venerdì 27 settembre 2013

Addio Aldo Reggiani, Dick Shelton cavalca adesso con le Frecce Nere

Aldo Reggiani era nato a Pisa il 19 dicembre 1946, aveva intrapreso la carriera di attore ed era giunto alla celebrità nel 1968, interpretando da co-protagonista con Loretta Goggi, Arnoldo Foà e tanti altri una delle più prestigiose riduzioni televisive – come si diceva allora - o più volgarmente sceneggiati  della RAI, la Freccia Nera di Robert Louis Stevenson, sotto la regia di Anton Giulio Majano.
Il successo era stato travolgente, tanto da farne per qualche stagione un attore di primo piano, sia per la televisione che per il cinema ed il teatro. Al cinema era stato scritturato da Dario Argento (Il gatto a nove code), Pasquale Festa Campanile (Conviene far bene l’amore), Luigi Comencini (La donna della domenica), Giuliano Montaldo (L’agnese va a morire). Alla televisione aveva interpretato tra l’altro sempre con Anton Giulio Majano la Pietra di Luna, tratto dall’omonimo romanzo di William Wilkie Collins. A teatro era stato attore e regista (la Norma di Vincenzo Bellini). Era stato anche doppiatore, tra l’altro, di attori come Jeremy Irons, Patrick Swayze e un personaggio della serie televisiva M.A.S.H.
Il 26 giugno scorso durante una vacanza in Sardegna era stato colto da un’ischemia. E’morto a Roma all’età di 66 anni, lascia un figlio, Primo, che ha intrapreso anch’egli la carriera di attore.



…musica di trombe, cavalieri al galoppo nella foresta, le mura di un castello avvolto nella nebbia inglese, presagi di guerra, e la musica di Riz Ortolani che catapultava d’improvviso la nostra domenica nel Medioevo, bianco e nero come tutta la televisione di allora, ma vivido come poteva essere soltanto la nostra fantasia, a cui la RAI ed i migliori registi dell’epoca davano vita in maniera impareggiabile.
La Freccia Nera era il capolavoro di Robert Louis Stevenson, lo scrittore principe del Romanticismo inglese che aveva scritto solo capolavori, l’Isola del tesoro, Il Master di Ballantrae, Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde. I libri su cui avevamo sognato da bambini, fintanto che la televisione aveva dato vita, volti e colonna sonora a quei nostri sogni. Era il 1968, Anton Giulio Majano realizzò quello che probabilmente era destinato a restare nella storia televisiva italiana come la madre di tutti gli sceneggiati. La sua regia si sposò alla perfezione con la piéce di Stevenson, con la musica di Riz Ortolani e la popolare sigla a cui Sandro Tumminelli aveva dato le parole ed il cantante Leonardo la voce.
“Sibila il vento e la notte s’appresta, e la nera foresta minacciosa si fa…”. Alzi la mano chi era un bambino a quell’epoca e non ha cantato questo motivetto fino all’infinito, il tormentone di quel 1968. Alzi la mano chi, con la famiglia al completo, non si metteva alla televisione la domenica sera dopo cena, per seguire le vicende delle Frecce Nere che si battevano contro il malvagio Sir Daniel Brackley, magistralmente interpretato da Arnoldo Foà, il signorotto schierato con la Rosa Rossa dei Lancaster al tempo della Guerra delle Due Rose che insanguinò l’Inghilterra alla metà del quindicesimo secolo. Le Frecce Nere che catturano e poi adottano il giovane Dick Shelton, figlioccio di Sir Daniel ma in realtà figlio di Harry, legittimo signore del feudo ucciso da Sir Daniel e amico di Ellis Duckworth, capo dei ribelli.
Dick Shelton era lui, il giovanissimo Aldo Reggiani, che insieme alla giovanissima Loretta Goggi tenne avvinta l’Italia per sette settimane nella fuga da Daniel Brackley fino al trionfo ed alla vendetta finali, quando la guerra termina con la vittoria della Rosa Bianca del Duca di Gloucester, destinato peraltro a regnare come Riccardo III, un sovrano non certo benevolo per gli inglesi, che furono ben felici di passare sotto la signoria dei Tudor pur di liberarsi del gobbo malefico.
Quante storie racchiuse in quella piccola scatola che proiettava immagini in bianco e nero, e che ci portava lontano, grandi e piccini. Alla fine di ogni puntata, la sigla di Tumminelli cantata da Leonardo era il segnale che la domenica era finita, cominciava un’altra settimana di scuola, in attesa di veder cavalcare di nuovo le Frecce Nere. I padri restavano alzati a vedere la Domenica Sportiva di Alfredo Pigna, noi bambini filavamo a letto, contenti della deroga domenicale all’orario limite di Carosello, pronti a risognare le avventure di Dick e Joan, di Aldo Reggiani e Loretta Goggi, a sentire nei nostri sogni  il sibilo della Freccia vendicatrice.
Dick Shelton è andato a raggiungere le Frecce Nere. Un altro pezzo della nostra infanzia se n’è andato per sempre. Ma basta chiudere gli occhi e…….

“sibila il vento e la notte s’appresta….”

venerdì 20 settembre 2013

RENZIADE: Piero Pelù vs Matteo Renzi: Il rock dell'Asfaltatore



«A Berlusconi conviene restare nel governo, ha paura delle elezioni perché sa che se andiamo al voto asfalteremo il Pdl». La retorica è un'arte, lo sapevano già gli Antichi fin dai tempi di Catone il Censore e di Cicerone. Nei tempi moderni quest'arte ha assunto connotazioni di vera e propria scienza, venendo a chiamarsi Marketing Pubblicitario e finendo per essere palestra d'esercizio non più o non soltanto del genio individuale ma di veri e propri esperti curatori di immagine.
Da Berlusconi, che per primo ebbe l'intuizione di traghettare definitivamente l'Azienda in Politica, fino a Renzi che adesso lo vuole imitare prima e asfaltare poi, si parla solo dopo aver studiato attentamente che cosa l'uditorio a cui ci si rivolge vuole sentirsi dire. Se si parla a Sesto San Giovanni (una volta definita la Stalingrado d'Italia, uno dei Comuni più rossi del paese), và da sé che per avere l'applauso si deve promettere non di sconfiggere l'avversario storico della sinistra ma addirittura di sotterrarlo.
Và da sé anche, però, che se a parlare è il Sindaco di Firenze, i suoi concittadini possono tradurre in concreto ogni sua singola parola, perché qui il retore è stato visto all'opera da quattro anni a questa parte. Privilegio – diciamo così – che per ora non è toccato a nessun altro. Se al resto d'Italia le primarie avvelenate di Bersani hanno tolto finora il piacere di assaggiare nella prassi ciò che è sotteso alle teorie renziane, qui a Firenze invece si può scrivere ormai un trattato in materia. E alcune parole destano immediatamente l'attenzione, come il sale su una ferita aperta, verrebbe fatto di dire. Così, se il Sindaco a distanza parla di asfaltare qualcosa, la città – o buona parte di essa – ha un sussulto improvviso.
Da quando esiste il Comune di Firenze, spesso e volentieri più che le parti politiche sono state le avanguardie o comunque i movimenti artistici a rappresentare stati d'animo e malesseri della cittadinanza. Al tempo dei Guelfi e dei Ghibellini, non furono tanto i Cerchi e i Donati a rappresentare le fazioni e gli interessi in gioco (limitando essi semmai la propria azione allo scannatoio reciproco simile alle faide che insanguinavano altre latitudini), ma artisti come Dante Alighieri, Cecco Angiolieri ed altri. In particolare il Sommo Poeta, distribuendo amici ed avversari tra Inferno, Purgatorio e Paradiso, dette soddisfazione agli umori più profondi, viscerali del suo popolo.
In epoche più recenti, il malumore brontolone tipico dei fiorentini ha avuto la sua voce di sfogo tramite la Voce. Non è un gioco di parole, gli intellettuali di ogni genere che si radunavano attorno a Prezzolini alle Giubbe Rosse in Piazza della Repubblica erano sicuramente più rappresentativi di un establishment che aveva continuato imperterrito prima, durante e dopo il Fascismo a risolvere i suoi contrasti nel chiuso dei suoi circoli ristretti, lasciando fuori completamente la società civile.
Allo stesso modo, l'uscita improvvida del Sindaco con la pessima scelta del termine asfaltare è stata dolorosamente avvertita in una città le cui strade non hanno ormai più nulla da invidiare a quelle di Sarajevo alla metà degli anni Novanta, ma questa sofferenza non è stata né raccolta né interpretata da addetti ai lavori, forze politiche e massmedia. E' toccato invece ad un artista, una volta di più, farsi interprete di un malumore diffuso verso una amministrazione vissuta ormai come distante, inefficiente, in ultima analisi inesistente.
Piero Pelù, popolare cantante dei Litfiba (gruppo rock di successo e di tendenza da almeno un paio di generazioni) ha indirizzato al Sindaco "più latitante della storia di Firenze" una lettera aperta tramite il proprio profilo Facebook, e con il suo stile ironico ha messo in fila il cahier des doléances che per ora è patrimonio del cittadino medio di Firenze, in attesa di diventare patrimonio comune di tutti gli italiani. Il rocker non usa mezzi termini: Renzi «si sente la vittoria in mano per le prossime elezioni politiche nazionali, è riuscito con perseveranza certosina e promesse fantascientifiche a mettere tutti d'accordo all'interno di quel buco nero della politica che è il P.D. (non è l'acronimo di una bestemmia ma ci si avvicina molto), anche il volpone D'Alema si sta inchinando al nuovo che avanza. Bene, aria nuova o aria fritta?».
La descrizione che Pelù fa del Sindaco che vuole fare il Presidente del Consiglio è calzante, comunque uno la pensi: «Il rampante Renzi sa bene di politica fatta all'italiana ma soprattutto sa benissimo cos'è il marketing applicato ad essa (da buon "berluschino" altro non può fare) e così quando arringa il suo fan club ai comizi o va in tivvù fa il toscanaccio con la lingua biforcuta, diventa tagliente, fa "impazzire" il povero Vespa, c'ha una battuta per tutti, risulta simpatico e coinvolgente. La massa forse gli sta credendo davvero e lo voterà, come leader dell'amorfo P.D. lo voteranno sia da destra che da sinistra».
Ma è quando si arriva a menzionare la parola più infelice pronunciata da Renzi da quando è in politica, quell'asfaltare che provoca fitte di dolore al fiorentino medio (e Pelù spiega bene perché), che l'ironia del cantante si fa più tagliente di qualsiasi battuta del Sindaco: «Asfalteremo il PDL!» è una delle sua ultime chicche riprese da qualsiasi massmedia italiano. Bene Matteo, asfaltali tanto stanno alla frutta, ma allora asfalta pure tutti i mafiosi che ci stanno attaccati come sanguisughe da 60 anni, asfalta tutti i massoni che in quanto a lobbismo marcio non sono secondi a nessuno, asfalta tutti quelli come Marchionne, asfalta le lobby farmaceutiche, asfalta gli spacciatori in giro ad ogni angolo di strada, asfalta chi gli dà la roba da vendere, asfalta anche quello che ora non mi viene in mente così magari mi stupisci per una volta. Ma siccome so che non asfalterai niente e nessuno di queste voci (con calma capiremo il perchè) allora come cittadino\contribuente di Firenze ti chiedo se, finito questo mondiale di ciclismo, sarai in grado di asfaltare (o lastricare) le migliaia di pericolosissime buche che ci sono nelle strade
della mia amata città. Grazie dell'attenzione».
Non c'è che dire, Dante Alighieri avrebbe guardato con curiosità (chissà se con ammirazione, ogni epoca ha le sue forme artistiche e relativi esponenti) a questo suo emulo proveniente dal mondo della Musica e dai secoli a venire.
Resta solo l'incertezza sul Girone in cui la voce dei Litfiba avrebbe messo il Sindaco fellone, presumibilmente – crediamo – all'Inferno. Nessun dubbio invece sul verso che avrebbe chiuso il canto dedicato a "colui che ebbe Firenze in gran dispetto", l'ha scritto Renzi stesso in quel di Sesto San Giovanni e gli si attaglia perfettamente, in quanto autobiografico: "Non sono né una superstar né un punto di riferimento. Anzi il fatto che io sia uno dei candidati dice quanto siamo messi male".
E se lo dice lui….

giovedì 15 agosto 2013

L'Inferno secondo Dan Brown

Io sono l’Ombra. Attraverso la città dolente, io fuggo. Attraverso l’eterno dolore, io prendo il volo.

Ormai li conosciamo bene, il professor Robert Langdon e il suo padre letterario Dan Brown. Lo scrittore del New Hampshire è al suo quarto best seller avente per protagonista l’esperto di simbologia religiosa ed esoterica di Harvard, e almeno in termini di vendite promette di ripetere il successo che gli è ormai tributato a livelli planetari dai tempi del Codice Da Vinci anche con questa sua ultima fatica ispirata all’Inferno di Dante Alighieri ed alla città che gli dette i natali. E nella quale ancor oggi si possono respirare le sue atmosfere predilette e comprendere la commedia – e la tragedia – sottintese alla sua visione del mondo antico.
La ricetta è sempre la stessa, alla prima pagina si è già proiettati nel vortice dell’azione, con uno stile narrativo che ricorda più quello di Ian Fleming nei romanzi dedicati a James Bond agente 007 che quello di Umberto Eco nei suoi romanzi di ambientazione storica. Azione in luogo di introspezione, come in ogni grande plot americano che si rispetti, ovunque si svolga la scena. Per quanto Brown, figlio di un professore di matematica della Exeter Academy, New Hampshire, possieda e sfoggi una erudizione notevole, la sceneggiatura con lui non va mai in profondità, non c’è tempo del resto.
Stavolta tocca a Firenze, dopo Roma, Parigi e Washington, essere la cornice suggestiva di inseguimenti da brivido, sparatorie e risoluzione di enigmi degni di un Bartezzaghi di annata, il tutto condito da un brivido ogni qualvolta il pur consapevole professor Langdon o i suoi biechi inseguitori sono portati dall’impeto dell’azione a sfiorare pericolosamente qualche capolavoro dell’arte mondiale, lasciandoseli dietro quasi sempre illesi per miracolo. Quasi, perché stavolta al termine di una scena anche in questo caso degna del miglior 007 a lasciarci le penne è nientemeno che l’Apoteosi di Cosimo I del Vasari, attraverso cui piomba nel sottostante Salone de’ Cinquecento il sicario mandato dalla misteriosa Spectre di turno a catturare il professore prestato allo spionaggio ed all’avventura, dopo che nei sotterranei del Vaticano dove gli Angeli erano inseguiti dai Demoni era andato in frantumi un intero scaffale contenente preziosissimi documenti del tempo di Galileo Galilei.
Non si ferma davanti a niente Dan Brown, né con l’iconoclastia sdoganata dal racconto del ritrovamento della discendenza nientemeno che di Gesù Cristo che gli ha dato fama mondiale, né nel proporre sviluppi e soluzioni all’intrigo che non hanno più verosimiglianza del cinema hollywoodiano di cassetta. Neppure al vezzo di concludere la sua fatica come il sommo poeta, con la parola stelle. Ma alla fine, malgrado gli ingredienti migliori ci siano tutti, seguendo l’azione via da Firenze in altre località tempio dello spirito e dell’arte umana si finisce per provare la stessa sensazione che ci da l’assaggio del cibo americano: stesso sapore, stesse sensazioni (o assenza di esse) che ci si trovi nel Corridoio Vasariano o a Palazzo Vecchio a Firenze, oppure nella Chiesa di San Marco a Venezia o a Santa Sofia a Istanbul, Costantinopoli.
I libri di Dan Brown scontano la maledizione di quelli di molti suoi connazionali, soprattutto autori di genere: letto uno, letti tutti. E poiché in fondo non ci può essere colpo di scena più grande di quello che Langdon scopre una volta decifrato il Codice Da Vinci, alla fine questo sequel - come gli altri - lascia assai delusi. Resta l’azione, per chi ama il genere Brown non delude e passerà sicuramente sul grande schermo con grande facilità. Ma non cercate Dante nelle sue pagine, non lo troverete, come non vi avete trovato Leonardo, Galileo o George Washington e Benjamin Franklin stessi.
Eppure, una lancia va spezzata anche per questa letteratura americana che per noi è sempre un bicchiere pieno a metà, perché non tutti gli aspetti sono negativi, anzi. Mettetevi davanti alla Porta del Battistero di Ghiberti con Robert Langdon e Dan Brown, e cercate di immedesimarvi non nei vostri sentimenti (di cittadini che sono passati lì davanti una volta al giorno per decenni, magari senza alzare lo sguardo mezza volta) ma nei loro. Certo, a paragone della descrizione della Biblioteca del monastero benedettino da parte di Umberto Eco/Guglielmo da Baskerville le parole di Brown ne escono con le ossa rotte. Però quanto entusiasmo negli occhi di questi visitatori che vengono dall’altro capo del mondo e che ogni volta sono capaci di emozionarsi come fosse la prima volta. Come forse riusciva anche ai fiorentini quando videro per la prima volta il capolavoro di Lorenzo Ghiberti. Come Dante stesso quando vide per la p rima volta, ragazzino, la rappresentazione di Satana nel Battistero che avrebbe ispirato la sua rappresentazione visionaria dell’Inferno. Come a noi non riesce più da tanto, troppo tempo.
E’ un fenomeno comune alla letteratura ed allo stesso cinema americano quello di essere così distante dai nostri archetipi - e stereotipi - culturali da far pensare che il Mayflower fosse un’astronave interstellare più che un vascello che attraversò l’Atlantico separando europei e americani per sempre. E tuttavia nello stesso tempo di riuscire a trasmettere emozioni (tutto sommato più fedeli allo spirito originale delle nostre opere) in un modo che alla nostra cultura che pretende di continuare a chiamarsi classica non riesce più. Così, per esempio, il Troy di Wolfgang Petersen e l’Achille di Brad Pitt sono quanto di più distante esista al mondo da quello che abbiamo studiato a scuola, nelle lunghe interminabili ore di Epica. Ma se vogliamo essere sinceri, quando sognavamo gli eroi di Omero essi erano come lui, il marito di Angelina Jolie, e abbiamo dovuto aspettare questo regista formatosi alla scuola di Walt Disney perché i nostri sogni finalmente si materializzassero.
Yerebatan, la Cisterna. Dove tutto si conclude.

Alla prossima, professor Langdon. Non ascolteremmo una lezione delle sue per tutto l’oro del mondo, ma la seguiremo sempre, dovunque vada e qualunque cosa trovi.

mercoledì 14 agosto 2013

La rivoluzione delle musicassette


Tempo fa, uno spot azzeccato mostrava una musicassetta e una matita, e una didascalia che recitava: “i giovani d’oggi non sapranno mai che relazione c’è tra questi due oggetti”. Già, come si fa a spiegare ai ragazzi d’oggi, quelli degli mp3, che al tempo dei loro genitori la musica passava attraverso questi oggetti di modernariato che ogni tanto avevano bisogno di riavvolgimento manuale, quando il nastro si incagliava nel walkman, con il meno tecnologico dei sistemi, una matita appuntita infilata al centro di una delle due ruote della bobina?
Cinquanta anni fa la Philips introdusse sul mercato uno degli oggetti più rivoluzionari che la scienza moderna avesse mai messo a disposizione del consumo di massa, dapprima musicale poi d’ogni altro genere. Si trattava di un brevetto tedesco, in origine era stata la BASF, ex IGFarben (la famigerata industria bellica di Hitler) a produrre nastri magnetici su cui poteva essere inciso il suono in entrambi i due lati.
La Philips vi aggiunse il supporto, quel compact cassette trasparente che rese il tutto originale, versatile, di facile utilizzo con i più disparati sistemi di riproduzione, dagli impianti stereo più sofisticati ai lettori da passeggio, gli walkman appunto. Era il 1963 quando i ragazzi si ritrovarono in mano il futuro. Negli anni del boom del rock e della musica come veicolo di modernità e di rivoluzione sociale, l’azienda olandese trovò più o meno consapevolmente la quadratura di un cerchio magico, mettendo alla portata degli adolescenti di tutto il mondo la fruizione di un qualcosa che fino a quel momento era stato al di fuori della portata delle loro tasche. E mettendoglielo a disposizione ovunque, in casa e soprattutto fuori, a scuola, al lavoro, a passeggio, a giocare, a correre, a fare l’amore.
Inizialmente, la Philips prima e le concorrenti poi misero in produzione nastri preregistrati, che trasferivano su supporto diverso la musica del vinile, con i suoi lati A e B. Ma la vera svolta si ebbe con la produzione delle cosiddette “cassette vergini”, registrabili con qualsiasi impianto stereo. Fino a quel momento, i ragazzi si trovavano a casa dei pochi fortunati che potevano permettersi l’acquisto degli LP a 33 giri. Da quel momento in poi, i pochi fortunati dettero il via al più massiccio, incontrastato e incontrastabile fenomeno di pirateria musicale della storia, duplicando i vinili a beneficio di tutti gli amici con buona pace delle varie SIAE mondiali, che sapevano di aver di fronte una battaglia persa. La musica diventò definitivamente un fenomeno di massa ancor più di quanto la radio, Woodstock ed il Rock avessero saputo fare.
Con l’avvento del walkman tascabile della Sony nel 1979 ed il proliferare delle autoradio dotate di riproduttore di cassette, erano veramente pochi i posti in cui la nostra musica preferita (e spesso a costo zero) potesse seguirci, splendida colonna sonora di una splendida giovinezza in un mondo che si apriva ad una tecnologia di cui ancora vedevamo soltanto i lati e le conseguenze positive. Nel frattempo, l’avvento faticoso ma inarrestabile dell’informatica individuava per le cassette nuovi campi di applicazione, i primi Commodore utilizzavano le cassette come supporto per i dati.
Il regno delle musicassette era destinato a durare più di 30 anni, e poteva essere interrotto soltanto da un altro evento epocale. Non l’avvento dei CD audio, che inizialmente costavano quanto e più dei dischi in vinile e non erano masterizzabile, ma bensì a partire dal 2000 quello della musica digitale, gli mp3, contro cui i vecchi nastri (a parità di costo zero, grazie ai vari Napster, Emule & C.) non avevano più possibilità di combattere.
Nell’ultimo decennio la Sony ha messo fuori produzione i Walkman e soltanto la National Audio Company di Springfield, U.S.A., fabbrica ancora le cassette a nastro. A sentire la quale, ne produce e ne vende ancora circa 100.000 pezzi all’anno, una cifra sbalorditiva. Evidentemente, non sono soltanto i genitori cinquantenni (con le loro collezioni registrate in più di trent’anni) gli aficionados del nastro e della matita per riavvolgerlo. Per il vintage, o l’oblio, c’è ancora tempo.

domenica 11 agosto 2013

Storie di ordinaria ingiustizia

TRIESTE - Riceviamo, e volentieri pubblichiamo. 
A.S. è una persona normale, un padre di famiglia, lavoratore. Mai un problema con la giustizia, mai un’intemperanza, mai una lira di tasse non pagata. Una vita da italiano medio, verrebbe da dire, nell’accezione buona del termine. Una sera d’inverno di quattro anni fa, dopo una cena con gli amici, sta tornando a casa. In pizzeria, ha bevuto un boccale di birra, lo standard di sempre.
La strada è bagnata, ha piovuto da poco. La velocità è nei limiti, ci sono curve in serie e anche a volere non si può correre. La macchina è a posto, la guida esperta, ma le insidie sono sempre in agguato. Succede ai piloti di Formula Un o come ai guidatori normali, basta mettere una ruota su una
striscia di segnaletica a terra umida e l’aderenza va a farsi benedire.
E’ un attimo, A.S. perde il controllo del mezzo e prima di recuperarlo va a sbattere contro un cartello di segnaletica stradale. Per fortuna va piano ed è abbastanza lucido, come può esserlo una persona dopo una giornata di lavoro che ha bevuto una birra al pasto. Il cartello stradale è l’unica vittima dell’incidente, oltre al davanti della sua autovettura, semidistrutto (perché con le vetture di oggi basta appoggiarsi con una mano e si lascia l’impronta).
Una signora che abita nei paraggi, credendo di far bene, chiama i vigili pensando che A.S. abbia bisogno di soccorso. Non sa, non immagina che lo sta condannando a un calvario senza fine. Siamo in Italia, la normativa stradale è diventata molto rigida, come quella dei film americani che abbiamo visto per una vita. Siamo in Italia, e se si ha la disgrazia di essere italiani cittadini registrati, per di più persone normali senza “amicizie” o “conoscenze” quella normativa ce la vediamo applicare fino alle estreme conseguenze, e - come vedremo - anche oltre.
I vigili arrivano subito. A.S. deve sottoporsi agli accertamenti di rito, tra cui la prova dell’etilometro. La normativa prevede una soglia di 0,5 g/l (grammi/litro) per la concentrazione alcolemica nel sangue. Al di sopra (e un boccale di birra ci va ampiamente) si è colpevoli. Ritiro immediato della patente con sospensione per un anno, sanzione amministrativa da determinarsi a cura del Tribunale a cui A.S. dovrà presentarsi al termine di quell’anno, con possibilità di erogazione di sanzioni accessorie, obbligo di frequenza di strutture sanitarie preposte alla prevenzione dell’alcoolismo, sequestro giudiziario del mezzo, che resta sotto la sua responsabilità di custodia a disposizione dell’autorità giudiziaria fino a sentenza definitiva, e relativo obbligo di pagamento di bollo.
Se avesse ammazzato qualcuno, A.S. sarebbe conciato meno peggio. A quest’ora ne sarebbe fuori. Se fosse uno dei clandestini che guidano senza patente sulle nostre strade (anche facendo vittime) non ne parliamo. A quest’ora avrebbe fatto fuori qualche altro cartello, e sicuramente non avrebbe speso una lira di quelle che invece A.S. deve cacciare fuori. A parte l’avvocato, perché in Italia non è possibile difendersi da soli (ammesso di capirci qualcosa nel groviglio di leggi che abbiamo sopra la testa), c’è da pagare la sanzione amministrativa che arriva puntuale dopo un anno, 2.000 euro circa (per un cartello stradale), ci sono da pagare le spese di giudizio, c’è da trovare il modo di andare a lavorare per un anno (non proprio dietro casa), c’è da conservare il mezzo incidentato fino a dopo la sentenza. 
Già, perché se al trasporto di se stesso A.S. fa fronte grazie al buon cuore degli amici, per far fronte alla seconda esigenza la legge stessa gli mette non poco i bastoni tra le ruote. Il suo posto macchina dal 2010 è occupato dal mezzo incidentato, ormai un ammasso di lamiera rugginosa, con buona pace del condominio che comincia a risentirsi. E meno male, perché un posto in un garage o nella depositeria comunale sarebbe costato dio solo sa quanto. La macchina nuova, quando A.S. può ricomprarsela, se ne sta in compenso nel mezzo di strada.
Ma non è finita. Arriva la sentenza, va in giudicato perché A.S. non fa ricorso, frequenta gli alcoolisti anonimi, paga tutto da bravo cittadino e... scopre che c’è stato un errore nel dispositivo, il processo è nullo di diritto, la macchina non può essere rottamata proprio perché un nuovo processo deve essere celebrato, ma non subito, bensì con i tempi della giustizia italiana. Cioè con tutta calma. Il giudice che ha fatto l’errore, in forza di un referendum che il popolo italiano votò tanti anni fa, sarebbe responsabile anche in solido dei danni causati, ma come diceva il sommo poeta Dante Alighieri: “le leggi son, ma chi pon mano ad elle?”
Manca una legge attuativa che richiami un magistrato cialtrone alle sue responsabilità, come qualsiasi altra categoria professionale. Manca una norma procedurale che ovvii in via breve a simili situazioni. Si riparte da capo. A.S si riprende un avvocato (a sue spese) e si ripete il tutto, abbiamo scherzato. Questa è la storia. Non è quella di Berlusconi, che comunque le risorse per difendersi bene o male le ha avute e le ha. A una persona normale, la nostra giustizia può rovinare la vita per niente. E almeno in questo è veramente uguale per tutti.

mercoledì 31 luglio 2013

RENZIADE: Matteo Renzi, addio allo Stadio e al Giglio?


Il nuovo che avanza non ne indovina più una. Per lungo tempo Matteo Renzi ha tramutato in oro tutto quello che toccava, lasciando a chiunque gli attraversasse la strada la parte del vecchio da rottamare, del perdente che non si rassegna a lasciare il passo ai tempi moderni.
Anche la battaglia delle primarie, naturale approdo del percorso cominciato alla Leopolda quando Renzi si rese conto che la sua immagine filtrata al di fuori delle mura cittadine lo proiettava come candidato ad un ruolo politico nazionale di primissimo piano al cospetto di un paese che dei politici nazionali già all’opera non ne poteva più, era sembrata un atto di coraggio, tanto più impreziosito da una sconfitta dovuta esclusivamente alla nomenklatura che aveva barato e creduto di potersi perpetuare con ogni mezzo, meglio se contrario ad ogni fair play.
Sembrava questione di tempo, un po’ come alla stazione, il treno è in ritardo ma prima o poi arriverà, è certo. E invece, come succede ai tempi di Trenitalia, il treno forse è già passato, o forse non passerà perché è stato soppresso. Da qualche tempo, l’immagine del Sindaco candidato Premier si è appannata, dentro e fuori Firenze. La nomenklatura romana gli ha preso le misure, ha trovato il modo di non perdonargliene più una. Ma soprattutto è a Firenze che la terra gli viene meno sotto i piedi.
Ha cominciato l’Arcivescovo, quel Mons. Betori che sbottò come un fulmi ne a ciel sereno quando disse che la città – stretta nella morsa di mille problemi – si meritava più che mai una amministrazione efficiente, cosa che da mesi non aveva più. Attacco mica da poco, se il Vescovo fosse stato un terzino Renzi sarebbe finito a gambe all’aria per la sua entrata decisa, del genere o palla o gamba. La risposta del sindaco era stata peraltro un autogol, paragonare l’uscita delL'alto prelato ad un attacco politico equivaleva a sminuire il suo ruolo particolare, e questa è una cosa che la Chiesa non tollera e non perdona. E la Chiesa, non è un mistero, è rimasta uno dei pochi punti saldi di quel Partito Democratico che una volta era il “campo” del Renzi, e di quelli come lui.
Per ritrovare un simile attacco della massima autorità ecclesiastica cittadina alla massima autorità civile bisogna andare parecchio indietro nel tempo, fino a Dante Alighieri ed ai Guelfi e Ghibellini, che si scannavano per le strade di Firenze nel nome del Papa e dell’Imperatore. Crisi di immagine o crisi di contenuti? Agli elettori (semmai) l’ardua sentenza. Il sindaco in questi mesi ha continuato ad essere più presente sugli schermi TV che nelle stanze di Palazzo Vecchio. Con risultati incerti in entrambi i casi, ma mentre per la corsa alla successione dell’amico Letta bisognerà attendere primarie e secondarie che chissà se e quando verranno, per la valutazione del primo mandato di Matteo Renzi come sindaco del capoluogo toscano si può già azzardare un bilancio.
Evidentemente affrontare le ZTL e i permessi di accesso e parcheggio non era niente a confronto a quello che è venuto dopo, e vestirsi da Fonzie non basta più. “Lasciare il mondo un po’ meglio di come lo abbiamo trovato” (il famoso slogan di Baden Powell, fondatore dei Boy Scouts, il celebre movimento che annovera tra i suoi epigoni più illustri proprio il sindaco fiorentino) si sta rivelando un affare più serio di quanto Renzi stesso pensasse.
Le promesse fatte del resto ormai sono tante, il tempo per passare ai fatti sempre meno. Lo stadio nuovo? Chiamato oggi ad inaugurare un impianto di Publiacqua ad Ugnano, a chi gli chiedeva conto dell’altra grande opera ha risposto: “la vedo dura, perché servono tanti soldi”. Buonanotte suonatori, e due anni di proclami e di comparsate allo stadio (quello vecchio) a fianco di Della Valle a cosa sono serviti? Era dura anche allora, oppure la Fiorentina quest’anno ha giocato talmente bene che sia Renzi che lo stesso Della Valle si sono dimenticati di parlare della più importante delle loro questioni, e di quanto costa? Intendiamoci, può darsi che ne venga fuori un bene, Firenze è servita degnamente dal vecchio Franchi da circa 80 anni, e difficilmente riempirà sistematicamente stadi più ampi, a meno che la Fiorentina non diventi il Barcellona in pianta stabile. Ma una promessa è una promessa, era la prima regola degli Scouts, se non andiamo errati.
E il Ponte Vecchio affittato alla cena della Ferrari? Il salotto buono a Firenze è delicato, e soprattutto è delicato il rapporto che i fiorentini hanno con la sua - e la loro - immagine. Si può prestare tutto, per carità, bisogna adeguarsi ai tempi, i soldi fanno comodo anche e soprattutto alle nobili decadute, e a sentire l’ineffabile Marchionne Sergio noi fiorentini siamo caduti molto in basso. Ben venga quindi il cumenda con i suoi sghei, tutto sta a vedere come ce lo tratta, questo salotto buono, chi ci fa entrare e come ce lo restituisce. E soprattutto che fine fanno gli sghei. Sì, perché sarebbe davvero singolare continuare a sentirsi dire che non ci sono i fondi per questo e quello, quando sappiamo di avere monumenti la cui fruizione corretta può valere – scusate la presunzione – quanto una finanziaria dello Stato.
Poi c’è la questione del brand. Parola anglosassone che significa marchio di fabbrica. Ora, verrebbe da parafrasare Gino Strada quando parla della sanità pubblica, dicendo che una città (soprattutto come Firenze) non è una azienda.
E così, ecco il concorso internazionale, che dovrebbe attirare in questa landa così bisognosa evidentemente di rappresentazioni simboliche designer, architetti e grafici pubblicitari dai quattro angoli della terra. Con quali risultati, si puç solo immaginare. O forse è meglio dire temere. Altro che Sirenetta di Copenhagen, o marchio Tod’s come toccherà al Colosseo.
Qui girano già sul web immagini di scorci fiorentini inscritti nella mela della Apple, per dirne una, e ricordano tanto quelle palle di vetro con la neve dentro che hanno reso agghiacciante la nostra infanzia.Va bene creare concorsi ed occasioni di lavoro per professioni che non ne hanno più, malgrado questa una volta fosse la terra di Michelangelo, del Brunelleschi e del Vasari. Ma non a prezzo della nostra identità.
Ha scritto Claudio Morganti, europarlamentare indipendente dell'Eld, «nel 1811 anche Napoleone cercò di sostituire il giglio tramite un decreto, ma dovette desistere per la forte protesta dei fiorentini. Mi auguro – ha continuato l’eurodeputato - che adesso succeda altrettanto e Firenze si ribelli alle bizze del suo sindaco. Capisco – ha concluso Morganti – che Renzi voglia rimanere nella storia per aver fatto qualcosa di concreto per Firenze e per i fiorentini, ma la storia di quasi mille anni non si tocca».
A ben pensarci, Firenze ha già esiliato figli illustri come il Sommo Poeta Dante. Se Parigi valeva una messa, Roma val bene Firenze? Il collegio elettorale di Renzi è qui, e continuare a trascurare la propria città potrebbe risolversi per lui nella perdita dell’ultimo treno, e perfino della casa a cui ritornare a leccarsi le ferite, se le cose dovessero andare come Baden Powell non aveva previsto.
Firenze ha il suo simbolo (suona molto meglio che brand!) da secoli, è il famoso Giglio, e non si spiega quale vaghezza abbia punto il nostro sindaco allorché ha deciso di rottamarlo (non riuscendo peraltro a farlo con cose e persone ben più meritevoli….).
Ben consigliato dal proprio istinto (non ancora sopraffatto dalla crescita del proprio ego al di sopra del livello di guardia) nonché da un esperto di comunicazione proveniente da un’altra formidabile fabbrica del consenso, Giorgio Gori ex Mediaset, il sindaco di Firenze era partito in quarta con una serie di provvedimenti che se non sempre condivisibili avevano comunque il minimo comune denominatore del coraggio, andando a toccare equilibri e rendite di posizione cittadine che non venivano messe in discussione da tempo immemorabile.

giovedì 18 luglio 2013

Buon compleanno Madiba!


PRETORIA (Sudafrica) - Giorni fa si era diffusa in tutto il mondo la notizia della sua morte, dopo il ricovero in ospedale da più di un mese a causa di un’infezione polmonare. Notizia rivelatasi incontrollata e infondata, e che come sempre in questi casi gli ha allungato la vita. Madiba festeggia oggi in ospedale il suo novantacinquesimo compleanno, e con lui tutto il paese che lui ha contribuito a rendere migliore, più libero, e che ormai lo venera come il Padre della patria, il Sudafrica.
Le sue condizioni – dicono i bollettini - paiono in lento e costante miglioramento per quanto può consentirlo l’età, e allora oggi è un giorno di festa non solo per i sudafricani ma per quanti in tutto il mondo hanno atteso per lungo tempo la fine dell’Apartheid, una delle manifestazioni più odiose della segregazione razziale di tutta la storia umana.
L’uomo che ha dedicato 67 dei suoi 95 anni al servizio della sua gente e del suo paese e che nell’iconografia dei progressisti di tutto il mondo ha un’immagine paragonabile ormai a quella del Mahatma Gandhi come simbolo di liberazione e di emancipazione razziale verrà festeggiato dai suoi connazionali nella maniera più singolare possibile: migliaia di volontari (l’invito delle autorità è rivolto a tutti i sudafricani) dedicheranno oggi 67 minuti del loro tempo al servizio gratuito della collettività, impegnandosi in attività quali la pulizia ed il restauro di scuole, ospedali ed altri edifici pubblici o nella distribuzione di cibo e medicinali ai poveri.
E’ forse il premio migliore, il più significativo ricevuto da Mandela nel corso della sua lunga vita, più importante forse di quello stesso premio Nobel per la Pace assegnatogli nel 1993 poco dopo la sua scarcerazione, allorché insieme all’allora presidente sudafricano Frederik Willem De Klerk dette la spallata finale al regime dell’Apartheid che ebbe come conseguenza il suffragio universale per tutte le etnie del paese e la sua inevitabile vittoria alle elezioni presidenziali dell’anno seguente.
Nelson Rolihlahla Mandela era nato il 18 luglio 1918 a Mvezo, un piccolo villaggio della provincia di Capo Orientale. Che fosse un predestinato lo avevano intuito già i suoi genitori alla nascita, il suo secondo nome Rolihlahla significa infatti “colui che provoca guai”. Il primo lo provocò a 20 anni quando fuggì dal suo villaggio per sottrarsi ad un matrimonio combinato secondo l’uso della sua tribù, la sua prima azione di lotta per la libertà.
A Johannesburg, dove studiò legge e divenne avvocato, si unì all’African National Congress, il partito che si batteva già allora (erano gli anni della Seconda Guerra mondiale) per l’abolizione della segregazione razziale. Il Sudafrica era un paese membro del Commonwealth britannico, e aveva già
adottato l’Apartheid come regime ufficiale, solo la razza bianca aveva diritti civili e politici.
Madiba, questo era il nome datogli dal Clan Xhosa (la sua etnia di appartenenza), fu promotore negli anni ’50 della Carta della Libertà, il manifesto anti-Apartheid che sarebbe diventato il programma dell’A.N.C. fino alla vittoria finale, e con il suo studio legale fornì assistenza gratuita a tutti coloro, perlopiù neri, che venivano accusati di tradimento e incriminati per essersi opposti al regime segregazionista.
Quando alla fine toccò a lui, nel 1962, era già il leader più famoso dell’A.N.C. e comandante dell’ala militare che era stata costituita dal movimento dopo che diversi manifestanti inermi erano stati uccisi dalla polizia e lo stesso movimento era stato dichiarato fuorilegge, ritrovandosi quindi costretto ad operare in clandestinità. Diversamente da Gandhi, il Mandela di allora aveva smesso di credere nella possibilità di una emancipazione razziale per vie pacifiche, non violente.
Mandela in visita al suo vecchio carcere a Robben Island
Condannato all’ergastolo, nei successivi 27 anni, Nelson Mandela restò rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Robben Island, al largo di Capetown. Dalla sua cella continuò a guidare il movimento contro l’Apartheid, il cui regime con il passare del tempo diventava sempre più odioso ed impopolare. Negli anni ’70 ormai il Sudafrica era completamente isolato a livello internazionale, escluso da tutti gli organismi politici e dalle manifestazioni sportive. Lo slogan “Mandela libero” era
uno dei più ricorrenti in tutte le manifestazioni di piazza a qualsiasi latitudine.
Per Madiba, che ancora nel 1985 rifiutò una proposta di libertà condizionata in cambio della rinuncia alla lotta armata, il momento di riacquistare la libertà senza condizioni arrivò finalmente l’11 febbraio 1990. Il mutato clima internazionale con la fine della Guerra Fredda e la convinzione che il mondo fosse entrato in una nuova fase storica in cui i diritti dell’uomo non erano più comprimibili giustificatamente portarono il presidente sudafricano de Klerk a valutare che fosse arrivato il momento di cedere alle pressioni internazionali, ridare legalità all’African National Congress, ridare la libertà al suo leader di fatto (che ne divenne subito Presidente di diritto) e porre fine alla segregazione razziale verso i sudafricani di colore.
Primo presidente nero del Sudafrica dal 1994 al 1999, Mandela ha continuato fino a tempi recenti la battaglia per i diritti civili e politici dei suoi connazionali e per l’accreditamento dell’immagine internazionale del nuovo Sudafrica libero. Uno dei veicoli da lui abilmente individuati per queste operazioni è stato proprio lo sport, l’ambito cioè su cui si era più clamorosamente manifestato l’isolamento internazionale del suo paese nei decenni precedenti alla fine dell’Apartheid.
La nazione che era stata esclusa dalle Olimpiadi a partire dal 1976 a Montreal, contro cui nessuno voleva andare a giocare né a Tennis in Coppa Davis né a Rugby, Calcio o qualsiasi altra disciplina, fu per sua iniziativa organizzatrice di due eventi epocali: i Mondiali di Rugby, organizzati durante la sua presidenza nel 1995 e vinti dagli Springbok, la leggendaria squadra di casa, ed i Mondiali di Calcio del 2010, i primi svoltisi nel continente africano, anche questi fortemente voluti da lui che a causa delle già precarie condizioni di salute e di un grave lutto familiare non pote’ di fatto assistervi, tranne una breve comparsata nella cerimonia di chiusura.
Oggi tutto il mondo guarda all’Ospedale di Pretoria dove è ricoverato, attento a qualsiasi notizia vera o presunta circa le sue condizioni. Nel frattempo, in tutto il mondo dalla Gran Bretagna all’Australia si terranno concerti ed iniziative per omaggiarlo. Ma in fondo, tutto questo ha poca importanza. Come ha detto recentemente il portavoce dell’A.N.C., adesso stabilmente il partito di governo sudafricano, quella di Mandela è stata una “vita ben vissuta per tutti i suoi 95 anni”, e altro da aggiungere non c’é.

Buon compleanno, Madiba.