domenica 11 gennaio 2015

La gratitudine dei Numeri Uno

Quando Fiorentina e Palermo entrano in campo, sui tabelloni dello stadio c’è un solo spot, e non è pubblicitario. Je suis Charlie, è una concessione doverosa agli eventi che hanno sconvolto questa settimana. Mentre il mondo sfila a Parigi in difesa della libertà, Firenze si interroga su questioni molto più prosaiche e sicuramente meno importanti. La Fiorentina sta vivendo uno dei suoi soliti mesi di gennaio, non si sa se frutto di troppi panettoni o di troppe questioni lasciate in sospeso.
Tra giocatori infortunati, giocatori in crisi, giocatori che non rinnovano il contratto ed altri a cui non viene fatto rinnovare, i viola durano fatica a tenere il passo di un campionato peraltro non trascendentale. Come un anno fa, mettere insieme una linea d’attacco decente è un’impresa anche per un tecnico probabilmente meno distratto dalle sirene di Vincenzo Montella. Ma se un anno fa errare appariva umano, un anno dopo perseverare si è dimostrato diabolico.
Un anno fa, la scommessa azzardata su due attaccanti di valore ma un tantino fragili fu corretta in corsa dall’acquisto in prestito dal Milan di Alessandro Matri. Sappiamo tutti com’è andata. Stavolta, dopo un altro anno di azzardi o di negligenze si ritenta la sorte con Alino Diamanti, interrompendone il crepuscolo dorato a suon di Youan cinesi. L’ex talento che una volta ha già vestito la maglia viola ovviamente si riprecipita in questa parte di mondo, tutto sta a vedere se sarà sufficiente a risollevare le sorti di questa squadra dove i miracoli non riescono quasi più a farli nemmeno i campioni.
La squadra che scende in campo oggi è obbligata dalle squalifiche demenziali rimediate a Parma da Savic e Gonzalo. Così, la società e l’allenatore finiscono per incassare la gratitudine – loro che della parola gratitudine hanno fatto uso e anche abuso copioso recentemente – di chi avrebbe potuto benissimo negargliela. La partita di Manuel Pasqual si intitola in un modo solo: onor di capitano. Gol a parte (e non e poco, perché è il primo e arriva quando la partita per la Fiorentina si sta già complicando), la prova del vecchio condottiero è d quelle da stropicciarsi gli occhi, per quantità e qualità. Il buon Manuel finisce il match tenendosi il fegato e boccheggiando, ma anche godendosi la standing ovation del Franchi. Nessuno aveva dimenticato le sue discese, i suoi cross e i suoi tiri fulminanti, tutti si chiedevano se li avrebbero mai più rivisti su quest’erba.
Ma il capitano non è il solo a farsi trovare pronto alla chiamata di un allenatore che oggi sente anch’egli di essere arrivato ad un momento critico. La stagione può virare al meglio come al peggio, con la stessa facilità. Questa partita pare fatta apposta per mettere i vola di fronte a se stessi. L’ottimo Palermo di Beppe Iachini (quello che una volta “picchiava per noi”) non perde da nove partite, e la Fiorentina non vince in casa da tre. Ma nessuno dei viola scende in campo intimidito. In difesa, Basanta viene promosso conducador, e mantiene le aspettative andando addirittura a segnare il secondo gol. Tomovic, Alonso, Pasqual ridicolizzano gli avanti palermitani, che nel primo tempo lasciano Tatarusanu clamorosamente inoperoso. Centrocampo e attacco viola in compenso meriterebbero ben altro premio dell’1-0 con cui il tempo si conclude, striminzito come una taglia cinese.
Un po’ ci si mette la sfortuna, un po’ fa la sua parte l’arbitro Mazzoleni, all’altezza della sua fama di rovina-partite. Il gol segnato già al quarto minuto da Mario Gomez è buonissimo, e sarebbe anche una manna dal cielo per mettere la partita in discesa per una Fiorentina peraltro dal piglio giusto e per un Gomez stesso che appare in preda ad una concitazione pari a quella della gatta frettolosa. Niente da fare, ci vuole il colpo di genio di Cuadrado al ventesimo che finta per Pasqual. La rasoiata del capitano da fuori area non perdona.
Il vantaggio viola potrebbe aumentare grazie ad un Joaquin in grande spolvero ed anche ad un Borja Valero finalmente tornato ai livelli che avevano fatto chiedere a gran voce un suo impiego nella nazionale delle Furie Rosse. Il pallonetto dello spagnolo si stampa sulla traversa dopo una penetrazione splendida, repentina, implacabile. Non c’è giustizia, Borja sarà alla fine il migliore in campo ma senza gol. Sulla ribattuta Supermario svirgola malamente intristendosi ancora di più.
Il tempo si chiude su una prodezza negativa di Mazzoleni che rischia di anticipare a tuti le ambasce della ripresa. La difesa del Palermo sta al burro come l’attacco della Fiorentina sta al coltello. Pizarro tenta di affondare come Borja ma lo scatto non è più quello dei tempi d’oro e il difensore rosanero fa a tempo a stenderlo. Rigore netto per tutti, meno che per il fischietto bergamasco che consente la ripartenza agli ospiti fino al punto di andare a sanzionare un fallo alla disperata di Tomovic, beffardamente ammonito. Punizione da tre quarti e primo brivido per i viola.
Il tempo finisce con questa avvisaglia di quello che sarà il patema d’animo della seconda parte di gara. Una partita che avrebbe potuto terminare 6-0 per i padroni di casa si trasforma in un rocambolesco botta e risposta tra due squadre i cui equilibri tattici saltano ben presto, se mai sono esistiti. La Fiorentina è padrona del gioco, e dopo pochi minuti raddoppia con Basanta. Pare fatta, ma in dieci minuti il nuovo entrato Quaison approfitta clamorosamente dapprima di un contropiede velocissimo di Belotti e poi di una madornale dormita di Alonso su retropassaggio. Lo spagnolo si disinteressa su quanto avviene nel mondo circostante, risultato dopo un’ora di gioco Fiorentina e Palermo sono sul 2-2 contro ogni logica per quanto visto sul terreno di gioco.
Non è solo il volto di Montella a rabbuiarsi, è un intero stadio a precipitare nelle tenebre. Ancora una volta è la Fiorentina a dover dire grazie a chi non ha trattato benissimo, ultimamente. E’ ancora Pasqual a scappare via nell’ennesima fuga per la vittoria, mettendo in mezzo. Sulla palla, a pochi passi dalla rete, non si avventa Gomez, ormai avvilito dall’ennesima prestazione contraddittoria. Si avventa lui, l’uomo che grazie a Montella quest’anno non ha mai giocato nel suo ruolo, l’uomo che spesso è stato additato come svogliato, negligente, addirittura meritevole di sostituzione punitiva. Juan Guillermo Cuadrado è un fulmine che incenerisce i sogni proibiti del Palermo e rende giustizia non soltanto a se stesso ma a tutta la sua squadra.
Non basta, non è una partita da sogni tranquilli. E allora, c’è un altro campione che oggi ha fatto vedere la differenza tra il calcio che si gioca in Italia e quello che delizia platee e paesi più fortunati: Joaquin Sanchez Rodriguez non è uno che segna spesso, ma ogni volta che lo fa scrive pagine di storia. La sua parabola è da pallone d’oro, da eurogol, ogni iperbole è consentita. Gli si perdona tuto, il togliersi la maglietta, il gesto con cui mima il torero ed anche il fatto di avere un’età che non ce lo conserverà in attività ancora a lungo.
Stavolta sarebbe finita davvero se Mazzoleni non s inventasse un rigore dei suoi, a favore del Palermo. Belotti fa 4-3, rendendo il punteggio intrigante e la partita ancora avvincente. Peccato che per quanto ha fatto vedere al Fiorentina ci siano almeno 3 gol di troppo, quelli ospiti, e che questa partita doveva essere chiusa da almeno un tempo. Per fortuna, i viola si chiudono bene nei minuti finali e non lasciano ai rosanero la minima occasione di cogliere un pareggio che a questo punto sarebbe oltremodo ingiusto, anche se non inverosimile. I tre cambi, Richards per Alonso, Kurtic per Cuadrado e Vargas per Mati Fernandez (estremamente positivo anche oggi) servono solo a dare respiro alla squadra, oltre che al pubblico.
La Fiorentina ha rimesso a posto le cose da sola, e stasera è sesta in classifica a quattro punti dalla zona Champion’s. Per una volta la fortuna – ed il merito – hanno aiutato gli audaci. Se poi Della Valle vorrà mantenere fede ai proclami passati, presenti e vivaddio futuri, male non può fare per paura non più avere.



giovedì 8 gennaio 2015

Tutti i nostri domani

La fabbrica della dietrologia, del complottismo e delle Aree 51 in cui va puntualmente a nascondersi la nostra intelligenza individuale e collettiva è già al lavoro. L’attentato di Parigi, conclusosi con la strage dell’intera redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, è dunque l’ultimo di una catena di atti orchestrati ad arte da servizi segreti ed altre entità maligne che operano in mezzo a noi, secondo uno schema invariabile che prevede un’alternanza di messinscena e controinformazione e che va in onda almeno dalla metà del secolo scorso, se non prima.
Si cominciò agli albori del Novecento con il complotto sionista contro l’ordine planetario e la civiltà, a cui fu ascritta la responsabilità di due guerre mondiali, una rivoluzione epocale (quella russa), una serie infinita di regimi totalitari e poi a seguire la destabilizzazione del Medio Oriente con la creazione dello Stato di Israele, passando per la grande truffa dell’Olocausto, secondo le teorie revisioniste una specie di scenario di cartone in perfetto stile film western.
Nel frattempo, era entrato in scena il Grande Satana, la madre ed il padre di tutti i mali moderni, gli Stati Uniti d’America. Era il 1941 quando si autoattaccarono a Pearl Harbor, dandone la colpa ai giapponesi per poter entrare nella Seconda Guerra Mondiale. Un megacomplotto ripetuto esattamente 60 anni dopo, quando la C.I.A. attaccò e distrusse le Torri Gemelle a New York, giusto per avere il pretesto di intervenire in Iraq, Afghanistan e Medio Oriente, al fine di dominare il mondo attraverso il petrolio.
Nel frattempo, c’erano stati appunto l’Area 51 dove è nascosta nientemeno la Base Aliena dalla quale operano gli extraterrestri che si sono accordati con gli americani per controllare il nostro pianeta, e chissà se non anche l’universo. Poi il finto sbarco sulla Luna, orchestrato dal regista cinematografico Stanley Kubrick e anch’esso girato su sfondi di cartone al pari dei reportage dai campi di concentramento.
Lo stupidario della dietrologia complottista ha scoperto la mano della C.I.A. e del governo americano più o meno dietro ogni evento rilevante del ventesimo secolo. La razza umana sarebbe scampata a Nazismo e Comunismo soltanto per finire nelle grinfie del più bieco di tutti i regimi, quello che ha sede a Washington. Tutti gli eventi meno uno, l’unico sul quale forse varrebbe la pena di proseguire le indagini avviate da Jim Garrison e Oliver Stone, l’omicidio Kennedy, la svolta in negativo della nostra storia contemporanea, al contrario accettato nella versione ufficiale con una acquiescenza che contraddice stranamente tutti i geni radical immessi nella nostra cultura dal Sessantotto.
A Parigi, per dar corso e sfogo al disegno di destabilizzazione mondiale ordito da questa Spectre dei nostri tempi che è l’elite politico-economico-finanziaria che ci comanda (manca il demo-giudo-pluto-liberal-massonico passato dalla propaganda fascista a quella comunista a metà del secolo scorso, ma il senso è sempre quello), un commando di agenti della Suréte francese travestiti da sicari di Al Qaeda ha freddato dei giornalisti francesi, creando le condizioni artificiose per una reazione destrorsa. Una nuova Crociata contro l’Islam, per dare avvio alla quale si attende ormai solo il bando di Papa Francesco, novello Urbano II.
Complottisti di tutto il mondo, unitevi! E seguiteci in questa cavalcata attraverso lo scenario fantapolitico di quello che succederà. Per una volta vogliamo semplificarvi il lavoro. Gli spari di Parigi rappresentano nel ventunesimo secolo quello che gli spari di Gavrilo Princip e dei Giovani Serbi furono nel ventesimo: la scintilla per far esplodere quella Terza Guerra Mondiale invocata, attesa, paventata da più parti. Come a Sarajevo, come a Pearl Harbor, è stato fatto succedere esattamente quello che serviva. La guerra, non dimentichiamolo, è la sola igiene del mondo, diceva qualcuno, e il più potente incentivo alla ripresa economica mai escogitato dall’uomo.
Nostradamus del resto l’aveva previsto, la guerra finale in Europa esploderà grazie ad un principe arabo. Dapprima ci siamo inventati Bin Laden, poi Al Baghdadi, gli islamici poi si assomigliano tutti, bastano due francesi di origine outremer disposti a sparare anche a due loro colleghi (come i falsi piloti di Al Qaeda che si schiantarono sulle Twin Towers). La tensione in Europa sale da mesi, Putin attacca da est, oggi l’Ucraina, domani il continente. L’inverno è arrivato e sarà ancora più freddo perché lo Zar ci taglierà il metano. Anzi no, perché con abile mossa il Grande Satana farà crollare il prezzo del petrolio, d’accordo con gli sceicchi che – in modo abbastanza dissociato, ma fa niente - con una mano finanziano il terrorismo islamico e con l’altra comprano i suoi obbiettivi europei a suon di petroldollari.
Cadono aerei e affondano traghetti un po’ ovunque, così, tanto per tenere viva la tensione, che com’è noto ha sempre alle spalle una strategia. Adesso finalmente la spallata di Parigi, era tanto che bene informati giornalisti denunciavano prossimi attentati. Altri invece parlano oscuramente di piani americani e occidentali di emergenza in previsione di un collasso della Grecia, dell’Italia e di altri paesi frontiera della Nato. La Grecia va a votare a fine mese, a Berlino come a Washington si teme la sua uscita dall’Euro. Forse si teme addirittura che fuori dall’Euro la Grecia possa sopravvivere meglio che dentro. Anche l’Italia andrà a votare, se qualche Presidente di qualche istituzione più o meno rappresentativa non tira fuori dal cilindro qualche altro coniglio magico. L’attuale coniglio, Matteo Renzi, non si capisce bene come stia andando e se il paese gli sopravviverà (obbiettivo peraltro minimo).
Presto si voterà anche in Francia, e qui gli scenari si fanno foschi. Potrebbe essere la leader della nuova destra xenofoba Marine Le Pen, la figlia del vecchio parà Jean-Marie che aveva tentato di contrastare l’indipendentismo algerino prima e poi inventato il Front National, probabilmente otterrà più che una vittoria un plebiscito. E si porrà a capo della riscossa europea, favorendo l’affermarsi di movimenti di ispirazione xenofoba anche nei paesi limitrofi, dall’Olanda alla Scandinavia all’Italia, dove la Lega Nord attualmente è in bilico fra la continuazione della politica di federalismo portata avanti dai leader storici e un nuovo giro di vite a destra desiderato da quelli nuovi e da una grande fetta della popolazione non solo nel nord della penisola.
Con l’affermarsi dei Fronti Nazionali ed una rinnovata spinta egemonica francese (con probabile influenza decisiva anche su una Gran Bretagna mai stata europeista convinta e tutt’ora fuori dell’Euro), la Germania si troverà chiusa in un angolo, isolata nella Torre d’Avorio ricreatale attorno dall’unificazione prima e dal “riarmo” della propria economia poi attraverso l’Euro. Il sogno europeo di contrapporsi ai due Blocchi della Guerra Fredda con un terzo capace di politica autonoma naufragherà, e quando esploderà lo scontro di civiltà guerreggiato tra Cristianesimo e Islam (nei cui rispettivi campi le componenti moderate verranno sempre più ridotte al silenzio, all’impotenza) sarà di nuovo al Grande Satana americano che il mondo occidentale guarderà per la leadership politica, militare e tecnologica del proprio schieramento.
Da qui in poi, ognuno prosegue secondo le proprie inclinazioni spaziando da Nostradamus a Harry Turtledove, il fantasioso ideatore fantascientifico della guerra dei mondi. Autori come Oriana Fallaci verranno riletti per cercare profezie più aggiornate di quelle del monaco francese del Rinascimento. Dall’altra parte i discorsi di Bin Laden, Al Baghdadi e Khomeini acquisteranno una diffusione addirittura maggiore agli scritti del Profeta.

Lo sciocchezzario continua. Per lo meno quanto avrà vita la razza umana. O forse non si tratta di sciocchezze? Chissà cosa pensavano degli anni a venire nella primavera del 1914. Chissà se poi la realtà non finì per superare la fantasia. A ben guardare, lo fa sempre.

Nous ne sommes pas Charlie



Siamo tutti Charlie Hebdo. Da ieri la Francia piange un’altra notte delle matite spezzate. Anzi, stavolta le matite dell’intera redazione del settimanale satirico più famoso di Francia (e da ieri, purtroppo, del mondo intero) sono state spezzate in pieno giorno, mentre la redazione stessa era riunita per mettere a punto l’uscita del prossimo numero, quello che – se mai verrà pubblicato – diventerà un numero storico, di quelli che vanno a ruba. L’ultimo, macchiato del sangue dei suoi autori e di quello di due poliziotti della Gendarmerie, uno dei quali freddato in mondovisione con un colpo alla testa degno di quel terrorismo DOC che conosciamo bene.
Piange la Francia, e farebbe bene a piangere con lei tutta l’Europa. Che si è invece fermata attonita, quasi attendendo la reazione di Parigi, come mille altre volte. Nel frattempo, sui social network dove ormai viviamo la nostra vita virtuale scambiandola per quella reale, siamo tutti Charlie. Tutti in difesa di una libertà di stampa, anzi di una libertà tout court, che in realtà è un valore che nessuno apprezza più. Basta vedere come ci avventiamo alla gola di chiunque non la pensi come noi, anche in queste ore così concitate e angosciate. Anzi, ora più che mai.
Mentre Parigi scende in piazza e la Gendarmerie continua la sua gigantesca caccia all’uomo (gli assassini sono già stati identificati, sono due franco-algerini, bella beffa per il paese che prima di tutti gli altri in Europa aveva tentato per primo l’esperimento dell’integrazione, estendendo la cittadinanza agli abitanti dell’ex-colonia diventata territorio metropolitano prima dell’indipendenza), le nostre vite, virtuali o reali che siano, sono scosse da un vento freddo che si insinua nelle nostre vesti e nelle nostre certezze, che spira da luoghi lontani e che porta con se refoli di un qualcosa a cui non siamo più abituati, anche se in realtà è da tempo che l’aria che respiriamo ne è pervasa. Venti di guerra.
Aux armes citoyens, recita la Marsigliese. Alle armi, ed ognuno corre sotto le proprie bandiere cercando rifugio nelle parole d’ordine e nelle identità culturali a cui è abituato quasi meccanicamente, in queste ore in cui il 2015 vira verso una deriva che lo fa assomigliare sinistramente a quella ultima previsione di Nostradamus, la guerra finale scatenata in Europa da un principe arabo.
Ognuno corre sotto la bandiera dell’integrazione ad ogni costo o del muro contro muro. Film già proiettati sui nostri schermi. Ai tempi di Oriana Fallaci, prima che un male inesorabile se la portasse via, i suoi ultimi anni furono funestati – per lei stessa e per tutti noi – dalla polemica fra quanti la volevano una rinnegata della sinistra e quanti invece la leggevano come l’ultima profetica campana del liberalismo europeo agonizzante. A rileggere oggi le sue parole, si gela il sangue, quanto e più che a sentire il rumore degli spari risuonato in rue Nicolas-Appert, XI arondissement, a Parigi.
“Gli immigrati musulmani materializzano così bene l’avvertimento che nel 1974 ci rivolse all’ONU il loro leader algerino Boumedienne: Presto irromperemo nell’emisfero nord. E non vi irromperemo da amici, no. Vi irromperemo per conquistarvi. E vi conquisteremo popolando i vostri territori con i n ostri figli. Sarà il ventre delle nostre donne a darci la vittoria”.
Quanti insulti si prese Oriana dalle anime belle della sinistra radical-chic e a buon mercato. Quanti se ne è presi anche il buon senso, da allora. Quanti se ne dovrà prendere ancora, perché malgrado tutti adesso scrivano Je suis Charlie anche sui braccialetti dei neonati nelle maternità di mezza Europa, nessuno forse comprende fino in fondo il pericolo disvelato da questi assassini a volto coperto che hanno fatto irruzione nella sede di un giornale gridando la fatidica frase Allahu Akbar massacrando gente che aveva l’unico difetto – mortale ai loro occhi – di prestare fede soltanto a quell’ironia che, da Voltaire in poi, ha cercato di distinguere definitivamente l’uomo dalla bestia. E questo paese, la Francia, da tanti altri in cui si vive in tenebre sconosciute perfino al Mondo Antico.
La cosa più triste, proprio in questo momento in cui se ne seppellisce la redazione, è che non siamo tutti Charlie Hebdo, nossignore. Nemmeno per sogno. La guerra è cominciata, da tanto tempo. Dentro di noi.

martedì 6 gennaio 2015

Marcia trionfale solo per il Parma

Cronaca di una morte annunciata. Il 2015 della Fiorentina comincia al Tardini di Parma, trasformato per l’occasione nel Teatro Regio. Le squadre entrano in campo infatti al suono della Marcia Trionfale dell’Aida. Ma la musica del maestro Giuseppe Verdi è intesa esclusivamente a risollevare animi e prestazioni dei ducali. La Fiorentina è prevista nel ruolo della vittima sacrificale, e mantiene fede alle aspettative.
I gialloblu si presentano al cospetto del proprio pubblico alla prima uscita dopo il cambio di proprietà che ha visto avvicendarsi a Tommaso Ghirardi una holding russo-cipriota, quarto tentativo di penetrazione del nostro campionato da parte di capitali stranieri dopo Roma, Inter e Bologna. Come ha detto profeticamente il tecnico Roberto Donadoni, il campionato del Parma comincia contro la Fiorentina. L’ex allenatore della Nazionale non lo sa, ma sarà buon profeta. La sua squadra è ultima con soli sei punti fatti, ma non potrebbe auspicare per l’avvio della rimonta salvezza avversario migliore.
La Fiorentina è sempre in mano a quella holding marchigiana che la rilevò dodici anni orsono, ma a quanto pare si sta avviando di gran carriera verso uno dei momenti meno felici dell’attuale gestione, che pure ne ha vissuti altri. L’anno si è aperto non con un colpo di mercato, peraltro auspicabile, ma con l’addio di uno dei pilastri della squadra costruita faticosamente da Daniele Prade’ ed Eduardo Macia dopo la partenza di Pantaleo Corvino. Norberto Neto ha fatto sapere di non essere interessato a prolungare la sua esperienza fiorentina, la società l’ha fatto sapere prontamente ai giornalisti, i tifosi hanno fatto sapere che sognano ancora un attaccamento alla maglia di altri remotissimi tempi, Andrea Della Valle ha fatto sapere che questo duro mondo del calcio (e l’ingratitudine che lo pervade) non finisce mai di sconcertarlo.
Vincenzo Montella infine ha fatto sapere cosa pensa schierando in porta Ciprian Tatarusanu, fino a ieri numero 2 da schierare in coppa. Da oggi la sgangherata baracca viola è nelle sue mani. La difesa non lo aiuterà mai più di tanto, e l’ha dimostrato anche oggi cedendo di schianto in modo da fare invidia a Caporetto o all’8 settembre. Ma da oggi sfiducia e umoralità dei tifosi sono tutti a carico suo, il buon Neto è stato fischiato per l’ultima volta mentre i suoi ex compagni si riscaldavano sull’erba del Regio Tardini, presso cui i tifosi fiorentini (complice anche la vicinanza) si erano presentati in numero cospicuo.
Il resto della squadra è quello di sempre, in questo anno di disgrazia 2014-15. Savic, Rodriguez e Basanta sono il meglio che i viola posseggono in difesa. Purtroppo, verrebbe da dire per come sono andate le cose. Joaquin, Kurtic, Pizarro, Fernandez e Alonso sono quello che resta del centrocampo, atteso che Borja Valero è squalificato e Aquilani è tenuto in panchina in attesa di rilevare probabilmente da Neto il testimone di “ingrato in uscita”. L’attacco è affidato a Cuadrado e Gomez, rispettivamente un giocatore impiegato male e un probabile ex giocatore.
Nei giorni scorsi, prima che il tormentone Neto, ovvero Montolivo 2 La Vendetta, prendesse il sopravvento, si era diffusa la notizia di una Fiorentina interessata a Romero. Sembrava si trattasse di Lucas, centrocampista del Velez. In realtà era George, regista leggendario della Notte dei Morti Viventi. Si, perché la partita della Fiorentina è un horror in piena regola, di quelli che avrebbero fatto invidia a Dario Argento.
Il primo tempo è ancora spiegabile: Montella insiste sulla vecchia guardia (o quello che ne resta), anche se non ha più idea di come metterla in campo. Ma d’altra parte non ci sono alternative. In conferenza stampa a detto chiaramente che avrebbe preferito non fosse scoppiata la grana Neto, perché è una di quelle che fanno saltare il tappo a vasi come quello di Pandora: non si sa cosa ne verrà fuori e come può andare a finire. In una fucina di malcontento come è la Fiorentina attuale può essere devastante, il segnale del rompete le righe tutti a casa, si salvi chi può.
Il primo tempo è anche la ricerca - da parte di Mario Gomez - del tempo perduto, quello che forse non tornerà più. L’ex cannoniere della Bundesliga e della nazionale tedesca fallisce due occasioni che gridano vendetta, un tu per tu con Mirante in contropiede e addirittura un calcio di rigore concesso per atterramento di Cuadrado da parte di De Ceglie. Il tiro in entrambi i casi è una ciabattata da partita “scapoli contro ammogliati”. Supermario indubbiamente ha qualcosa che non va, ma a questo punto è il caso di dire che anche chi si è ridotto a scommettere l’intera stagione su di lui senza alternative reali non scherza.
Anche la difesa ha qualcosa che non va. E’ difficile dire cos’è peggio, la dormita all’undicesimo del primo tempo sul colpo di testa di Andrea Costa che finisce per decidere il match o le due, dicasi due boiate in serie commesse da professionisti del calibro di Gonzalo e Savic, ambedue uccellati dal vecchio Cassano che anche nella versione attuale dimostra di valere quanto e più che dieci undicesimi della Fiorentina attuale messi insieme. Fuori tutti e due, per somma di sciocchezze. Domenica prossima con il Palermo toccherà al buon Montella attingere a quel pozzo di giocatori che la società gli ha comprato a sua insaputa in estate e che ha, per dirla con Dante, “in gran dispetto”.
La ripresa è un cupio dissolvi, l’ultima in classifica che schernisce la corrazzata Della Valle, bastano alcuni sani rinvii alla viva il parroco, palla a Cassano e pedalare per rendere ridicola una squadra che tiene palla per il 65% del tempo e non sa cosa farne. Sembra un debito kharmico, Cognigni tiene i giocatori per anni in attesa che maturino e vadano a rendere come sanno altrove, nel frattempo ci pensa Montella a far ruminare un gioco prevedibile che ormai conoscono anche i programmatori della playstation, che probabilmente escluderanno per ovvietà la Fiorentina dalla prossima edizione di FIFA 2015.
Troppo comodo il tentativo finale del tecnico d Pomigliano d’Arco di scaricare la responsabilità della sconfitta sull’arbitro D’Amato, che poche altre volte come oggi ha arbitrato bene, sbagliando quasi nulla. I giocatori viola attuali sono un’Armata Brancaleone che aspetta soltanto il momento buono per perdere la testa e sbandarsi. Oggi c’è veramente poco da salvare, forse solo il cileno anziano e quello più giovane, Pizarro e Mati Fernandez, insieme al Marcos Alonso che pare l’unico capace di entrare in area avversaria ed al Cuadrado che si batte comunque al meglio delle sue forze attuali (e malgrado i tentativi del suo allenatore di impiegarlo al peggio).
I cambi sarebbero anche atti dovuti, se non ci fosse da chiedersi perché tenere Aquilani in panchina al cospetto di un simile Kurtic, o perché intristire El Hamdaoui che non è certo peggio del Gomez attuale. Per non parlare di Pasqual, che Conte insiste a convocare in nazionale e Montella insiste a far sedere in panchina, con buona pace di quei cross che una volta ogni tanto giungevano in area di rigore avversaria, a prescindere da un attacco viola che al momento attuale semplicemente non esiste.
Comincia così il 2015 della Fiorentina. Con la holding russo-cipriota che festeggia il felice esordio casalingo sperando in una rimonta-salvezza, e con la holding marchigiana che dovrebbe chiedersi se ha senso continuare con uno staff di ragionieri e commercialisti a gestire un gioco dove la palla è rotonda, e dove si vince se si comprano giocatori che quella palla sanno dove mandarla, e allenatori che sanno metterli in campo in maniera tale che non ne risulti un film horror, e per di più splatter come quello visto oggi.

Ogni riferimento a Vincenzo Montella e alla maggior parte di coloro che sono scesi in campo oggi da parte viola è assolutamente voluto. E speriamo che l’analogia con annate similari come il 2010 e il 2012 finisca qui, o almeno il prima possibile.

lunedì 5 gennaio 2015

Lo schiaffo di Cognigni

E’ un po’ come succede quando fanno il remake di vecchi film. La trama è fatalmente la stessa, aumentano gli effetti speciali ma il coinvolgimento emotivo della prima volta non c’è più. Il primo King Kong era girato con mezzi rudimentali, ma la gente gridava davvero quando lo scimmione lottava con gli aerei in cima all’Empire State Building. Il primo Guerre Stellari era girato senza computer, sarà che noi eravamo molto più ingenui ma volete mettere la magia di quei primi duelli con la spada laser e di quei voli nell’iperspazio di astronavi che solo la penna di grandi scrittori di fantascienza come Asimov era riuscita fino a quel momento a farci immaginare? Il primo Spiderman non entusiasmava i ragazzini come quello rifatto recentemente, estremamente spettacolare grazie ad una grafica ormai totalmente computerizzata, ma niente può eguagliare l’emozione suscitata nei più adulti da quel breve, fugace momento in cui negli occhi del costume dell’Uomo Ragno indossato da Tobey McGuire si riflettono le Torri Gemelle, ai loro ultimi mesi di esistenza.
L’addio di Norberto Murara Neto alla Fiorentina è un copione collaudatissimo ormai. Sappiamo a memoria cosa succederà, chi sono i “buoni” che vinceranno, chi i “cattivi” destinati a soccombere. Sappiamo perfino che stavolta la Fiorentina (intesa come squadra) potrebbe guadagnarci qualcosa e non uscirne con le ossa rotte (intesa come società). Ma volete mettere il pathos, lo psicodramma collettivo della prima edizione, l’affaire Montolivo?
Il copione ormai è uno standard. Fu scritto all’epoca della Legge Bosman, quella che all’inizio degli anni 90 abolì la proprietà del cartellino dei giocatori da parte delle società, e perfezionato allorché qualche genio si inventò le clausole rescissorie, apparentemente con l’intento di tutelare le società, di fatto portando alla luce del sole, legalizzando quelle che altrimenti sarebbero state manovre puramente sottobanco. Da allora, quando si appressa la scadenza di un contratto, il giocatore che vuole cambiare aria (in genere perché, come succede nello sport professionistico, qualcuno gli offre di più) intavola una pseudo-trattativa al termine della quale c’è la “rottura controllata”. Il procuratore ovviamente lo asseconda, perché dalla compravendita o dalla dipartita a parametro zero comunque ci guadagna una percentuale legittima. C’è chi dice che ci guadagna anche il direttore sportivo della società di partenza, e perfino quello della società di arrivo, ma qui si va nel campo che il compianto senatore Andreotti definiva del cattivo pensiero, quello che ci comporta di commettere peccato anche qualora ci si indovini.
La vicenda di Riccardo Montolivo, per i nemici “Passatina” è ormai arcinota. La società, che all’epoca non viveva il suo momento di maggior prestigio, lasciò passare il tempo utile per rinnovare il contrato al talentuoso centrocampista bergamasco, che alla fine fu tentato dalle sirene del Milan. “Lo sciagurato rispose”, per dirla con il Manzoni, ed i suoi procuratori – Branchini e Pallavicino – ebbero buon gioco a barcamenarsi tra una posizione apparentemente politically correct verso la Fiorentina ed i propri interessi.
La Fiorentina rimase con un palmo di naso, ma incredibilmente nessuno – da Della Valle all’ultimo uomo del suo entourage – si stracciò le vesti. Autorizzando tra l’altro “andreottiani” pensieri. Ci fu semmai uno scaricabarile reciproco per far passare la controparte in cattiva luce. La città di Firenze – come spesso le succede – abboccò in pieno. Addio figliol prodigo passato sulle sponde rossonere, avanti ragionier Cognigni con il “secondo progetto” e tutta una serie di acquisti, Aquilani in primis, destinati a far dimenticare l’ingrato. Che comunque si tolse una bella soddisfazione sbeffeggiando al Franchi il suo “erede” David Pizarro e segnando il gol che alla fine della stagione fece la differenza: Milan in Champion’s, Fiorentina in Europa League.
Sono passati tre anni. La storia si ripete con Norberto Murara Neto, il portiere pescato da Corvino nel “mare magno” delle promesse brasiliane. Dopo una gestazione particolarmente difficile, il brutto anatroccolo che doveva combattere per la maglia numero 1 con l’enfant du pays Emiliano Viviano ne ha fatta d strada, lavorando sodo, ingoiando sfiducia, sberleffi ed insulti, costruendosi giorno dopo giorno la reputazione di uno dei migliori portieri della serie A italiana. Tanto che diverse società di vertice di quella serie A (dalla Juventus che sta per dare addio al monumento Buffon a Roma e Inter scontente di quello che hanno in casa) sembra che l’abbiano messo nel proprio mirino. Le offerte fatte al giocatore ed al suo entourage sono consistenti, di gran lunga superiori a quelle, peraltro tardive, avanzate dalla Fiorentina nel tentativo di rinnovare.
Risultato, il buon Norberto non ha nessuna intenzione di rinnovare, vuole andare là dove lo porta non il cuore ma il professionismo. Dove si guadagna di più e magari si può anche vincere qualcosa. Ecco quindi che comincia il secondo tempo di quel film già visto, quello in cui la colpa di un addio non proprio indolore (almeno tecnicamente) va scaricata sul reprobo, spostando i riflettori via da vertici societari che stanno tirando per le lunghe diversi rinnovi, a cominciare da quello ancor più importante di Alberto Aquilani, con l’intenzione evidente di sostituire una plusvalenza di bilancio ad un patrimonio tecnico della squadra.
La “bambola” è già partita, i primi striscioni sono già comparsi. Neto ingrato, è il mantra che di qui a giugno ricorrerà più spesso sulla bocca di un tifo che proprio non ce la fa a crescere, che non vuole superare vecchi traumi e vecchie immaturità. Fermo ad Antognoni, come se già Baggio pochi anni dopo non avesse mostrato chiaramente che il mondo stava cambiando irrimediabilmente. Fermo ad un aziendalismo che possiamo comprendere in chi da queste operazioni di mercato in un modo o nell’altro ci guadagna, non in chi ci rimette, pagando di tasca propria lo spettacolo di una Fiorentina che una volta di più sta vivendo una fase involutiva. Empoli, Sassuolo, PAOK, Dinamo Minsk, sono i nomi altisonanti di chi è venuto a fare una scampagnata al Franchi, tornando via con un punto neanche troppo sudato. In Italia ci ha spesso pensato il ragazzo venuto dal Brasile a far sì che i punti scivolati via non fossero ancora di più. In Europa, colui che dovrebbe sostituirlo, il buon Tatarusanu, non è che abbia convinto più di tanto.
Forse più che sulla gratitudine di Neto varrebbe la pena d interrogarsi sulla capacità professionali di chi l’ha lasciato arrivare a questo passo d’addio (senza contropartite o salvaguardie tecniche). Da Montolivo a Neto il ragionier Cognigni ed il so staff non hanno apparentemente imparato nulla, a meno di non voler indulgere nei soliti andreottiani cattivi pensieri. Anzi, promettono di fare peggio con il rinnovo di Aquilani, e con un apparente tentativo di cessione entro gennaio di Neto a destinazioni che non si vede come l’a questo punto ex portiere viola potrebbe accettare. Tutto pur di non farlo andare là dove probabilmente finirà per andare: a una diretta concorrente italiana.

Ad Anagni, uno dei pontefici più dispotici della storia prese un celebre schiaffo che si riverberò su tutta la Chiesa Cattolica, mettendola in difficoltà tali da cui non si sarebbe più ripresa fino alla Riforma Protestante. Non vorremmo che, per far rima, la Fiorentina non stesse subendo in questi giorni lo “schiaffo di Cognigni”. Per scoprire, nel modo più doloroso possibile, che stavolta non si tratta di sostituire un portiere o un centrocampista. Ma bensì di rendersi conto che il “progetto” non abita più qui. Se mai vi ha abitato.

venerdì 2 gennaio 2015

Il Ventesimo Secolo secondo Ken Follett

Ventesimo secolo. Quello che Hobsbawm definì il secolo breve, perché cominciato in ritardo e soltanto grazie ai colpi sparati a Sarajevo da Gavrilo Princip contro l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, e perché finito in anticipo grazie al crollo di un muro, quello di Berlino, che aveva finito per simboleggiare, incarnare tutte le ideologie più o meno sballate ed illusorie che nel corso dello stesso secolo avevano preso il posto dei grandi imperi.
Se sono molti, e saranno sempre di più, gli storici che tentano di spiegarne gli avvenimenti, le immani tragedie e le passioni che li causarono, finora era mancato un narratore che sapesse rappresentarli all’immaginario collettivo come in una serie di affreschi degni di un Leonardo da Vinci o di un Michelangelo Buonarroti, come nello scorrere impetuoso di quel fiume epico romanzesco di cui aveva già beneficiato l’Ottocento, grazie a maestri come Riccardo Bacchelli o Lev Tolstoji.
Ken Follett si avvia a diventare il più grande scrittore di romanzi storici del nostro tempo. In letteratura, nell’arte in genere, certe consacrazioni arrivano in genere quando la vita degli autori si è ormai consumata, la gloria è quasi sempre postuma, tardiva. Per lo scrittore gallese sembra proprio che le Muse faranno un’eccezione, tributandogli in vita quello che gli spetta.
Dai tempi del suo primo travolgente successo mondiale, quella Cruna dell’ago che nel 1978 lo impose come maestro ineguagliato della fiction letteraria di ambientazione storica, Ken Follett ha conosciuto un successo sempre crescente. Dall’Inghilterra impegnata nella Seconda Guerra Mondiale e nella difesa dei segreti dello Sbarco in Normandia dalla spia tedesca denominata Die Nadel, l’Ago, lo scrittore di Cardiff ha saputo spaziare in tutte le stagioni e le epoche della storia inglese, americana e non solo, con impareggiabile bravura.
Ad oggi si può dire senza tema di smentita che soltanto Umberto Eco con Il nome della Rosa ha saputo stargli a pari, affrescando la sua biblioteca con la stessa vivida immaginazione ed efficacia narrativa con cui nel Galles Follett edificava mattone dopo mattone le sue cattedrali o raccontava sogni e imprese del più famoso eroe della storia anglosassone di ogni tempo: l’uomo comune.
Ken Follett, all’età di sessant’anni, era pronto ormai per la grande impresa, più o meno come il Ventesimo secolo era pronto per essere raccontato così come si era svolto, con classe narrativa pari all’obbiettività. Da sempre vicino al Labour Party, Ken Follett come ogni altro connazionale ha vissuto il passaggio dalla Gran Bretagna imperiale all’Inghilterra del Welfare State. La sua visione progressiva e progressista della storia, non solo del suo paese ma dell’Europa e del mondo, si riflette in questa narrazione che comincia il giorno in cui, nel lontano 1911, Re Giorgio V, l’ultimo monarca inglese dell’epoca imperiale, sale al trono, mentre nello stesso momento in quel Galles in cui lo stesso autore un giorno avrebbe mosso i primi passi il capostipite di una delle famiglie la cui storia attraverserà tutta la Trilogia scende per la prima volta in miniera, quasi ancora bambino, come molti suoi connazionali e coetanei dell’epoca.
Prende il via così la Century Trilogy, quando i Giganti sono ormai sull’orlo della caduta, spazzati via dalla Prima Guerra Mondiale le cui vicende occupano gran parte del primo dei tre volumi di questa epopea. Mentre il piccolo Billy Williams scende nella miniera gallese, i fratelli Grigorji e Lev peskov vivono il dramma dei contadini poveri costretti a cercare fortuna a San Pietroburgo nella Russia agli ultimi giorni della dominazione zarista. Uno finirà tra coloro che prendono d’assalto il Palazzo d’Inverno, dando il va alla Rivoluzione d’Ottobre. L’altro emigrerà in America per sfuggire alla polizia segreta, dando il via ad una nuova e variegata dinastia di self made men statunitensi.
Sul continente, si consuma intanto il dramma della borghesia tedesca e austriaca dei Von Ulrich, illusi che i rispettivi imperi possano evolvere verso un progresso sociale venato di socialdemocrazia. Negli stati Uniti, i democratici progressisti Dewar vivono l’illusione parallela di Woodrow Wilson a proposito della “guerra che pone fine alle guerre” e della Società delle Nazioni che governerà e comporrà ogni conflitto futuro.
Queste famiglie vivranno le loro vicende drammatiche fino alla fine del secolo e della narrazione. Attraverso le vicissitudini di tutti i discendenti, Ken Follett ci porta a rivivere momenti terribili e altri leggendari di quell’epopea insieme affascinante ed agghiacciante che è stata la storia d’Europa e del mondo negli ultimi cento anni. Il mondo uscito da quello che sembrava un inverno senza fine e soprattutto senza domani vive alla fine i suoi giorni dell’eternità, quando a partire da U.S.A. e Gran Bretagna le idee progressiste estendono finalmente la libertà effettiva anche alle classi ed alle etnie più povere ed emarginate.
La Russia vede consumarsi la parabola del Comunismo e dell’Unione Sovietica, fino al momento in cui un leader più illuminato di altri, Michail Gorbachev, comprende che l’unico modo per essere degni della Rivoluzione d’Ottobre è quello di compierne un’altra, dando il via a glasnost e perestrojika. Nel giro di pochi anni, accade un evento senza precedenti nella storia: quello della caduta di un regime, di un impero, di un sistema come quello sovietico senza quasi spargimento di sangue, senza una guerra o una rivoluzione inevitabilmente terribili nelle conseguenze e nel conto delle vittime.
Allo stesso modo la Germania, condannata a vivere divisa, sotto tutela, militarmente occupata, dagli effetti della follia hitleriana e dalla conseguente sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale (ancora più devastante della Prima), si ritrova nel giro di una notte a vivere quello che sembrava ormai diventato un sogno proibito per l’eternità: il crollo del muro e la possibilità di tornare un paese libero, unito, civile.
La narrazione di Follett raggiunge, se possibile, – dopo una cavalcata di tremila pagine e di tanti eventi e figure pubblici e privati – il culmine proprio nel momento in cui le autorità che gestiscono il Checkpoint Charlie, l’unico posto da cui era possibile passare dalla Germania Est a quella Ovest sotto il controllo degli eserciti occupanti, decidono come per incanto di aprire i cancelli. La gente accalcata da ambo le parti del muro eretto 28 anni prima, le molte famiglie separate da questo muro e dai drammi consumatisi lungo di esso, si ritrovano sospinti dalla marea montante della storia, dall’euforia del momento e di quello che pare un miracolo gli uni nelle braccia degli altri.
Le famiglie si ricompongono, Carla Von Ulrich, una delle ultime protagoniste sopravvissute della Trilogia, ha appena il tempo di sospirare pensando a tutto quello che ha dovuto sopportare per arrivare a quel momento. Alla storia pubblica e privata che si è appena conclusa in apoteosi: “siamo ancora qui, dopo tutto quello che è successo”. Grazie a Ken Follett, la commozione dei personaggi abbracciati sotto il Muro che crolla è la stessa dei lettori che l’hanno seguito nella cavalcata fino a questo epilogo. E’ la stessa di tutti coloro che hanno vissuto quel momento reale, il 9 novembre 1989, quando all’improvviso nella notte l’incubo, l’inverno del mondo finì. E per una breve stagione il mondo stesso poté illudersi che tutti gli incubi fossero finalmente finiti.
La storia ha un epilogo altrettanto commovente. Quasi vent’anni dopo, nel 2008, siamo all’ultima pagina con George Jakes, il colored erede di quell’emigrato russo Lev Peskov la cui famiglia ha riassunto nel suo seno il melting pot americano come forse nessun’altra. O come forse tutte le altre. Il deputato Jakes, passato dall’infanzia nei bassifondi di Washington ai banchi del Congresso attraverso l’Alabama dei segregazionisti e le marce di Martin Luther King, piange davanti alla televisione mentre ascolta il discorso con cui Barack Obama proclama la propria vittoria, primo nero ad essere eletto alla Casa Bianca.
Piange George Jakes al pensiero di tutta la lunga strada fatta da lui, dal suo paese, dal mondo intero per arrivare a quella notte. E chiude la gola per la commozione una volta di più, l’ultima, ai lettori che l’hanno seguito nella cavalcata della Century Trilogy. Così come hanno seguito il Ventesimo secolo attraverso tutta la sua incredibile, impareggiabile storia. Attraverso i giorni dell’eternità.


Il discorso del Presidente

L’ultimo omaggio di Giorgio Napolitano al partito che l’ha allevato e cresciuto fino a portarlo alla massima carica dello Stato è contenuto nel suo discorso di fine anno. A reti unificate, il presidente conferma le voci che si rincorrevano da settimane, ed annunzia le sue prossime dimissioni.
E’ un discorso controverso quello rivolto – pare – per l’ultima volta dal Capo dello Stato al popolo italiano. Già sui dati di ascolto non c’è accordo tra gli addetti ai lavori. Le “reti unificate”, da RAI 1 a La 7, parlano di boom di share, “e non poteva essere altrimenti”. La stampa ufficiale si schiera con Re Giorgio, come da tre anni a questa parte. Diversa è la valutazione fatta dalle testate non allineate, dal web, da quanti sono legati in diverso modo e a diverso titolo a quelle opposizioni reali che si sono delineate nella società civile a questa monarchia costituzionale che è stato in sostanza l’ultimo settennato (più bis) al Quirinale.
Secondo i dati, a seguire il discorso di fine anno del Presidente sono stati quasi il 20% dei cittadini, il 60% circa di quanti di questi cittadini si trovavano di fronte ad un apparecchio televisivo, il cosiddetto share appunto. Stessa cifra rispetto al 2013, il gradimento del Presidente-Monarca è stazionario, e comunque – sempre dati alla mano – non raggiunge i livelli dei suoi predecessori, che facevano mediamente l’80%. Se da questo 60% si estrapolano poi i bambini e quanti semplicemente aspettavano l’inizio del conto alla rovescia per il brindisi di mezzanotte (la cui gestione quest’anno significativamente era affidata al conduttore del programma dal nome sintomatico AFFARI TUOI) si può capire quanto appeal abbiano avuto quelle che con ogni probabilità resteranno come le ultime parole di Giorgio Napolitano dal Colle.
“Ho toccato con mano i limiti dell’età”. Il discorso del Presidente a ben vedere contiene una sintesi di quello che è stato il suo spirito, e di conseguenza la sua azione politica durante tutta la sua vita. Comunista sempre e comunque anomalo (Kissinger lo definì il suo “comunista preferito”), uomo negli ultimi decenni teso ad accreditarsi come paladino di istituzioni che la sua parte politica ha combattuto a lungo, retore d’altri tempi ed aspirante salvatore della Patria (per esserne padre arrivò tardi, nel 1946 per la Costituente non aveva ancora l’età), Giorgio Napolitano sceglie per l’ultima notte dell’ultimo suo anno da Presidente le parole di un Cincinnato che aspira a ritornare quanto prima ad una vita privata che in realtà non ha mai vissuto, insieme a quelle dell’eroe risorgimentale che in realtà non è mai stato. Non erano più questi i tempi e non era lui il personaggio.
La retorica peraltro non gli ha mai fatto difetto. Così il suo lungo discorso si risolve ad essere quasi un memoriale depositato alle cronache in attesa di passare alla Storia, più che un saluto rivolto al popolo che non lo ha eletto (come del resto nessuno dei suoi predecessori) ma che lo ha avuto come Capo dello Stato per ben nove anni, un record probabilmente imbattibile nel futuro prevedibile. Le sue parole cercano continuo conforto in una Costituzione di cui molti gli obbiettano di essere stato un interprete non sempre corretto e super partes,  piuttosto che il fedele guardiano che doveva essere. E cercano continua giustificazione in quello che la crisi imponeva al paese, e l’Europa gli chiedeva. Sono le parole di un commissario liquidatore imposto da un consiglio d’amministrazione che siede all’estero. Non toccano nessuna delle corde profonde di quei cittadini e di quelle famiglie a cui pur si rivolgono e a cui, più o meno tra le righe, continuano a prefigurare gli stessi sacrifici chiesti nel passato.
E’ stato un periodo cupo, a tratti livido, quello degli ultimi anni di regno di questo monarca statutario. Chi lo ha criticato pubblicamente si è visto insorgere contro i primi sinistri strali di una censura che dopo i primi anni del dopoguerra e l’avvio della Repubblica nessuno in questo paese aveva più conosciuto. Il reato di vilipendio del Capo dello Stato o di altre Istituzioni era ormai morto e sepolto, nei fatti, da quando De Gasperi aveva mancato al suo stesso stile infierendo contro Giovanni Guareschi. E’ stato riesumato per Giorgio Napolitano. Re Giorgio ha fatto scelte che sarebbero state discutibili perfino in vigenza dello Statuto Albertino, figuriamoci della Costituzione del 1948. Eppure l’establishment politico, coadiuvato da una stampa ufficiale che è andata ben al di là di ogni più fosca previsione nel sotterrare la propria libertà in questo paese, gli si è stretto a fianco a coorte. Parlare di “casta” poteva sembrare esagerato fino al 2010, dopo decisamente non lo è stato più.
Re Giorgio rivendica le scelte dei suoi ministri, da quel sinistro ed economicamente sanguinario Richelieu tirato fuori dal cilindro tre anni fa a nome Mario Monti, a quel democristiano giunto troppo tardi anche rispetto al proprio DNA e da lui incaricato dopo la sua stessa rielezione controversa, Enrico Letta. Fino a colui che incarna – a suo dire – finalmente quel bisogno di riforme di cui il Paese ha bisogno e di cui lui per primo, re di questo Paese per grazia dell’Europa, ha riconosciuto la necessità: Matteo Renzi.
L’ex sindaco di Firenze sta indubbiamente “riformando”, dove porteranno le sue riforme e se mai saranno quelle richieste (e votate) dal popolo italiano non è dato sapere. Una cosa è certa, Renzi cambierà per sempre il partito che ha dato i natali e la maturità civile e politica allo stesso Napolitano. Probabilmente cancellandolo dalla geografia politica d questo paese. Probabilmente risolvendo infine la dicotomia nell’animo dello stesso Presidente, dato che non si può essere al contempo comunisti e liberali. Inneggiare ai carri armati sovietici a Budapest e ritrovarsi poi ad attuare la politica economica del club Bildenberg.
E’ tempo dunque che il ventesimo secolo lasci definitivamente spazio al ventunesimo (sperando che questo sappia alla fine essere migliore). Il “secolo breve” di Hobsbawm è stato fin troppo lungo, gli ultimi monarchi abbandonano esausti la scena. Re Giorgio anticipa, dicono, la stessa Regina Elisabetta d’Inghilterra, che a quanto pare sta decidendo di porre fine ad un regno lungo e intristito al termine da un crepuscolo con poca luce e molte ombre. Juan Carlos di Sagna si è già ritirato a vivere i suoi ultimi giorni in privacy. Le nere nubi addensatesi sull’Europa non accennano a diradarsi, nessuno può dire che esito avrà una crisi che da economica ormai è diventata politica. Ma non è più tempo di ottuagenari, soprattutto di quelli che cercano conforto con le parole ad una vita politica controversa, difficile da giudicare anche per i più avveduti tra i posteri. Mentre con i fatti ormai hanno condizionato scelte sulla cui legittimità forse non conviene troppo indagare. Per carità di Patria e anche di Presidente.
Dicevamo dell’omaggio al partito democratico. O perlomeno a colui che lo sta tenendo in vita oltre le più rosee aspettative. Le dimissioni di Napolitano arriveranno nel bel mezzo della vacatio dei consigli regionali, costringendoli alla prorogatio per la designazione degli elettori presidenziali da spedire al Parlamento in seduta comune. A quel punto, per il Renzi che sogna di sparigliare giochi fin troppo fossilizzati mandando tutto al monte di un’unica tornata elettorale nella quale dopo il Presidente della Repubblica vengano eletti le nuove Camere ed i nuovi Consigli Regionali (con l’auspicio che i sondaggi che gli accreditano ancora la benevolenza di una forte maggioranza elettorale siano fondati) il gioco sarà probabilmente fatto.
E’ un 2015 estremamente complicato quello che ha già dimenticato le ultime parole del Presidente Napolitano, passandole ad una Storia che se vorrà potrà farne l’uso che ritiene più opportuno. La cronaca incombe, ed è la solita cronaca di cittadini e famiglie che non arrivano ormai alla settimana dopo il pagamento dello stipendio, o addirittura non hanno più stipendio. Che erano alla televisione ad ascoltare Napolitano perché di andare a festeggiare fuori casa non possono permetterselo più. Che aspettano i saldi così come aspettano le prossime scadenze esattoriali. Che forse si chiedono se questo 2015 passerà in fretta e senza danni, e quasi non vedono l’ora che sia 2016.
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando, è questa la novità. Così cantava il compianto Lucio Dalla, in un’epoca in cui tra l’altro il peggio aveva da venire.
Buon anno italiani.