mercoledì 14 settembre 2016

Dio ti vede, Obama no



Le dichiarazioni dell’ambasciatore americano a Roma circa le conseguenze per gli italiani di una vittoria del NO al prossimo referendum sulle riforme costituzionali sembrano fatte apposta per rinfocolare vecchie polemiche e per rimettere sale su vecchie ferite non rimarginate.
John Philips, ambasciatore americano a Roma
A due mesi dalla scadenza del suo mandato, Barack Obama non smentisce la pessima impronta data alla sua amministrazione esponendosi di nuovo con prese di posizione che oltre ad essere impopolari comunque e da qualunque parte le si valutino è lecito dubitare che siano per lo meno produttive. Per gli stessi Stati Uniti e per il resto del mondo.
Dopo otto anni di amministrazione Obama, sarebbe facile fare il conto degli amici persi e delle posizioni di vantaggio non mantenute per tutti quei paesi, non solo gli U.S.A. che comunque tra due mesi hanno l’occasione di voltare comunque pagina, che fanno capo al Trattato del Nord Atlantico stipulato nel 1949. A tutt’oggi l’unica organizzazione effettiva – molto più in ogni caso delle Nazioni Unite – che abbia trattenuto il mondo dal precipitare più volte in un nuovo baratro.
L’ambasciatore Philips parla per conto di un datore di lavoro in scadenza. Tra due mesi la politica estera americana potrebbe essere completamente ripensata, rielaborata. Sicuramente nel caso della vittoria di Donald Trump, ma anche probabilmente anche in quello di un successo di Hillary Clinton, che non può non essersi resa conto di certi guasti e di tante sconfitte ottenuti e messi in fila da colui che le passerebbe il testimone e nella cui amministrazione lei stessa ha lavorato.
Philips con Renzi, ai tempi in cui era Sindaco di Firenze
John Philips quindi è un burocrate con l’istruzione di lasciar partire un ultimo colpo di coda. Le reazioni suscitate in casa nostra da quel suo minacciare un rischio per gli investimenti stranieri in Italia, comunque, non sono meno fuori luogo. Sono due mondi, due schieramenti invecchiati che si confrontano su un palcoscenico che nel frattempo gli operai stanno smontando, per allestire nuove scenografie.
Lo scenario che tenta di non essere abbattuto è quello determinato da abitudini culturali maturate in settant’anni e più. Da una parte gli U.S.A., emersi vincitori dalla Seconda Guerra Mondiale e capofila dello schieramento che poco dopo si apprestava in Occidente a combattere la Terza. La grande vittoria e la grande responsabilità catapultarono un paese che forse in quanto a maturità politica e a consapevolezza strategica non aveva fatto ancora tutto il necessario percorso su quel palcoscenico dove invece sarebbe stata richiesta abilità pari alle risorse che  aveva da mettere in campo.
In altre parole, le intenzioni erano buone, il fine giustificava i mezzi più che abbondantemente, ma le amministrazioni U.S.A. che si successero dal 1949 in poi scontarono inevitabilmente una certa rozzezza psicologica e culturale e una rigidezza eccessiva di stampo puritano con le quali più di una volta mortificarono e depressero senza motivo alleati almeno in maggioranza ben disposti nei confronti loro e dei valori che difendevano.
Dall’altro canto, l’approccio comunista ai problemi del dopoguerra costituì una lente di distorsione determinante per tutta quella parte di opinione pubblica che ereditò il 25 aprile del 1945 dal fascismo l’odio ed il revanchismo frustrato nei confronti del mondo anglosassone. Come abbiamo scritto più volte, molti cambiarono soltanto la camicia da nera a rossa, mentre il bagaglio culturale post fascista e proto comunista rimase lo stesso.
Così, gli Stati uniti d’America divennero una specie di Grande Satana nostrano a prescindere per tutti coloro che non si posizionavano, diciamo così, politicamente nell’area di governo. Ed i paesi alleati divennero in questo immaginario tanti Cile, i loro governi tanti Pinochet, noialtri tanti grandi e piccoli Salvador Allende.
De Gasperi parla a Parigi prima della firma del trattato di pace, 1947
Non c’era possibilità di dialogo tra questi schieramenti. Solo, prima o poi, di superamento. Ci sta provando faticosamente la Terza Repubblica di cui si discute, spesso impropriamente, anche al prossimo referendum, a superare questo passato che ormai cammina come un morto. Con molte battute d’arresto. Ad un John Philips che agita lo spauracchio degli investimenti stranieri in fuga così come settant’anni fa i suoi predecessori parlavano di bambini mangiati dai comunisti, rispondono personaggi altrettanto improbabili.
Luigi Di Maio, come se in questi giorni non ne avesse abbastanza in quel di Roma, fa ridere il web paragonando Matteo Renzi ad Augusto Pinochet e collocando il tutto per di più non in Cile ma in Venezuela. Come dire, so tutto anche se non ho studiato nulla. Anche se non ero neanche nato.
Poi c’è Pierluigi Bersani, che ormai non è più nemmeno veterocomunista, ma soltanto vetero - se stesso. Sbotta come Peppone di Guareschi: «Per chi ci prendono?»
La risposta che salirebbe alle labbra sarebbe poco gratificante, per lui e per noi tutti: per dei cretini che siamo, a mantenere una classe politica come questa.
Proviamo invece una risposta più articolata, al vecchio arnese della Cosa Rossa e ai tanti che brancolano nel buio ideologico delle varie zone d’ombra che la crisi del sistema dei partiti ha lasciato dietro di sé.
Hillary Clinton e Barack Obama
Abbiamo seppellito pochi giorni fa Ennio Di Nolfo. Il professore emerito non ci manca mai tanto quanto in questi casi. Quando ci avrebbe spiegato – così come faceva tanti anni fa allorché da ragazzi frequentavamo le sue splendide lezioni – che un sistema si chiama appunto sistema perché tutte le sue componenti, dalle più grosse, importanti e potenti a quelle apparentemente meno significative e influenti, dipendono l’una dall’altra senza possibilità di sottrarsi a questa interdipendenza. A pena del caos, irreparabile.
Perché un sistema internazionale funzioni, ci vuole la superpotenza (gli U.S.A.) ma ci vuole anche la periferia dell’Impero (l’Italia, in questo caso). E il sistema deve funzionare in qualche misura e modo per tutte e due. Ciò lascia spazio tra l’altro per una componente di secondo piano quale può essere il nostro paese per avere dei margini di tornaconto su cui giocare, degli obbiettivi grandi o piccoli da conseguire. Qualcosa da portare a casa, insomma.
A condizione di avere una classe politica adeguata. Si può e si deve convenire che negli ultimi dieci anni, per stare all’attualità, una simile classe politica non ce l’hanno avuta gli U.S.A. ma non ce l’abbiamo avuta soprattutto noi.
Siamo il paese che ha perso ignominiosamente l’ultima guerra combattuta sul suolo europeo, risolta da una potenza extracontinentale che come prezzo per averci liberati da noi stessi ha preteso (tutto sommato accontentandosi di un buon mercato) porzioni di territorio che una volta era nazionale, nostro, e porzioni della nostra sovranità politica. Quello eravamo e quello siamo rimasti.
Luigi Di Maio
Alla luce di questa considerazione storica, di questo dato incontrovertibile, si possono liquidare senza approfondimento tutte le sciocchezze che invece provengono dal centrodestra, da Altero Matteoli, a Renato Brunetta a Maurizio Gasparri e così via. Lasciamo perdere – è il caso di dire -  la Costituzione, che tra l’altro non si sa più bene nemmeno qual è, di sicuro non quella che si riscopre soltanto quando fa comodo.
Non siamo in grado verosimilmente di mutare lo stato di cose, l’assetto politico internazionale. E a ben guardare, è da chiedersi se comunque varrebbe la pena di farlo, viste le alternative a disposizione adesso come settant’anni fa.
Forse vale la pena sopportare le esternazioni del burocrate Philips, che comunque tra due mesi torna a casa sua, senza aggiungere sciocchezze a sciocchezze esacerbando un clima che per motivi storici e caratteriali, anche e soprattutto nostri, è sempre comunque sospeso sopra una fiamma del gas moderata ma costante.
Tra due mesi, comunque vada, si parlerà di altre cose. E chissà che scenario avranno allestito gli operai al lavoro sul palcoscenico, con Bersani, Di Maio, Brunetta, Gasparri, Philips e quant’altri nel mezzo ad intralciarli con le loro sciocchezze ed i loro movimenti scomposti.

domenica 11 settembre 2016

La campana dell'11 settembre

Alla fine, tanti hanno imparato a rispettare il minuto di silenzio negli stadi in occasione di disgrazie. Almeno per un minuto, riescono a tenere al guinzaglio quei pochi neuroni scomposti di cui Madre Natura li ha dotati. La Campana dell’11 Settembre no. Quella proprio non ce la fanno a rispettarla.
Oggi, anzi, è il giorno in cui l’antiamericanismo più feroce ritorna fuori. Perché sa di avere più di tremila tombe su cui danzare compiaciuto. E quei neuroni da stadio che in altre circostanze scalpitano perché costretti a stare a freno, oggi possono scatenarsi liberamente, magari con il beneplacito di una buona parte dell’establishment e della cosiddetta cultura ufficiale.
Sul complottismo, non vale la pena di dire più nulla. L’ipotesi delle Torri Gemelle implose su cariche di tritolo messe dalla C.I.A. sta alla realtà come quella di una base aliena sul lato nascosto della Luna sta alla scienza. Il complottismo è una condizione dell’essere, un disturbo della personalità, purtroppo incurabile. Ogni generazione ha la sua epidemia, da Pearl Harbor alle Twin Towers, passando per l’Area 51. La storia non la studia più nessuno, ma tanti si sentono autorizzati ad arricchirla delle loro sciocchezze.
Sull’antiamericanismo, invece, c’è sempre tanto da dire. Perché anch’esso forse è un male incurabile della nostra società, e di gran lunga più dannoso. E’ un fenomeno nato durante il fascismo, e dal fascismo è travasato nel comunismo e nella cultura di sinistra del dopoguerra. L’Italia è una repubblica fondata sull’antiamericanismo, e pazienza se grazie agli americani è diventata repubblica e come tale è ancora viva.
Si è antiamericani come si è antiisraeliani. Fa parte dell’armamentario ideologico passato dai boia chi molla ai compagni. Ogni volta che salta in aria un americano, così come un ebreo, non c’è niente da fare, c’è chi proprio non riesce a trattenere le proprie grida di gioia, manco fosse il più sfegatato dei mullah.
Il prof. Di Nolfo recentemente scomparso insegnava a noi studenti che nei rapporti tra le nazioni è utopistico, irrealistico pensare di non appartenere ad un qualunque sistema. Essere assolutamente indipendenti. Vale per la superpotenza come per la periferia dell’Impero. A noi come sistema toccò in sorte il Trattato del Nord Atlantico, l’ombrello atomico americano. Poteva – a parere di chi scrive – andare assai peggio in qualunque altra alternativa. Con buona pace dei fascisti sconfitti e rancorosi, e dei comunisti impotenti ed altrettanto rancorosi, giacché una elezione con metodi legali non l’hanno mai vinta nemmeno a livello di condominio.
Sono veleni che restano in circolo nel nostro corpo sociale. Per questo anche oggi ci sarà chi rompe il minuto di silenzio per urlare con voce stentorea (sui social network che, come diceva Umberto Eco, altro maitre à penser recentemente scomparso, offrono sempre opportuna cassa di risonanza all’imbecillità) che “gli sta bene a quei figli di p…… degli americani”.
Chi dice queste cose è l’ultima persona al mondo a sapere di chi è figlio. E magari si picca anche di conoscere bene gli U.S.A. e i gringos (come ho letto stamattina).
E allora, dato che il minuto di silenzio è rotto comunque, vale la pena aggiungere una volta di più la propria voce. Per dire una volta di più che……..

L’America era allora, per me provincia dolce, mondo di pace…… Anche senza la canzone di Guccini, Amerigo, che è il capolavoro assoluto dell’epopea del sogno americano vissuto dagli europei, chi sa un po’ di storia sa cos’è stata ed è per tutti noi l’America.
Per mio nonno e mio padre fu la fine delle Brigate Nere che scorrazzavano per la città rastrellando uomini da deportare nei campi di concentramento nazisti, ebrei da avviare al gas, partigiani da fucilare senza processo e previa tortura. E per tanti la possibilità di emigrare in cerca di vita, più che di una nuova vita. Giacché qui a casa nostra ce l’eravamo distrutta con le nostre mani.
Per me, fin dalla nascita, fu tutto questo e quant’altro usciva dai loro racconti, quando avevano voglia di raccontare. La Quinta Armata, che volle dire la fine della guerra e il ritorno del cibo sulle tavole, senza dover affrontare la traversata clandestina delle linee nemiche ed il mercato nero degli approfittatori postfascisti e protocomunisti. I Blue Devils che avevano difeso Trieste ed il confine nordest da Tito e dagli jugoslavi assassini. Le croci bianche senza nome allineate a Falciani, al Giogo e negli altri cimiteri di guerra americani disseminati per la Toscana e l’Italia.
Poi, e da lì in avanti vissi tutto in prima persona, erano i ragazzi che venivano a studiare in Italia ospiti delle nostre famiglie, per allungare l’università e sfuggire alla leva obbligatoria. Che allora significava Vietnam. Erano i ragazzi, bianchi e neri senza distinzione, che raccontavano di essere andati insieme a prendersi le legnate dalla Guardia Nazionale in occasione delle marce per la pace e per i diritti civili di chi ancora non li aveva. Erano quelli che i miei avevano visto piangere alla televisione la sera che fu ucciso il presidente Kennedy, e che io vidi piangere il giorno che furono uccisi il fratello Bob e Martin Luther King.
Era Mohamed Alì Cassius Clay che rifiutava la bandiera americana e finiva per onorarla come pochi altri. Erano Bob Dylan, Joan Baez e Mario Cuomo che riabilitavano Rubin Hurricane Carter e Sacco e Vanzetti.
E poi, una lunga lista di storie e personaggi controversi. Ma forse a quel punto i controversi eravamo tornati ad essere noi, troppo pasciuti da quarant’anni di benessere e sicurezza made in U.S.A. E come sempre ingrati come solo gli italiani, quando ci si mettono, sanno essere.
E così, tutti volevano la fine del terrore della Guerra Fredda, ma tanti sfotterono Ronald Reagan come mediocre attore, un guitto prestato alla politica, quando invece fu lui a porre fine a quel terrore. Tutti sfotterono anche Bill Clinton per i suoi rapporti impropri con la Lewinski, ma nessuno ricorda che se i nostri dirimpettai slavi non si sono sterminati a vicenda fu grazie a lui, che nei ritagli di tempo mandò la flotta a bombardare Belgrado e a farle smettere il genocidio. E pazienza se i serbi non se ne fanno una ragione. Nell’Adriatico c’è l’uranio impoverito, è vero, e quelle bombe partivano da Aviano, Marina di Grosseto, Napoli. Dall’altra parte dell’Adriatico ci sono Srebrenica, Sarajevo, le fosse comuni della pulizia etnica. Tutti volevano la fine delle stragi, nessuno ha mai ringraziato gli U.S.A. che la imposero, costringendo anche noi a partecipare invece di stare come al solito a guardare, e criticare, come i vecchi che osservano gli scavi dei lavori pubblici urbani.
E poi ancora, le guerre del Golfo. Maledetto sia il nome dei Bush, d’accordo. Ma per favore non riabilitiamo Saddam Hussein, come siamo andati vicini a fare per Milosevic. E smettiamola di parteggiare per i democratici a prescindere. Obama è stato un disastro, la Clinton sarebbe stata ancora peggio. Nel frattempo abbiamo perso la Russia, stiamo perdendo la Turchia, e questi Stati Uniti che ci stanno tanto di traverso sullo stomaco sono, come settant’anni fa, tutto ciò che ci rimane per sopravvivere.
Noi abbiamo bisogno degli Stati Uniti d’America. Noi siamo gli Stati Uniti d’America.

Ci vediamo l’anno prossimo. Con gli stessi discorsi.

venerdì 9 settembre 2016

Arrivederci professore

La sua ultima apparizione pubblica era stata un tweet del 30 luglio. “Debbo chiedere una pausa agli amici e ai follower. E' necessario un periodo di riposo. EDN”.
Con la sobrietà e l’essenzialità che hanno contraddistinto tutta la sua vita ed il suo insegnamento, Ennio Di Nolfo se n’è andato pochi giorni dopo, il 7 settembre a Firenze, città che aveva eletto a sua residenza dopo gli anni della Cesare Alfieri. Alla fine ha prevalso la malattia con cui combatteva da tempo. Ma non ha vinto. Il prof. Di Nolfo si è accomiatato dai suoi ex allievi, dai suoi estimatori e corrispondenti con un’ultima lectio magistralis. Questo era il suo stile, così ce lo ricorderemo sempre tutti. Insieme ad ogni parola delle sue tante lezioni, per chi ha avuto la fortuna di seguirle.

Arrivai alla Cesare Alfieri nell’autunno del 1980. La Facoltà di Scienze Politiche seconda solo per antichità e prestigio a quella di Parigi stava vivendo – e facendo vivere alla città che l’ospitava – una specie di secondo Rinascimento.
Gli anni di piombo volgevano al termine. Tra i ragazzi della mia generazione c’era voglia di respirare finalmente un’aria nuova. Di trovare dei “buoni maestri” che sostituissero quelli “cattivi” che avevano avvelenato il decennio precedente e la nostra vita. Chi arrivava in Via Laura in quei giorni con l’iscrizione alla Cesare Alfieri lo faceva con la trepidazione di essere sul punto di assistere finalmente alle lezioni di docenti i cui nomi circolavano già allora su un alone di leggenda.
Qui aveva insegnato Giovanni Spadolini, prima di essere assorbito dal “mandato parlamentare”. Qui insegnavano Giorgio Spini, Silvano Tosi, Antonio Cassese, per dirne solo alcuni, il meglio che “l’offerta formativa universitaria” (come si usa dire oggi con una terminologia che i nostri docenti di allora avrebbero sicuramente aborrito) proponesse a delle giovani menti affamate com’eravamo, in cerca di nutrimento morale e culturale.
Qui era appena venuto ad insegnare lui, dopo gli anni della LUISS a Roma, della cui facoltà di Scienze Politiche era stato preside a neanche cinquant’anni.
Ennio Di Nolfo ci apparve a tutti in principio come una montagna difficile da scalare. Alle sue lezioni c’era il tutto esaurito, non volava una mosca e non si perdeva una parola. Le porte della storia del Novecento si aprirono per ognuno di noi su orizzonti che non avevamo neanche sospettato esistessero. La storia dei rapporti tra gli Stati, nella sua narrazione e nella sua interpretazione, ci portarono a scoprire che la vita è una cosa più complicata di quello che appare, ma nello stesso tempo anche più semplice per chi la vuole analizzare con gli strumenti giusti.
Siamo tutti interdipendenti l’uno dall’altro. Il più forte come il più debole. Questa era la sua lezione principale. Da qui derivava tutto il resto. Ennio Di Nolfo ti faceva prendere a cuore la Storia delle Relazioni Internazionali. Entrando nella sua aula non ci si sedeva per assistere ad una lezione, ma per vedere scorrere le immagini di un film che non ci aveva ancora proiettato nessuno, a noi che provenivamo da una scuola superiore dove lo studio storiografico arrivava a malapena ad un Risorgimento trattato di maniera.
Poi c’era l’esame. Personalmente, ci misi tre mesi a prepararlo. Sospesa qualsiasi altra attività, didattica o ludica. In quei tre mesi, e non ero il solo, non si faceva altro. In attesa di trovarsi davanti a lui, a tentare di essere all’altezza di ciò che ci aveva insegnato. Con il timore di incorrere negli strali di quell’ironia che – al pari della competenza e dell’arguzia – aveva riservato a lezione ai personaggi ed alle situazioni storiche trattati, e che adesso avevano come unico bersaglio possibile il malcapitato ed eventualmente impreparato candidato.
Ricordo che ne ebbi per quaranta minuti, al termine dei quali credetti di aver superato l’ordalia. Il professore mi passò agli assistenti, dicendo loro che avevo fatto una “buona introduzione”. Uscii dall’aula dell’esame due ore dopo. Stremato, ma al settimo cielo. Non ho più provato nella mia vita successiva una soddisfazione personale come quella di aver risposto alle domande del prof. Di Nolfo (e poi degli assistenti alle cui mani mi aveva affidato perché completassero l’opera) senza che una sola volta egli avesse a riprendermi o correggermi. Delle sue parole che avevano riempito così tante delle mie mattine nella sua aula di lezione, tenendomi avvinto alla sedia, non me n’ero persa neanche una, evidentemente. Non le ho dimenticate più.
L’avevo ritrovato trent’anni dopo su Twitter, dove ancora commentava con il suo stile essenziale e diretto al cuore dei problemi i fatti della cronaca internazionale. Ricordo di aver pensato che tra tutti i social network, proprio l’Uccellino era quello che si confaceva di più al professore, per il quale tra l’altro gli anni sembravano non essere passati. Lui che era sempre stato estremamente analitico, ma nello stesso tempo con il dono della sintesi. A saperlo leggere, ascoltare, con una semplice frase ti portava ancora a volgere la testa dalla parte giusta delle cose.
Al mio saluto, rispose ricordando “gli anni felici ma troppo lontani” della Cesare Alfieri. E io mi scoprii a desiderare di poter tornare almeno una volta in quell’aula dove lui ci parlava di Cavour e di Eisenhower, di Stalin e di De Gasperi, di Vittorio Emanuele II e dello Scià di Persia rendendoceli tutti personaggi a portata di mano, comprensibili nei loro pregi e difetti al pari di un qualunque altro conoscente.
E andato a riunirsi nuovamente con il suo Consiglio di Facoltà di un’epoca ormai davvero troppo lontana. E leggendaria. Di quella Cesare Alfieri non resta più nulla, se non una schiera di "figli" ormai dispersi ai quattro angoli del mondo con in mano un diploma di laurea e tanti, tantissimi ricordi felici.
Neppure di quella Firenze che il professor Di Nolfo aveva eletto a sua ultima dimora – e di cui la Cesare Alfieri fu per una breve stagione negli anni Ottanta l’ultimo capolavoro del Rinascimento – resta più nulla. Ma a chi di noi capita di passare per una Via Laura ormai deserta, nella strada in cui riecheggiano i nostri passi amplificati dal vuoto che regna ormai dentro e fuori i palazzi risuona ancora la voce di alcuni professori che hanno fatto la nostra storia personale, insieme a quella del paese. Risuona la voce di Ennio Di Nolfo.

Le sia lieve la terra di questa città che purtroppo dimentica tante cose, professore. Finché non verrà il tempo, come dice Guccini, in faccia a tutto il mondo per rincontrarci. E sentirla di nuovo fermare quel tempo. Per sempre.

CONTROCORRENTE: Il Movimento vede le stelle

7 settembre 2016



Non mi piace. Il Movimento Cinque Stelle mostra i muscoli, e già questo non va bene, perché doveva mostrare soltanto di essere in grado di "fare meglio". La durezza, l'arroganza, la strafottenza la sapevano fornire in quantità quelli del PD, insieme all'incapacità. Non c'era bisogno di un nuovo movimento fotocopia.
E invece. La mascella indurita di Di Battista ricorda quella di Domenici, il Sindaco di Firenze che disse ai cittadini "io fo come cazzo mi pare". Gli occhietti strizzati e la reticenza a rispondere alle interviste di Di Maio ricordano il suo conterraneo Ciriaco De Mita, quacosa che non volevamo francamente vedere (e sentire) mai più. Le urla di Grillo altrettanto francamente hanno rotto le scatole. Come arruffapopolo non vale D'Annunzio, come urlatore non vale Vanna Marchi, anche se disturba i timpani allo stesso modo. Della maestrina dalla penna rossa Raggi non dico nulla, visto che le difficoltà in cui si trova meritano attenuanti, ma se non si sbriga a combinare qualcosa assomiglierà alla Serracchiani, ed é il peggior insulto che si possa fare ad un essere umano femmina.
No, non mi piacciono. L'istinto purtroppo non mentiva. Ho tanta paura che abbiamo messo in casa l'ennesimo movimentaccio, partitaccio, di cui poi liberarsi è difficile. Anche perché sono tutti uguali, e tutti uguali a noi italiani che ce li meritiamo.


8 settembre

A PROPOSITO DEL MIO POST DI IERI SUI CINQUE STELLE

Allora, fa chiarezza la Raggi, vedrò di farla anch’io.
Caro Stefano, le tue contestazioni meritano una risposta articolata e circostanziata. Anzitutto, da che parte sto? Da nessuna, Stefano. Da quella dell’Italia, come dovrebbe stare ogni cittadino. Sono trent’anni che, quando voto, lo faccio per chi penso che mi garantisca il programma migliore per affrontare l’immediato futuro (al sole dell’avvenire credo che abbiamo smesso tutti di credere da tempo, almeno spero).
Conseguentemente a questa mia impostazione, nel 2013 decisi di dare una chance al M5S. Non perché gli urlacci di Grillo avessero fatto presa sui miei nervi scossi dalle malversazioni della Prima e della Seconda Repubblica. Ma perché pensavo che questi ragazzi erano appunto fuori da schemi che in qualche modo bisognava rompere.
Non solo detti loro il voto, ma partecipai a tre o quattro riunioni della loro sezione locale di Vaglia, dove all’epoca abitavo. Mal me ne incolse, a tutti i livelli. A livello nazionale, il mio voto servì come quello di tutti gli altri, a Beppe Grillo per mettere su quella indegna sceneggiata che favorì l’ultimo inciucio tra “destra” e “sinistra” che ha avuto come prodotto finale il governo Renzi. E non aggiungo altro. A livello locale, dopo aver passato tre o quattro serate a sentirmi ripetere “dobbiamo sentire il vertice” su ogni cosa che veniva proposta da me o da altri intervenuti, decisi che di Politburo, di Partito Comunista, di Centralismo Democratico (si chiamava così, con inconsapevole ironia) e di culto della personalità in Italia ce n’era già stato uno, ed era bastato ed avanzato. Tra parentesi, a Vaglia ha rivinto il PD alle amministrative con maggioranza bulgara anche grazie ai ragazzotti del M5S che son sempre ad aspettare le direttive del vertice. Io feci festa subito, e senza rimpianti o ripensamenti.
Ma veniamo alle questioni di attualità. Caro Stefano, la stampa, quando sta addosso a qualcuno, non fa altro che il proprio dovere. La “notizia” è a Roma, in questo momento, oggettivamente. La “notizia”, aggiungo, è che una forza che aveva avuto i due terzi dei consensi dei romani (fatto più unico che raro nella loro storia trimillenaria) sta buttando via quel favore popolare in pochi mesi, e finirà per favorire un ritorno dei “soliti noti”, dei soliti “magnaccioni” che diceva – con prosopopea pari all’improntitudine del suo “leader maximo”, di voler mandare a casa.
Ecco, caro Stefano. La stampa, in questo caso, racconta quello che succede e quello che vede. Immagino che tu voglia obbiettarmi che questa è una stampa abbastanza di regime, e che penda dalla parte di Renzi e del PD in maniera sfacciata. Può darsi, anzi senz’altro è così. Ma i fatti di Roma sono indubitabili, e sotto gli occhi di tutti. Anche grazie alla stampa. E se ai fatti di Milano non viene dato altrettanto risalto (o ad altri fatti nella sfera governativa), ciò non significa a mio parere che un cittadino con sufficiente coscienza critica e voglia di documentarsi non possa venirne comunque a conoscenza. E non è abbassando i riflettori su Roma che si alzano su Milano.
Quindi, per favore, basta con il dare la colpa agli attacchi della stampa. I ragazzi a Cinque Stelle sono entrati in un gioco durissimo. Se lo sapevano, non capisco questo sgomento attuale. Se non lo sapevano, peggio per loro. Benvenuti nella Terza Repubblica. Benvenuti in Italia. La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Lenin, uno che combatteva un governo ben peggiore di quello di Renzi o di Mafia Capitale.
Non è con gli atteggiamenti da bulletti alla Di Battista – Di Maio che si ribalta la situazione. Uno che – sceso di moto, simbolo di virilità per eccellenza (lo sapevano i futuristi che aprirono la strada ad un altro movimento a cinque stelle, un centinaio di anni fa circa) – mostra il casco alla folla osannante come un capo barbaro, vichingo, ed è il “facciaferoce” Di Battista. L’altro, di origine bizantina come il De Mita il paragone con cui ti ha offeso tanto, caro Sefano, strizza gli occhietti vispi e subdoli e sbeffeggia il cronista che gli si fa sotto per chiedergli conto di quello che ha fatto. O peggio, non ha fatto. E non farà.
Chiedo agli amici romani (ne ho molti, per fortuna) se chi di loro ha votato i grillini (che brutta parola, è per non ripetere sempre la sigla) lo ha fatto per assistere a queste sceneggiate. O alle urlate di Grillo che ripete i suoi “vaffanculo”, “vi faremo il culo”, “levatevi di culo” ed altre amenità similari. E non è stato capace di proporre una sola soluzione una ai problemi non dico di Roma o dell’Italia, ma del condominio dove abita, senza ricascare nei soliti cliché da partito democratico o peggio ancora (se possibile).
Chiedo agli amici romani se hanno votato la Raggi con la flebile speranza che tirasse fuori dalla sua graziosa borsetta qualcosa di diverso. E non la sceneggiata a cui abbiamo assistito in mondovisione sui posti in Giunta. La Raggi ha un compito improbo, lo sanno tutti, stretta tra l’Urlatore che tiene tutti i suoi movimentisti per le palle ed un popolo che le ha dato consenso per disperazione, e per disperazione forse è già pronto a ritoglierglielo. Non è la stampa che le sta addosso, caro Stefano, ma il suo stesso partito. La Raggi ha ancora un bonus di consenso, ma lo sta spendendo in fretta. E le attenuanti alla fine non evitano la condanna. O sei in grado di governare, e magari meglio di chi t’ha preceduto, o il popolo alla fine ti si rivolta contro, e senza pietà né comprensione. Proprio la Storia di Roma ce lo ha insegnato.
Quanto all’onestà, consentimi di pensarla come Giulio Cesare, che stabilì che la propria moglie dovesse essere al di sopra di ogni sospetto, sempre e comunque. E’ stato poco seguito nei millenni successivi, ma la questione sta proprio così. Aspettiamo che siano i posteri a giudicare, e non diamo a nessuno certificazioni di onestà ISO preventive. Che poi chi ne paga il prezzo siamo sempre e comunque noi.
Quanto all’offensività dei miei paragoni, ti dico cosa ho detto a chi mi ha infamato per i miei articoli sulla Fiorentina. Posso essere non condivisibile, o smentibile dai fatti, e se è così lo ammetterò. Ma ridicolo e offensivo, come del resto ogni giornalista (anche se io formalmente non lo sono), proprio no. Se il paragone o il giudizio non ti piace, non commettere l’errore di cui accusi me: quello di pensare che il tuo giudizio è fondato, quello diverso dal tuo no. A prescindere.
Devo una precisazione anche ad Anna Maria. Non siamo “comuni mortali” che subiscono una “casta”, siamo “cittadini” che quella casta ce l’hanno messa, lì dov’é. Ed avremmo il potere almeno teorico di mandarla a casa, come riesce a fare ai cugini francesi, inglesi e perfino tedeschi. In questo senso è valido il detto che ogni popolo ha il governo che si merita. Noi, mia cara, pensiamo un po’ troppo al lato piacevole della vita e un po’ troppo poco a quello connesso alle responsabilità. Non ci facciamo troppe domande, e non gradiamo che ci vengano fatte. Basta tirare a campare.
Per questo abbiamo Renzi, ed in alternativa Beppe Grillo. 
Penso di essere stato esauriente e chiaro. Se non è così, spero che nessuno si senta offeso. Casomai, non sono stato io ad offenderlo.

martedì 6 settembre 2016

Tarzan delle Scimmie

La copertina della prima edizione
 americana di Tarzan nel 1914
Ho appreso questa strana storia da un tale che non aveva alcuna ragione di raccontarla, né a me né ad altri. Il principio mi fu narrato in grazia di certe vecchie bottiglie di vino che ebbero il potere di sciogliere lo scilinguagnolo di quel tale; e quanto al seguito, debbo esserne grato alla mia incredulità.
Cominciava così una delle tante storie a puntate pubblicata a partire dall’ottobre 1912 su Argosy All-Story Weekly, la celebre rivista di New York che aveva importato in Nordamerica il feuilleton alla francese, o romanzo d’appendice. Nel trasferimento, la qualità letteraria si era un po’ persa, passando da Honoré de Balzac, Victor Hugo, Eugene Sue, Alexandre Dumas, ai tanti che pubblicavano sulla rivista americana materiale così scadente da essere ben presto derubricato in un nuovo genere, la pulp fiction.
Robaccia, spesso e volentieri, tanto da far dire a uno dei tanti lettori, destinato in seguito a diventare il più famoso degli autori della stessa Argosy, che: “se c’era gente che veniva pagata per scrivere la spazzatura che si leggeva su alcune riviste, io sarei stato capace di scrivere storie non da meno. Come dato di fatto, sebbene non avessi mai scritto un storia, sapevo con certezza che avrei saputo scriverne di altrettanto avvincenti e forse anche di più di quelle che mi capitava di leggere su certe riviste”.
A questa presa di coscienza tardiva si deve Tarzan delle Scimmie, il romanzo d’appendice più celebre della storia della letteratura del Novecento, ed il successo mediatico più clamoroso riscosso da un personaggio della letteratura avventurosa con implicazioni filosofico-scientifiche e capace di essere traghettato con eguale successo in ambito fumettistico e cinematografico, le nuove arti del ventesimo secolo.
La prima edizione italiana
Quel lettore di pulp che a quasi quarant’anni aveva realizzato di poter trovare finalmente la sua strada con quell’incipit all’apparenza uguale a quello di tante altre storie di successo ma destinato a condurre altri lettori dentro la storia più originale e affascinante tra quelle mai ambientate nella madre di tutte le terre ignote dell’epoca, la Jungla, si chiamava Edgar Rice Burroughs.
Era nato a Chicago il 1° settembre 1875, ultima progenie di due famiglie, i Rice ed i Burroughs, che vantavano un’ascendenza risalente addirittura alla colonizzazione originaria del Nordamerica da parte dei Padri Pellegrini. Famiglie che avevano preso parte a tutti gli eventi più importanti della storia del loro paese, dalla Rivoluzione contro l’Inghilterra alla Guerra Civile per l’abolizione della schiavitù. Suo padre era un veterano nordista, il maggiore George Tyler Burroughs. Il figlio sognava di ripercorrerne le orme.
Edgar frequentò una serie di collegi che avrebbero dovuto indirizzarlo verso West Point, l’accademia militare degli Stati Uniti. Avendo fallito la qualificazione, si rassegnò comunque ad arruolarsi come soldato semplice nel reparto più prestigioso che l’esercito statunitense potesse vantare all’epoca: il Settimo Cavalleria.
Un anno dopo la sua nascita, la milizia nata all’indomani della Guerra Civile per fronteggiare il problema principale della neonata Unione dopo quello della secessione del Sud, la questione indiana, era stata annientata a Little Big Horn il 22 giugno 1876 dai Cheyenne di Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Non si era salvato nessuno, nemmeno il leggendario comandante George Armstrong Custer. Da quella sconfitta paradossalmente il mito del Settimo Cavalleria era però uscito rafforzato, e molti giovani americani sognavano di marciare al ritmo del Garry Owen, l’inno di battaglia di Custer.
Burroughs sembrò aver coronato un sogno, per poi vederselo strappare via da una visita medica che accertò una insufficienza cardiaca e lo costrinse nel 1897 a tornare in abiti civili. A 24 anni, i sogni di Edgar Rice Burroughs sembravano finiti.
Edgar Rice Burroughs
Il ragazzo tuttavia non si perse d’animo, e tentò la fortuna in numerosi mestieri: poliziotto ferroviario, minatore, cercatore d'oro, negoziante in un drug-store, venditore ambulante di dolciumi, cow-boy, contabile e venditore di temperini. Tutte strade apparentemente senza sfondo, tanto che all’altezza del 1911 le cronache vogliono che fosse sull’orlo del suicidio. La sensazione di insoddisfazione e di fallimento sembravano giunte al culmine, quando proprio per ingannare il tempo libero a disposizione tra un lavoro poco appagante e l‘altro aveva scoperto Argosy e la letteratura pulp.
I sogni di Edgar Rice Burroughs ripresero vita di colpo, attraverso i fiumi di inchiostro che presero a scorrere una volta che decise di aprire i cancelli alla propria fantasia. Dapprima fu la volta della Principessa di Marte, primo volume di una serie ambientata nientemeno che sul Pianeta Rosso. Protagonista (autobiografico in senso lato) il capitano delle Giacche Blu John Carter che, inseguito dagli indiani nel deserto dell’Arizona, si ritrova in una notte di luna piena teletrasportato su Marte e da lì prende il via la sua avvincente saga fantascientifica. Una storia originale, che avrebbe avuto un discreto successo. Mai quanto la successiva, però.
Terminato il primo capitolo sotto le Lune di Marte, Burroughs prese a dare forma all’altra sua idea. E questa fece centro pieno.
Dai tempi di Jean Jacques Rousseau, filosofi e scrittori si erano cimentati ad immaginare le possibilità di sopravvivenza e reinserimento nel consorzio civile di un buon selvaggio che, abbandonato originariamente nella foresta in mezzo alle belve più o meno feroci, dopo aver trascorso un congruo lasso di tempo assolutamente ignaro del linguaggio umano e dei rudimenti del vivere civile, veniva trovato da esploratori e riportato alla civiltà, dimostrando di potervisi riadattare perfettamente grazie ai pazienti insegnamenti dei suoi mentori.
Il Libro della Jungla di Walt Disney
Successivamente al romanticismo di Rousseau, il positivismo di Charles Darwin aveva dato maggiore sostanza scientifica (o ritenuta tale) a queste convinzioni. La razza bianca aveva nei suoi geni il progresso, ed un suo esponente era sempre a tempo a riallinearsi a tale progresso in qualsiasi momento, per il solo fatto di esserne appunto esponente. Il più grande scrittore inglese dell’epoca, Rudyard Kipling, era un sostenitore di questa filosofia, e colui che sembrò darle la migliore veste letteraria nel suo capolavoro che gli valse anche il Premio Nobel, il Libro della Giungla.
Il trovatello Mowgli, allevato dalla pantera Bagheera e dall’orso Baloo, è un cucciolo di razza bianca disperso nella Jungla. Dopo mille peripezie, e soprattutto dopo essere sfuggito alla mortale nemica la tigre Shere-Khan (che vede in lui giustamente il prototipo del cacciatore bianco che un giorno tornerà per dare la caccia a lei stessa ed ucciderla), il cucciolo d’uomo torna nel suo branco, la razza umana, apparentemente senza sforzo, non appena gli giunge il richiamo del sangue e della sua ascendenza (nella splendida riduzione cinematografica di Walt Disney, sotto le sembianze di una graziosa femmina della sua specie).
Sembrava che, artisticamente parlando, più di così non si potesse produrre. E invece toccò allo stesso Kipling scrivere, una decina d’anni dopo, che il genio dei geni era uno che aveva scritto una serie intitolata Tarzan delle Scimmie.
Il Tarzan di Russ Manning
Il discendente dei Patrioti del New England che avevano dato il via alla Rivoluzione Americana del 1776, come molti americani non aveva dimenticato la propria ascendenza inglese e la rispettava e venerava come nient’altro. Il protagonista dei romanzi di Burroughs pertanto non solo è un cucciolo d’uomo bianco anch’egli, ma della specie più pregiata che si ritenesse esistere all’epoca: l’aristocrazia britannica.
John Clayton jr. è il figlio di un Lord che si reca in Africa nera per conto del Colonial Office. I suoi genitori cadono vittime dei pirati prima e delle belve feroci poi. Il piccolo rampollo viene allevato da una scimmia antropomorfa che ha appena perso il suo, di cuccioli, e che pertanto è ben felice di sostituirlo nutrendo il piccolo Lord con il suo latte ed i suoi insegnamenti ferini.
Per la scimmia Kala ed il suo branco, John Clayton jr. diventa – nel linguaggio immaginario delle Grandi Scimmie – Tar-Zan, Pelle Bianca.
"Io Tarzan, tu Jane...." Johnny Weissmuller e Maureen O'Hara
E’ l’inizio di una storia che ormai tutti conoscono, per averla letta nei libri di Burroughs, nelle riduzioni a fumetti di Burne Hogarth, Joe Kubert e Russ Manning, per averla vista al cinema nelle decine di riduzioni cinematografiche, a cominciare da quella che consacrò il primo ed il più grande dei suoi interpreti, Johnny Weissmuller, plurimedaglia d’oro nel nuoto alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, e dal 1932 semplicemente Tarzan l’Uomo Scimmia. Per ritrovare un caso di immedesimazione di un attore con il suo più celebre personaggio, bisognerà aspettare Sean Connery ed il suo Agente 007 James Bond.
Nel libro originario, Tarzan viene ritrovato da una spedizione di esploratori europei che lo identifica come il figlio di Lord Clayton e legittimo erede del suo titolo e del suo seggio alla Camera dei Pari. Secondo gli insegnamenti di Rousseau, di Darwin e sul solco letterario già tracciato da Kipling, il ragazzo selvaggio si rivela perfettamente all’altezza di recuperare vent’anni in uno, e di ripresentarsi in pochi mesi alla sua famiglia in grado di sedere a tavola e conversare secondo le più raffinate regole dell’etichetta.
Christopher Lambert in "Greystoke La leggenda di Tarzan"
Il primo libro del 1912 si chiude con un finale a sorpresa, improntato al più ortodosso romanticismo ottocentesco che permeava ancora a quell’epoca il feuilleton. Consapevole che reclamare il proprio titolo nuocerebbe alla donna di cui si è innamorato, la fatidica Jane Porter, nel frattempo fidanzata al cugino destinatario di quello stesso titolo nel periodo in cui la sua esistenza era ignorata (ma segretamente innamorata a sua volta di lui), Tarzan compie il beau geste di rinunciare, e tornarsene nella Jungla che a quel punto sente come l’unica sua casa.
L’ultima frase del libro è quella rivolta da Tarzan proprio al cugino Cecil Clayton, che – ignaro della sua identità – gli rivolge la domanda circa le proprie origini.
“Se la domanda è lecita, come mai siete andato a cascare in quella Jungla maledetta?”
“Ci sono nato – rispose Tarzan con voce molto calma. – Mia madre era una grande scimmia, e quindi non poteva spiegarmi tante cose. Chi fosse mio padre, non l’ho mai saputo”.
La saga di Tarzan avrebbe visto aggiungersi altri 27 libri a quel primo, durante i quali non solo il Signore della Jungla avrebbe avuto modo di reclamare e vedersi riconoscere il proprio titolo legittimo di Lord nonché ottenere la mano dell’amata Jane. Ma avrebbe fatto del suo ideatore uno degli autori più famosi e più ricchi della storia.
Quando morì, il 19 marzo 1950 a causa di un attacco di cuore (l’organo che bene o male aveva segnato il suo destino, dirottandolo dal Settimo Cavalleria alla penna più di 50 anni prima), le sue ceneri furono sparse sul suolo di una città che portava nientemeno che il nome della sua creatura più famosa, Tarzana, California, U.S.

Aveva fatto in tempo a trovarsi a Pearl Harbor il giorno dell’attacco giapponese, il 7 dicembre 1941. E come i suoi John Carter e John Clayton in arte Tarzan, non aveva esitato un istante ad arruolarsi – alla veneranda età di sessantasei anni – come corrispondente di guerra.

sabato 3 settembre 2016

CONTROCORRENTE: Difenderò il tuo diritto di essere idiota fino alla morte

La Francia non è Charlie Hebdo. Pensare questo sarebbe come condividere che in Italia le case nel Medioevo le costruiva la Mafia. No, le costruivano i muratori, che spesso si definivano liberi muratori. All'epoca producevano capolavori, resistenti al tempo e alle calamità. Adesso, in un epoca in cui tutto degenera e si corrompe, producono solo idiozia, per di più trasversale agli schieramenti e alle nazioni.
Certo, Charlie Hebdo è un prodotto dell'idiozia francese, così come www.spinoza.it o la Fanpage di Saverio Tommasi sono un prodotto di quella italiana. Ognuno ha la sua propria, ed almeno l'Eliseo è più pronto a prenderne le distanze di quanto siano mai stati il Quirinale e Palazzo Chigi.
Intellettualini e intellettualoidi a cui dai tempi della scuola nessuno ha insegnato a distinguere tra la propria arroganza e - appunto - stupidità mascherata da anticonformismo e la vera satira. Quella del Male, per intenderci, che non risparmiava nessuno ma non offendeva nessuno. Diceva solo la scomoda ma inoppugnabile verità. Questi qui di ora hanno sfottuto le proprie madri dal primo giorno di autoconsapevolezza, per così dire. Figuriamoci se possono risparmiare adesso i terremotati o altre categorie di sofferenti inermi, spacciandosi per geni della satira ed epigoni di Voltaire.
L'idiozia è un valore comune e fondante della nostra società moderna. E' su di lei che si misura il grado di tolleranza e di libertà della nostra comunità. Un paese democratico riconosce il diritto di essere liberamente idioti a tutti i suoi cittadini. Il mondo libero è un enorme Hyde Park Corner, dove qualunque spostato può salire su una cassetta di frutta e arringare una folla, senza che nessuno abbia a pretendere di zittirlo.
Il mondo libero ha d'altro canto gli strumenti per difendersi comunque. Non il coltello dei musulmani, né l'indignazione censoria dei cattolici. Basta non comprare il giornaletto, il libello, il volgare pamphlet con pretese satiriche. Basta ignorare questi intellettualini e intellettualoidi, che poi è ciò che a loro in genere dispiace e duole di più.
Il vecchio Montanelli ci viene sempre in soccorso, dai saggi tempi andati. Il lettore, dice, è sempre il padrone. E può sempre licenziare un pubblicista o un libellista sciocco semplicemente non leggendoli più.
Anche soltanto ad indignarsi, si finisce per fare il gioco di questi idioti.

venerdì 2 settembre 2016

Goodbye England's Rose



Nel suo destino c’era la Corona d’Inghilterra. Poi le cose andarono diversamente. E rimase solo una Rosa. Ma per sempre.
Diana Frances Spencer era la quarta figlia di John e Frances Ruth Burke-Roche, Visconti di Althorp ed eredi designati al titolo di Conti di Spencer. La più antica e prestigiosa famiglia nobile del Regno Unito dopo quella reale, gli Windsor.
Degli Windsor, gli Spencer erano affittuari a Sandringham, la residenza più amata dalla regina Elisabetta II tra tutte quelle di proprietà della Corona. A Sandringham, Elisabetta aveva sepolto l’amato padre re Giorgio VI nel 1952, e lì trascorreva di preferenza le sue vacanze. A Park House, un annexe di Sandringham, nacque Diana il 1° luglio del 1961.
Il nome, pronunciato Da’hana all’inglese, le fu messo solo dopo una settimana dalla nascita. I suoi genitori avrebbero voluto un figlio maschio, dopo le due sorelle maggiori Sarah e Jane ed il fratellino John jr., morto a sole dieci ore dalla nascita. Si risolsero a impartire invece alla loro terza figlia femmina il nome dell’antenata duchessa di Bedford, nipote di John Churchill primo Duca di Marlborough, l’eroe delle guerre contro il Re Sole, antenato di Winston.
Park House, Sandringham, young Diana
Nel blasone di questa ragazza, che un giorno il mondo avrebbe conosciuto con il nome semplice ma potentemente evocativo di Lady D, era iscritta la storia d’Inghilterra. Da Sandringham, dove un giorno la loro figlia sarebbe tornata per accogliere la proposta di matrimonio dell’erede al trono Charles Principe di Galles, i Visconti di Althorp vennero via presto. Il loro matrimonio non resse alle tensioni create dal desiderio spasmodico di un erede maschio (per ironia della sorte soddisfatto dalla nascita del quinto figlio, Charles, quando ormai per la serenità della famiglia Spencer era troppo tardi).
Diana seguì la madre divorziata a Londra, poi fu affidata al padre. La timida e malinconica ragazza che sognava un futuro nel mondo della musica e della danza seguì la sorte di molti figli divorziati, contesa fra affetto materno e paterno che non potevano bastare a sostituire il calore di una famiglia unita e felice. Non a caso, un giorno Diana diventata madre a sua volta avrebbe assolto ai suoi compiti genitoriali con una dedizione sorprendente, malgrado tutti gli altri aspetti della sfera affettiva le stessero venendo nuovamente meno.
Alla fine degli anni Settanta, la ragazza Spencer, erede di un titolo nobiliare tra i più prestigiosi del Regno, aveva tuttavia maturato un proprio carattere (grazie al quale un giorno sarebbe divenuta una figura leggendaria nella storia non solo del proprio paese) e trovato la propria strada. Alla maggiore età si trasferì nella casa di Earl’s Court lasciatale dalla madre, che avrebbe lasciato solo per trasferirsi a Buckingham Palace. Nello stesso periodo, lei che era l’ultima persona al mondo ad aver bisogno di lavorare, aveva cominciato a farlo come bambinaia presso l’asilo nido Young England di Knightsbridge. I bambini sarebbero rimasti l’altra grande passione della sua vita.
La bambinaia che sposò il principe ereditario d'Inghilterra
Charles Principe di Galles la conobbe durante una battuta di caccia a Sandringham. Diana aveva seguito la sorella maggiore Sarah, accreditata all’epoca di una liaison con il Principe. Nella residenza dove era nata, ebbe modo di colpire l’erede al trono con la bontà dei sentimenti che trasparivano dalla sua timidezza.
Charles era in un momento di grande sofferenza. L’anno prima, un attentato dell’I.R.A., l’esercito repubblicano irlandese che voleva l’indipendenza dell’Ulster da Londra, gli aveva portato via la figura di riferimento familiare a cui teneva di più. Lord Louis Mountbatten di Burma, l’artefice dell’indipendenza indiana del 1948 e di molte altre cose, era saltato in aria con il suo yacht proprio quando il nipote aveva più bisogno di lui, sottoposto come si sentiva alle pressioni di una intera nazione che voleva vederlo accasato e pronto a sfornare un erede che allungasse la dinastia Windsor.
Come nella favola di Cenerentola, tutte le ragazze nobili del Regno si facevano avanti da tempo, sperando che la scelta del principe, e di Buckingham Palace, cadesse su di loro. Charles, invece, rimase toccato dal conforto che Diana seppe dargli con i suoi modi semplici e la sua timidezza, e quando nel febbraio del 1981 la chiese in moglie, lei accettò subito. Cenerentola aveva ritrovato la sua scarpa di vetro.
Il 29 luglio 1981 il Corteo Reale attraversò Londra diretto a Saint Paul, la cattedrale che Christopher Wren aveva costruito come gemella di San Pietro a Roma nella capitale inglese. Dai tempi del suo fondatore, Edoardo il Confessore, poco prima della Conquista Normanna, la storia inglese veniva benedetta da Dio nell’Abbazia di Westminster. Lì venivano battezzati, sposati e tumulati sovrani, uomini di governo e personalità che – come si dice – avevano illustrato la patria britannica.
Saint Paul, 29 luglio 1981
L’importanza mediatica delle nozze reali aveva però assunto una tale rilevanza che fu preferita Saint Paul perché aveva più posti a sedere. Furono in molti a restare fuori dalla chiesa, quel giorno. Praticamente 600.000 persone nella sola Londra, ed altri 750 milioni che seguirono l’evento in mondovisione. L’ultima favola dei tempi andati, o la prima dei tempi moderni, andò in scena in un modo che sembrava presagire il classico finale da vissero felici e contenti – appunto - delle favole.
La favola del Principe e della Bambinaia invece non sopravvisse al viaggio di nozze. Quando Lady D, che fin dalle sue prime uscite pubbliche aveva subito conquistato in maniera irresistibile non solo la nazione ma anche l’opinione pubblica internazionale, cadde dallo scalone della sua residenza di Kensington House a Londra nel gennaio 1982, al terzo mese di gravidanza del principino William, tutti trattennero il fiato pensando ad un malaugurato incidente. Nel libro che il giornalista Andrew Morton avrebbe scritto per raccogliere le memorie della principessa triste, lei raccontò esplicitamente che si trattò in realtà del suo primo tentativo di richiamare l’attenzione di un marito che dedicava più tempo alla caccia, al Polo ed agli altri passatempi tipici dell’aristocrazia inglese piuttosto che alla moglie. E che aveva ripreso la ben nota e lunga relazione clandestina con Camilla Parker Bowles.
Quando nacque il secondo figlio Harry, nel 1984, Diana era già alle prese con un matrimonio finito, e l’Inghilterra con un bel problema, come non ne viveva dai tempi di Edoardo VIII e Wallys Simpson. Malgrado il protocollo di Corte cercasse di accreditare in giro per il mondo la favola della coppia felice, Diana e Charles non lo erano più. Lei moltiplicava le manifestazioni di disagio in numero quasi pari alle sue uscite pubbliche per beneficienza. E alla fine, non poté non ricordare la profezia della sua forse unica amica e madrina.
Durante un ricevimento a Londra ai tempi del fidanzamento, una Lady D che aveva dato prova di anticonformismo indossando un abito giudicato troppo audace fu quasi messa all’indice della serata dall’ancora bigotto establishment britannico. Sull’orlo delle lacrime, la futura Lady D fu salvata dal provvidenziale intervento di una delle invitate eccellenti della serata. Una che c’era passata prima di lei. Che l’aveva presa a cuore, vedendola smarrita com’era stata lei quasi trent’anni prima. Grace di Monaco se la portò alla toilette e la tranquillizzò, spiegandole come avrebbe potuto farcela a sopravvivere. “Perché, mia cara”, le disse, “abituati, sarà sempre peggio”.
Lo fu. Grace non visse abbastanza per vedere la sua protetta tirare fuori le unghie e combattere contro un jet set che voleva beatificarla o stritolarla, era  indifferente. Lo star system ha bisogno di icone, non di sentimenti, e il mondo fatato delle teste coronate non faceva e non fa eccezione. Poco più di un anno dopo era sottoterra, uscita di strada sui tornanti che portano a quella Monaco di cui era principessa. C’è chi dice che anche lei fu stroncata dalle troppe pressioni, che fu un ictus a portarla fuori strada, giù per la scogliera. Sull’asfalto non c’erano tracce di frenata. A rappresentare gli Windsor ai suoi funerali fu mandata lei, la giovane Lady Diana, che aveva appena partorito l’erede reale e che probabilmente viveva una sua crisi post partum tutta particolare.
Con gli anni, la principessa triste finì per sdoppiarsi. Simbolo di un carisma giovanile e femminile che cambiava il mondo insieme a lei (erano gli stessi anni in cui John McEnroe cambiava per sempre il tempio ingessato di Wimbledon), amata dal popolo di tutto il mondo, adorata da stilisti, artisti e figure carismatiche di quella parte di mondo dei sofferenti che lei aveva preso a cuore, sinceramente), finì per essere sempre più ai margini di quell’altro mondo, quello dorato, da cui proveniva.
Quando finalmente arrivò al divorzio, nel 1992, la stampa di tutto il mondo decretò quello come l’annus horribilis della monarchia britannica. I tempi del carisma della giovane regina Elisabetta II erano lontani, per non parlare di quelli di suo padre, re Giorgio che con il suo celebre e faticosissimo discorso aveva vinto la Seconda Guerra Mondiale. Adesso, di fronte a una nuora che non aveva paura di raccontare tutto e dire le cose come stavano, a proposito dei tradimenti propri e del marito resi inevitabili dal matrimonio più glamour ed insieme più sbagliato del ventesimo secolo, la sovrana sembrava una povera donna invecchiata, incapace di comprendere che la sua famiglia stava perdendo la sua componente migliore, quella che manteneva l’unico legame efficace della monarchia con il suo popolo.
Diana trascorse gli ultimi anni della sua vita incontrando figure che come lei trascinavano l’opinione pubblica verso la speranza di un mondo migliore. E nuovi fidanzati, che le potessero offrire quella felicità e quei sentimenti appaganti che la ragazza divenuta principessa cercava da quando era una ragazzina sballottata tra genitori divorziati, tra Earl’s Court e Park House.
Dodi Al Fayed, il figlio di Mohamed il proprietario egiziano del celeberrimo store di Harrod’s, fu l’ultimo di una serie in cui forse non fu nemmeno il più promettente. Con lui, la notte del 31 agosto 1997, salì a bordo della Mercedes S280 che sarebbe diventata la sua tomba. E a quel punto la storia diventò leggenda, oltre che tragedia. Poco dopo mezzanotte, la vettura finì la sua corsa contro il pilastro numero tredici del tunnel del Pont de l’Alma, sul Lungosenna di Parigi. Dodi Al Fayed e l’autista Henri Paul morirono sul colpo, il bodyguard Trevor Reese-Jones restò gravemente ferito. Lei morì due ore dopo all’ospedale Pitié-Salpetriere.
Si parlò di complotti, di servizi segreti, di una donna fuori controllo e pericolosa per la monarchia più potente del mondo, di un legame inaccettabile per una delle maggiori potenze occidentali, di un autista stranamente e incredibilmente ubriaco. Si parlò e se ne parla ancora, e quello che è certo è che non sapremo mai la verità.
La bella favola, ammesso che lo fosse stata, era finita. La leggenda, indiscutibile, era appena cominciata. Al funerale, la Rosa d’Inghilterra ripercorse per l’ultima volta il tragitto che la sua carrozza aveva fatto sedici anni prima, diretta al luogo della benedizione della sua presunta felicità terrena. A Buckingham Palace, per una volta in mezzo alla gente, la regina attendeva il feretro. Incapace di provare affetto per questa nuora anticonformista in vita, chinò il capo in segno di rispetto quando le sue spoglie mortali le passarono davanti per l’ultima volta. Dai tempi di Elisabetta I, i sovrani e le sovrane inglesi non avevano più chinato il capo di fronte a nessuno. Elisabetta la seconda del suo nome lo fece, in omaggio a Diana, e soprattutto ai migliori sogni dell’Inghilterra e del mondo intero che la seguivano nella tomba.
Diana è sepolta ad Althorp Castle, su un isolotto in mezzo ad un laghetto  chiamato Round Oval. Tra le sue mani, nel sepolcro, giace per l’eternità un rosario che le era stato donato da Madre Teresa di Calcutta, andata a ricongiungersi con lei pochi giorni dopo la sua morte.
Al suo funerale, questa volta celebrato a Westminster Abbey come si conveniva ad una vera regina inglese, il suo amico Elton John cantò una versione riveduta e corretta di quella struggente canzone – poesia che aveva composto anni prima in onore dell’unica altra donna che nel corso del secolo era riuscita al pari di Diana a diventare l’incarnazione del femminino nella sua accezione migliore: Marylin Monroe.
Dal 2010, l’anello di Garrard in oro bianco con 14 diamanti elegantemente disposti attorno ad uno zaffiro di 12 carati che Charles le aveva regalato per il fidanzamento è al dito di Catherine Middleton, detta Kate, fidanzata del figlio di Diana, un giorno erede di quel trono d’Inghilterra a cui lei non era e non volle essere destinata.
Quando William e Kate si sposarono a Westminster il 29 aprile 2011, sembrò che il tempo fosse tornato indietro di trent’anni. Sempre ad un giorno 29, di un luglio ormai lontano e forse dimenticato. Come allora, c’era tanta gente per le strade e alla televisione, e forse anche di più.
A ben vedere, c’era anche lei, Diana. A guardare in volto suo figlio William, che un giorno sarà re, sembra di rivedere lei, la principessa triste, la Rosa d’Inghilterra. Come due gocce d’acqua. E il cuore non manca mai di stringersi, ogni volta.