venerdì 12 dicembre 2014

La Fiorentina che purtroppo ti aspetti

Che fosse una partita che da parte fiorentina nessuno aveva voglia di giocare (e pochi anche di andare a seguire dal vivo) lo si vedeva lontano un miglio. La squadra viola era già prima classificata nel girone di qualificazione. La testa, come aveva esplicitamente dichiarato Marcos Alonso in conferenza stampa alla vigilia, era al prossimo impegno di campionato, in quel di Cesena. C’era solo, come si suol dire in questi casi, da onorare maglia e impegno. Valori peraltro un po’ demodè, ultimamente, per non parlare del rispetto del pubblico pagante. Il quale nella circostanza era comunque assai scarso, malgrado la campagna promozionale fatta quasi porta a porta dalla stessa ACF Fiorentina. Con buona pace di tanti discorsi sul nuovo stadio.
La realtà, come spesso succede non solo nel calcio, ha superato la fantasia. Vincenzo Montella non “teneva il genio”  – come si dice dalle sue parti – di mettere in campo una squadra per questo ultimo turno preliminare di Europa League per di più utilizzando le cosiddette seconde linee. Giocatori che – ormai è chiaro – lui non sente suoi, non li ha chiesti, “non li vede”.  Questi giocatori peraltro hanno dimostrato di ricambiare appieno la cortesia. Lungi dal sentire l’impegno come un’occasione per mettersi in mostra e far ridiscutere al mister certe gerarchie, sono scesi in capo compassati come per una partitella d fine allenamento estivo.
Ne è venuta fuori una passerella per la Dinamo Minsk, che ha messo in campo una tecnica passabile e la voglia di liberarsi del “cucchiaio di legno” nel girone – per usare un termine rugbistico – sorprendendo questa Fiorentina B presuntuosa e imbevuta di una sufficienza a cui hanno fatto degna cornice gli spalti del Franchi in gran parte deserti. I tifosi sono rimasti avvedutamente in gran parte a casa propria, allineandosi nel pronostico alla pay per view che all’ultimo momento ha preferito la partita del Napoli per la trasmissione in chiaro. Pochi pronostici sono risultati più azzeccati. I pochi che sono accorsi allo stadio hanno battuto le mani o fischiato più che altro per riattivare la circolazione e scaldarsi.
Unici segni di vita questa tifoseria giustamente surgelata nel fisico e nell’anima sembra averne dati soltanto in occasione dell’ingresso in campo del giovane Minelli al posto di Cuadrado (e il ragazzino ha fatto di tutto per ripagare gli applausi di incoraggiamento) e poi di quello di Josip Ilicic messo all’inizio della ripresa al posto di un inconcludente Gomez quando già la Fiorentina stava sotto di un gol (e lo sloveno ha fatto di tutto per meritarsi i fischi con cui é stato accolto).
Simone Minelli, talento emergente della Primavera viola, si è meritato la convocazione in prima squadra a suon di gol e di belle prestazoni. Entrato al 25’ al posto di un Cuadrado che non aveva meritato fino a quel punto né infamie né lodi (e che per fortuna non ha sofferto infortuni) il ragazzino non ha dato il tempo al pubblico di chiedersi cosa fosse successo gettandosi subito nel vivo del gioco con personalità, buona classe individuale, senso della posizione e dei movimenti. Solo l’emozione prima e la bravura del portiere Gutor poi gli hanno negato la gioia di un eurogol all’esordio, come era successo la scorsa stagione a Ryder Matos. Ma il numero 43 ha dimostrato comunque buoni numeri anche in prospettiva, venendo infine premiato dalla splendida azione personale che allo scadere ha fruttato a Marko Marin l’assist per una comoda realizzazione del gol della bandiera viola.
Per il resto, notte fonda oltre che fredda. Proprio Marin è stato la delusione principale della serata, gelando – è il caso di dire – gli entusiasmi di chi aveva chiesto a gran voce il suo impiego non solo in questo test match ma anche nelle prossime gare dei viola. Il tedesco ha lasciato scarsi segni su questa partita (gol a parte) e non ha affatto impressionato. Sempre leggero, poco incisivo e quasi mai pronto a dare via il pallone di prima come aveva dimostrato di saper fare nelle precedenti brevi apparizioni, si può dire che non ha fatto rimpiangere Borja Valero, almeno nella versione attuale dello spagnolo. Per l’ex promessa di Germania sicuramente una grossa occasione persa.
Male la difesa, due volte sorpresa dagli onesti pedatori bielorussi grazie al riaffiorare di antiche lacune (cambiando i fattori, cioè gli uomini, il prodotto non cambia). Sul primo gol subito Kontsevoi è stato lasciato spaventosamente libero nell’area piccola da una dormita generale. Sul secondo, il contropiede di Adamovic che libera Nikolic solissimo a centro area e gli permette un comodo “tap in” è invece un classico per una difesa che – come ha dimostrato anche venerdi scorso – è difficilmente superabile quando è schierata (e concentrata) ma lo è spesso invece quando viene presa in velocità dalle ripartenze avversarie. Tatarusanu stasera è stato tutto sommato esente da colpe, non ha fatto miracoli, del resto non gli venivano chiesti. Nell’immediata vigilia è arrivata comunque la notizia del rinnovo di Norberto Neto. Il che, francamente, rasserena abbastanza l’animo visti gli attuali chiari di luna.
Badelj, Kurtic, Lazzari stasera non hanno avuto altra ragion d’essere in campo che quella di far chiedere a tutti che senso ha avuto l’ultima campagna acquisti. A ciò si aggiunge un Mario Gomez piantato in terra come un colonnino di cemento, un Cuadrado che miracoli anche lui non ne fa più (e magari adesso dopo la condizione fisica sta compromettendo anche il proprio morale). Ilicic è sempre Ilicic, spendere altre parole sarebbe sparare sulla Croce Rossa.
Vincenzo Montella è stato per tutta la partita una via di mezzo tra una statua di sale e il Dustin Hoffman di “Rain man”. Difficile dire cosa si agiti dentro di lui, se qualcosa stasera si agitava. La sua assenza di reattività è in qualche modo preoccupante, e non si spiega certo con lo scarso valore di questa partita dal punto di vista dei tre punti. In compenso il suo gioco ormai appare sedimentato su livelli ormai distanti da quelli impreziositi a suo tempo dai vari Jovetic, Rossi e Borja Valero prima maniera.

Mai pausa invernale fu più tempestiva. A primavera, quando la Coppa riprenderà con i trentaduesimi di finale e con cinque italiane in lizza, speriamo che tra queste sia la Fiorentina ad aver ritrovato una ragione di sé migliore di quella con cui ha salutato questa prima fase. Domenica intanto a Cesena è attesa da una versione ancora più agguerrita di questa Dinamo Minsk che alla fine è l’unica ad aver voglia di trattenersi ancora in questo stadio Franchi ormai deserto nella fredda notte fiorentina.

mercoledì 10 dicembre 2014

Caso Loris, lo spettacolo della giustizia



La scena è quella ormai vista e rivista più volte, quella dell’arresto del “mostro” e del suo trasferimento in carcere, tra le urla e gli insulti della folla inferocita, i flash dei fotografi e le parole spese a fiumi – e spesso a sproposito – dei programmi di informazione e approfondimento-intrattenimento.
A tarda notte dell’8 dicembre, dopo un lunghissimo interrogatorio, i giudici inquirenti decidono il fermo della sig.ra Veronica Panarello, madre del piccolo Loris, la povera vittima di otto anni trovata morta il 29 novembre in un canale nei pressi del Mulino Vecchio a Santa Croce Camerina, in provincia di Ragusa. Il bambino è stato ucciso, l’autopsia non ha lasciato dubbi, e l’unica persona che può ricostruirne in qualche modo le ultime ore di vita è appunto la madre, che sostiene di averlo lasciato nei pressi della scuola.
Ma la versione della donna viene ben presto messa in discussione dagli inquirenti, tante e tali risultano essere le contraddizioni con quanto rilevato nel corso delle indagini. In soli nove giorni la Procura di Catania acquisisce indizi tali da poter disporre l’arresto della madre di Loris e da poter dichiarare praticamente il caso chiuso, da un punto di vista strettamente investigativo. Già, perché a questo punto a norma del nostro ordinamento comincia la fase della convalida dell’arresto, dell’incriminazione, del rinvio a giudizio e del processo, una fase estremamente lunga e complessa, in cui solitamente in Italia tutto finisce per complicarsi, quello che sembrava semplice, chiaro, risolto, in realtà non lo è più e il “ragionevole dubbio” finisce per insinuarsi nelle coscienze di tutti.
Ma lasciamo la magistratura e le forze dell’ordine al loro lavoro, con la speranza che stavolta il risultato finale sia più confortante (per quanto può esserlo accertare la verità giudiziaria circa un delitto efferato come quello commesso ai danni del piccolo Loris Stival) non soltanto per loro ma anche e soprattutto per noi cittadini. Quello che interessa in questo momento è rilevare come una volta di più insieme alla macchina giudiziaria si sia messa in moto quella che vorremmo ancora continuare a chiamare dell’informazione, e che invece ormai possiamo far rientrare mestamente in quella del puro e semplice show business.
Lo spettacolo della “vita in diretta”, così definibile dal nome di una delle tante trasmissioni che in questi anni hanno invaso le nostre case – volenti o nolenti – con le immagini dei drammi più atroci e dei delitti più infami sottolineate e commentate con discorsi e toni da talk show salottiero, ha preso subito il via a reti praticamente unificate. Gli attori di questo spettacolo, in studio e sul campo, tutti al loro posto come statuine del Presepio. Analisi e commenti tutti sulla falsariga del fiume di parole che scorre ormai inarrestabile dai tempi di Garlasco, Avetrana, Brembate, e più ancora indietro nel tempo.
Dai giorni di Girolimoni è passato quasi un secolo, ma certe cose non cambiano, si adeguano solo ai nuovi mezzi tecnologici. Il “mostro” è di nuovo in prima pagina, l’audience si impenna e l’intrattenimento è assicurato. E pazienza se alla fine di questi rituali collettivi a telecamere accese qualcuno – non tutti, e neanche forse i più -  si accorge che da una le vittime rimaste a terra sono diventate due. La prima quella povera creatura di otto anni, di cui forse non sapremo mai (e forse è un bene) di quali sofferenze sono stati costellati i suoi pochi anni appunto trascorsi su questa terra, ed in particolare le ultime atroci ore. La seconda quella nostra coscienza di cittadini e quella nostra cultura giuridica che hanno agonizzato per anni e che ora sono arrivati praticamente alla frutta.
Volente o nolente, chi scrive alla fine si imbatte come tutti nel programma di approfondimento (non c’era praticamente altro in televisione ieri sera) e coglie alcune battute scambiate tra cronisti, esperti, opinion leaders, intrattenitori e conduttori. Quanto basta per capire che siamo davanti al ripetersi del solito dramma.
Dove l’avevamo visto l’ultima volta? Ah, sì, a Brembate, a metà giugno, il “mostro” allora si chiamava Bossetti, praticamente incastrato dal DNA per l’omicidio Gambirasio, questione di poco tempo per metterlo in cella e buttare via la chiave. Allora fu il noto conduttore di uno dei più importanti telegiornali italiani a leggere la sentenza in apertura di trasmissione, sembrando rendere superfluo il successivo – e a quanto pare arduo – lavoro di magistrati inquirenti e giudicanti. A sei mesi dal fermo, non esiste ancora alcun riscontro oggettivo della colpevolezza di Bossetti (che fu “arrestato”, ma non “fermato”, c’è differenza, anche se incomprensibile ai più di coloro che vivono sotto il cielo di questo paese), che è tutt’ora in carcere ma non più vicino di sei mesi fa a vedersi confermare la propria colpevolezza da prove e riscontri oggettivi. Inutile dire che anche il popolare conduttore è ancora alla guida del suo telegiornale, per non parlare del Ministro dell’Interno che sbandierò euforicamente ai quattro venti l’arresto del mostro di giornata.
Stavolta non si tratta di un TG, ma di un programma di approfondimento. Il nome non serve, è stato visto comunque da tanta gente, e poi uno vale francamente l’altro. Cioè poco. Lo schema è lo stesso, il conduttore alterna sapientemente gli ingredienti della suspence, dando ora la linea agli esperti in studio oppure ai colleghi sul campo. I criminologi presenti provano a contestare il castello accusatorio in ragione dei numerosi particolari della vicenda ancora non chiariti e invitano alla cautela, ma vengono ben presto travolti dalla marea montante della indignazione popolare. Non solo quella espressa dalle urla di sottofondo ascoltate mentre scorrono le immagini dell’arresto della Panarello tra due ali di folla che non mancano mai. Se la rabbia popolare si può capire almeno a livello viscerale, un po’ meno comprensibile infatti è la giornalista navigata e di gran fama che se ne fa interprete e si autonomina giudice: “non ci sono attenuanti, non posso perdonarla, non lo farò mai”.
Ecco fatto, giudice, giuria e boia. Si può risparmiare il processo. In compenso questa trasmissione avrà tante repliche, perché la tigre della rabbia della gente alimentata da dolore e paura da un lato e dalla pressoché totale ignoranza di qualsiasi nozione giuridica dall’altro va cavalcata fino in fondo. E’ uno sporco – e remunerativo – lavoro, e qualcuno deve pur farlo. Ma non è tutto, linea all’inviato, che legge il decreto di fermo. Stavolta chi ha disposto l’arresto dell’indiziato di reato ha inteso prevenire la fuga di notizie che sempre si accompagna al lavoro delle nostre autorità da che queste esistono. Nel modo più semplice, inserendo il testo di alcune intercettazioni telefoniche nello stesso decreto, poi diffuso alla stampa.
Lo abbiamo già scritto in passato, ci hanno rovinato – oltre agli studi compiuti in un’epoca in cui c’era ancora meno “relativismo culturale” e più rispetto per le materie che si insegnavano e studiavano rispettivamente – i troppi telefilm americani visti. Law and Order, quegli ambienti asettici dove l’arrestato è innocente fino a prova contraria, la colpevolezza viene stabilita dalle prove, le prove si formano in un giudizio legalmente allestito nell’apposito tribunale, la sentenza viene emessa da una giuria popolare composta di dodici pari dell’imputato. E qualunque infrazione al codice – o anche una sua semplice cattiva interpretazione – costa all’accusa, cioè allo Stato, cioè a noi, non solo la perdita dell’azione intentata all’imputato ma anche una probabile responsabilità civile, se non addirittura penale.
Ieri sera, come già in passato, non c’era quasi nessuno a ricordare al popolo italiano seduto in poltrona la semplice verità che tuttavia ci distingue ancora per poco dalle bestie: che Veronica Panarello, ci stia simpatica e ci risulti credibile o meno, è innocente fino a prova contraria; che nessuno doveva fare quei discorsi e quei commenti, mostrare quelle immagini e leggere quelle risultanze di indagine in pubblico.
Dentro le nostre coscienze di spettatori ex-cittadini, lo spettacolo della vita e della morte in diretta ha fatto una nuova vittima che verrà tumulata insieme alla salma del piccolo Loris: la giustizia, che comunque vada a finire anche questa ennesima indagine ormai in Italia non ha più nessuna credibilità.

martedì 9 dicembre 2014

L’inverno del nostro scontento



Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht parlando di cose più serie del calcio. Firenze ha scoperto negli ultimi anni di avere un bisogno disperato di eroi, proprio nel calcio (nella vita comune lasciamo stare, l’unica personalità di rilievo prodotto da diverso tempo a questa parte ha già preso la strada di Roma e attende l’ardua sentenza dei posteri se la sua sarà vera gloria o meno).
L’elettroshock del 2002, con il fallimento e la retrocessione di diversi piani della società e l’allestimento di un’altra a tamburo battente il tutto nel giro di un mese scarso, ha prodotto una specie di schizofrenia negli addetti ai lavori e negli aficionados che gravitano intorno al mondo viola.
Da un lato la parte cosciente della psiche collettiva fa mostra di aspirare ad un avvenire tranquillo, perfettamente incarnato dalla gestione dei Della Valle e degli uomini del loro staff: niente più voli pindarici verso le alte vette della classifica, ma neanche niente più scivoloni (o quasi) nel baratro di quella bassa; né infamia ma nemmeno lode, quarti posti come Champion’s League, autofinanziamento e fair play finanziario, terzo tempo spesso più importante (e a volte più appassionante) dei primi due regolamentari.
Dall’altro lato c’è l’inconscio, quella parte insopprimibile e sempre riaffiorante della nostra personalità individuale che collettiva, che in fondo di tutto ciò non si accontenta per niente, e sogna il ritorno della cavalleria, di eroi e squadroni che sappiano rinverdire i fasti di quelli del passato, che nessuno almeno tra le generazioni non proprio di primo pelo ha dimenticato, Né vuole o può dimenticare.
Si tratta di conciliare, per usare termini cari al Presidente in pectore Mario Cognigni (il Richelieu di questo regno dellavalliano) l’azienda con il cuore, la fruizione di uno spettacolo moderno in ambito sportivo con il tifo (sempre uguale e intramontabile, al di là dei discorsi e dei distinguo) per la propria squadra del cuore, la ragione ed il sentimento, la clientela con la passione, ovviamente sfrenata come si conviene alle passioni migliori.
Ecco allora, per farla breve, che un Fiorentina-Juventus come quello andato in onda lo scorso 5 dicembre – una delle peggiori e più noiose edizioni a memoria d’uomo viola, ma anche, crediamo, bianconero – subisce un processo forse inevitabile di trasformazione, quasi di canonizzazione, diventando un’epica battaglia in cui i “nostri” hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo, schiacciando le Armate delle Tenebre per buona parte del match a ridosso del loro fortilizio, spalle al Nero Cancello. E pazienza se verso quel Cancello i nostri eroi sono riusciti a scagliare i loro dardi infuocati appena una volta, imitati peraltro dal “nemico”. E’ stato nel mezzo della mischia – dice ancora Cuor di Tifoso – che si è visto il valore dei nostri prodi che a colpi di mazza ferrata hanno messo sotto i blasonati cavalieri avversari.
Siamo vecchi, probabilmente, oltre che infarciti di letture classiche. Questa parodia che sterza verso l’ironia vuole solo esorcizzare, nel ricordo e soprattutto nelle conseguenze, una delle più brutte partite viste all’Artemio Franchi, già Stadio Comunale, già Stadio Giovanni Berta da quando Fiorentina e Juventus si affrontano nella massima serie italiana. In un processo quanto mai necessario di autocoscienza collettiva bisognerebbe rendersi conto che le formazioni messe in campo dal Guardiamarina Montella e dal Mister Allegri (per ora di nome ma non di fatto) sono due copie sbiadite di quelle che nella passata stagione dettero più volte spettacolo proprio su questo palcoscenico e in varie competizioni, e da copie sbiadite si sono comportate. Per non parlare di gloriose antenate del passato con i quali è francamente difficile trovare rapporti di parentela.
Lasciando stare una Juventus che stasera cerca per l’ennesima volta di riallacciare un discorso del calcio italiano con il calcio internazionale praticamente interrottosi bruscamente dopo il 2007 (ultima vittoria nostrana di un trofeo continentale), è della squadra viola che preme qui e adesso parlare. Dicendo chiaramente che le iperboli usate dopo la partita con gli “odiati” bianconeri fanno bene forse a dei cuori raggelati dall’inverno incipiente e da un avvio di stagione non molto confortante, ma non ne fanno per niente a quella ragione necessaria a seguire un’impresa come quella che si pone davanti a questa Fiorentina, nella risalita di posizioni in classifica.
E’ un campionato assai strano, la corsa al terzo posto dietro bianconeri e giallorossi è al momento una specie di derby della Lanterna, e già questo la dice lunga sul fatto che qualcosa non sta funzionando nel modo in cui eravamo abituati. Arrancano senza continuità Napoli, Lazio, Milan ed Inter, arranca soprattutto lo squadrone che a Ferragosto spezzò le reni al Real Madrid vendicando la finale di Coppa dei campioni del 1957, per poi perdersi miseramente ai primi scontri di campionato.
La Fiorentina di questa prima parte della stagione è – per usare un’altra citazione classica – un enigma avvolto in un mistero. Costruita, o per meglio dire confermata, sull’ipotesi del tridente Rossi-Gomez-Cuadrado, si è ben presto ritrovata con il solo colombiano per di più reduce da un’estate appesantita dalla partecipazione ai Mondiali e dalle insistenti e comprensibili voci di mercato. Un Juan Guillermo Cuadrado non al meglio della forma e che tutti ormai conoscono e su cui raddoppiano è a tutt’oggi l’unica risorsa della Fiorentina per saltare l’avversario e andare in porta.
Il Mario Gomez riaffacciatosi in squadra dopo il secondo infortunio è anch’egli un giocatore in cerca della condizione, con la differenza che se lasciato solo là davanti senza l’appoggio di una seconda punta si perde, non fa reparto, non segna e non fa segnare. La seconda punta, se va bene, tornerà a marzo, o forse addirittura l’anno prossimo, per adesso il meglio che può fare Pepito è raccontarci le sue appassionanti memorie. Degli altri, Bernardeschi gli fa compagnia in infermeria e Babacar non può giocare a fianco a Supermario, ma semmai piuttosto al suo posto. Questo è l’attacco con cui la Fiorentina dovrebbe dare l’assalto alla zona Champion’s, ordinato una volta di più con voce roboante da Andrea Della Valle in queste ore. Con quali prospettive si è visto per esempio proprio nello scontro casalingo con quel Genoa che adesso è terzo in solitaria e che qui è stato messo sotto senza remissione per 90 minuti.
Fin qui l’enigma, relativo ad una squadra che non è più una novità per gli avversari, che ha diversi uomini misteriosamente fuori condizione (visto che ben pochi di essi sono stati in Brasile tra giugno e luglio) e che ha le polveri bagnatissime in attacco. Poi c’è il mistero, rappresentato dalle scelte tecnico-tattiche di Vincenzo Montella. Che non avrà ricevuto sicuramente all’avvio del campionato le risorse che si aspettava e probabilmente aveva chiesto, ma che spesso e volentieri ha mostrato di non aver le idee chiarissime su come schierare quelle che bene o male si è ritrovato. E che – è bene dirlo – per un campionato squinternato come è ridotto il nostro non sono affatto malaccio.
Dal “Brillante” esordio dell’Olimpico di Roma alla lunga insistenza sul “falso nueve” (e forse falso giocatore in assoluto, almeno per la serie A) Ilicic, all’altrettanto lungo ostracismo a Joaquin (regolarmente il migliore in campo da quando è rientrato, malgrado l’età), al recente accantonamento di quell’Aquilani che era parso una spanna più in su di tutti sia come classe che come rendimento fino a poco tempo fa, sono tanti i misteri che il Guardiamarina Montella dovrebbe chiarire. Principalmente poi ci sarebbe la questione di cosa vuole fare da grande, e se vuole ancora farlo qui a Firenze (magari con la società che fa la sua parte con altrettanta chiarezza e tempismo). Intanto, tra i segnali confortanti va registrato il timido tentativo di abbandono di quel modulo di gioco comunemente conosciuto come tiki taka, che qui ha funzionato soltanto nei giorni migliori di Stevan Jovetic e di Giuseppe Rossi, due giocatori capaci di far fronte alle difficoltà di gioco con i propri mezzi personali. E la registrazione di una difesa che è seconda soltanto a quella della capolista Juventus (e guarda caso l’unica cosa che ha funzionato a dovere nel match del Franchi sono state appunto le due difese.
La rimonta al campionato non sarebbe un’impresa, per qualche grande Fiorentina del passato o anche per qualche buona Fiorentina degli ultimi anni di Della Valle, compresa quella della scorsa stagione. Rischia di essere troppo per questa, per la quale tutto dovrebbe filare per il verso più che giusto da qui alla fine, e francamente “tutto” pare un po’ troppo. Poi nulla vieta ai tifosi di illudersi di assistere a prestazioni “magistrali” degli attuali Pizarro, Borja Valero e Matias Fernandez, per tacer di Gomez e Cuadrado (che almeno lui però in porta ci tira una volta a partita). Nulla vieta di illudersi di stare guardando ancora Eraldo Pecci, Giancarlo Antognoni, Roberto Baggio, Gabriel Batistuta. O che il duello Chiellini-Gomez è paragonabile a quello tra Garzena e Virgili, o tra Gentile e Graziani, o anche tra Tudor e Batistuta. Et similia.
Nulla vieta, ma non aiuta, non fa affatto bene. Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi. E qui a Firenze, e forse in tutta Italia, non è più tempo di eroi.

sabato 6 dicembre 2014

La madre di tutte le bruttezze

Secondo la mitologia pagana nordica su cui il Cristianesimo si è innestato al pari di quelle mediterranee, non sono Gesù Bambino né la Befana a portare doni nella notte magica, ma bensì San Nicola, o Saint Nicklaus, Santa Claus, Babbo Natale che dir si voglia. Il Santo cadeva appunto ieri, e la Fiorentina gli aveva chiesto in dono una cosa sola: poter ripetere nel gioco e nel risultato la partita dell’ano scorso contro l’avversario di giornata, la “madre di tutti gli avversari”, la Juventus, anche quest’anno capolista e più che mai avversaria storica di tutto ciò che è viola da queste parti.
Aveva chiesto di ripetere la partita perfetta, la Fiorentina, ma forse – come sanno bene tutti i bambini del mondo – c’è un limite anche alle possibilità (o alla volontà) di Babbo Natale. Intanto bisogna vedere se sei stato bravo e ti sei meritato il dono richiesto. E qui per la Fiorentina casca subito il primo asino. C’è chi dice che rispetto ad un anno fa ci siamo rinforzati per il solo fatto di aver tenuto i migliori e preso rincalzi efficaci, c’è chi dice invece che un anno è passato invano sul progetto di squadra vincente, ma pesantemente sull’efficacia della squadra attuale. Ormai la Fiorentina e le sue armi migliori le conoscono tutti, a cominciare da questa Juventus che ancora ha negli occhi e nelle orecchie il tripudio viola di un anno fa, 20 ottobre 2013, quella che Giuseppe Rossi nel suo libro di memorie appena presentato ha definito l’apoteosi.
Lasciando ai posteri l’ardua sentenza sul mercato viola, sta di fatto che sul prato del Franchi – contornato come di consueto da una di quelle splendide coreografie che solo la Curva Fiesole sa allestire – scendono alle 20, 30 di questo 5 dicembre 2014 una Fiorentina ed una Juventus che oggettivamente sono delle copie pallide, sbiadite di quelle viste all’opera un anno fa. I bianconeri, che il nuovo mister Allegri sta cercando in tutti i modi di mantenere sullo standard elevatissimo lasciatogli in eredità da Antonio Conte, hanno la preoccupazione dello scontro di Champion’s da “dentro o fuori” con l’Atletico Madrid di martedi prossimo, e lasciano in panchina Tevez e Morata.
Chi li ha seguiti inoltre dice che non sono nel loro momento migliore di forma.
I viola di Montella il loro momento migliore lo stanno cercando dall’inizio della stagione, finora lo standard è stato più basso rispetto ad un anno fa e non solo per la mancanza di Pepito, costretto alla fisioterapia ed alla stesura appunto delle memorie. Ma le ultime uscite hanno un po’ rincuorato l’ambiente. Le due rivali storiche si trovano in un momento in cui alla borsa del campionato le azioni viola sono in rialzo, mentre quelle bianconere sono – diciamo così – momentaneamente stazionarie.
Ci sarebbe di che attendersi veramente un nuovo spettacolo. Allegri sente il fiato sul collo della Roma e non fa mistero di voler vincere, anche a ranghi ridotti. Montella, per l’occasione e per la pioggia che si riversa sul Franchi in versione guardia costiera nordamericana, schiera i suoi al meglio, badando a quel “sodo” riscoperto nelle ultime gare di campionato e coppa. 3-5-2, Basanta, Savic e Gonzalo davanti a Neto, Alonso, Borja Valero, Pizarro, Matias Fernandez e Joaquin in mezzo, Cuadrado e Gomez davanti. Fa discutere l’ennesimo accomodamento di Aquilani in panchina, anche se la fiducia accordata all’eroe di Cagliari Mati Fernandez ha una sua ragion d’essere. Dall’altra parte, oltre al capocannoniere, l’apache Tevez, ed a Morata va in panchina Marchisio. Per il resto Juventus as usual, la difesa è schierata al completo e Pirlo è come di consueto in cabina di regia, il solo Llorente lasciato davanti con l’appoggio occasionale della promessa francese Coman.
Ecco, in tutta questa lunga premessa c’è Forentina-Juventus. Mai tante e tali attese furono poi così disattese. O forse sì, altre volte, vien da pensare a quello 0-0 casalingo che forse costò ai viola lo scudetto nel 1982 o a quell’altro che quattro anni fa fu il punto più noioso e anche più basso della sfortunata gestione Mihajlovic. Quello di ieri sera è stato probabilmente ancor più deludente, perché la Fiorentina almeno all’apparenza ha messo in campo tutto il suo attuale “furore agonistico” e la sua capacità di far gioco. Per la Juventus, difficile dire se si è accontentata o se anch’essa non poteva e non sapeva fare di più.
Ne risulta una partita bloccata a centrocampo con rarissimi sprazzi di gioco offensivo, e con molte sportellate. Tipo quelle fatte senza complimenti per tutto il primo tempo da Gomez e Chiellini, sotto gli occhi vigili dell’arbitro bolognese Rizzoli, lo stesso di un anno fa. Il direttore di gara è restio a tirare fuori i cartellini per sanzionare i tanti interventi assai rudi che occorrono nel mezzo del campo, poi dopo aver rotto il ghiaccio con Pizarro (tra le proteste di uno stadio ovviamente poco benevolo verso i colori bianconeri) non ha più remore e alla fine gli ammoniti saranno cinque, tre bianconeri (Chellini, diffidato, Ogbonna e Pogba) e due viola (il Pek e Cuadrado).
Tiri in porta? No, grazie, sembrano dire le due squadre che si annullano in mezzo al campo. Anzi due ce ne sono, come mosche bianche o particelle di sodio in acqua Lete. Uno (il primo in assoluto) di Evra neutralizzato da Neto al 3’ della ripresa e uno di Cuadrado da fuori area più tardi al 20’ respinto in tuffo da Buffon. Poi basta, tanto agonismo fine a se stesso, poco gioco, molti falli. Alcuni cambi tutto sommato ininfluenti: Allegri non resiste a mettere dentro Tevez, nella speranza che gli inventi qualcosa, ma nulla da fare, i tre difensori viola oggi non concedono nulla, ne sa qualcosa Llorente che non ha visto palla.
Dall’altra parte, stessa sorte tocca a Mario Gomez e Cuadrado, ai quali Chiellini e Bonucci concedono veramente poco. Dapprima Montella toglie il tedesco per Babacar, al quale però non tocca miglior sorte. Poi è Cuadrado a farsi male all’anca, il colombiano esce in barella ed al suo posto entra Kurtic (pochi minuti da dimenticare i suoi), infine Aquilani rileva l’esausto Joaquin, anche oggi forse il migliore in campo insieme ai difensori e ad un Neto che si dimostra sempre attento, ormai padrone della sua area di rigore su punizioni e spioventi occasionali. Marchisio per Pirlo e Padoin per Pereyra completano le sostituzioni in casa juventina. Cambiando i fattori non cambia il risultato, noia e stanchezza la fanno da padrone.
Alla fine il fischio finale di Rizzoli arriva come una liberazione. Tanto più che pochi istanti prima Pizarro ha gelato il sangue allo stadio facendosi colpire la mano aperta e distante dal corpo da una pallonata ravvicinata in area di Pogba. L’involontarietà dell’azione è talmente evidente che anche gli stessi juventini hanno il buon senso di non protestare più di tanto. Ma quanti arbitri avrebbero resistito alla tentazione di applicare pedissequamente il regolamento e concedere un rigore che i commentatori spesso definiscono di quelli “che si possono dare”?

Per fortuna della Fiorentina, Nicola Rizzoli di Mirandola, Bologna, dimostra che non si arriva ad arbitrare una finale mondiale per caso, e va a dritto per la sua strada consentendo a questa partita di terminare con il risultato più giusto e più meritato – o immeritato, se si vuole – da ambo le parti. E’ uno 0-0 che muove la classifica, dicevano i vecchi commentatori di una volta. Muove anche tanta nostalgia, anche questa da ambo le parti, sia chiaro. Forse dopo il trittico di partite pirotecniche degli ultimi tre anni Fiorentina-Juventus ci aveva abituato male, a ben altri spettacoli. Ma forse, non è più tempo d’eroi, nemmeno qui al Franchi. Nemmeno tra viola e bianconeri, una volta la madre di tutte le partite.

domenica 30 novembre 2014

Cagliari finalmente viola

Se Verona è il centro benessere della Fiorentina, Cagliari è la sua Nemesi. La parola, di origine greca, significa evento negativo che si verifica puntualmente dopo un periodo positivo. A Cagliari, insomma, si perde, anche nelle annate migliori. Al Sant’Elia, ma anche a casa nostra a Firenze, contro il muro dei rossoblu si sono quasi sempre infranti i nostri sogni. Dai tempi di Gigi Riva, che strappò via dalle maglie viola il secondo scudetto, a quelli di Franco Selvaggi, che impedì sempre ai viola di cucirsi sulle maglie il terzo.
Per citare soltanto gli episodi più famosi, perché ce ne sono stati altri nel tempo. Nella scorsa stagione fu proprio il Cagliari a segnare in negativo una stagione viola che avrebbe dovuto essere trionfale. All’andata, i rossoblu picchiarono come fabbri, tra le vittime ci fu proprio Maro Gomez che fu messo fuori gioco per due terzi di campionato. Al ritorno la rincorsa al terzo posto di una Fiorentina che aveva imparato a fare a meno delle sue punte fu frenata da una brutta prestazione in Sardegna al cospetto di rossoblu scatenati.
Nemesis è un termine che implica un destino negativo che non si può scongiurare. O quasi. Viene il giorno in cui tuttavia si può affrontare il destino e rovesciarlo, se lo si affronta senza fatalismo. Oppure se semplicemente si schierano in campo le proprie forze con intelligenza e determinazione. Mettendo dentro gli uomini più in forma e motivandoli a dovere.
Qualcosa è scattato nella testa di Vincenzo Montella. Finito il periodo delle “dimostrazioni” tese a significare a società e tifosi quanto scontento fosse della squadra che si ritrova in mano per la terza stagione, dopo l’ultima sosta della Nazionale è arrivato per lui finalmente il momento di ottimizzare quella squadra, di farla rendere al meglio, visto che poi tanto male non è, specialmente in un campionato ormai mediocre come il nostro.
E così, reso il doveroso tributo con tanto di abbraccio al suo vecchio allenatore dei tempi romani Zdenek Zeman, non gli ha offerto però il cortese omaggio già fatto ad altri di bloccare le potenzialità offensive della squadra viola con “falsi nueve” ed altre amenità, ma ha messo sul terreno di gioco i migliori, incitandoli a ripetere le ultime prestazioni di Verona e Guingamp (quest’ultima almeno per il primo tempo).
Neto, Savic, Gonzalo, Basanta e Alonso sono in questo momento il meglio che la Fiorentina ha in difesa. Il miglior centrocampista, Aquilani, va a sedersi in panchina, ma i Borja Valero, i Pizarro e i Mati Fernandez che vanno in campo oggi sono decisamente migliori di quelli visti finora dall’avvio di questo campionato. Davanti Joaquin e Cuadrado sono quanto di meglio abbiamo in attacco, lo spagnolo che non sente lo scorrere del tempo ed il colombiano che smania per ritornare al suo tempo migliore, quello della scorsa stagione. Mario Gomez poi ha bisogno di ridiventare Mario Gomez, e per farlo deve giocare più che può.
Formalmente sarebbe un 3-5-2, di fatto è come nei primi minuti a Guingamp una Fiorentina che sta ritrovando confidenza con possesso palla e schemi di gioco offensivo, che aggredisce le partite prima che gli avversari aggrediscano lei, che finalmente mette la palla in rete alla prima occasione o quasi, senza farsi avvilire da occasioni sprecate in serie. Il Cagliari di Zeman, rispetto a quello della scorsa stagione, picchia molto meno e gioca molto di più. Fino al 50° minuto, è perfettamente in partita. Una partita equilibrata e finalmente divertente, che i viola hanno il merito di indirizzare subito dalla loro parte ma che se i rossoblu fossero più bravi o forse più fortunati potrebbero riacchiappare in virtù del loro gioco fatto di ripartenze micidiali. Ibarbo è un’ira di dio, Savic, Basanta e Gonzalo devono fare gli straordinari per chiudere su di lui, Pisano, Cossu e Farias.
Ma stavolta la Nemesi distribuisce il suo favore ai viola, regalando loro una delle vittorie in trasferta più eclatanti della loro storia, quasi a compensazione di tante delusioni passate. Stavolta la Nemesi riporta in auge personaggi quasi dimenticati, o sulla via di esserlo. Il migliore in campo è Joaquin, Montella ormai non ci dirà mai cosa aspettava ad impiegarlo. Lo spagnolo sembra tornato la Furia Rossa di un tempo, la sua prestazione fa quasi impallidire quella di Cuadrado, che tuttavia si danna l’anima per liberarsi dai suoi ritardi attuali, fisici e mentali, oltre che dei raddoppi avversari, ed alla fine ci riesce alla grande.
Il punteggio viene sbloccato però dal funambolo cileno che ha brillato a Firenze solo per brevi periodi. Qualcuno già etichettava Matias Fernandez come giocatore da calcio a cinque. L’ex Colo-Colo prende in mano la situazione fin dal primo calcio di punizione, piegando quasi le mani al portiere rossoblu Cragno. Sul secondo, il ragazzo di Fiesole trapiantato in Sardegna si fa sorprendere dalla traiettoria alla Rui Costa del cileno. La palla finisce in rete, Mati viene abbracciato dai compagni mentre spedisce un bacio a qualcuno. La porti un bacione a Firenze, o almeno a chi ha creduto in lui fino ad adesso.
La Fiorentina potrebbe giocare a questo punto in contropiede, ma proprio non le è congeniale. Il gioco ormai è quello, possesso palla ed accelerazioni. Almeno, quando è svolto con la padronanza di oggi, è un gioco produttivo. Il Cagliari potrebbe farle male con Ibarbo e lo sciagurato Farias, che ad inizio ripresa si mangia due gol fatti, salvati alla disperata dal soldato Savic. La legge del calcio si conferma in questo caso implacabile: gol mancato gol subito. Il Cagliari meriterebbe il pareggio ma la Fiorentina sta meritando di rimanere in vantaggio. Un’azione insistita dei viola, una delle tante, si conclude fuori area sui piedi del buon Mati, che si ricorda di avere i numeri per tirare in porta e lo fa. E’ la sua giornata, quella che forse ricorderà a lungo. Rasoiata all’angolino sinistro di Cragno, due a zero, Fiorentina che vede allontanarsi lo spettro di Guingamp ed al suo posto appressarsi una cavalcata trionfale.
Il Cagliari accusa la mazzata e con il calo di fiato e di morale mette in mostra i limiti del calcio di Zeman. Per i viola nella difesa rossoblu si apre un’autostrada a quattro corsie. Appare chiaro a questo punto che in contropiede la Fiorentina può segnare una sporta di gol. Montella ritarda i cambi, le cose per i suoi vanno talmente bene che ha quasi una remora a togliere uno qualsiasi dei suoi pezzi. Alla fine entra Aquilani a razionalizzare il possesso palla a centrocampo a spese dei numeri di Mati Fernandez, l’eroe di giornata. Joaquin rimane in campo, spesso nelle azioni di ripartenza si fa addirittura vedere come il più lesto a rovesciarsi in area avversaria. Borja sembra ritrovare a poco a poco la confidenza con la regia avanzata, un suo break a metà ripresa meriterebbe miglior sorte della ciabattata che Mario Gomez indirizza in curva.
Non c’è tempo di disperarsi per Marione. Il suo problema è solo psicologico, per due volte ha anche tolto di porta la palla scagliata da compagni, ci sarebbe di che avvilirsi. Ma il ragazzo di Germania ha carattere, alla fine gli capita la stessa palla che a Verona era finita sulla traversa. Stavolta Supermario si fa mezzo campo fino davanti al portiere avversario. Lì giunto, ha ancora lucidità per ignorare Joaquin meglio piazzato e per spedire nell’angolino sinistro. Un gran gol, che come dirà lui stesso dopo la partita gli leva dalle spalle un peso immane. Dopo oltre 250 giorni il tabellino del suo score torna a muoversi, il sorriso torna sul suo volto, i pugni al cielo.
Sul tre a zero, Montella decide che è il caso di mettere la testa alla Juventus, che renderà visita alla Fiorentina venerdi prossimo. Savic e Cuadrado sono diffidati. Dapprima è il serbo a lasciare il posto al connazionale Tomovic, poi è il colombiano ad uscire per Vargas, ma non prima di aver segnato in contropiede il quarto, splendido gol, con un tocco potente e piazzato alla sua maniera.
Va tutto bene alla Fiorentina adesso. Perfino l’arbitro Calvarese dirige senza sbavature, neanche lontano parente del Calvarese che nella scorsa stagione fece infuriare Firenze regalando al Napoli una vittoria immeritata e beffarda. Il resto lo fanno gli attaccanti rossoblu che proprio non ce la fanno a mettere nella porta viola il gol della bandiera, malgrado la Fiorentina non infierisca più, né in attacco né in difesa. Un quinto splendido gol viene annullato comunque ad Aquilani per fuorigioco, peccato per il gran tiro al volo del numero 10 su assist preciso di Pizarro.
Finisce così, la Fiorentina si ritiene paga dei doni della Nemesi, non infierisce e non affonda più. Meglio tenere qualche colpo in serbo per venerdi prossimo. Arriva la Juve, come si è detto, per la madre di tutte le partite. Nel frattempo, la zona Europa League è a tre punti, quella Champion’s –occupata dal sorprendente Genoa di Gasperini (come dire, si potrebbe anche fare) – è a soli quattro.

E’ un campionato assurdo, stranissimo. Sognare o disperarsi è questione di un attimo. Se il tempo dei capricci è finito, se gli uomini migliori stanno tornando, forse qualcosa si può combinare davvero.

Quando la Toscana abolì, prima al mondo, la pena di morte

«Abbiamo veduto con orrore con quanta facilità nella passata Legislazione era decretata la pena di Morte per Delitti anche non gravi, ed avendo considerato che l'oggetto della Pena deve essere la soddisfazione al privato ed al pubblico danno, la correzione del Reo figlio anche esso della Società e dello Stato, della di cui emenda non può mai disperarsi, la sicurezza nei Rei dei più gravi ed atroci Delitti che non restino in libertà di commetterne altri, e finalmente il Pubblico esempio; che il Governo nella punizione dei Delitti, e nel servire agli oggetti ai quali questa unicamente è diretta, è tenuto sempre a valersi dei mezzi più efficaci col minor male possibile al Reo ...avendo altresì considerato, che una ben diversa Legislazione potesse più convenire alla maggior dolcezza, e docilità di costumi del presente secolo.....Siamo venuti nella determinazione di abolire come Abbiamo abolito con la presente Legge per sempre la Pena di Morte contro qualunque Reo.. »
Alla fine, il Secolo dei Lumi produsse il suo progresso di civiltà più alto. Non lo fece a Parigi, dove i Philosophes e gli Enciclopedisti dall'inizio del XVIII secolo spargevano i semi che stavano per far deflagrare la Rivoluzione Francese. Non lo fece a Londra, dove la Gloriosa Rivoluzione aveva prodotto da tempo un liberalismo che era già allora il “brodo di coltura” del mondo moderno e della libertà. Non lo fece nelle Colonie americane, dove proprio la libertà stava celebrando il suo primo trionfo, e uno dei più grandi della storia. Non lo fece a Vienna o a Berlino, dove la grande Maria Teresa o il grande Federico II avevano incarnato quel sovrano ideale che l'Illuminismo aveva sognato alla guida di un mondo pronto finalmente per uscire dalla barbarie dei secoli bui e a dare attuazione concreta ai precetti cristiani.
Lo fece in riva all'Arno, a Firenze. Il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, nono figlio della grande Imperatrice d'Asburgo e del duca Francesco di Lorena che aveva ereditato la corona degli ultimi Medici, fu davvero l'uomo del destino atteso per decenni dagli illuminati di tutta Europa. Alla vigilia della sua incoronazione, nel 1764, Cesare Beccaria aveva potuto pubblicare proprio a Livorno la sua opera leggendaria, Dei delitti e delle pene, la base filosofica del diritto moderno, che aveva come punto cardine del suo programma di riforma degli ordinamenti europei proprio l'abolizione della pena di morte.
Pietro Leopoldo, per i toscani Leopoldo I, regnò beneamato sul Granducato dal 1765 al 1790, quando la mancanza di eredi al trono asburgico lo richiamò a Vienna. Il suo breve regno come Imperatore annoverò altri successi, ma il nono figlio di Maria Teresa era destinato  a rimanere nella storia dell'umanità per quel suo decreto del 30 novembre 1786, quando ancora sovrano del solo Granducato aveva per primo posto fine alla più grande delle barbarie, che risaliva alla notte dei tempi.
E con lui la Toscana, che vanta molti primati storici in molti campi, ma che solo nel 2000 ha finalmente dato la giusta enfasi a quello probabilmente più importante, con la legge approvata dal Consiglio Regionale che istituisce la Festa della Regione Toscana, celebrata al pari di altre ricorrenze importanti con la sospensione delle lezioni scolastiche. Il primo anno, quello in cui si chiudeva il vecchio millennio carico di tanti orrori e si apriva quello nuovo carico di tante speranze, le campane a Firenze suonarono a distesa alle  17,00, ora in cui secondo le cronache fu promulgato l'editto granducale che aboliva “per sempre” la pena capitale, la tortura, la mutilazione e quant'altro di barbaro sopravviveva negli ordinamenti giuridici. Una festa in cui laicità e religiosità si incontravano finalmente senza rivalità, ma anzi con eguale soddisfazione.
Dopo più di due secoli, l'esempio di Pietro Leopoldo di Lorena e del piccolo Granducato di Toscana che rimise sotto i riflettori la città dove aveva preso il via il Rinascimento stenta ad essere seguito in un mondo per quasi tutto il resto globalizzato e in via di uniformazione di culture, usi, costumi. Secondo Amnesty International sono solo 89 gli Stati che hanno abolito completamente la pena di morte. In 68 Stati essa è ancora prevista dal codice penale ed effettivamente utilizzata (tra queste, gli Stati Uniti d'America, per molti altri aspetti pilastri della civiltà moderna), 30 Stati mantengono la pena di morte anche per reati comuni ma di fatto non ne hanno fatto uso per almeno 10 anni, in 10 Stati è in vigore ma solo limitatamente a reati commessi in situazioni eccezionali, ad esempio in tempo di guerra.

L'Italia abolì la pena di morte con la Costituzione del 1948. Prima, anche durante il regime fascista, era prevista soltanto in caso di attentato al Re e al Duce, oppure in caso di delitti particolarmente efferati. Di fatto non era stata comminata neppure in caso di regicidio. Quando Gaetano Bresci uccise Umberto I nel parco reale di Monza fu poi condannato all'ergastolo. E' uno dei pochi primati morali e culturali che sopravvivono al nostro paese, ed in particolare a quella tra le sue città che si vanta di aver dato origine alla sua lingua e a molta parte della sua attuale cultura.

venerdì 28 novembre 2014

Impresa viola in Armorica



Nel 50 avanti Cristo tutta la Gallia è occupata dai Romani… Tutta? No! Un villaggio dell'Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre ...
Cominciavano così le avventure di Asterix il Gallico, sceneggiate da René Goscinny e disegnate da Albert Uderzo. Quando ci deliziavamo da piccoli con le loro bandes dessinées, o fumetti, non potevamo mai immaginare che un giorno, nel 2014 dopo Cristo, di affrontare quella tribù di irriducibili galli sarebbe toccato nientemeno che alla Fiorentina, lungo la strada per la qualificazione ai sedicesimi di finale di Europa League.
Dai tempi di Giulio Cesare, il villaggio della Cotes-d’Armor, dipartimento della odierna Bretagna, ha perso molto del suo smalto, se è vero che la sua squadra di calcio, orgogliosamente denominata En Avant de Guingamp, ha fino ad oggi collezionato pochissime partecipazioni al campionato maggiore francese, la Ligue 1, e due sole vittorie della Coppa di Francia, l’ultima nel 2009 allorché militava nella Ligue 2, la serie cadetta d’Oltralpe.
Anche nella stagione in corso i bretoni non è che se la passino granché bene, se è vero che figurano attualmente al diciannovesimo e penultimo posto della classifica, in piena zona retrocessione. E il primo quarto d’ora della partita – decisiva per il passaggio del turno – che li oppone alla Fiorentina chiarisce subito perché. I viola arrivano allo stadio Roudourou forti dei dieci punti con i quali guidano il girone di eliminazione dopo quattro partite giocate, gliene basta un altro per avere la certezza del passaggio ai sedicesimi, con una vittoria il primo posto è al sicuro.
Vincenzo Montella opta per un turnover parziale ma doveroso, domenica la banda viola è attesa a Cagliari da un confronto tradizionalmente ostico, anche nelle annate migliori, cosa che questa in corso non è stata di certo almeno finora. Con Tatarusanu tra i pali, la difesa si schiera a quattro con Richards, Basanta, Tomovic e uno a turno tra Kurtic e Lazzari, anche se il modulo non è certissimo visto che lo sloveno più volte durante il corso della partita chiederà conferma al suo allenatore se il sistema di gioco è 4-4-2 o 3-5-2.
Il centrocampo fa a meno di un Pizarro ancora in cerca della condizione, spedito in tribuna, e di un Borja Valero che la sta lentamente ritrovando, spedito infreddolito in panchina. Al loro posto il redivivo Aquilani e Badelj, affiancati dall’ariete Vargas e da chi tra Kurtic e Lazzari non è indietro a dare mano alla difesa. In avanti, fiducia a Khouma El Babacar e al talento finora inespresso di Marko Marin, che in molti aspettano come possibile deus ex machina (tradotto in italiano, leva-castagne-dal-fuoco) in sostituzione di un ancora lontano Giuseppe Rossi.
Per la verità, nel primo quarto d’ora non c’è bisogno di parlare di schemi o di tattiche di gioco. La Fiorentina sorprende gli avversari avventandosi sulla partita con una foga e una lucida cattiveria che fanno stropicciare gli occhi ai suoi tifosi, sia i 300 giunti fino quassù nella fredda Armorica sia i moltissimi rimasti a casa ad assistere ad un altro passo in avanti verso la rinascita viola sugli schermi della Pay-TV (a proposito, pare che finalmente al prossimo turno tocchi anche alla Fiorentina essere trasmessa in chiaro, non è mai troppo tardi).
Dapprima Marin si mangia un gol quasi fatto con la porta spalancata in contropiede, poi – siamo ancora al sesto minuto -  una percussione di Babacar ribattuta alla disperata dall’estremo difensore francese Lossi finisce sui piedi giusti, quelli di Alberto Aquilani.  Il quale, come già altre volte in questa stagione quando è sollevato da compiti di regia arretrata, offre al mondo un saggio della sua classe e del suo genio calcistici evitando di tirare e porgendo un assist di giustezza all’accorrente Marin, che più che visto ha sentito arrivare alle sue spalle. Il tedesco di origine serba tocca nella porta semi-sguarnita altrettanto deliziosamente, prendendo Lossi in contropiede.
La Fiorentina in vantaggio non si mette subito comoda ad attendere la reazione degli spaesati padroni di casa, ma continua a tagliare il campo con le sue trame affilate come un rasoio. Pochi minuti dopo, al tredicesimo, viene pescato bene Vargas sulla sinistra. Ottimo controllo, cross da par suo sul quale si avventa da grande centravanti Babacar, che con tocco d’esterno veramente splendido fa due a zero all’angolino sinistro del portiere francese.
Ancora qualche minuto di gioco piacevole dei gigliati, per l’occasione in maglia bianca, ed è Lazzari a scottare le mani guantate di Lossi con un gran tiro da fuori area. Sugli spalti, la pattuglia del tifo viola pregusta la seratona. Ma è proprio in quel momento, verso la mezz’ora di gioco, che qualcosa si rompe nel giocattolo di Montella. I francesi progressivamente si svegliano dal loro stordimento, e capiscono che tutto è perduto fuorché l’onore, ed anche il punticino che in caso di pareggio loro e del PAOK che gioca a Minsk terrebbe vive le loro speranze di qualificazione. Non sono uno squadrone, ma sono la tipica squadra transalpina, veloce, leggera e tecnica, quando non confusionaria.
La Fiorentina dal canto suo forse crede di aver già archiviato la pratica, e comincia il graduale (ma neanche tanto) ritiro dei remi in barca. Dalle parti di Tatarusanu (che non è in serata, proprio adesso che arrivano insistenti le voci di un addio di Neto) cominciano a farsi vivi sempre più spesso i giocatori in maglia rossoblu. L’arbitro russo Eskov nel frattempo si ricorda che in tribuna è presente nientemeno che sua maestà Michel Platini e probabilmente ciò lo condiziona in negativo. Siamo sempre lontani dalla performance del norvegese Ovrebo quattro anni fa a Monaco di Baviera, ma anche il russo non scherza allorché al 43’ si inventa un rigore contro la fiorentina, con conseguente espulsione di Basanta per fallo da ultimo uomo su chiara occasione da gol.
L’unica cosa veramente chiara è che Marveaux entra in area viola e, cercando con mestiere l’appoggio sul difensore viola, non lo trova e perdendo l’equilibrio finisce a terra praticamente da solo. Ha un bel protestare la Fiorentina, Basanta deve guadagnare gli spogliatoi, sul dischetto va Beauvue, palla da una parte e Tatarusanu dall’altra.
Si va al riposo arrabbiati e con la partita riaperta. Ma anche preoccupati per il vistoso calo di concentrazione di una squadra viola che aveva sottovalutato i segnali di ripresa dei transalpini. Si aspetta la reazione dei ragazzi di Montella e di Montella stesso, sulla base del principio che a volte in 10 si gioca addirittura meglio, se si ha la giusta determinazione.
Marveaux va giù, Basanta va fuori, rigore
La ripresa invece è un calvario. Si gioca d una porta sola, quella della Fiorentina. Unica eccezione, una punizione che a un quarto d’ora dalla fine i viola si guadagnano nell’unica sortita oltre la metà campo riuscita loro. Vargas calcia anche bene, ma la barriera si muove in anticipo malgrado la schiuma depositatale davanti come da regolamento da Eskov, che peraltro fa finta di non vedere. L’arbitraggio del russo è a senso unico per tutto il tempo restante, eccezion fatta per un fallo da rigore su Schwarts apparso molto più netto di quello concesso nel primo tempo (la spinta di Savic oggettivamente c’è) e per il gol annullato a Diallo nei minuti finali per fuorigioco non facile da vedere. Effetto compensativo? Forse, sta di fatto che la Fiorentina alla fine non può proprio lamentarsi dei torti subiti, anche perché le occasioni per pareggiare del Guingamp, che la schiaccia nella sua metà campo per tutta la ripresa, sono veramente tante, e alcune clamorose.
Stavolta Montella azzecca i cambi, anche perché l’espulsione di Basanta li rende ovvi. Ma è Cuadrado subentrato al posto di Lazzari a non azzeccare la serata, risultando poco efficace e di scarso aiuto per i compagni sotto pressione. Anche Savic è sotto tono, e rischia nell’occasione del fallo su Schwarts di compromettere lo sforzo di una Fiorentina che cerca ormai di resistere con le unghie e con i denti fino al novantesimo, chiusa nel Fort Apache allestito dal suo vistoso calo fisico che fa seguito a quello di concentrazione.
Entra anche Alonso a rilevare un Badelj come di consueto senza infamia e senza lode, ma anche lo spagnolo può fare poco per raddrizzare la barca viola che fa acqua da tutte le parti. Con Babacar che gioca i venti minuti finali in preda ai crampi (ma siamo sicuri che le metodiche di allenamento di questi ragazzi siano quelle giuste?), i gigliati assistono praticamente inermi alla scorpacciata di gol praticamente fatti da parte di Beauvue ed alla clamorosa traversa  di Yatabaré, prima che Eskov annulli giustamente (ma vista l’aria che tira miracolosamente) il pareggio di Diallo a tempo quasi scaduto.
Alla fine, restano solo i tre punti che valgono il primo posto nel girone a prescindere, e la gioia dei tifosi viola sotto la postazione dei loro 300 coraggiosi supporters, tutti quanti consci dell’impresa realizzata quassù, nel villaggio degli irriducibili galli e in condizioni ambientali avverse. Per non parlare delle proprie, mentali, al limite della Caporetto.
Ci si rituffa in campionato. Domenica c’è una delle nemesi viola, quel Cagliari che tante volte ha posto bruscamente fine ai sogni viola. Il match di Guingamp, che doveva quasi essere defatigante in vista dello sbarco al Sant’Elia, è stato piuttosto preoccupante. Per aspera ad astra, speriamo.