sabato 18 giugno 2016

In memoria di Corso

«Non c'è mai differenza tra l'amore che si legge in un fotogramma e quello che si sente nel cuore. Non credo che ci sia molta differenza tra quello che filmo e quello che vivo». Era vero. Aveva davvero un gran cuore Corso Salani, anche se fu proprio il cuore a tradirlo, lasciandolo a terra quella sera di metà giugno di sei anni fa sul lungomare di Ostia.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di avere avuto Corso Salani come amico fin dagli anni della adolescenza. Corso era un po' come Firenze, la città dov'era nato nel 1961 (oggi avrebbe avuto 55 anni). Un mix originalissimo di talento artistico e di umanità capace di rinnovarsi ogni giorno e di mostrare sempre nuovi aspetti di sé nei momenti più impensati anche a chi ci aveva fatta l'abitudine per la lunga consuetudine.
Corso Salani poteva essere estroverso e timido nello stesso tempo, con un universo di cose da esprimere dentro di sé e la capacità di esprimerle in mille modi diversi, e tuttavia mai soddisfatto di quelli più comuni, tradizionali, sempre alla ricerca di forme espressive sue, particolari, che prendevano di sorpresa anche chi le
aveva viste nascere fin dai primi scherzi tra amici.
Di quegli amici di vecchia data, nessuno si era sorpreso quando Corso aveva comunicato la sua intenzione di intraprendere la carriera artistica nella Decima Arte, il Cinema. Quello era il suo mondo e il suo destino, lo sapevamo tutti. Neppure sorprese la sua scelta di dedicarsi al cinema indipendente, dopo alcune prove d'attore non indifferenti come quel Rocco Ferrante che costituisce lo splendido alter ego del giornalista Andrea Purgatori nel Muro di Gomma di Marco Risi, 1991. Alzi la mano chi non si è commosso dal profondo del cuore quando nelle scene finali Corso-Rocco-Andrea detta il suo pezzo dal telefono fuori del tribunale dove il muro di gomma è stato per la prima volta sfondato.
Il cinema che interessava a Corso, che era nelle sue corde, era tuttavia un altro. Era il cinema indipendente, estremamente personalizzato, intravisto già nella sua opera prima Voci d'Europa, del 1989. Era quella commistione tra documentario e fiction, tra osservazione della realtà e sua rappresentazione poetica che avrebbe pervaso la sua opera fino ai suoi ultimi giorni, trovando la consacrazione nei Confini d'Europa, quei corto-mediometraggi in cui aveva riversato la sua celebrazione delle land's end del nostro continente come luoghi limite dello stesso spirito umano, di incontro delle diverse incomunicabilità e del proprio sentirsi comunque fuori posto, spaesati.
Come sembrava lui, a volte, quando lo incontravi al bar dove ci ritrovavamo da ragazzi, di fronte a scuola. Per poi sembrarti un attimo dopo perfettamente a suo agio, nel cuore di una città che come lui non c’è più.

Muore giovane chi è grato agli dei.

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