domenica 1 luglio 2012

Storia delle Olimpiadi: Il Figlio del Vento è tornato (1984 - 1988)

James Cleveland Owens detto Jesse, l’uomo che aveva messo di malumore Adolf Hitler battendo sotto il suo naso tutta la Razza Ariana nella corsa veloce e nel salto in lungo, morì a Tucson in Arizona il 31 marzo 1980. Aveva atteso per tutta la vita di ricevere un riconoscimento dalla Casa Bianca per quanto aveva fatto in quei giorni leggendari dell’agosto del 1936. Ignorato quasi da Franklin Delano Roosevelt, aveva dovuto aspettare Gerald Ford 40 anni dopo per vedersi conferire la Medaglia Presidenziale della Libertà.
Carl Lewis
Quando il Figlio del Vento fu portato via da un male incurabile, Frederick Carlton Lewis detto Carl non aveva neanche 19 anni. Come Jesse, anche Carl era originario dell’Alabama. Come Jesse, anche Carl era stato portato via dall’Alabama in tenera età da genitori in cerca di una vita migliore. Birmingham nel 1961 non era poi tanto migliore di Oakville nel 1913, a quanto pare, per dei ragazzi di colore.
Come Jesse, Carl si vide aprire le porte del mondo universitario grazie alla velocità che era in grado di raggiungere in pista. Quando Carl fu selezionato per la squadra statunitense che doveva gareggiare alle Olimpiadi di Mosca del 1980, Jesse non c’era più. Il Figlio del Vento al vento era ritornato. Il vento aspettava qualcun altro in grado di domarlo. Ma non l’avrebbe trovato a Mosca, perché gli U.S.A. boicottarono i giochi in casa di quell’U.R.S.S. che aveva appena invaso l’Afghanistan e Carl dovette rimandare il suo appuntamento con l’eredità più prestigiosa che ci fosse in Atletica. Il suo momento arrivò nel 1984.
L’anno più atteso del ventesimo secolo da quando George Orwell aveva scritto il suo omonimo capolavoro era arrivato con tutte le apparenti intenzioni di voler mantenere le previsioni di un destino comunque apocalittico. Nel 1983 l’abbattimento di un aereo di linea civile coreano da parte dell’aviazione sovietica aveva portato il mondo sull’orlo di un baratro che non aveva più conosciuto dal 1962, al tempo dei missili a Cuba. Un anno dopo, infuriava lo scontro frontale tra la superpotenza americana rinvigorita da Ronald Reagan e quella sovietica indebolita dalla incerta leadership dei successori di Leonid Breznev, con Gorbaciov ancora di là da venire.
La scelta del C.I.O. di riaffidare a Los Angeles l’organizzazione dei Giochi per la seconda volta dopo il 1932 involontariamente finì per risultare come benzina gettata su un fuoco che già divampava. L’U.R.S.S. optò subito per la restituzione del trattamento resole dagli U.S.A. nell’80. E così la XXIII^ Olimpiade fu la terza ed ultima consecutiva ad essere caratterizzata da un massiccio boicottaggio. Stavolta da parte di tutto il Blocco Sovietico, con l’unica eccezione della Romania dell’eretico sui generis Nicolae Ceausescu.
In inverno, i Giochi sulla neve si erano disputati in quella Jugoslavia che aveva perso da poco il suo dittatore, l’altro eretico sui generis Josip Broz detto Tito. A Sarajevo, dove erano ancora lontani ed inimmaginabili gli orrori della guerra civile post-comunista, l’Italia aveva riportato due medaglie d’oro prestigiose: il carabiniere altoatesino Paul Hildgartner al secondo trionfo nello slittino dopo Sapporo 1972, la bergamasca Paoletta Magoni vincitrice dello slalom speciale femminile.
Los Angeles Memorial Coliseum
Della mancata partecipazione di ben 14 delle nazioni del campo cosiddetto comunista (con le eccezioni ricordate di Romania e Jugoslavia e quella della Repubblica Popolare Cinese), l’Italia sarebbe risultata una delle maggiori beneficiarie finendo quinta nel medagliere con 14 ori, record assoluto fino a quel momento. Il 28 luglio 1984 il Los Angeles Memorial Coliseum, opportunamente restaurato e rimesso a nuovo, riaprì le sue porte alla fiamma olimpica e alle nazioni in gara esattamente 52 anni dopo la volta precedente. Ad oggi Los Angeles è una delle quattro città che hanno visto ripetersi l’onore di ospitare i Giochi, insieme ad Atene, Londra e Parigi.
Di quella cerimonia di apertura, caratterizzata dallo sfarzo celebrativo della superpotenza americana (proprio ciò che la propaganda avversaria aveva addotto come pretesto per il boicottaggio, sottolineandone i sentimenti sciovinisti e l’isteria anti-sovietica), si ricorda soprattutto l’esecuzione per la prima volta della Fanfara Olimpica del celebre compositore John Williams, seguita dall’Inno alla Gioia di Ludwig Van Beethoven. Una colonna sonora sicuramente suggestiva per dei giochi che si rivelarono memorabili soprattutto dal punto di vista tecnico.
Quelle Olimpiadi si ricordano principalmente perché il titolo di Figlio del Vento fu riassegnato. Carl Lewis rinnovò per quanto possibile la leggenda di Jesse Owens, vincendo 100, 200, staffetta 4x100 e salto in lungo. A quell’epoca, aveva 23 anni, proprio come Owens.
Ma i comprimari di Lewis furono tanti, a cominciare da Edwin Moses che dopo aver emozionato il mondo con la propria di emozione nel leggere il giuramento olimpico nella cerimonia d’apertura vinse la sua seconda medaglia d’oro nei 400 ostacoli, consecutiva senza contare l’assenza forzata del 1980 a Mosca. Nella stessa specialità al femminile, Nawal El Moutawakel fu la prima donna proveniente da un paese arabo (il Marocco) a vincere. Marocchino fu anche il vincitore dei 5.000, Said Aouita. Il portoghese Carlos Lopes vinse a 37 anni la maratona. Il tedesco Michael Gross detto l’Albatross, stabilì il proprio dominio nel nuoto, e l’americano Greg Louganis fece altrettanto nei tuffi. Nei tornei a squadre, vittoria a sorpresa della Francia sul Brasile nel calcio, degli U.S.A. nella pallavolo sempre a sorpresa e sempre ai danni del Brasile. Per nulla a sorpresa fu la vittoria americana nel basket, che si ricorda soprattutto perché nella squadra che vinse l’oro militava un giovanissimo Michael Jordan, ai suoi ultimi giorni da dilettante prima di cominciare la sua carriera nei Chicago Bulls.
Giuseppe e Carmine Abbagnale ed il timoniere Peppino  Di Capua
Le medaglie italiane annoverarono l’argento di Sara Simeoni, gli ori di Alberto Cova nei 10.000; di Gabriella Dorio nei 1.500; di Alessandro Andrei nel lancio del peso, di Vincenzo Maenza nella lotta greco-romana; di Luciano Giovannetti al bis nel Tiro Fossa Olimpica, degli spadaccini, dei ciclisti e dei pentathleti guidati da Daniele Masala; di Maurizio Stecca nel Pugilato Pesi Gallo, mentre a Francesco Damiani fu impedito da una giuria di parte di ripetere l’impresa di Patrizio Oliva a Mosca contro Tyrrell Biggs; di Norbert Oberburger nel sollevamento pesi; dei fratelli Abbagnale, che cominciarono proprio a Los Angeles la loro grande carriera.
Come a Mosca, gli assenti ai Giochi di Los Angeles finirono per aver torto e non dimostrare niente. Quattro anni dopo la fiaccola si spostava nuovamente in Asia: a Seoul, nella capitale della parte Sud di quel paese che al pari della Germania simboleggiava la divisione del mondo in blocchi: la Corea.
Quattro anni dopo, il mondo aveva voglia più che mai di superare quella divisione in blocchi, che ormai era logora nello spirito prima ancora che nei fatti. L’U.R.S.S. stava subendo i profondi cambiamenti imposti dalla perestrojika di Gorbaciov, ed era ormai solo ad un anno dal suo disfacimento definitivo. Gli U.S.A. erano alla fine della presidenza Reagan, indebolita nel secondo mandato dagli scandali Iran-Contras, con annessi e connessi.
Quando la fiamma olimpica fu riaccesa a Calgary, in Canada, per i Winter Games il 13 febbraio 1988 (sulle celebri note della Fanfare for the Common Man di Emerson, Lake e Palmer), non mancava più nessuno. Nessuno aveva voglia più di mancare. Nessuno si perse la straordinaria performance di un ragazzone italiano venuto fuori quasi dal nulla, che nella stagione in corso stava contendendo la Coppa del Mondo di Sci Alpino al più quotato svizzero Pirmin Zurbriggen. E che a Calgary divenne il Figlio del Vento che Soffia sulla Neve. Alberto Tomba da San Lazzaro di Savena si impose nello Slalom Gigante prima e nello Speciale poi, riportando il suo sport in auge in un paese orfano da tempo della Valanga Azzurra e dando il via ad una carriera decennale che l’avrebbe portato nel firmamento delle grandi stelle italiane dello Sci, assieme a Zeno Colò e a Gustav Thoeni.
Alberto Tomba
Il 17 settembre il braciere fu riacceso a Seoul. Anche stavolta, il protagonista più atteso era e doveva essere lui, il nuovo Figlio del Vento. Ma su Carl Lewis e i suoi sostenitori si era abbattuta una bufera, quella del canadese Ben Johnson, che a Roma ai Mondiali dell’anno precedente aveva stracciato il rivale statunitense con un mostruoso 9’83’’. Seoul doveva essere il teatro della rivincita, che apparentemente invece non ci fu. Johnson ripeté la sua prestazione monstre, Lewis si fermò a 9’92” e poi, come intristito, finì secondo anche nei 200 ed eliminato in staffetta nelle batterie. L’erede di Owens sembrava dover tornare a casa con la sola medaglia d’oro del Lungo, quando accadde l’incredibile. Johnson fu trovato positivo nel più clamoroso caso di doping dell’epoca, la sua vittoria revocata, il suo tempo cancellato. I 100 andarono a Lewis il cui 9’92” rimase come record mondiale effettivo.
A Seoul, Unione Sovietica e Germania Est conquistarono per l’ultima volta il primo e secondo posto del medagliere. Nessuno poteva immaginare che di lì a poco sarebbero diventate vestigia di un passato morto e sepolto. E che il dilettantismo di stato, sconfinato spesso e volentieri nel doping di stato, non sarebbe confluito nel patrimonio sportivo delle nazioni sorte dal loro disfacimento.
Altre grandi figure di quella Olimpiade furono sempre il tuffatore americano Greg Louganis, mentre nel nuoto il suo connazionale Matt Biondi prese il posto che era stato dell’Albatross Michael Gross.  Tra le donne, exploit della nuotatrice tedesca orientale Kristin Otto, e della velocista americana Florence Griffith – Joyner, destinata purtroppo a breve scadenza ad un tragico destino. Nel tennis, riammesso alle Olimpiadi per la prima volta dopo sessant'anni, trionfo della tedesca Steffi Graf che rese così golden il Grande Slam conseguito proprio quell'anno.
Negli sport di squadra, successi a sorpresa ancora degli U.S.A. nella pallavolo e soprattutto dell’U.R.S.S. nel basket, con gli U.S.A. al terzo posto per effetto di un dilettantismo che non aveva più ragione di esistere e a cui si sarebbe ovviato a partire dall’edizione successiva. Successo anche nel calcio di un U.R.S.S. al canto del cigno, ancora ai danni del Brasile.
Per l’Italia, un decimo posto finale nel Medagliere con sei ori vinti, un piazzamento senz’altro più veritiero complessivamente di quelli di Mosca e Los Angeles. Ma la soddisfazione più grande di tutte, almeno per chi ama le Olimpiadi nella loro vera essenza. Il 2 ottobre 1988 nello Stadio Olimpico di Seoul dove si concludeva – come da tradizione – l’ultima gara del programma olimpico, la maratona, fu l’italiano Gelindo Bordin a fare il suo ingresso solitario in testa sulla pista dove l’Italia attendeva quel trionfo da ottant’anni, da quando la sorte aveva voltato le spalle beffarda a Dorando Pietri a Londra.

L'arrivo di Gelindo Bordin a Seoul
E noi ce lo ricordiamo come fosse oggi scandire le ultime falcate verso la medaglia d’oro più prestigiosa con l’accompagnamento delle parole dello scomparso Paolo Rosi, che proprio quel giorno realizzava la sua ultima telecronaca per la R.A.I. Parole non dissimili da quelle, immaginiamo, che avevano degnamente celebrato la prima impresa di quel genere compiuta da Filippide nel 490 a.C.

Storia delle Olimpiadi: Gli anni del boicottaggio (1976 - 1980)



A Innsbruck nel 1976 i Winterspiele, Giochi Invernali, furono teatro dell’ultimo acuto della Valanga Azzurra. Pierino Gros, piemontese di Sauze d’Oulx in Val di Susa, l’unico italiano capace di interrompere il predominio di Gustav Thoeni nel 1973 vincendo la Coppa del Mondo assoluta di Sci Alpino, gli finì davanti anche nello Slalom Speciale disputato nella località austriaca, che valse all’Italia l’unica medaglia d’Oro di quella edizione.
Il podio di Innsbruck, Piero Gros, Gustav Thoeni, Willi Frommelt
Fu il canto del cigno della gloriosa squadra azzurra. Nuovi attori si erano affacciati alla ribalta internazionale. In Discesa il beniamino di casa Franz Klammer, negli Slalom il fuoriclasse svedese Ingemar Stenmark che avrebbe spadroneggiato per il resto degli anni Settanta e oltre. Thoeni vinse anche la Combinata, confermandosi ancora il più versatile degli sciatori azzurri oltre che il più forte in assoluto, ma quella specialità nel 1976 non assegnava più medaglie olimpiche, solo piazzamenti valevoli per la Coppa del Mondo. Che finì per la prima volta nelle mani di Stenmark. Tra le donne, la tedesca Rosi Mittermaier andò vicina ad uno storico en plein, vincendo Discesa e Speciale e arrivando a soli 12 centesimi di secondo dalla terza medaglia d’Oro, in Gigante.
In estate, la fiamma partì da Olimpia per la ventunesima volta. Direzione Nordamerica. Negli anni Settanta il Canada era già un’isola felice, in mezzo a quell’Oceano dalle acque burrascose a cui assomigliava sempre di più il resto del mondo. Spiccava ancor più questa sua condizione se paragonata a quella del vicino con cui confinava a sud, gli Stati Uniti d’America che tentavano di riprendersi faticosamente dalla batosta subita in Vietnam e di far fronte all’offensiva sovietica che stavano subendo un po’ in tutto il mondo.
Come tutte le isole felici, anche il Canada si era conquistato questa felicità a caro prezzo, anche se ormai pagato a distanza nel tempo. Ex colonia francese, era passato dalla metà del Settecento sotto la Corona britannica, alla quale formalmente ancora apparteneva come membro del Commonwealth. Fu infatti la Regina Elisabetta II ad aprire i Giochi della XXI^ Olimpiade il 17 luglio del 1976 nello Stadio Olimpico di Montreal. O Montréal, capitale dello Stato del Quebec, la più grande comunità francofona sopravvissuta alla conquista inglese. In omaggio ai difficili equilibri interni canadesi, furono due i tedofori che portarono la fiaccola nello stadio fino al braciere olimpico. E per la seconda volta dopo Mexico 68 si trattò di donne: la francofona Stephane Prefontaine e l’anglofona Sandra Henderson.
Tutto sommato, le problematiche relative ai rapporti tra le due comunità canadesi suscitavano quasi tenerezza rispetto a quelle ben più a tinte fosche che agitavano il resto del mondo. Montreal 76 avrebbe potuto essere veramente una tregua salutare in un’isola felice come lo era stata l’antica Olimpia. Lo fu solo in parte, perché quella edizione dette il via all’Età dei Boicottaggi.
A metà degli anni Settanta la questione sudafricana era esplosa ormai in tutta la sua complessità e virulenza. Il simbolo più odioso del razzismo perdurante nel mondo era l’Apartheid sudafricano, con Nelson Mandela che languiva da più di dieci anni a Robben Island e con la sua gente confinata nelle baraccopoli come Soweto da una minoranza bianca che non si faceva scrupolo ad usare ogni mezzo per perpetuare il proprio potere.
Il volo di Nadia Comaneci, il primo 10,00 della storia
Il Sudafrica era ormai al bando da qualsiasi organismo internazionale, meno che da quelli sportivi. Nel 1974 aveva vinto la Coppa Davis del tennis, primo paese a spezzare il quadripolio USA, Gran Bretagna, Australia, Francia, grazie ai ritiri di chi doveva affrontarlo (tutti meno l’Italia, che perse meritatamente sul campo in semifinale). Nel 1976 il C.I.O. lo dichiarò non ammissibile ai Giochi canadesi, ma non squalificò gli All Blacks neozelandesi del Rugby (sport peraltro da tempo fuori dal programma olimpico) che andarono a giocare in tournée contro gli Springbocks sudafricani. La decisione pilatesca del C.I.O. provocò l’insurrezione dell’Africa, che disertò in massa i Giochi, compromettendo il livello tecnico almeno di buona parte delle discipline dell’Atletica.
Al boicottaggio del Continente Nero si aggiunse quello di Taipei, o Cina nazionalista con sede a Formosa. L’isola dove si era rifugiato Chang Kai Shek con il Kuomingtang superstite alla rivoluzione di Mao Tze Tung era rimasta orfana del suo leader da un anno ma non aveva deposto le armi nel rivendicare davanti al mondo la propria esistenza come unica Cina legittimamente riconoscibile. Anche il Grande Timoniere era alla fine dei suoi giorni, ma il mondo – dopo l’apertura di qualche anno prima operata da Richard Nixon verso di lui e verso la marea rossa della Repubblica Popolare Cinese – non se la sentiva più di escludere un paese dove bene o male abitava un quarto dell’umanità di allora (ed era un utile contraltare all’U.R.S.S., visti i pessimi rapporti tra i due compagni). Taipei la prese male, e restò a casa.
Le Olimpiadi di Montreal furono le prime in cui il Comitato organizzatore ammise di essere andato incontro ad un disastro economico. Come sarebbe successo al nostro paese per Italia 90, la municipalità di Montreal fu costretta a imporre tasse ai propri cittadini per i successivi 30 anni per coprire il pagamento dei costi della XXI^ Olimpiade.
Edwin Moses dopo l'arrivo a Montreal
Eppure, dal punto di vista tecnico ed al netto dell’assenza degli africani, furono grandi Giochi, che presentarono al mondo grandi figure destinate a rimanere nella storia. Dalla ginnasta rumena Nadia Comaneci, che incantò tutti con i suoi volteggi e si meritò il primo 10,00 della storia olimpica. Al cubano Alberto Juantorena detto El caballo, capace di vincere per la prima volta 400 e 800 metri piani. Al finlandese volante bis Lasse Viren, che bissò i 5.000 e 10.000 di Monaco. Al francese Guy Drut che tolse i 110 ostacoli agli U.S.A. per la prima volta dopo 20 anni. Al grande Edwin Moses, che vinse i 400 ostacoli con la cadenza record di tredici passi costanti tra un ostacolo e l’altro. Alla saltatrice tedesca Rosemarie Ackermann, che a Montreal riuscì a tenere dietro di sé (una delle ultime volte) la nostra Sara Simeoni, con la quale si sarebbe disputata in seguito l’onore del superamento del muro dei due metri.
Nel nuoto, l’americano John Naber tentò di emulare Mark Spitz fermandosi a 4 ori e un argento. Nel basket, gli U.S.A. si ripresero l’oro dopo la storica sconfitta di Monaco ma persero anche il secondo posto nel Medagliere a vantaggio della Germania Est. Nei tuffi, Klaus Dibiasi emulò se stesso per la terza volta vincendo ancora l’oro dalla piattaforma, mentre nel trampolino Giorgio Cagnotto conquistava l’argento. Fabio Dal Zotto riportò l’Italia a vincere l’oro nel Fioretto dopo 40 anni. Il medagliere azzurro di Montreal, uno dei più scadenti della storia, si fermò a questi due ori.
Il 1° agosto 1976, il mondo si dette appuntamento a Mosca per il 1980. Un evento storico, la prima Olimpiade in un paese comunista, dopo che il calcio era andato a giocare gli Europei in Jugoslavia proprio quell’anno. Un evento che però si prestava a vedersi compromesso per un nonnulla, perché il mondo nei quattro anni successivi conobbe una recrudescenza della Guerra Fredda al cui confronto la Crisi dei Missili di Cuba sembrò ad un certo punto una bazzecola.
La gioia di Sara Simeoni finalmente medaglia d'oro a Mosca
Il 1979 fu l’annus horribilis della presidenza Carter. Nel gennaio, l’Iran passò dal controllo dell’alleato Shah Rezah Pahlevi a quello dell’Imam Ruhollah Khomeini, fin da subito il peggiore dei nemici degli U.S.A dopo l’U.R.S.S.. La quale per parte sua, nel dicembre, attuò la ormai collaudata tecnica dell’aiuto fraterno invadendo l’Afghanistan a sostegno del locale regime filocomunista in difficoltà. Era tempo di reagire per gli Stati Uniti, ma in attesa delle elezioni del novembre 1980 che avrebbero visto il trionfo di Ronald Reagan, tutto quello che poterono fare nell’immediato fu il boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca.
L’unico confronto sportivo U.S.A. – U.R.S.S. di quel 1980 fu la leggendaria finale dell’Hockey su Ghiaccio di Lake Placid il 22 febbraio, dove una squadra di dilettanti universitari riuscì sul campo amico a togliere ai sovietici una medaglia d’oro che era loro da quattro edizioni. E’ l’evento sportivo che fu reso celebre dal film della Disney Miracle, con Kurt Russell nei panni del coach Herb Brooks. La gara sarebbe rimasta famosa anche per il drammatico conteggio finale reso nella telecronaca della rete televisiva ABC: "Undici secondi, vi restano dieci secondi, stanno contando alla rovescia in questo momento... Morrow passa a Silk, restano cinque secondi di gioco! Credete nei miracoli? Sì!"
In estate, a Mosca, gli U.S.A. non c’erano. Dei suoi alleati della N.A.T.O., solo la Germania Ovest seguì il loro esempio. Gli altri, Italia compresa, scelsero di partecipare pur esecrando l’invasione dell’Afghanistan, rinunciando a sfilare con la propria bandiera ed il proprio inno e soprattutto con i propri atleti in condizione di militari. Anche la Cina Comunista, nel frattempo ammessa ai Giochi, se ne tenne fuori per protesta contro la politica sovietica. In totale, 65 furono i paesi assenti, 80 quelli a vario titolo partecipanti.
Il 19 luglio 1980 Leonid Breznev aprì i giochi della XXII^ Olimpiade allo Stadio Lenin di Mosca. Lo spirito di Olimpia non aveva toccato mai così il fondo come nella sua prima incarnazione in un paese comunista. Eppure, per quanto menomata e sconvolta dalla politica, anche quella di Mosca fu un’Olimpiade che si lasciò dietro una bella galleria di ritratti.
L'arrivo al fotofinish di Pietro Mennea
Per l’Italia, furono i Giochi della rinascita, con un ritorno al quinto posto del Medagliere e otto Ori complessivi. A cominciare da quello di Pietro Mennea, che al terzo tentativo conquistò l’oro in una drammatica finale dei 200 metri in cui riuscì a stare avanti allo scozzese Alan Wells per due centesimi di secondo. Wells aveva vinto i cento metri, così come i connazionali Sebastian Coe e Steve Owett si erano equamente divisi 800 metri e 1.500. L’etiope Yfter successe a Viren nella doppietta 5.000 e 10.000.
Nell’Alto, Sara Simeoni trasformò in oro l’argento di Montreal dopo aver tolto alla Ackermann nel 1978 anche il primato mondiale con 2,01. Spettacolari anche le vittorie di Maurizio Damilano in una drammatica 20 km di Marcia, di Patrizio Oliva nella finale del Pugilato Superleggeri contro l’atleta di casa Konakbaev, di Ezio Gamba per la prima volta vincitore azzurro nel Judo. Luciano Giovannetti cominciò a Mosca l’epopea della Scuola italiana di Tiro Fossa Olimpica. Federico Roman confermò la bontà di quella di Equitazione. Claudio Pollio fece l’outsider nella Lotta Libera.
Cesare Rubini e Sandro Gamba a Mosca
Nel basket, in assenza degli USA sembrava un discorso tra URSS e Jugoslavia, ma la leggendaria nazionale azzurra di Sandro Gamba entrò nel mezzo con i suoi Meneghin, Marzorati & C. eliminando a sorpresa i padroni di casa in semifinale e cedendo agli jugoslavi di pochi punti in finale.
Eravamo andati a Mosca in tono minore, ne tornammo entusiasti il 3 agosto 1980, dopo che le autorità sovietiche consegnarono la bandiera olimpica al C.I.O. e non a quelle statunitensi che l’avrebbero issata di nuovo quattro anni dopo a Los Angeles. Per quindici giorni ci eravamo dimenticati quasi che il mondo era stato e adesso tornava ad essere in guerra. Fredda quanto si vuole, ma sempre guerra.

Storia delle Olimpiadi: Settembre Nero (1972)



Eravamo un paese di marinai, tra le altre cose, ma non certo di sciatori. Almeno a livello di eccellenza. Questo malgrado la nostra penisola abbia come confine nord le Alpi, che si estendono da ovest ad est per circa 1.200 chilometri, e sia attraversata per tutta la sua lunghezza dagli Appennini, altri 1.200 chilometri da Quarto fin quasi a Marsala.
Gustav Thoeni
Ai Giochi Olimpici invernali, avevamo  gioito soltanto con Zeno Colò nello Sci Alpino e con Eugenio Monti nel Bob. Due fuoriclasse usciti dal nulla, malgrado avessero alle spalle un movimento sportivo non proprio da poco. Due fulmini a ciel sereno. Mancava fino a tutti gli anni Sessanta una scuola, che tenesse in pianta stabile l’Italia ai vertici del medagliere olimpico invernale, così come lo eravamo stati per buona parte del dopoguerra in quello dei Giochi Estivi.
Per uno di quei fenomeni difficilmente spiegabili di cui vive lo sport, nel momento in cui gli Azzurri andavano giù in Atletica e nelle altre discipline estive, in quelle invernali arrivò finalmente la scuola vincente, la generazione dei fenomeni. Di più, arrivò una Valanga. Azzurra.
Dopo aver organizzato brillantemente l’edizione olimpica del 1964 a Tokyo, al Giappone toccò anche quella invernale nel 1972. Sapporo, capoluogo dell’Isola di Hokkaido, è una località sciistica molto nota anche fuori delle isole nipponiche, e fu la prima ad ospitare i Giochi d’Inverno al di fuori del binomio Europa – Nordamerica.
Fu lì che si consacrò Gustav Thoeni, a dispetto del nome, italiano di Trafoi, frazione dello Stelvio. L’uomo che avrebbe dato il suo nome ad un’epoca dello sci, quella compresa tra la carriera di Jean Claude Killy e quella di Ingemar Stenmark. Nei primi anni Settanta c’era solo lui, Gustavo, che quando parlava sembrava sempre sofferente di adenoidi ma quando sciava non ce n’era per nessuno. Fu lui a dare il via alla scuola italiana, e alla Valanga Azzurra che si portò dietro. Grazie a lui ed agli altri campioni azzurri lo sci divenne nella nostra penisola uno sport di massa.
Dopo aver vinto due Coppe del Mondo assolute e di specialità nel 1971 e 1972, a Sapporo Thoeni si mise al collo due medaglie d’oro, nel Gigante e nella Combinata, e una d’argento, nello Speciale vinto dal sorprendente spagnolo Francisco Fernandez Ochoa e dove finì davanti al cugino Roland. Gli sfuggì solo il podio nella Discesa Libera, all’epoca ancora territorio di caccia di svizzeri ed austriaci.
Olympiapark Monaco di Baviera
Si trattava per l’Italia di un successo più che appagante, che avrebbe mitigato la parziale delusione costituita dalla confermata tendenza al ribasso degli Azzurri alle Olimpiadi estive. Le quali nel 1972 erano state affidate ad un’altra nazione che, al pari del Giappone, aveva un conto in sospeso con la storia recente.
The Happy Games. Così la Germania Ovest aveva intitolato i Giochi che le erano stati assegnati per il periodo compreso tra il 26 agosto e l’11 settembre di quel 1972. Era la seconda volta che la bandiera olimpica tornava a sventolare sul suolo tedesco. La volta precedente, a Berlino era andata in scena la volontà di potenza del Terzo Reich, e Leni Reifenstahl aveva documentato la superiorità della razza ariana propagandata da Hitler e Goebbels. La svastica aveva finito per fare ombra a qualsiasi simulacro della vecchia Olimpia.
Stavolta no, la parte di Germania che era ricaduta nella zona di influenza alleata alla fine della guerra mondiale aveva proprio l’interesse a far dimenticare tutto ciò. Ad accreditarsi una volta per tutte come un paese moderno, democratico, felice appunto. Come quattro anni prima in Messico, ai Giochi Olimpici avrebbero fatto seguito i Mondiali di Calcio. Con la speranza per lo sport tedesco di fare un en plein senza più nessuna implicazione razziale, ma comunque con molte implicazioni politiche anche se di segno diverso.
Olympiastadion Monaco di Baviera 1972
Le due Germanie erano avamposti di due sistemi diversi, diametralmente opposti. Quella Ovest proiettava Oltrecortina tutte le luci sfavillanti del capitalismo al massimo del suo splendore. Quella Est rispondeva con l’impressionante dimostrazione di forza del dilettantismo di stato. Una volontà di potenza in versione comunista che volente o nolente aveva ereditato l’approccio propagandistico allo sport che era stato del Nazismo. Entrambe le Germanie ripetevano in scala neanche tanto minore il dualismo tra le superpotenze, USA e URSS.
Nel 1972, Berlino non era più capitale di niente. Era una città divisa in due da un Muro costruito per chiudere l’ultima porta di accesso e/o di fuga tra Est e Ovest. Un simbolo come pochi altri della Cortina di Ferro calata giù a dividere a metà un continente europeo senza più alcuna sovranità. La capitale sostanziale della Germania Ovest era in quel momento Monaco di Baviera. Fu a lei che il C.I.O. concesse di accendere il braciere olimpico il 26 agosto 1972. Fu lì che la Nuova Germania invitò il mondo a giocare e a misurarsi pacificamente. Senza immaginare che proprio lì la tregua olimpica stavolta sarebbe fallita nel modo più drammatico.
Furono Olimpiadi di livello tecnico eccellente, quelle tedesche. Alla fine l’URSS tornò a prevalere sugli USA nel medagliere, e il simbolo di questo avvicendamento fu costituito proprio da quel torneo di basket che dalle precedenti olimpiadi germaniche in poi era sempre stato appannaggio della nazionale a stelle e strisce.
Alexander Belov segna il canestro decisivo per l'URSS
In una partita di finale drammatica, i sovietici superarono gli americani 51 a 50 a tre secondi dalla sirena finale, con Ivan Edesko che pescò Aleksander Belov sotto canestro direttamente dalla rimessa laterale. Il leggendario giocatore russo non sbagliò, depositando a canestro i due punti della vittoria proprio sulla sirena. Gli USA protestarono a lungo per una ripetizione a loro dire discutibile di quella rimessa fatale e infine non andarono a ritirare la medaglia d’argento, ne lo avrebbero fatto mai in seguito. Kenny Davis, cestista statunitense membro di quella squadra (all’epoca alle Olimpiadi per gli USA potevano giocare solo i dilettanti universitari, non i professionisti dell’NBA) lasciò scritto agli eredi che la sua medaglia non avrebbe mai dovuto essere ritirata da nessuno.
Storie sportive drammatiche, testimonianze di una Guerra Fredda che riprendeva quota, sfociando in uno dei suoi momenti più virulenti. Ma non c’era solo lo scontro tra le superpotenze a tenere banco. Se le Olimpiadi del Messico di quattro anni prima erano passate alla storia extrasportiva per il massacro di Tratelolco, quelle di Monaco sarebbero state ricordate per Settembre Nero e la strage della squadra israeliana.
Dopo tre guerre arabo-israeliane, la questione dell’esistenza o meno dello Stato di Israele era stata affidata ad un nuovo attore internazionale, il terrorismo di matrice palestinese. Il gruppo più famoso era quello di Al Fatah, diretto da Yasser Arafat. Ma era molto attivo all’epoca anche il gruppo di fedayn che portava il nome, estremamente indicativo, di Settembre Nero. Un nome un programma, purtroppo.
La celebre foto del terrorista di Settembre Nero affacciato al balcone
Il programma fu attuato il 5 settembre, quando un commando fece irruzione nel villaggio olimpico e sequestrò quasi tutti i componenti della squadra israeliana, chiedendo in cambio del suo rilascio quello di oltre duecento propri guerriglieri detenuti a Tel Aviv. Israele non era disposta a trattare, la salvezza degli atleti della Stella di Davide era tutta nelle mani della polizia tedesca. I Giochi passarono fatalmente in secondo piano, per tutti da quel momento l’immagine a cui rimasero associati non fu quella di nessuno degli atleti in gara, ma piuttosto quella del fedayn con il passamontagna affacciato al balcone di una delle stanze dell’alloggio degli israeliani.
Era destino che, malgrado i tempi mutati, per gli ebrei in terra di Germania non ci fosse salvezza. Mentre si preparavano a salire insieme ai loro sequestratori su un aereo diretto in Medio Oriente per gli sviluppi successivi della trattativa, la polizei tedesca aprì il fuoco in pieno aeroporto di Monaco, falciando sia terroristi che ostaggi. Finì così il Settembre Nero delle Olimpiadi che avrebbero dovuto essere le più felici della storia. Con un nuovo olocausto, mille polemiche e la consapevolezza che in questo mondo diventato così complicato e insanguinato nessuna tregua, olimpica o meno, avrebbe più funzionato.
I Giochi, come ogni spettacolo che si rispetti, andarono avanti, anche se tutti ormai avevano negli occhi soltanto il fotogramma del terrorista con il passamontagna affacciato a quella finestra. A fare giustizia per i 18 morti della squadra olimpica di Israele, ci pensò poi a modo suo Israele stesso, e le relative vicende sono narrate esaurientemente nel film Munich di Steven Spielberg.
Mark Spitz e le sue sette medaglie d'oro
A Monaco intanto venivano battuti record e consacrate nuove leggende. A cominciare da quella di Mark Spitz nel nuoto, sette medaglie d’oro in otto giorni. Sempre nel nuoto, Novella Calligaris vinse la prima storica medaglia della squadra italiana, un argento nei 400 stile libero. Klaus Dibiasi confermò l’oro di Città del Messico dalla piattaforma. Il russo Valery Borzov si prese l’oro nei 100 e 200 metri piani, rimandando l’esplosione definitiva del nostro talento emergente, Pietro Mennea. Il finlandese Lasse Viren si prese invece 5.000 e 10.000 rinfrescando la leggenda di Paavo Nurmi. Nei 400 metri piani, gli americani Vince Matthews e Wayne Collett fecero primo e secondo, ma soprattutto fecero il bis del saluto delle Pantere Nere di Smith e Carlos a Mexico City. Solo che il clima era cambiato dopo l’avvento di Nixon, e stavolta ricevettero molti fischi e l’esclusione dalla squadra olimpica statunitense.
Il salto "d'oro" di Ulrike Meyfart
Furono le Olimpiadi del fenomeno ugandese Akii-Bua, fenomenale recordman nei 400 ostacoli, della altrettanto fenomenale ginnasta sovietica Olga Korbut, che finì in lacrime per un errore il concorso alle Parallele Asimmetriche ma si rifece subito vincendo due ori negli attrezzi singoli. La più che fenomenale tedesca Ulrike Meyfart a soli 16 anni sbaragliò le avversarie nel salto in alto, la più giovane medaglia d’oro di sempre. Antonella Ragno chiuse una brillante carriera con l’oro nel Fioretto, una delle cinque medaglie d’oro che valsero agli Azzurri il decimo posto nel medagliere.
Tanti campioni e campionesse, tante grandi storie sportive, tanti record battuti. Ma alla fine, una sola immagine impressa negli occhi di tutti. Un uomo armato, con il volto nascosto da un passamontagna, affacciato ad un balcone nella zona del villaggio olimpico riservata alla squadra di Israele. Quella che non sarebbe tornata a casa.
L’illusione del mondo di poter giocare e basta, almeno per quindici giorni, morì per sempre il 5 settembre 1972.

Storia delle Olimpiadi: Vecchie e nuove tragedie (1964 - 1968)

A Roma, la storia antica e quella moderna si erano riallacciate insieme, fondendosi in un’unica narrazione mitologica. Dai sacerdoti del tempio di Zeus ad Olimpia a quelli del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna, dagli eroi che cingevano corone di alloro a quelli che portavano al collo medaglie d’oro, tutti avevano contribuito a fare della storia dei Giochi una grande storia. Che adesso poteva guardare al proprio futuro con la consapevolezza di non avere eguali e di poter affrontare traguardi sempre più importanti. Complice anche la nuova era di prosperità in cui il mondo si era trovato catapultato negli anni Sessanta.
La fiaccola aveva viaggiato per l’Europa, il Nordamerica e l’Oceania. Era il momento di spostarsi nel quarto cerchio. Il C.I.O. aveva assegnato all’Asia i Giochi Olimpici già nel 1940. Tokyo avrebbe dovuto succedere a Berlino. Senonché il Giappone Imperiale aveva preferito confrontarsi con le altre nazioni sui campi di battaglia anziché su quelli di gioco. La dodicesima e la tredicesima Olimpiade rimasero nella mente degli Dei.
La bandiera dei cinque cerchi tornò a salire sul pennone soltanto nel 1948 a Londra. Il Giappone tornò ad essere uno stato sovrano e non più un paese sconfitto ed occupato militarmente dagli USA soltanto nel 1952. Nel 1956 fu ammesso alle Nazioni Unite. Più o meno nello stesso periodo il C.I.O. gli affidò i Giochi della XVIII Olimpiade.
Al pari di Germania e Italia, anche il Giappone conobbe alla fine degli anni cinquanta una crescita economica impetuosa sfruttando le congiunture favorevoli degli investimenti americani e della necessità di creare punti di forza e non di debolezza ai confini del blocco occidentale con quello sovietico. Nel 1964, il mondo aveva perso quelle sue illusioni circa la fine della Guerra Fredda che avevano contribuito a rendere magici i Giochi di Roma. John Fitzgerald Kennedy aveva incontrato il suo destino a Dallas. Giovanni XXIII lo aveva preceduto di poco. Nikita Kruscev non sarebbe sopravvissuto a quell’anno, almeno non come capo supremo dell’URSS.
Ma il Giappone ci teneva ad accreditare a livello internazionale una nuova immagine di paese che cavalcava la modernità, dovunque essa portasse. E ci riuscì alla grande. Con una spesa di circa 600 milioni di euro, il paese del Sol Levante si presentò al mondo all’altezza della situazione. Dopo Roma, Tokyo fu un’altra finestra aperta sul futuro. Dello sport e di tutto ciò che vi aveva cominciato a ruotare intorno.
Yoshinori Sakai, il ragazzo di Hiroshima
In Estremo Oriente si presentarono 94 nazioni, dieci più che a Roma, per effetto della decolonizzazione che aveva preso il via soprattutto in Africa. A fronte di ciò, oltre cinquemiladuecento atleti, paradossalmente circa duecento in meno che a Roma. Meno di settecento le atlete donne. Più di mille giornalisti, 600 fotografi e 500 cineradiooperatori. Per la prima volta un satellite americano consentì la trasmissione in simultanea dell’evento in tutto l’emisfero settentrionale del pianeta.
La cerimonia di apertura il 10 ottobre 1964 fu una delle più suggestive e significative di sempre. L’ultimo tedoforo che entrò nello stadio olimpico con la torcia in mano diretto verso il braciere era Yoshinori Sakai, un ragazzo nato ad Hiroshima 19 anni prima, il 6 agosto 1945 alle ore 9,15 ora locale, esattamente un’ora dopo il lancio di Little Boy, la prima bomba atomica della storia, da parte del bombardiere Enola Gay. La bandiera dei cinque cerchi fu issata su un pennone che misurava 15 metri e 21 centimetri di altezza, esattamente la misura con cui ad Amsterdam nel 1928 Mikio Oda aveva vinto nel salto triplo la prima storica medaglia d’oro nipponica. Quando il braciere fu acceso, nello stadio si levò un rullo di 10.000 tamburi, e 10.000 palloncini presero il volo, mentre nello stadio si diffondeva il profumo del crisantemo – il fiore nazionale giapponese – e nel cielo cinque jet dell’aeronautica militare lasciavano la propria scia disegnando i cinque cerchi di Olimpia.
Le Olimpiadi di Tokyo riproposero vecchi eroi e ne crearono di nuovi. Abebe Bikila bissò il successo nella maratona, anche se in una cornice meno suggestiva di quella dei Fori Imperiali. Al Oerter, il discobolo americano, fece sua la medaglia d’oro nella terza Olimpiade consecutiva. Così come il canottiere sovietico Vlaceslav Ivanov ed il cavaliere tedesco Hans Winkler nell’equitazione. Esplosione – ovvia - del Giappone nel Judo, per la prima volta ammesso ai Giochi, e nella lotta.
Cominciò a delinearsi una tendenza alla specializzazione, secondo cui gli U.S.A. primeggiavano nell’atletica leggera e nel nuoto, mentre l’U.R.S.S. raccoglieva allori nell’atletica pesante e in tutte quelle discipline considerate minori perché meno appetibili dallo sport professionistico che ormai la faceva da padrone in Occidente. Nel nuoto, Don Schollander si laureò degno erede di Johnny Weissmuller vincendo come lui quattro ori. Nel pugilato, se Roma aveva fatto scoprire al mondo Cassius Clay nel frattempo diventato Mohamed Alì, Tokyo gli trovò il più degno avversario del futuro, Joe Frazier, capace di vincere la finale con la mano sinistra fratturata. Il sovietico Valeri Brumel vinse per l’ultima volta il salto in alto utilizzando il cosiddetto stile ventrale.
Eugenio Monti
L’italiano Franco Menichelli cominciò l’avventurosa storia della ginnastica italiana vincendo l’oro nel corpo libero. Mauro Checcoli successe a Raimondo d’Inzeo nell’equitazione. Il ciclismo azzurro fece strage di medaglie. L’Italia finì quinta nel medagliere, confermando una tendenza del nostro sport che stava vivendo un’epoca d’oro. Nei Giochi Invernali che erano stati assegnati sorprendentemente ad Innsbruck, anziché alla località giapponese deputata ad essi per eccellenza, Sapporo, l’Italia non aveva mietuto allori. Ma un successo significativo l’aveva avuto. Eugenio Monti, atleta della squadra di bob a due, aveva vinto il Premio Speciale de Coubertin per aver compiuto un gesto di grande sportività. Aveva prestato un bullone al team inglese Nash-Dixon, che poi aveva vinto la medaglia d’oro. Nella storia di Olimpia si rimane anche così.
Quattro anni dopo, la fiamma olimpica si imbarcò in una nuova avventura, dai contorni apparentemente improbabili. Dopo essere andata ai confini del mondo, nell’Estremo Oriente, fu spedita in altura, là dove non aveva mai gareggiato nessuno. Fino ad allora. Il Messico aveva già avuto assegnati i Mondiali di Calcio del 1970. Per una volta prevalse il buon senso, si decise che gli stessi impianti potevano servire anche ai Giochi Olimpici. Fu una scelta che avrebbe fatto scuola, già dall’edizione successiva.
La XIX Olimpiade nacque sotto il segno della perplessità. La medicina sportiva non era ancora così progredita da conoscere gli effetti dello sforzo in altura. Un’altura di oltre 2.000 metri. Scienziati pro o contro i Giochi messicani si dettero battaglia a colpi di dossier fino a poche settimane prima della cerimonia di inizio. Quando eventi ben più tragici e protagonisti assai più sinistri entrarono a rubar loro la scena.
Tlatelolco, ottobre 1968
Dieci giorni prima dell’accensione del braciere olimpico, in Piazza delle Tre Culture a Tlatelolco, un quartiere di Città del Messico, la polizia aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti contro le ingenti spese sostenute dal governo per i Giochi e i Mondiali. Fu un massacro, con una stima non ufficiale di oltre cento morti, tra i quali per puro miracolo non venne ricompresa anche la nostra giornalista Oriana Fallaci, inviata del Corriere della Sera. L’impatto mediatico della strage fu tale da rischiare di far perdere al Messico i suoi Giochi a ridosso della loro apertura. Il conservatore americano Avery Brundage, lo stesso che trenta anni prima aveva avallato il titolo della Germania nazista a disputare le prime Olimpiadi propagandistiche della storia, salvò il Messico all’interno del C.I.O.
Il 12 ottobre 1968 a Mexico City si ritrovarono oltre 5.000 atleti in rappresentanza di 112 paesi. Il movimento sportivo olimpico cresceva con il progredire della decolonizzazione. Ma il mondo che si ritrovò davanti alla televisione a vedere le immagini che provenivano dalla terra dei Maya era un mondo assai cambiato rispetto a Tokyo.
La Primavera di Praga ed il suo soffocamento da parte dei carri armati sovietici, gli assassinii di Martin Luther King e Robert Kennedy in America, le barricate del Maggio francese con l’avvio ufficiale della contestazione del ’68, la recrudescenza dell’Apartheid in Rhodesia e Sudafrica, il dramma del Vietnam e quello del Biafra facevano sì che i Giochi Olimpici fossero carichi di angoscia e densi di significato al di là di quello strettamente sportivo.
Tommie Smith e John Carlos
Il segnale che il mondo era cambiato nuovamente e per sempre lo si ebbe durante la premiazione dei 200 metri piani. Primo e terzo, gli atleti di colore statunitensi Tommie Smith e John Carlos. Al momento dell’inno americano, entrambi alzarono il pugno chiuso guantato in segno di protesta – un segno ed una protesta che le Black Panthers di Angela Davis stavano rendendo famosi in tutto il mondo in quel periodo – e abbassarono la testa per non dover guardare la bandiera a stelle e strisce. Chissà che cosa avrebbe provato ad una simile vista il barone de Coubertin.
Lo stesso gesto, ma con valenza politicamente opposta, fu ripetuto dalla ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska, che abbassò la testa al momento dell’inno e della bandiera sovietica. La politica irrompeva nuovamente dentro il sacro recinto di Olimpia, con le sue buone e imprescindibili ragioni. Non ne sarebbe uscita mai più.
Il leggendario salto di Bob Beamon
Sportivamente parlando, furono le Olimpiadi dei tanti record battuti, proprio grazie all’aria resa rarefatta dall’altura. Bob Beamon fece quell’incredibile 8’90 nel salto in lungo che avrebbe resistito come record del mondo per 23 anni, fino a Mike Powell. Sulla pedana del salto in alto, si presentò un altro ragazzo americano semisconosciuto, Dick Fosbury, che avrebbe dato il proprio nome ad uno stile destinato ad ereditare il futuro, oltre che a valergli l’oro. Fosbury saltò per la prima volta di schiena. Da quel giorno l’Alto non fu più lo stesso.
Nei tuffi, l’altoatesino Klaus Dibiasi dette il via alla grande scuola italiana vincendo l’oro nella piattaforma e l’argento nel trampolino. Furono tra le poche medaglie di un’Italia precipitata giù nel medagliere di diverse posizioni. Giuseppe Gentile illuse tutti con il record del mondo nel salto triplo, che però in finale gli fu superato e gli valse solo la medaglia di bronzo. Per fortuna, a Grenoble nei Giochi Invernali, la sorte aveva ripagato Eugenio Monti del bel gesto di Tokyo consegnandogli ben due medaglie d’oro nel bob a due e a quattro.

La Germania tornò a gareggiare in versione doppia dopo tre olimpiadi come squadra unificata, con l’Est che superò l’Ovest nella classifica finale. Non era più tempo di distensione. La Guerra Fredda era tornata in pista. La tregua olimpica scricchiolava un po’ ovunque. A Mexico City si era gareggiato in ottobre. Quattro anni dopo i Giochi sarebbero stati anticipati a settembre. E sarebbe stato un settembre nero.

Storia delle Olimpiadi: Roma (1960)

Per abbracciare definitivamente la modernità, le Olimpiadi dovettero fermarsi nei luoghi dell’Antichità. La fiamma olimpica partì dal cuore della Grecia e arrivò nella Magna Grecia, a Siracusa, a bordo della motonave italiana Amerigo Vespucci. Da lì, la solita staffetta di tedofori la portò nella Città che l’attendeva da duemila anni, dove il braciere sacro a Zeus fu acceso il 25 agosto 1960.
Roma, Stadio Olimpico, 25 agosto 1960
Roma era stata la capitale del mondo al tempo in cui gli Dei erano scesi sulla terra per portare il fuoco sacro ad Olimpia. Tornò ad esserlo per quindici giorni in un momento in cui il mondo stesso per la prima volta tirava un sospiro di sollievo, credendo che la pace fosse arrivata una volta per tutte e che la storia da quel punto in poi sarebbe stata lo scorrere di una lunghissima tregua olimpica. Dopo Roma, le Olimpiadi non sarebbero state più le stesse, trasformate definitivamente nel fenomeno sportivo-mediatico che nel bene e nel male incanta il mondo ancora oggi.
La capitale di un’Italia che aveva appena concluso la ricostruzione delle macerie della guerra sia in senso materiale che morale, che aveva ristabilito una propria immagine internazionale positiva e dato avvio a quel fenomeno che sarebbe passato alla storia come boom economico, aspettava le Olimpiadi da sempre. Graecia capta ferum victorem cepit, aveva cantato il poeta latino Orazio, significando che la più raffinata civiltà ellenica aveva sì ceduto alle più potenti armi romane ma aveva conquistato la società stessa dei vincitori, rendendola simile a sé. All’epoca dell’Impero, i Giochi non si muovevano da Olimpia, era un qualcosa che neanche l’Imperatore poteva ordinare. Roma si prendeva tutto, ma le Olimpiadi no.
Ere geologiche più tardi, il tempo di Roma sembrava giunto nel 1908. Il Regno d’Italia aveva vinto la lotteria delle designazioni da parte del C.I.O., ma il Vesuvio aveva eruttato e l’emergenza aveva sconsigliato lo Stato italiano a dar corso alla manifestazione, che aveva ripiegato su Londra. Da allora, tanta acqua era passata sotto i ponti sul Tevere. Finché la mano del designatore del C.I.O. si era nuovamente posata su quel punto della cartina geografica dove secondo Virgilio Enea aveva sbarcato i suoi compagni superstiti di Troia.
Nel 1960, il mondo aveva bisogno di celebrare la propria festa in una cornice adeguata quanto poteva esserlo la città d’arte più grande e più antica del mondo, la Hollywood sul Tevere dove la vera Hollywood appena poteva si trasferiva. La Guerra Fredda sembrava finita, con l’Unione Sovietica in mano al destalinizzatore Nikita Kruscev, il Vaticano nelle mani del Papa Buono Giovanni XXIII e gli Stati Uniti dove stava facendo campagna elettorale presidenziale un ragazzo di origine irlandese che parlava di nuova generazione, Nuova Frontiera, nuove opportunità per tutti, John Fitzgerald Kennedy.
L'arrivo di Livio Berruti nei 200 metri
Nel 1960, le Olimpiadi avevano bisogno di fare un salto di qualità, diventando veramente la manifestazione sportiva più importante di un mondo che cominciava a preferire il confronto sulle sue piste, le sue vasche, i suoi campi da gioco in luogo di quelli di battaglia. Sovietici e americani stavano prendendo gusto alla corsa alle medaglie d’oro, piuttosto che a quella alle testate nucleari, per dimostrare comunque la superiorità del proprio sistema su quello degli altri. Il sogno di de Coubertin stava morendo, eppure era più vivo che mai. A Roma arrivarono ottantaquattro nazioni, quasi la metà di quelle presenti allora sul mappamondo. Circa cinquemilaquattrocento atleti, il doppio di quelli che avevano partecipato alle più fortunate tra le edizioni precedenti. Il barone sarebbe stato felice di questo, un po’ meno del fatto che la maggior parte di questi atleti erano dichiaratamente professionisti, o in procinto di diventarlo. Magari nella variante comunista del dilettantismo di stato.
Nel 1960, Roma era la splendente capitale di un paese invidiato, studiato e imitato. Il modello di sviluppo economico italiano, dopo la fase degli anni 30 in cui aveva affascinato i regimi dittatoriali di Germania e Unione Sovietica, adesso si poneva come un faro per tutti quei paesi del Mediterraneo e dell’America Centromeridionale che volevano uscire rapidamente da una condizione di agricoltura arretrata verso una industrializzazione a tappe forzate e dirette dallo stesso Stato.
Wilma Rudolph la Gazzella Nera
In un’epoca in cui l’ottimismo diffuso nella società e la sostanziale assenza di grossi scandali (o forse magari attenuati nelle conseguenze dal diffuso benessere sociale) portavano a vedere soprattutto il lato positivo delle cose, Roma e la giovane repubblica italiana si buttarono a capofitto nell’impresa olimpica, consapevoli che era un potentissimo motore di ulteriore progresso e modernità. La Capitale fu trasformata dai lavori di realizzazione di strutture e infrastrutture necessarie alle Olimpiadi ma che poi sarebbero rimaste in dote alla cittadinanza. Già nel 1954, con la nascita del Comitato Costruzioni Olimpiche, si era iniziata in città la campagna di lavori pubblici che le avrebbe dato il suo volto definitivo ed attuale.
Il governo fascista aveva iniziato la costruzione di una metropolitana per mettere la capitale italiana al pari di quelle europee più avanzate. Iniziata nel 1938, era stata interrotta più volte a causa della guerra; il primo tratto – di superficie - fu terminato a metà anni cinquanta, mettendo in collegamento la Stazione Termini con il quartiere dell’Esposizione Universale Romana del 1937, rimasto poi come centro direzionale appunto denominato EUR. In questa zona furono costruite numerose strutture olimpiche, come il Palazzo dello Sport, il Velodromo, la Piscina delle Rose e i campi del Tre Fontane. Ma il fulcro principale di esse fu concentrato a nord dello Stadio Flaminio, con la costruzione del nuovo Stadio Olimpico.
Le Olimpiadi di Roma furono le prime in mondovisione. La capitale italiana rimessa a nuovo entrò in tutte le case in tutti gli emisferi del pianeta. In Italia, il primo boom di vendita di apparecchi televisivi in bianco e nero si registrò allora. Gli appassionati poterono seguire l’Olimpiade per la prima volta senza recarsi allo stadio o agli impianti. Furono doppiamente fortunati, perché quella di Roma fu una grande Olimpiade.
Nino Benvenuti
Mentre USA e URSS si disputavano i vertici del medagliere, con la vittoria finale dei sovietici, l’Italia era destinata a finire terza con 13 ori (che eguagliavano il successo di Los Angeles) e con altrettante figure che hanno lasciato il segno nella storia e nella leggenda dello sport italiano e mondiale. Adolfo Consolini, il discobolo oro a Londra che aveva pronunciato il giuramento olimpico, celebrò la sua quarta olimpiade. Edoardo Mangiarotti, lo schermitore, fece altrettanto, con l’aggiunta di una medaglia d’oro di squadra nella spada, che lo portò a superare il record storico di Paavo Nurmi, per 13 medaglie a 12.
Poi furono giorni di gloria per Livio Berruti, che nei 200 metri interruppe un dominio statunitense che durava da 30 anni. Per Nino Benvenuti, campione olimpico nel pugilato categoria pesi medi, e per Francesco De Piccoli e Francesco Musso campioni nei piuma e nei massimi. Per Raimondo e Piero d’Inzeo, i fratelli primo e secondo nel concorso di equitazione a ostacoli. Per lo schermitore Giuseppe Delfino nella spada individuale. Per il ciclista Sante Gagliardoni (2) e per le squadre a cronometro, inseguimento e tandem. Per il Settebello che ripeté l’impresa di Londra 1948 riconquistando una insperata medaglia d’oro.
Il mondo, dal canto suo, non stette a guardare. Furono le Olimpiadi di un ragazzo di colore che iniziò a stupire la platea e gli addetti ai lavori con la sua tecnica che sembrava mutuata dal volo di una farfalla. Cassius Clay cominciò la sua leggenda sportiva e umana a Roma, anche se - incredibile a dirsi – quella volta non vinse il premio speciale della giuria per il pugile dotato di miglior tecnica, che andò al nostro Benvenuti.
Cassius Clay al villaggio olimpico
Furono le olimpiadi della Figlia del Vento. A Wilma Rudolph, l’atleta di colore che gareggiava con un piccolo apparecchio di correzione ortopedica, mancò solo il salto in lungo per ripetere al femminile l’impresa di Berlino di Jesse Owens. Vinse 100, 200 e staffetta 4x100, e soprattutto incantò il mondo con la sua prestanza fisica che le valse il soprannome di gazzella nera.
Furono le Olimpiadi dell’etiope scalzo. Abebe Bikila era un sergente dell’esercito del Negus Hailé Selassié. I romani l’avevano visto allenarsi al di fuori del villaggio olimpico familiarizzando con la figura smunta di questo atleta degli altopiani africani che correva come correva la sua gente, senza scarpette. E che quando tagliò il traguardo della maratona, posta sotto la suggestiva cornice dell’Arco di Costantino, stabilì il nuovo record olimpico in 2h15'16".
Furono le Olimpiadi del primo caso di doping accertato. O quasi.  Durante la cronometro a squadre di ciclismo, il danese Knud Enemark Jansen si accasciò privo di vita. La colpa ufficiale fu data ad una insolazione. I rumors parlarono da subito di qualcosa di diverso. E per la prima volta quella parola del vocabolario inglese entrò nell’uso comune, oltre che nelle cronache sportive.
L'arrivo di Abebe Bikila sotto l'Arco di Costantino
Quando l’11 settembre 1960 il braciere olimpico si spense, rimasero comunque negli occhi degli spettatori di tutto il mondo le immagini di una grande kermesse sportiva senza precedenti. Eroi di cui la stampa avrebbe cantato a lungo le imprese. Ma soprattutto rimasero negli occhi di tutti le immagini di una città di cui forse nessuno, che non avesse fatto studi classici, sospettava l’esistenza, passata o presente.

Roma riprese il suo posto nel mondo e nella storia grazie alle Olimpiadi del 1960. L’Italia si avviò ad un decennio di sviluppo e prosperità grazie all’impulso economico ed all’ottimismo instillati nel suo corpo sociale dalle Olimpiadi. Gli italiani cominciarono a credere che si poteva vivere, e vincere, anche senza un regime. La nostalgia di quegli anni e di quell’ingenuo ottimismo non si è mai spenta. E non sono mai stati abbastanza rimpianti.