venerdì 20 gennaio 2017

Il peggiore



La notte del 4 novembre 2008 si era chiusa un’epoca. Quello Yes we can gridato alla platea festante dei Democrats che riportavano il loro candidato alla Casa Bianca dopo gli otto anni controversi di George W. Bush sembrò a tutto il mondo in realtà molto di più della celebrazione di una vittoria elettorale. Era il pagamento di un debito che la storia aveva contratto con la razza umana molto tempo prima, quando il primo uomo aveva messo in catene un proprio simile per sfruttarne il lavoro gratis.
Otto anni dopo, si chiude un’altra epoca. Quando la storia decide di pagare i suoi debiti, spesso e volentieri lo fa in modo approssimativo, tardivo e ricorrendo alle persone sbagliate. Dispiace dirlo, considerato tutto ciò di cui era diventato simbolo, ma la vicenda di Barack Obama è diventata il paradigma delle illusioni disattese, tradite.
Alle Primarie democratiche del 2008, i debiti storici da pagare erano addirittura due. Gli Stati Uniti, la più grande potenza mondiale del nostro tempo, attendevano di decidere se portare finalmente nella loro stanza dei bottoni il primo colored o la prima donna. Se chiudere la plurisecolare questione razziale sviluppatasi attraverso la deportazione nel Nuovo Mondo degli schiavi africani, la Guerra Civile tra Nord e Sud e la segregazione razziale post emancipazione arrivata fino quasi ai giorni nostri. Oppure se dare riconoscimento al completamento dell’emancipazione femminile a cui, dai tempi delle Suffragette fino al ventunesimo secolo, mancava ormai solo la gratificazione dell’elettorato passivo, l’ottenimento della massima carica dello stato, la Presidenza degli Stati Uniti d’America.
Barack Husein Obama contro Hillary Rodham Clinton. Vinse il campione della causa dei Neri d’America. Il senatore dell’Illinois figlio di immigrati kenyoti rappresentava addirittura di più, con quella sua estrazione culturale musulmana che ne faceva l’incarnazione di una ulteriore rottura con il passato immediatamente precedente e lo scontro di civiltà capitanato da Bush jr. La campionessa della causa della parità di genere, la moglie dell’ex Presidente Bill Clinton, avrebbe dovuto attendere. E adesso sappiamo che dovrà farlo ancora.
L’America scelse e condizionò la storia, che pagò il suo enorme debito malamente. Malgrado le grandi aspettative che fecero subito di Obama una figura – almeno nelle intenzioni dei supporters – carismaticamente paragonabile agli altri grandi campioni della razza afroamericana, Mohammad Alì, Malcom X, Martin Luther King, il reverendo Jesse Jackson, Barack Obama non andò oltre quello stentoreo Yes we can gridato alla sua convention ed al mondo la notte della sua prima elezione.
Uomo dell’anno di TIME pochi giorni dopo quel voto storico, addirittura Premio Nobel per la Pace un anno dopo, l’uomo che aveva portato i negri finalmente ad esercitare il loro diritto di voto ed esteso loro addirittura il sogno americano si rivelò sin da subito l’incarnazione della più cocente delle delusioni. Armato del suo Si può fare, si lanciò in avventure improbabili e velleitarie, come l’Obamacare, lo stravolgimento della sanità privata da sempre connaturata alla mentalità dei suoi compatrioti e basata sul sistema delle assicurazioni. O come il ritiro delle truppe a stelle e strisce dall’Asia Minore e Centrale che non potevano più essere ritirate una volta spedite laggiù, essendo ormai l’unico diaframma tra la permanenza dell’equilibrio Est-Ovest sconvolto dall’attentato alle Torri Gemelle e la caduta di quella vasta area del mondo nelle mani di Talebani, Al Qaeda e poi Isis, con tutte le conseguenze del caso.
O come la guerra personale a quella mentalità della Frontiera connaturata ad ogni americano, che si sostanzia nel possesso e nell’uso di armi. O la politica di accoglienza ai migranti, nel caso specifico i messicani, molto oltre i margini di tolleranza di una popolazione che pochi mesi prima della sua elezione aveva cominciato a sperimentare sulla propria pelle gli effetti della crisi economica più devastante dai tempi del Giovedi Nero del 1929. O l’appoggio sistematico a tutte le leadership politicamente corrette ed economicamente devastanti, come quella – per dirne solo una - di Angela Merkel in una Unione Europea traballante e affamatrice.
E che dire di alcune comparsate, come quel video che ritrae il Presidente e la sua Vice, la Clinton passata nel suo staff dopo aver corso contro di lui alle Primarie, intenti ad una pantomima con tanto di smorfie da cinema muto la notte della presunta cattura ed eliminazione di Osama Bin Laden, il famigerato e impalpabile Sceicco del Terrore? E quel veramente insopportabile e stridente Job Well Done gridato alla folla a Ground Zero i giorni successivi, ad enfatizzare come un ranchero texano la morte del pericoloso bandito  senza rendersi conto che la frontiera su cui sparacchiava in area i colpi della sua colt non era quella dei film western di una volta, ma quella molto più pericolosa dello scontro di civiltà che lui ha finito per acuire molto più del predecessore che l’aveva aperto?
Barack Obama è stato l’uomo delle grandi speranze e delle ancora più grandi delusioni, rivelandosi inadatto a governarle. L’assunto che chiunque può diventare Presidente degli Stati Uniti purché nato in America con lui si è completato del corollario che purtroppo non bastano lo jus soli, il colore della pelle o la teatralità con cui si professano le proprie idee per essere adeguati a quella carica. Anzi, sono pochi quelli che alla fine si dimostrano tali, e Barack Obama non va in archivio come uno di questi.
La vittoria del suo successore, quel Donald Trump che giura oggi nelle mani della Corte Suprema come 44° successore di George Washington, ha vinto sconfiggendo non tanto Hillary Clinton quanto proprio lui in persona, e la sua eredità presunta. Spazzandone via illusioni e delusioni, e aprendo la porta ad un’epoca – se Dio vorrà – completamente diversa.
L’unica effettiva eredità di Obama, alla fine, è quella di aver favorito l’emancipazione non di una razza ma di una intera comunità nazionale. Da oggi, si può essere colored e nello stesso tempo incapaci. E lo si può far notare, da parte di chicchessia, senza essere più accusati di razzismo.

domenica 8 gennaio 2017

L'ultimo Granduca

Era stato un socialista atipico, nel pensiero e nei modi. Il primo della sua generazione forse a capire la necessità di modernizzazione di un partito che ancora oscillava irrequieto e instabile tra esperimenti di centrosinistra e tentazioni frontiste.
Lelio Lagorio si è spento ieri a Firenze alla veneranda età di 92 anni. Era nato a Trieste il 9 novembre del 1925, ma aveva eletto il capoluogo toscano a sua patria d’adozione ed il P.S.I. a sua patria politica. Erano gli anni in cui Pietro Nenni e gli altri capi storici del socialismo italiano abbandonavano faticosamente, dolorosamente e non senza ferite profonde difficilmente rimarginabili, la strategia del Fronte Popolare con il Partito Comunista abbracciata nel 1948 e si volgevano verso quello che fu il primo e forse più importante dei compromessi storici del nostro dopoguerra, il centrosinistra con la Democrazia Cristiana che trasformò il vecchio partito massimalista in un partito di governo.
Nessuno meglio di Lagorio sembrava incarnare la nouvelle vague socialista. Negli anni in cui Nenni diventava il primo membro socialista di un governo nazionale italiano dopo il 1947, Lelio Lagorio diventava sindaco di Firenze raccogliendo la pesantissima eredità di Giorgio La Pira. Fu un mandato breve il suo, pochi mesi prima di cedere il testimone ad un altro sindaco leggendario: Piero Bargellini, il sindaco dell’Alluvione.
Ma bastò perché Lelio Lagorio si facesse conoscere come politico di rilievo e come signore dai modi distinti, un gentleman di stampo britannico del quale la nostra politica annoverava e annovera tutt’ora ben pochi esempi.
Il suo momento venne nel 1970. Una classe politica che cominciava ad annaspare contro i venti nuovi della contestazione e della sempre maggiore richiesta popolare di diritti civili e politici si trovò costretta a dare attuazione finalmente alla più disattesa fino a quel momento delle previsioni costituzionali: l’istituzione delle amministrazioni regionali.
La Toscana era una regione che si prevedeva rossa, ma le urne elettorali dissero che il P.C.I. da solo non aveva i numeri per raggiungere la maggioranza dei 50 consiglieri assegnatile dalla legge. Il P.S.I. si rendeva necessario a tale scopo, e si fece pagare il conto chiedendo la Presidenza della Regione. Sapendo di avere l’uomo giusto.
Lelio Lagorio fu il primo dei Presidenti della Regione Toscana, quando ancora non si chiamavano – né pretendevano di chiamarsi – governatori. E fu un grande Presidente, che operò nel periodo delicatissimo dei massicci e spesso caotici trasferimenti di competenze dallo stato (con i decreti del 1972 e del 1977) sotto l’impatto dei quali le neonate amministrazioni regionali potevano rischiare di affogare prematuramente. Lagorio fu – e resta a tutt’oggi – un modello ineguagliato, nemmeno per approssimazione, dai suoi successori. Tanto da meritarsi, unico, l’appellativo (assai evocativo e significativo da queste parti) di Granduca.
Il Granduca che siedeva a Palazzo Budini Gattai, allora sede della Presidenza quando gli uffici della Regione erano disseminati un po’ per tutta l’area urbana di Firenze, governò con saggezza e stile la costruzione della macchina amministrativa regionale scegliendosi i funzionari giusti tra la miriade che i trasferimenti statali riversava nel cosiddetto ruolo regionale.
Nel 1978, ritenuto esaurito il suo compito e sollecitato a sfide ancora più importanti dalla politica romana, rimise il suo mandato candidandosi alle elezioni politiche dell’anno successivo. Il suo posto fu preso da un altro socialista, Mario leone, che lo tenne fino al 1983, quando un P.C.I. il cui peso in Giunta Regionale era stato consistentemente aumentato dalle avanzate elettorali degli anni settanta e dalla crisi degli alleati socialisti (ma solo a livello locale, perché a quello nazionale già la rottura craxiana con i vecchi compagni si stava facendo sentire) lo reclamò per il suo candidato Gianfranco Bartolini, il presidente operaio.
A Roma, Lagorio trovò un clima favorevole alla ripresa di esperimenti di centrosinistra, grazie all’azione – come si è detto – di Bettino Craxi e di quella parte della D.C. che stava rigettando il compromesso storico con il P.C.I. Nel 1980, per la prima volta, un socialista si ritrovò affidato il delicatissimo Dicastero della Difesa. Ormai la N.A.T.O. riteneva ammissibile ai propri Sancta Sanctorum un esponente del P.S.I., tanto più se questo esponente era una persona del prestigio e della caratura di Lelio Lagorio.
Fu ministro della difesa con Francesco Cossiga, e insieme a lui affrontò la tempesta successiva alla strage di Ustica, a cui Cossiga non sopravvisse. Lui sì, restando in carica con Arnaldo Forlani e poi con i premier laici Giovanni Spadolini e Bettino Craxi. Durante il suo mandato, gestì altre situazioni difficili da par suo, come la crisi degli Euromissili in Sicilia, nonché la delicatissima fase di avvio delle prime missioni militari italiane all’estero con tutto il carico di implicazioni non soltanto psicologiche ma anche costituzionali, in un paese che dopo l’8 settembre 1943 si era fatto scudo dell’art. 11 della Costituzione ben al di là del suo dettato specifico.
Fu lui a ripristinare la Parata del 2 giugno come Festa della Repubblica, ed ancora lui a varare a Monfalcone la prima portaerei della Marina italiana, la Garibaldi. Fu lui a presiedere addirittura il Consiglio dei Ministri europei della N.A.T.O.
Fu lui, nel 1980 in Irpinia in occasione del terremoto a far fronte al quale non era stata ancora istituita la Protezione Civile, a gestire di fatto la macchina dei soccorsi mettendo in campo un Esercito che in quella circostanza fornì indubbiamente una delle sue immagini e prestazioni migliori.
Nel 1983, chiese ed ottenne da Craxi l’incarico al più tranquillo, almeno in apparenza, Ministero del Turismo e dello Spettacolo, dove nei tre anni successivi legò il suo nome ad una riforma del C.O.N.I. attesa da tempo immemorabile ed alla legge sul Fondo Nazionale per lo Spettacolo, destinata ad assicurare per molti anni l'attività delle istituzioni della musica, del cinema e del teatro.
Dal 1986 al 1988 fu membro del comitato ristretto della Camera dei Deputati  per i Servizi Segreti e per il Segreto di Stato, e in questa veste gli toccò relazionare sull’episodio di Sigonella in cui aveva avuto parte come membro del Governo. Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica per iniziativa del Presidente Sandro Pertini, la sua carriera politica si era di fatto esaurita con la Prima Repubblica. Negli ultimi anni si era dedicato all’attività di storico e di pubblicista. Aveva pubblicato di recente L'Esplosione: storia della disgregazione del PSI e le sue memorie come Ministro della Difesa, L'Ora di Austerlitz.

La Toscana che da tempo ha smesso di essere il Granducato dice addio al suo ultimo Granduca. Della sua opera, consegnata ormai alla storia, non rimane pressoché niente nelle stanze sia della Regione che del Comune di Firenze. Tutto spazzato via dall’opera di successori difficilmente paragonabili a questo gentleman illuminato che aveva retto il timone della pubblica amministrazione locale in un età difficile, ma in cui ancora ci si illudeva che i grandi cambiamenti, se ben governati, potessero portare a grandi risultati.

sabato 7 gennaio 2017

La bandiera dei tre colori

La bandiera dei tre colori ha 220 anni. Il 7 gennaio 1797, il Congresso della Confederazione Cispadana adottò il tricolore bianco, rosso e verde come propria bandiera senza probabilmente immaginare che la sua scelta avrebbe avuto una portata storica ben al di là della contingenza del momento.



























La Rivoluzione Francese stava trionfando in Europa, esportata principalmente dalle armi del suo generale più talentuoso, e a breve più famoso: Napoleone Bonaparte. L’ambizioso soldato corso, che solo per un anno non aveva avuto i natali come cittadino della Repubblica di Genova, aveva lanciato nell’aprile 1796 la campagna d’Italia come geniale escamotage per mettere in ginocchio l’Impero Asburgico, principale avversario della Francia repubblicana e potenza dominante nella penisola italiana fino a quel momento.
Gli eserciti di Bonaparte sbaragliarono quegli austriaci un po’ dovunque, e alla fine di quell’anno buona parte dell’Italia settentrionale si era costituita in regimi repubblicani che chiedevano l’affiliazione alla casa madre francese.
La Lombardia era diventata la Repubblica Cisalpina, l’Emilia e la Romagna costituirono la Repubblica Cispadana, e adottarono un tricolore a bande orizzontali verdi, bianche e rosse. Che il Congresso cispadano riunito a Reggio Emilia sancì definitivamente il 7 gennaio 1797, dopo aver reso le bande verticali. In pratica, era il tricolore francese imbracciato dalla Marianna sulle barricate del 14 luglio 1789 a Parigi, con il verde sostituito al blu pare in omaggio alle divise della prima Guardia Nazionale repubblicana costituita dai patrioti milanesi. Poco dopo, Cisalpina e Cispadana si fusero, era il 27 luglio 1797, 9 Termidoro secondo il calendario della Rivoluzione. Rimasero la Repubblica Cisalpina ed il Tricolore bianco, rosso e verde che il deputato Giuseppe Compagnoni di Ferrara aveva fatto approvare a quello storico Congresso.
Napoleone incoraggiò tutti questi stati di fatto autocostituitisi in diritto perché gli premeva sostanzialmente di lasciare una situazione la più stabilizzata possibile alle spalle del suo esercito che scendeva al sud verso lo Stato della Chiesa ed il Regno di Napoli. Il quale nel frattempo si apprestava a diventare anch’esso una Repubblica rovesciando i Borbone ed adottando un suo proprio tricolore, a bande blu, gialle e rosse.
In realtà, a Bonaparte la causa dell’indipendenza italiana (che fu proprio lui storicamente a ridestare dopo oltre un millennio di quel servaggio di cui aveva lamentato Dante Alighieri il perdurare nella Divina Commedia) premeva assai meno delle proprie fortune personali. L’uomo che avrebbe trasformato la Prima Repubblica nel Primo Impero aveva le idee chiare fin dall’inizio, i patrioti italiani erano un alleato prezioso nella campagna per la demolizione dell’Impero Asburgico che ingessava l’Europa di allora, e li avrebbe sostenuti fintanto che gli faceva comodo.
A Campoformio, nell’ottobre di quel fatidico 1797, non esitò a porre fine alla gloriosa millenaria storia della Repubblica di Venezia consegnandola a quell’Austria che aveva combattuto fino a poco prima per ottenere in cambio una pace che gli consentisse di mantenere le posizioni acquistate in Italia, e nello stesso tempo di dedicarsi ad un settore strategico nel frattempo divenuto ai suoi occhi più importante: la campagna d’Egitto contro quello che sarebbe diventato il suo acerrimo, mortale nemico, l’Impero Britannico.
Ma nell’inverno 1797, gli irredentisti italiani potevano ancora sognare a briglia sciolta, immaginandosi che la Repubblica Cisalpina sarebbe diventata in breve tempo Repubblica Italiana, riunificando quella serva Italia di dolore ostello che non lo era più stata dal giorno in cui Odoacre aveva restituito le aquile dell’Impero Romano d’Occidente a Costantinopoli.
La parabola umana, militare e politica di Napoleone Bonaparte fece il suo corso, lasciando l’Italia alla restaurazione asburgica del Congresso di Vienna del 1815. Quando prese a soffiare di nuovo il vento delle rivoluzioni europee e dell’indipendenza nazionale, ed un nuovo campione - Carlo Alberto di Savoia - scese in campo nel 1848 per incarnare i sogni irredentisti della Penisola, il tricolore era ormai entrato nei cuori dei patrioti. E fu quello che Carlo Alberto impugnò varcando il Ticino, l’affluente del Po che segnava il confine del Piemonte con il Lombardo-Veneto austriaco, in direzione di quella Milano che si era sollevata dando vita alle celebri Cinque Giornate, fasciata dello stesso tricolore.
Il vessillo che da quel momento e fino al compimento del Risorgimento identificò la causa nazionale con il destino della Casa Savoia presentava sulla banda bianca lo stemma della monarchia piemontese, e lo avrebbe mantenuto fino al 2 giugno del 1946, quando il referendum sulla forma di governo avrebbe dato come esito la rinuncia degli italiani alla fedeltà ad una famiglia reale da cui li aveva separati l’orrore della seconda guerra mondiale.
La bandiera dei tre colori, di cui avevano cantato i patrioti del Risorgimento sulle parole di Cordigliani e Dall’Ongaro (i compositori che nel 1848 offrirono alla causa nazionale il loro canto, in concomitanza con quel Goffredo Mameli che avrebbe fornito alla giovane nazione italiana addirittura il suo inno, prima di morire sulle barricate della Repubblica Romana), fu codificata dall’art. 12 della neonata Costituzione repubblicana del 22 dicembre 1947, e come tale divenne la bandiera italiana.
Le leggi della Repubblica ne hanno in seguito regolamentato l’utilizzo, l’esposizione e la difesa, prevedendo il reato di vilipendio della stessa e prescrivendone insegnamento nelle scuole insieme agli altri simboli patrii italiani

Alla bandiera italiana è dedicata la Festa del Tricolore, istituita dalla legge n° 671 del 31 dicembre 1996, che si tiene ogni anno il 7 gennaio e che rievoca le vicende del nostro vessillo nazionale a cominciare da quella sua prima apparizione ufficiale in un lontano Congresso cispadano di esattamente 220 anni fa.

giovedì 29 dicembre 2016

Addio alla regina madre



«Voglio solo stare con Carrie.....». I genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli. Il cuore di Debbie Reynolds non ha retto che un giorno, dopo che quello della figlia aveva ceduto. Queste sono state le sue ultime parole, prima di spegnersi mentre la ricoveravano nello stesso ospedale in cui stava organizzando il funerale di sua figlia.

Di Carrie Fisher abbiamo detto e sappiamo tutto. Di sua mamma Debbie ci sarebbe altrettanto da dire. Chi ha un'età se la ricorda in Cantando sotto la pioggia o nella Conquista del West, kolossal cinematografici della sua epoca come Guerre Stellari lo sarebbe stato di quella della figlia.
Se ne vanno insieme, dunque, e alla nostra, di epoche, resta sempre più un senso di vuoto.
Restano gli effetti speciali, e basta. La magia è finita.
 
Debbie Reynolds (1/4/1932 - 28/12/2016)



Debbie Reynolds in "La conquista del West - A home in the meadow"

mercoledì 28 dicembre 2016

Addio Principessa




Nella scena finale di Rogue One, ultimo capitolo in ordine di tempo della saga di Star Wars della Lucasfilm - Disney attualmente sugli schermi, i ribelli all’Impero Galattico consegnano i piani della Morte Nera nelle mani della principessa Leia Organa.
Carrie Fisher con Harrison Ford e Mark Hamill in Guerre Stellari (1977)
E’ un cerchio che si chiude, dopo quasi quarant’anni. Vecchi e nuovi spettatori della saga hanno rivisto la principessa giovane, bella e carismatica com’era in quei giorni del 1977, quando apparve per la prima volta al grande pubblico assieme agli altri protagonisti di quello che si sarebbe rivelato il film che più di ogni altro avrebbe fatto epoca nella storia del cinema: Guerre Stellari.
L’hanno rivista, grazie alle nuove tecniche computerizzate che ormai inseguono da vicino quelle – favolose e fino a poco tempo fa favolistiche – immaginate dagli sceneggiatori di Star Wars, nella scena che precede nella narrazione appunto la prima del celebre film d’apertura della saga, o franchise come si dice adesso. Quell’Episodio IV in cui la principessa inseguita dagli Imperiali guidati da Lord Darth Vader si china sul piccolo droide C1-P8 per affidargli quei piani conquistati a caro prezzo, affinché li porti in salvo.
«Aiutami Obi Wan Kenobi….. sei la mia unica speranza…»
Con queste parole, diventate nel corso degli anni una citazione cinematografica cult, Carrie Frances Fisher cominciò la sua carriera, breve ma intensa come poche altre, di diva del cinema. Una carriera che, assieme alla sua vita terrena, si è conclusa ieri al Ronald Reagan UCLA Medical Center di Los Angeles. Ultima vittima in ordine di tempo di quello che sarà ricordato come l’anno più maledetto di sempre per il mondo dello spettacolo, Carrie Fisher non ha superato le conseguenze di un infarto con conseguente arresto cardiaco subiti mentre era in volo verso Los Angeles.
Carrie Fisher nel Risveglio della Forza
Da ieri sera, la principessa Leia Organa ha dunque seguito il comandante Han Solo, ricongiungendosi alla Forza. E così, suo fratello Luke Skywalker, ultimo dei cavalieri Jedi, non è destinato a ritrovarla in Episodio VIII.  A meno che.... Gli ologrammi creati dai computer ormai fanno miracoli. Rogue One lo sta insegnando in questi giorni, avendoci riconsegnato la povera principessa Leia ringiovanita e Peter Cushing (il governatore della Morte Nera Tarkin) addirittura resuscitato.
Chi vivrà vedrà, è il caso di dire. Intanto i fan della saga stellare sono a lutto. Carrie Fisher aveva dato vita ad uno dei personaggi simbolo della favola futuristica ambientata in una galassia molto lontana.
Il suo cuore non ha retto alle sollecitazioni di una vita forse ancora più travagliata di quella del personaggio che le aveva dato celebrità. Eppure, la Forza era potente in questa donna. Figlia d’arte, la mamma era stata una star del cinema hollywoodiano del dopoguerra. Mary Frances Reynolds in arte Debbie, un titolo su tutti: Cantando sotto la pioggia, a fianco di Gene Kelly. Il padre, Eddie Fisher, cantante di successo nell’epoca precedente all’esplosione del rock and roll, aveva dato vita ad uno dei primi scandali dello show business americano proprio divorziando da Debbie Reynolds per diventare il secondo di otto mariti della di lei ex migliore amica, Elizabeth Taylor.
Carrie Fisher con la mamma Debbie Reynolds in una foto recente
Carrie aveva allora due anni e forse fu uno dei primi colpi che accusò da una vita che più tardi sarebbe stata funestata anche dall’insorgere di un disturbo bipolare. Ma in quei giorni in cui George Lucas visionava una serie di giovanotti e giovanotte assolutamente sconosciuti per trovare i protagonisti principali del cast di Star Wars, Carrie – che si presentò da absolute beginner senza ricorrere all’ascendenza materna – era veramente la principessa che poi, una volta prescelta ai provini, incarnò. Anche se, narrano le cronache dal set, Lucas dovette un po’ lavorare su di lei. «Lucas doveva sempre rammentarmelo: Stai su! Sii una principessa! E io mi comportavo invece come una principessa di strada, ciondolando e masticando chewing gum».
La storia della principessa guerriera ricalcava incredibilmente quella sua personale. Figlia di un padre scomparso alla sua nascita  (nella fiction, Anakin Skywalker/Darth Vader), separata dal fratello (Luke, come il vero fratello Todd che nella realtà aveva seguito il padre Eddie). Incapace di stabilità sentimentale malgrado i suoi grandi amori (Han Solo nella saga, il cantante Paul Simon nella realtà).
Carrie Fisher in The Blues Brothers (1980)
Carrie Fisher, Mark Hamill e Harrison Ford divennero qualcuno con Star Wars, ma solo Ford riuscì a rimanere aggrappato al successo anche negli anni seguenti. Hamill ha speso la sua vita professionale successiva al Ritorno dello Jedi come doppiatore. La Fisher, dopo la parte della fidanzata abbandonata e vendicativa di John Belushi nei Blues Brothers e la conclusione dell’epopea galattica, aveva visto la sua carriera interrotta dall’abuso di droghe, la maledizione dello star system hollywoodiano, e dalla recrudescenza del suo disturbo bipolare.
Era sopravvissuta, riuscendo anche a trarre dalla sua esperienza travagliata uno splendido romanzo semiautobiografico, Cartoline dall’inferno, portato con successo sullo schermo da Meryl Streep. Lei non aveva quasi più recitato, limitandosi a sceneggiare successi altrui.
Il mondo si era dimenticato della principessa Leia, che sopravviveva solo nel ricordo dei fans della saga originaria, invecchiati insieme a lei. Finché la Disney, rilevando la Lucasfilm, aveva dato il via al progetto di un Episodio VII, che immaginava un futuro negli anni della maturità degli eroi che avevano sconfitto Darth Vader e l’Impero.
L'ultima interpretazione di Carrie Fisher (2015)
Il Risveglio della Forza ci aveva restituito finalmente una principessa Leia resa più saggia e posata (nonché immalinconita) dagli anni trascorsi, ma non per questo meno bella e carismatica, anche se la scomparsa del suo partner Han Solo lasciava prefigurare – con il senno di poi – un destino tragico anche per lei.
Per uno di quei brutti scherzi che si diverte a fare la vita, ancor più della finzione scenica cinematografica, è toccato all’anziana madre Debbie Reynolds, tutt’ora viva e vegeta, dare l’annuncio della scomparsa della figlia, «Grazie a tutti coloro che hanno abbracciato i doni ed i talenti della mia amata e meravigliosa figlia». Lo ha fatto insieme alla nipote Billie Lourd, la figlia che Carrie aveva avuto dal matrimonio con l’agente teatrale Brian Lourd, e che aveva recitato con lei nel Risveglio della Forza.
Alla fine, il commento più efficace alla tragedia che chiude – si spera – l’anno maledetto dello spettacolo e indirizza probabilmente la saga di Star Wars verso sviluppi forse imprevedibili l’ha fatto Mark Hamill con un tweet: «Non ho parole #Devastato”.
Il suo Luke Skywalker è rimasto solo ad affrontare la minaccia dell’Impero che risorge. Che la Forza ci conservi almeno lui.

sabato 24 dicembre 2016

Natale all'italiana

E’ un’Italia dalle contraddizioni sempre più accentuate quella che si appresta a celebrare il Santo Natale 2016. La spaccatura tra il popolo e la casta che lo governa ha raggiunto dimensioni importanti, forse irreversibili. Che fanno pensare paradossalmente per la prima volta alla possibilità di un futuro diverso. Un futuro che le generazioni più giovani hanno detto a chiare lettere di volere con tutte le loro forze, senza necessariamente essere costrette ad andare a cercarselo all’estero.
Sergio Mattarella
Venti giorni fa, sono stati proprio i giovani a dire di andare a casa ad un governo che voleva stravolgere il loro migliore passato ma soprattutto il loro migliore futuro. In quel venti per cento che ha fatto la differenza tra le ambizioni di Renzi e la voglia di normalità e di ripresa del paese, i giovani sono stati determinanti in una misura che era soltanto possibile sognare, fino alla vigilia del voto.
Il popolo, giovane e meno giovane, si è espresso. La casta lo ha ignorato. Un presidente che non è stato eletto dal popolo e al popolo non risponde, ma solo alle consorterie che l’hanno messo dov’è a fare esattamente quello che fa, ha rinominato quel governo così come si cambia copertina ad un libro o custodia ad un DVD e l’ha rimandato alle Camere, e soprattutto in faccia al Paese.
Alla leggenda controversa della famiglia Mattarella si è aggiunto un nuovo brutto capitolo, ma non è questo il punto. Il parlamento italiano ormai assomiglia a quel Palazzo d’Inverno che 99 anni fa fu preso d’assalto dalla folla affamata e inferocita a San Pietroburgo in Russia. Non è più tempo – grazie a Dio – di Bolscevichi, né siamo alla fame come i sudditi dell’ultimo Zar, ma Mattarella, Gentiloni, Boldrini & C si comportano ormai come Nicola II Romanov, Rasputin, la Zarina Alessandra, e corrono incontro ad un destino personale sicuramente non altrettanto tragico ma egualmente ignominioso.
Giuliano e Manuel Poletti
Nel frattempo, ai giovani elettori quel governo fa sapere di poter fare tranquillamente a meno di loro. In Italia, finora è il governo a licenziare il popolo. Il ministro Giuliano Poletti, con delega al lavoro (sic!), dichiara che la fuga dei giovani cervelli all’estero è in realtà la fuga di zavorre di cui l’Italia può solo beneficiare a liberarsi. Rincara la dose il figlio Manuel, giornalista romagnolo a cui vogliamo pensare che il cognome paterno non sarà stato di alcuna utilità per farsi strada nella vita. Scuse goffamente offerte dal ministro, ed esposto-denuncia del figlio minacciato sui social network non servono a rimediare al danno (non solo) d’immagine fatto. Dalle parti dell’ineffabile Manuel si dice, pegio el tacon del buso. La toppa messa sulle sciocchezze dette non funziona mai, eppure i nostri governanti dovrebbero saperlo, per lauta esperienza personale.
Ma il regalo di Natale più beffardo da parte della propria classe dominante arriva agli italiani nell’immediata vigilia. A Berlino, l’ennesimo psicopatico addestrato dall’Isis (o da chi per essa) compie una strage. Si scopre che era stato recluso in Italia, dove era arrivato via Lampedusa e dove aveva fatto subito danni. Scontata la pena, era a piede libero in attesa dei documenti dalla Tunisia che avrebbero dovuto consentire la sua espulsione verso quel paese.
C’è qualcosa che non funziona nella Magistratura italiana, e nel Codice Penale che è chiamata ad applicare. Lo sosteniamo da tempo. Ma lasciare libero in circolazione un soggetto del genere, quale che sia la giustificazione formale, non ha giustificazioni sostanziali. Se dobbiamo modificare il Codice, modifichiamolo. Se dobbiamo preparare in un altro modo (sicuramente migliore, ci vuole poco) i nostri magistrati, facciamolo.
Non saremo sempre così fortunati come stavolta. Da una possibile reprimenda da parte della Germania ferita a morte (ma nel computo delle vittime, salite a 18, c’è anche una ragazza italiana, una di quelle la cui fuga all’estero era stata appunto salutata come sopra detto dal ministro Poletti), ci ritroviamo con una insperata nota di ringraziamento.
Succede che due agenti di polizia in servizio a Sesto San Giovanni intercettino nella notte Anis Amri, l’assassino di Berlino. Che invece dei documenti tira fuori la pistola e spara. Un agente viene ferito, l’altro riesce ad abbattere il terrorista, dopo essersi preso di bastardo, supponiamo in nome di Allah. L’agente ferito non è grave, e il prestigio dell’Italia balza alle stelle, come il titolo Mediaset dopo la guerra tra Berlusconi e Vivendi.
Marco Minniti
Non si fa in tempo però a gioire. Il ministro dell’Interno Marco Minniti, che ha sostituito nella carica il predecessore Angelino Alfano e che dimostra subito di essere al suo pari in quanto a inadeguatezza, non trova di meglio che annunciare in conferenza stampa urbi et orbi i nomi dei due agenti. Che invece che da una onorificenza al merito, si ritroveranno a questo punto gratificati da una vita sempre a guardarsi le spalle, come pentiti della criminalità organizzata sotto programma di protezione. I loro nomi adesso sono appesi in bacheca in tutte le centrali terroristiche islamiche del mondo.
E’ un’Italia chiamata a sopportare tutto questo, quella che si accinge a santificare il Natale del 2016. Ad un popolo dalla pazienza infinita, auguriamo di trovare sotto l’albero da parte di Babbo Natale un regalo solo: la fine di quella pazienza.

Buon natale a tutti.

venerdì 16 dicembre 2016

50 anni senza Walt Disney



Il Natale del 1966 arrivò velato di tristezza. I bambini di allora avrebbero ricordato a lungo quel disegno in cui compariva colui che era diventato il loro principale beniamino, l’eroe di cartone preferito, con una lacrima che gli solcava il volto.
Mickey Mouse, Topolino, così dette l’annuncio al mondo della scomparsa di Walt Disney, il suo creatore, il 15 dicembre 1966. E quel Natale che da qualche anno non sembrava più Natale se non era accompagnato dall’uscita di qualche magica creazione cinematografica di Disney, con i bambini che prendevano d’assalto le sale portandosi dietro genitori altrettanto entusiasti, d’improvviso non sembrò più lo stesso. Come se qualcuno avesse rapito per sempre lo stesso Babbo Natale.
Walt Disney era nato il 5 dicembre 1901 a Chicago, nei giorni in cui il cinema muoveva i suoi primi passi. Disegnatore e cineasta di talento, fu uno tra i primi ad intuire le potenzialità del nuovo mezzo, utilizzandolo per liberare la sua fantasia, la sua abilità di cantastorie.
Nel 1928, con il cartoon Steamboat Willie, aveva già creato il suo character forse più famoso ed importante, quel Mickey Mouse che avrebbe pianto per primo la sua morte 38 anni dopo. Anche se forse il personaggio più amato in assoluto si sarebbe poi rivelato quel Donald Duck, Paperino, arrivato il 9 giugno 1934.
Walt Disney avrebbe saccheggiato il mondo della fantasia rivoluzionandolo per sempre. Fiabe popolari entrate nell’immaginario collettivo da tempo immemorabile non sarebbero più state le stesse dopo essere passate per le sue mani. Da Biancaneve alla Bella Addormentata nel Bosco, da Bambi alla Spada nella Roccia, da Cenerentola ai più ostici – perché provenienti da culture completamente diverse da quella nordeuropea o anglosassone – Pinocchio e Pierino e il Lupo.
Grandi classici come il Libro della Jungla di Rudyard Kipling, che fu l’ultimo lungometraggio apparso al cinema prima della sua scomparsa, nel 1966, o grandi innovazioni come Fantasia, il più riuscito tentativo di sempre di dare forma visiva alla grande musica classica. E poi Dumbo, Lilli e il Vagabondo, La Carica dei 101, e quegli Aristogatti che uscirono soltanto dopo che la Factory era ormai passata nelle mani del nipote Roy.
Attraverso i suoi capolavori Walt Disney si immedesimò con il cinema che era diventata nel frattempo la decima arte. Di più, Walt Disney diventò l’America, il paese che stava intitolando a suo nome il ventesimo secolo, conquistando il mondo con la sua prorompente vitalità. Topolino e Paperino erano andati a combattere Hitler insieme ai G.I., e furono loro a dare per primi speranza e serenità ad un mondo che doveva poi essere ricostruito da cima a fondo.
I detrattori dissero che Disney incarnava l’America anche nei suoi aspetti peggiori, accusandolo di aver sostenuto il maccartismo e la sua caccia alle streghe. Disney certamente era anticomunista, erano pochi negli U.S.A. a non esserlo nei primi anni della Guerra Fredda.
La sua scomparsa arrivò come un fulmine a ciel sereno, per il mondo a cui aveva insegnato a sognare di nuovo. Nell’estate del 1966 gli fu diagnosticato un tumore al polmone sinistro, a dicembre chiuse gli occhi per l’ultima volta. Le sue spoglie mortali non riposano a Disneyland, il primo e più famoso parco a tema della storia da lui creato, ma al Forest Lawn Memorial Park a Glendale, California, nella terra dei sogni realizzati che era diventata la sua patria adottiva.
La Disney è la detentrice del primato di maggior numero di Premi Oscar vinti, 22 a fronte di 59 nominations. Anche Roy jr., nipote di Walt e figlio del suo fratello maggiore Roy Oliver, nel frattempo è andato a raggiungere i suoi familiari in quei cieli che la sua famiglia ha popolato di così tanti sogni e personaggi, poco prima di poter assistere alla nascita del nuovo universo allestito dalla Factory di Burbank grazie all’acquisizione della Lucasfilm.
Con l’ingresso di Guerre Stellari nella più importante fabbrica di avventure per l’infanzia e anche per l’umanità più cresciuta, il nome di Walt Disney e dei suoi successori è destinato a risplendere di fama per il tempo a venire, fino nelle galassie più lontane.