi nel 1983, e mantenendolo fino al 1989 anche nel successivo esecutivo a guida di Ciriaco De Mita. In quegli anni, egli svolse un ruolo di mediazione importante tra gli USA del dopo Reagan e l’URSS in cui cominciava a produrre i suoi effetti la Perestrojika di Michail Gorbaciov. Analogo ruolo si trovò a svolgere all’interno, allorché la rotta di collisione tra Craxi e De Mita lo portò a riavvicinarsi al leader socialista, a discapito del proprio segretario di partito.
Quando nel 1989 cadde il Muro di Berlino, Andreotti riprese a De Mita la Presidenza del Consiglio, e si distinse per la sua posizione eterodossa (ma col senno di poi profetica e rivalutabile) circa la riunificazione tedesca. Il politico romano andò controcorrente dichiarando senza mezzi termini che la Germania unita prima o poi avrebbe prodotto ciò che aveva sempre prodotto nella storia d’Europa: guai.
Con Tina Anselmi
Mentre il Presidente della Repubblica Cossiga iniziava a tirare le picconate che avrebbero abbattuto la Prima Repubblica e Craxi tornava a rompere l’armonia ricreatasi e codificata nella celebre formula del C.A.F. (Craxi, Andreotti e Forlani), mentre esplodeva lo scandalo Gladio e si delineava un nuovo oscuro coinvolgimento del Presidente del Consiglio nelle trame nere di decenni di storia repubblicana, si arrivò all’anno terribile, quel 1992 che vide la fine del suo settimo governo e subito dopo il suo tentativo di accedere alla massima carica dello stato, succedendo proprio a quel Cossiga ex amico e adesso quasi rivale che tuttavia l’aveva nominato l’anno prima senatore a vita, assicurandogli senza saperlo un avvenire politico ed una immunità parlamentare che altrimenti sarebbero stati – come si vide poi – sicuramente compromessi.
La bomba che esplose a Capaci il 23 maggio 1992 non si portò via soltanto Giovanni Falcone, ma anche le ambizioni personali di Giulio Andreotti di ascesa al Quirinale, e della prima Repubblica di sopravvivere. Al Colle salì Oscar Luigi Scalfaro, mentre un paese scosso da Mani Pulite e dalle stragi di Mafia assisteva alla fine di una classe politica, in primis di quella DC che da esattamente 50 anni l’aveva guidato senza contendenti. Quando essa si sciolse, ai primi del 1994, Andreotti aderì al Partito Popolare di Martinazzoli, ma la sua carriera politica attiva era finita. Fu quello il momento in cui la Procura di Palermo, passata sotto la guida di Giancarlo Caselli dopo la decimazione del pool di Antonino Caponnetto, ritenne opportuno presentare il conto al senatore a vita relativamente a quello di cui si sussurrava da tempo: le sue frequentazioni e presunte collaborazioni con Cosa Nostra, dal dopoguerra agli anni dei Corleonesi e di quel Totò Riina che era stato appena catturato dai Carabinieri del Capitano Ultimo.
Negli oltre dieci anni intercorsi tra l’avvio del procedimento giudiziario e la sentenza definitiva della Cassazione, la Procura di Palermo non riuscì a provare il suo diretto coinvolgimento nella criminalità organizzata. La Corte si limitò a dichiarare prescritti i fatti antecedenti al 1980 (non luogo a procedere), mentre lo assolse per quelli successivi, addossandogli esclusivamente la responsabilità di "incontri" con personaggi scomodi, che se non costituivano di per sé reato certamente non alimentavano una accezione positiva della sua immagine.
Negli ultimi anni si era dedicato alla cura del suo sterminato archivio cartaceo nel suo studio a Piazza in Lucina a Roma, lasciato in eredità alla Fondazione Sturzo e da lui curato materialmente fino all’ultimo. E’ facile immaginare che adesso si tratti di uno dei tesori più importanti della Storia della Repubblica. Qualunque sia la verità, ed il peso che ciascuno vuole o vorrà darle, è certo che là dentro non si trova soltanto il contenuto degli scritti con cui per tutta la vita Giulio Andreotti ha alimentato la sua vena di autore letterario, anche gradevole e celebre per quel suo certo umorismo british-romanesco fatto di undestatement e di battute celeberrime come “il potere logora chi non ce l’ha”. Là dentro si trova molto di più, si trova la Storia d’Italia, quella che conosciamo e quella che non conosceremo mai, quella che immaginiamo e quella che non possiamo e non potremo mai neanche lontanamente immaginare.
Mentre Giulio Andreotti si presenta finalmente davanti ad un Giudice presso la cui giurisdizione niente va mai in prescrizione, per chi si accinge a salutarlo, nel bene e nel male, per l’ultima volta su questa terra, valgono più che mai le parole che gli dedicò Indro Montanelli: “delle due, l'una: o è il più grande, scaltro criminale di questo paese, perché l'ha sempre fatta franca; oppure è il più grande perseguitato della storia d'Italia.
Come fa dire Paolo Sorrentino al suo Eugenio Scalfari nel film Il Divo, ”allora Senatore Andreotti, le chiedo: tutte queste coincidenze sono frutto del caso o della volontà di Dio?".

giovedì 11 aprile 2013

RENZIADE: Rossi sbarra la strada a Renzi come Grande Elettore. E' rottura?




«Fare il delegato regionale per eleggere il Presidente della Repubblica non era un mio diritto. Lo avrei fatto volentieri, certo, orgoglioso di rappresentare Firenze e la Toscana. Le telefonate romane hanno cambiato le carte in tavola, peccato. Nessun dramma però, in politica può succedere. Mi spiace soltanto, la doppiezza di chi parla in un modo e agisce in un altro. Ai doppiogiochisti dico: forse non riuscirò a cambiare la politica. Ma la politica comunque non cambierà me. Io quando ho da dire qualcosa lo dico in faccia, a viso aperto e non mi nascondo dietro i giochini».
Con queste parole il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha commentato la sua esclusione dal gruppo di grandi elettori designati dalla Regione Toscana a partecipare a breve all’elezione del Presidente della Repubblica insieme ai membri delle due Camere del Parlamento in seduta comune, come stabilito dall’art. 83 della Costituzione. I delegati toscani saranno il governatore Enrico Rossi, il presidente del Consiglio Regionale Alberto Monaci (PD) ed il consigliere di minoranza Roberto Benedetti (PDL).
I tre membri sono stati designati dai rispettivi gruppi consiliari e ratificati dallo stesso Consiglio Regionale. La polemica non si è fatta attendere, minacciando addirittura di diventare qualcosa di più. Il tono di Renzi appare ancora più spazientito di quello usato nei giorni precedenti per stigmatizzare i ritardi nella individuazione di soluzioni alla crisi politica nazionale, imputabili a giudizio suo e di molti degli stessi elettori del PD al segretario Bersani. Una prospettiva di rottura appare sempre più prendere corpo.
L’ex candidato segretario alle primarie PD non ha mai fatto mistero di quanto avrebbe tenuto a far parte della delegazione toscana. Una scelta che avrebbe significato il riconoscimento dell’importanza sempre crescente del sindaco di Firenze sullo scenario politico italiano prima e dopo la consultazione elettorale. Avrebbe significato anche probabilmente un tentativo sostanziale di riconciliazione tra la base bersaniana del PD e quella renziana, peraltro in costante aumento e sempre più di malumore per una crisi a cui sembra che sia proprio la testardaggine del gruppo dirigente di maggioranza del centrosinistra a non voler trovare soluzione.
Ma questi accorgimenti evidentemente non sono nelle corde di quel gruppo, né a livello di segreteria nazionale né a quello del direttivo toscano. Lo stesso Enrico Rossi, peraltro, è notoriamente poco incline alla diplomazia e favorisce le soluzioni draconiane e d’impulso, oltre a non aver mai nascosto la sua scarsa simpatia per l’antagonista (che d’altro non si tratta) che siede a Palazzo Vecchio.
La smentita di Rossi circa l’arrivo di veti da Roma alla candidatura di Renzi apre altri scenari: il veto è partito dalla nomenklatura toscana. «Devo intervenire ancora, dopo avere smentito le voci di pressioni da parte di Bersani e di Franceschini, negando in maniera assoluta che gli emiliani […] mi abbiano telefonato per negare il sostegno a Renzi come candidato a grande elettore della Toscana. Niente di tutto ciò è avvenuto e dopo le smentite di una pressione nazionale sono costretto a smentire una pressione regionale su di me e sul gruppo Pd della Toscana.
Chi si intende un minimo dei rapporti che intercorrono tra le regioni cugine sa bene che la Toscana non avrebbe certo ceduto a pressioni emiliane. Direi quasi per punto preso, ancor prima che per ogni altra considerazione razionale e politica - prosegue Rossi -. Si tratta quindi di ricostruzioni di pura fantasia finalizzate a nascondere la verità: il gruppo del Pd ha votato in autonomia e così ha fatto il Consiglio regionale. Sarebbe stato meglio, anche a mio avviso, che la questione Renzi, una volta posta, avesse avuto un esito diverso. Così non è stato, ma non ne farei un dramma».
Considerazioni folkloristiche a parte, il messaggio è chiaro. L’establishment regionale del PD, che sostiene Rossi ed il gruppo bersaniano, ha stoppato il “rottamatore” una volta di più. Potrebbe essere l’ultima. Non si sarà trattato di un dramma, come dice il governatore toscano, ma probabilmente della goccia che fa traboccare il vaso sì. Sono sempre più numerosi gli elettori di sinistra che incitano Matteo Renzi a rompere gli indugi e a chiudere con la parte conservatrice del Partito Democratico, con il "vecchio che resiste" (anche prepotentemente) dei Bersani e dei Rossi. Anche a costo di fondare un nuovo partito. Finora il sindaco di Firenze ha sempre negato una simile eventualità, non foss’altro per non apparire un fattore di destablizzazione in un momento di assoluta instabilità e di impasse politico. Ma a giudicare dall’umore che traspare dai suoi ultimi interventi, non è difficile mettergli in bocca le famose parole che furono di Cicerone contro Catilina: “fino a quando abuserete della mia pazienza?”

domenica 31 marzo 2013

Giorgio Napolitano, la carriera di un presidente.


Nel 1978 Camilla Cederna sancì la frattura tra il paese ed il Presidente della Repubblica in carica con il suo magistrale libro Giovanni Leone: la carriera di un presidente. Il libro, per chi ebbe la fortuna di leggerlo, poiché fu dichiarato fuorilegge dal tribunale su istanza della parte lesa, il presidente Giovanni Leone appunto, raccontava fatti e misfatti della più alta carica dello Stato.
Era l’anno in cui la Repubblica visse la sua prima crisi profonda, delitto Moro, scandali. Se non fosse stato per il successore di Leone, Sandro Pertini, le istituzioni repubblicane avrebbero imboccato una china probabilmente infausta e irreversibile. La Repubblica si riprese, almeno fino a Mani Pulite. La Cederna alla fine ebbe ragione delle azioni legali intentate da Leone, anche perché l’avvocato napoletano alla fine fu travolto dalla marea montante degli scandali a lui ascritti e dovette lasciare il Quirinale, unico caso di dimissioni anticipate della storia d’Italia (a parte quelle di Cossiga nel 1992 motivate dalla necessità di evitare una impasse costituzionale, data la coincidenza tra elezione presidenziale e scelta del nuovo governo).
Non c’è una Camilla Cederna a cantare le gesta di Giorgio Napolitano adesso. La giornalista milanese è scomparsa nel 1997. Dei suoi successori, sparita la generazione dei Montanelli, dei Bocca, dei Biagi e delle Fallaci, son davvero pochi quelli che hanno voglia di rischiare onori e glorie per dire le cose come stanno. Sono pochi, come Travaglio e la Gabanelli, e hanno troppi fronti da sorvegliare. Cosicché, l’attuale inquilino del Quirinale ha vita facile, nella sua prassi costituzionale creativa.
Da due anni a questa parte, Giorgio Napolitano ha superato qualsiasi dei suoi predecessori nelle interpretazioni più disinvolte della Costituzione. A confronto, gli esperimenti abnormi dei tempi della Democrazia Cristiana impallidiscono, tentativi animati da buone intenzioni di assicurare un governo al paese nonostante che a quell’epoca ed in quel contesto circa un terzo degli elettori italiani fossero di fatto esclusi dall’elettorato attivo dalla conventio ad excludendum che voleva il Partito Comunista Italiano fuori dai giochi.
Giorgio Napolitano era un esponente di quel partito. Talmente solidale al sistema da essere stato nel 1956 uno dei più convinti assertori della buona ragione dell’intervento dei carri armati sovietici in Ungheria. La logica dei blocchi gli apparteneva a tal punto da farne un acceso sostenitore. Il Patto di Varsavia era fuori discussione. Per estensione, lo era anche la Nato, sotto il cui ombrello atomico fu uno dei primi a riparare, quando Berlinguer nel 1973 dichiarò la cosa ammissibile anche per i comunisti.
Da quel momento, Napolitano e la corrente dei Miglioristi che da lui ebbe origine furono oggetto di un sentimento ambivalente da parte dei “compagni” di partito. Apostrofati dei peggiori epiteti (qui ovviamente irriferibili) in quanto propugnatori del compromesso con la DC e la destra, in realtà erano tenuti in gran conto perché rappresentavano il canale privilegiato attraverso cui poteva passare qualsiasi trattativa più o meno sottobanco con la odiata ma irrinunciabile controparte capitalista.
Forte del suo nuovo aplomb e della sua nuova immagine di comunista british, Giorgio Napolitano accreditò di sé con gli anni uno status ed un cursus honorum di personalità politica essenziale e di spicco nel crepuscolo della Prima Repubblica e nel fulgore della Seconda, un comunista presentabile, un teorico delle istituzioni, candidabile ed eleggibile addirittura alla più alta carica dello Stato quando Carlo Azeglio Ciampi concluse il suo mandato. Per i primi cinque anni, Napolitano ripetè la parabola di Francesco Cossiga: incolore, inodore, insapore. Salvo svegliarsi negli ultimi due, e con la disinvoltura ideologica e comportamentale che l’ha sempre contraddistinto scoprirsi e sentirsi il salvatore della patria.
Peccato non avere avuto nessuno dei grandi giornalisti del passato a raccontare le sue gesta quando introdusse nella Costituzione della Repubblica Italiana l’articolo relativo a “L’Europa lo vuole”. L’escamotage di chiamare Monti in Parlamento nominandolo senatore a vita (per meriti di cui non sapremo mai) al fine di investirlo subito dopo dell’incarico di presidente del consiglio per il quale neanche uno degli elettori italiani l’aveva mai votato avrebbe fatto invidia a generazioni di politici e di costituzionalisti dai tempi dello Statuto Albertino ad oggi. Il compianto Aldo Moro avrebbe applaudito a una manovra che superava in creatività e bizantinismo qualunque cosa lo statista di Maglie avesse mai Escogitato E nessuno che avesse mai per un solo istante richiamato all’attenzione l’art. 88 della Costituzione, secondo cui il Presidente, se per un qualunque motivo (tra quelli individuati dalla prassi costituzionale, che poi si riassumono in uno: la mancanza di una maggioranza in Parlamento) non può individuare in una delle due Camere un soggetto politico a cui conferire l’incarico di formare un governo, ha una sola via da percorrere: lo scioglimento delle Camere. A meno che non si trovi nel semestre bianco, gli ultimi sei mesi del suo mandato in cui non può farlo. In tal caso, come fece Francesco Cossiga, se proprio si vuol passare per salvatore della patria si può fare una cosa sola: dimettersi, e lasciare il campo a chi può agire per il meglio.
L’ultima perla della carriera di Giorgio Napolitano è stata aggiunta oggi. Fedele ad un kamikaze giapponese dell’ultima guerra, il presidente ha detto: non mi arrendo. O per meglio dire: non mi dimetto. Vado avanti, e decido io, fino all’ultimo. In un parlamento spaccato in tre forze equivalenti e non dialoganti (almeno alla luce del sole), questo vuol dire una cosa sola. O sciolgo le camere (ma non voglio farlo perché non lo vuole né il mio ex partito, il PCI-PD, né l’altro con cui da vent’anni esso dialoga di preferenza, Forza Italia-PDL), oppure mi invento qualcosa. E pazienza se di questo qualcosa nella Costituzione non ce n’è traccia.
La decisione di nominare due gruppi di lavoro costituiti da dieci esperti (sic!) che affiancheranno il presidente stesso nella affannosa ricerca del Graal, cioè il governo che verrà, appartiene alla prassi costituzionale creativa. Avevamo avuto di tutto, governi tecnici, governi balneari, governi di unità nazionale, ma il comitato dei dieci saggi no, mai. Lasciamo perdere l’identità di questi saggi, dal Violante che rivendicava in parlamento la primogenitura dell’avvento di Berlusconi (di colui che adesso vorrebbe dichiarare inelegggibile con 20 anni di ritardo e una buona dose di trasformismo) al Quagliarello che dette di assassino al povero padre di Eluana Englaro. Gaetano Quagliarello è uno dei probiviri che dovrebbero portarci fuori dalla palude in cui ci siamo cacciati, votando per la fine di una Seconda Repubblica che ha riempito le istituzioni di gente come quella (maschi e femmine, non è questione di sesso) che Battiato ha definito con il celebre epiteto già passato alla storia. No comment.
Giorgio Napolitano tra pochi giorni, a Dio piacendo, conclude il suo mandato presidenziale. Ma soprattutto conclude una carriera politica in cui, quanto e più di una certa parte della sua generazione e della sua estrazione culturale, ha fatto di tutto perché la Costituzione della Repubblica Italiana fosse tutto fuorché ciò che la gente per cui era stata disegnata dai Padri Costituenti avrebbe voluto che fosse.

To be continued… non è finita qui.

giovedì 21 marzo 2013

Il nostro figlio del vento

Era il nostro Figlio del Vento. Il penultimo bianco capace di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella corsa veloce, recordman del mondo dei 200 metri per 17 anni e tutt’ora recordman europeo imbattuto. Pietro Mennea era nato a Barletta il 28 giugno 1952, e si è spento stamani in una clinica di Roma, dove aveva combattuto la vana battaglia finale contro un male di quelli che non perdonano. Nel mezzo a queste date, una vita di quelle da leggenda.

La prima medaglia assoluta agli Europei del 1971, con la staffetta italiana 4x100, la prima medaglia olimpica a Monaco nel 1972, un bronzo alle spalle del suo idolo e maestro, il sovietico Valery Borzov. Due anni dopo a Roma, toccò a Pietro il gradino più alto, oro finalmente nei 200 metri, la distanza a lui più congeniale, quella in cui poteva dispiegare tutta la sua potenza e velocità progressiva, mentre nei 100 fu ancora secondo dietro al “mostro” Borzov.
A Città del Messico con Primo Nebiolo e Gianni Minà
Pietro era la speranza bianca, il campione predestinato, l’atleta destinato a ridare orgoglio all’Italia dopo gli anni opachi seguiti alla fine della carriera di Livio Berruti, il campione di Roma 1960. Ma il ragazzo venuto dal sud, pur avendo fatto tanta strada, ne doveva fare ancora altrettanta prima di raggiungere le terre del Mito. A Roma 1974 seguirono anni di crisi, psicologica prima ancora che tecnica. Pietro aveva medaglie e record nelle gambe, ma stentava a sentirli nella testa e nel cuore. Alle Olimpiadi di Montreal nel 1976 chiuse senza vittorie, l’oro andò al giamaicano Don Quarrie e lui fu quarto nei 200 e nella staffetta 4x100.
La sua rinascita avvenne a Praga nel 1978, ai campionati Europei. Pietro aveva raggiunto una maturità e uno stato di forma tali da far suoi oltre ai 200 metri che gli appartenevano da sempre anche i 100, distanza in cui fino ad allora non era riuscito a dispiegare il suo ritmo di gara migliore, data la brevità. Fu a Praga che maturò l’idea del record del mondo. Lo studente di Scienze Politiche Pietro Mennea aveva diritto a partecipare alle Universiadi che l’anno successivo si sarebbero tenute a Città del Messico, città la cui altezza sul livello del mare favoriva i record sportivi da sempre. Lì nel 1968 alle Olimpiadi Tommie Smith aveva stabilito il precedente primato, 19’83’’ e aveva sollevato sul podio il pugno sinistro guantato di nero, facendo conoscere al mondo il Black Power.
Toccò a Pietro succedergli, con quel tempo di 19’72’’ che resistette come record mondiale fino al 1996, quando fu superato da Michael Johnson ai trials per le Olimpiadi di Atlanta. A livello europeo nessuno ancora è mai riuscito a batterlo, ed è un record che ormai Pietro si è portato con sé, chiudendo gli occhi per l’ultima volta stamattina.
L'arrivo dei 200 a Mosca
Dopo il record, era il favorito d’obbligo per le Olimpiadi che si tenevano a Mosca l’anno successivo, quelle del boicottaggio degli americani a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. A contendergli la medaglia d’oro, oltre al campione uscente Don Quarrie c’era lo scozzese volante Alan Wells, che gli aveva già dato un dispiacere sulla distanza dei 100 metri. Anche nella finale dei 200 Wells sembrò dapprima involarsi verso un clamoroso bis, ma Pietro aveva il tempo per rimontare e lo fece con una progressione che abbiamo ancora tutti negli occhi, bruciando il britannico al foto-finish. Nella 4x400 poi dette poi il suo contributo fondamentale alla medaglia di bronzo italiana.
L’anno dopo annunciò il suo ritiro, forse consapevole di aver dato e raggiunto il massimo. Ma il richiamo della pista era forte, e Pietro tornò due volte, in occasione delle olimpiadi di Los Angeles 1984 (dove cedette il testimone ad un altro Figlio del Vento, Carl Lewis) e di quelle di Seoul 1988, dove fu portabandiera azzurro. In totale cinque partecipazioni olimpiche, altro record eguagliato da pochi al mondo.
Pietro Mennea aveva quattro lauree, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lettere e Scienze Motorie. Era avvocato, docente universitario, cofondatore assieme alla moglie della Fondazione Onlus intitolata a suo nome che intendeva diffondere i valori dello sport e contribuire alla lotta al doping. La città di Londra, nell’ambito delle iniziative connesse alle Olimpiadi del 2012, gli aveva addirittura dedicato la stazione della metropolitana di High Street Kensington.
Come ha detto Livio Berruti, Pietro «era un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza». Tutte qualità che gli italiani, non solo nello sport, non possiedono più.
Adesso è lassù, con Jesse Owens e tanti altri, a raccontarsi i loro giorni di gloria per l’eternità.

domenica 10 marzo 2013

APPUNTI DI VIAGGIO: Roma senza governo e senza papa

Tutte le strade portano a Roma. Ci sarà un perché? Questa città bisogna amarla, prima ancora che capirla. Se la ami, capirla è un attimo. E non ti tradirà mai. I romani hanno visto di tutto, lo sanno, e te lo fanno capire. Qualcuno, mentre ti spiega perché sei al mondo e non te ne sei ancora accorto, riesce anche ad esserti simpatico. Gli altri, o li prendi così come sono, o comunque resti indietro.
Roma nell’anno di grazia 2013 è diversa, e nello stesso tempo uguale a se stessa. Camminando per le strade della Capitale si respira un’aria diversa rispetto al resto d’Italia, dove ci si affanna, ci si arrabbia, ci si ingegna, ci si prepara al nuovo che avanza o al vecchio che ritorna. Questa è la città dove si fa la storia, e dove un attimo dopo la si ridimensiona. Gli abitanti di questa città hanno digerito di tutto, dagli imperatori del più grande impero di sempre, ai sacerdoti della più ecumenica religione di sempre, ai barbari più feroci ed ai politicanti più abbietti.
A nessuno di questi hanno dato la soddisfazione di sentirsi importanti per più di cinque minuti. Temuti sì, importanti no. Non li sentivano importanti quando Giulio II Della Rovere commissionò a Michelangelo la decorazione della Cappella Sistina, non li sentono adesso che Giorgio I Napolitano si lambicca il cervello per tirar fuori un governo che perpetui il privilegio a favore di un mondo che non esiste più. E che come dice Beppe Grillo, non si rende conto di essere circondato, morto, finito.
Ma i romani lo sanno, eccome se lo sanno. E aspettano. Sono tanti i cadaveri passati lungo il Tevere. Prima metropoli della storia, capitale di un impero che molti hanno provato ad eguagliare ma nessuno c’è riuscito, Roma accoglie tutti e a tutti è disposta a regalare qualcosa di indimenticabile, a condizione di non avere pregiudizi, perché qui non servono. Qui si va oltre, e se i pregiudizi ci sono, pazienza. Il problema non è dei romani. Che ti possono dare tanto, sta a te capirli e ascoltarli, e tornare via con una lezione di vita gratis.
Tra il 24 ed il 28 febbraio questa città ha perso entrambi i suoi punti di riferimento, al di qua e al di là del Tevere. Si è chiusa la Seconda Repubblica lungo la promenade che da Montecitorio e Palazzo Madama porta al Quirinale, e si è chiusa la porta che testimonia la Sede Vacante a San Pietro. E non è cambiato assolutamente nulla. Mentre il resto del mondo si interroga su chi sarà il prossimo Vicario di Cristo in terra e su chi sarà il prossimo a salire le scale di quello che fu il palazzo dei Papi e dei Re e adesso è dei Presidenti, il romano scivola via per le antiche strade della sua immensa città indifferente a tutto.
La città da sempre sognata da Pontefici ed Imperatori va avanti senza bisogno né degli uni né degli altri, adesso meno che mai. Tutti sono destinati a diventare fotografie sbiadite in vendita sulle bancarelle di Porta Portese. Ruderi che difficilmente appariranno più affascinanti di quelli già in mostra nei Fori Imperiali, o in qualsiasi altro angolo di questa città museo a cielo aperto.
Colpisce semmai il grande spiegamento di forze, a difesa di un potere che non c’è più. Per le strade di Roma non si contano i presidi di polizia ed esercito a guardia di luoghi politici, di culto, ambasciate. Viene da chiedersi quanto ci costino, e qui il romano viene in aiuto con la prima delle sue lezioni di vita. E’ abituato da sempre a vedere le ostentazioni del potere, basta un’occhiataccia al carabiniere che lascia la camionetta a motore acceso di fronte al bar.
La mano vergognosa corre subito a girare le chiavi di accensione, e tutto ritorna nei limiti del fisiologico. Presto un nuovo signorotto reclamerà a sé quella scorta, e allora tutto ridiventerà più difficile. Ma in questo momento Pasquino fa male ai potenti. E Pasquino è nato qui, a Roma, e come sa far male lui, qui, non sa farlo nessuno da nessun altra parte.
«Per far ridere, bisogna esse’ seri», diceva Alberto Sordi. Albertone è ancora vivo in ogni angolo di questa città. Quello che si è perso, semmai, è il garbo e la gran classe con cui lui sapeva andare a colpire i difetti di questo popolo italiano che qui in riva al Tevere si sublimano, com'é inevitabile. Questa è la città dove tanta gente campa ai margini del potere, politico ed ecclesiastico. Questa è la città dove girano più soldi e dove non si produce niente, almeno in termini di pura economia.
Eppure, questa è la città dove tutto ha un senso, e può averlo solo qui. Qui si combatterà la battaglia tra la Vecchia Repubblica e le Cinque Stelle, uomini venuti da ogni parte di Italia magari senza neanche sapere dov’era la Capitale fino a un mese fa adesso dovranno familiarizzarsi con un Emiciclo che risale, nello stile architettonico e nello spirito del tempo, a vecchie e mai ben comprese lotte fra la destra storica di Quintino Sella e la sinistra storica di Agostino Depretis, che mancarono di realizzare una vera Unità d’Italia ma in compenso ci insegnarono tutto su sfruttamenti, crisi economiche e scandali, in primis quello della Banca Romana, nella quale pare che fosse coinvolto nientemeno che il Re. Si, proprio lui, quello che adesso è sepolto nel Pantheon insieme ai numi tutelari di questa patria.
Qui, dall’altra parte del fiume, per l’ennesima volta in duemila anni si riuniranno nella Cappella Sistina (chiusa per l’occasione al malcapitato turista magari venuto a portare soldi freschi dall’altra parte del mondo) 115 uomini che dovrebbero rappresentare l’Ecclesia così come l’aveva voluta Gesu Cristo per eleggere un Pontefice di cui Cristo stesso non aveva fatto nessuna menzione. Ma Roma era la capitale di un impero, e una nuova religione poteva affermarsi solo qui. Quindi ecco che il vescovo di Roma è diventato il Papa, ed ecco che per eleggere questo vescovo il mondo si ferma di nuovo, i tetti di Roma si riempiono di poliziotti, militari, agenti segreti sempre da noi pagati.
Il conto aumenta, il turista del 2013 strabilia, perché questa adesso è una città senza potere, ma più che mai una città in armi, a combattere una guerra che interessa più che mai solo Papi e Imperatori. Al malcapitato turista, che ha pagato un prezzo salato per entrare all’Altare della Patria o ai Musei Vaticani (e che ha trovato la porta della Cappella Sistina chiusa senza tanti complimenti e alla faccia di internet), viene chiesto di uscire perché è in arrivo un personaggio importante e la sicurezza deve fare il suo lavoro. Dice, «importante? E io che sono? Io che gli pago lo stipendio (lauto) non sono importante?».
E qui arriva ancora la lezione del romano, abituato a trattare con siffatti soggetti da millenni. Esci, nun poi fa' altro, ma faje senti’ che importante nun è! Questo burino sta qui per una legislatura, o un Conclave, poi se ne torna al paese suo. Diventerà concime per la terra come tutti. Pensa alle cose belle della vita. Una passeggiata a Piazza Navona o un pranzo da Rugantino a Trastevere, questi nun sanno manco che cos’è!
Non c’è romano che non ami la città dov’è nato, e a ragione. E non ce n’è uno che sia disposto a prendere sul serio coloro che arrivano qui con la pretesa di dominare, prima o poi, la Caput Mundi. A chi è nato qui, appaiono tutti un po’ come il marziano di quel racconto di Ennio Flaiano, a cui degli abitanti del luogo rivolgono la fatidica frase: «A’ marzia’…facce ride’!».
E’ così che appare il potere a Roma nell’anno di grazia 2013: ridicolo. Proprio qui dove dovrebbe essere celebrato dalla sua più spettacolare magnificenza. Giulio Cesare, durante i suoi trionfi, acconsentiva che la plebe gli si rivolgesse con tono di scherno, a ricordargli che lui era un uomo come tutti, altro che figlio di dio. Nessuno a Roma l’ha dimenticato. Pasquino e Albertone sono sempre vivi.

P.S. Trattoria da Rugantino a Trastevere. Con 13 euro duemila anni di civiltà romana vi vengono incontro soridendo, e tutte le brutture di questo monno 'nfame spariscono.