giovedì 21 marzo 2013

Il nostro figlio del vento

Era il nostro Figlio del Vento. Il penultimo bianco capace di vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nella corsa veloce, recordman del mondo dei 200 metri per 17 anni e tutt’ora recordman europeo imbattuto. Pietro Mennea era nato a Barletta il 28 giugno 1952, e si è spento stamani in una clinica di Roma, dove aveva combattuto la vana battaglia finale contro un male di quelli che non perdonano. Nel mezzo a queste date, una vita di quelle da leggenda.

La prima medaglia assoluta agli Europei del 1971, con la staffetta italiana 4x100, la prima medaglia olimpica a Monaco nel 1972, un bronzo alle spalle del suo idolo e maestro, il sovietico Valery Borzov. Due anni dopo a Roma, toccò a Pietro il gradino più alto, oro finalmente nei 200 metri, la distanza a lui più congeniale, quella in cui poteva dispiegare tutta la sua potenza e velocità progressiva, mentre nei 100 fu ancora secondo dietro al “mostro” Borzov.
A Città del Messico con Primo Nebiolo e Gianni Minà
Pietro era la speranza bianca, il campione predestinato, l’atleta destinato a ridare orgoglio all’Italia dopo gli anni opachi seguiti alla fine della carriera di Livio Berruti, il campione di Roma 1960. Ma il ragazzo venuto dal sud, pur avendo fatto tanta strada, ne doveva fare ancora altrettanta prima di raggiungere le terre del Mito. A Roma 1974 seguirono anni di crisi, psicologica prima ancora che tecnica. Pietro aveva medaglie e record nelle gambe, ma stentava a sentirli nella testa e nel cuore. Alle Olimpiadi di Montreal nel 1976 chiuse senza vittorie, l’oro andò al giamaicano Don Quarrie e lui fu quarto nei 200 e nella staffetta 4x100.
La sua rinascita avvenne a Praga nel 1978, ai campionati Europei. Pietro aveva raggiunto una maturità e uno stato di forma tali da far suoi oltre ai 200 metri che gli appartenevano da sempre anche i 100, distanza in cui fino ad allora non era riuscito a dispiegare il suo ritmo di gara migliore, data la brevità. Fu a Praga che maturò l’idea del record del mondo. Lo studente di Scienze Politiche Pietro Mennea aveva diritto a partecipare alle Universiadi che l’anno successivo si sarebbero tenute a Città del Messico, città la cui altezza sul livello del mare favoriva i record sportivi da sempre. Lì nel 1968 alle Olimpiadi Tommie Smith aveva stabilito il precedente primato, 19’83’’ e aveva sollevato sul podio il pugno sinistro guantato di nero, facendo conoscere al mondo il Black Power.
Toccò a Pietro succedergli, con quel tempo di 19’72’’ che resistette come record mondiale fino al 1996, quando fu superato da Michael Johnson ai trials per le Olimpiadi di Atlanta. A livello europeo nessuno ancora è mai riuscito a batterlo, ed è un record che ormai Pietro si è portato con sé, chiudendo gli occhi per l’ultima volta stamattina.
L'arrivo dei 200 a Mosca
Dopo il record, era il favorito d’obbligo per le Olimpiadi che si tenevano a Mosca l’anno successivo, quelle del boicottaggio degli americani a causa dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. A contendergli la medaglia d’oro, oltre al campione uscente Don Quarrie c’era lo scozzese volante Alan Wells, che gli aveva già dato un dispiacere sulla distanza dei 100 metri. Anche nella finale dei 200 Wells sembrò dapprima involarsi verso un clamoroso bis, ma Pietro aveva il tempo per rimontare e lo fece con una progressione che abbiamo ancora tutti negli occhi, bruciando il britannico al foto-finish. Nella 4x400 poi dette poi il suo contributo fondamentale alla medaglia di bronzo italiana.
L’anno dopo annunciò il suo ritiro, forse consapevole di aver dato e raggiunto il massimo. Ma il richiamo della pista era forte, e Pietro tornò due volte, in occasione delle olimpiadi di Los Angeles 1984 (dove cedette il testimone ad un altro Figlio del Vento, Carl Lewis) e di quelle di Seoul 1988, dove fu portabandiera azzurro. In totale cinque partecipazioni olimpiche, altro record eguagliato da pochi al mondo.
Pietro Mennea aveva quattro lauree, Scienze Politiche, Giurisprudenza, Lettere e Scienze Motorie. Era avvocato, docente universitario, cofondatore assieme alla moglie della Fondazione Onlus intitolata a suo nome che intendeva diffondere i valori dello sport e contribuire alla lotta al doping. La città di Londra, nell’ambito delle iniziative connesse alle Olimpiadi del 2012, gli aveva addirittura dedicato la stazione della metropolitana di High Street Kensington.
Come ha detto Livio Berruti, Pietro «era un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza». Tutte qualità che gli italiani, non solo nello sport, non possiedono più.
Adesso è lassù, con Jesse Owens e tanti altri, a raccontarsi i loro giorni di gloria per l’eternità.

domenica 10 marzo 2013

APPUNTI DI VIAGGIO: Roma senza governo e senza papa

Tutte le strade portano a Roma. Ci sarà un perché? Questa città bisogna amarla, prima ancora che capirla. Se la ami, capirla è un attimo. E non ti tradirà mai. I romani hanno visto di tutto, lo sanno, e te lo fanno capire. Qualcuno, mentre ti spiega perché sei al mondo e non te ne sei ancora accorto, riesce anche ad esserti simpatico. Gli altri, o li prendi così come sono, o comunque resti indietro.
Roma nell’anno di grazia 2013 è diversa, e nello stesso tempo uguale a se stessa. Camminando per le strade della Capitale si respira un’aria diversa rispetto al resto d’Italia, dove ci si affanna, ci si arrabbia, ci si ingegna, ci si prepara al nuovo che avanza o al vecchio che ritorna. Questa è la città dove si fa la storia, e dove un attimo dopo la si ridimensiona. Gli abitanti di questa città hanno digerito di tutto, dagli imperatori del più grande impero di sempre, ai sacerdoti della più ecumenica religione di sempre, ai barbari più feroci ed ai politicanti più abbietti.
A nessuno di questi hanno dato la soddisfazione di sentirsi importanti per più di cinque minuti. Temuti sì, importanti no. Non li sentivano importanti quando Giulio II Della Rovere commissionò a Michelangelo la decorazione della Cappella Sistina, non li sentono adesso che Giorgio I Napolitano si lambicca il cervello per tirar fuori un governo che perpetui il privilegio a favore di un mondo che non esiste più. E che come dice Beppe Grillo, non si rende conto di essere circondato, morto, finito.
Ma i romani lo sanno, eccome se lo sanno. E aspettano. Sono tanti i cadaveri passati lungo il Tevere. Prima metropoli della storia, capitale di un impero che molti hanno provato ad eguagliare ma nessuno c’è riuscito, Roma accoglie tutti e a tutti è disposta a regalare qualcosa di indimenticabile, a condizione di non avere pregiudizi, perché qui non servono. Qui si va oltre, e se i pregiudizi ci sono, pazienza. Il problema non è dei romani. Che ti possono dare tanto, sta a te capirli e ascoltarli, e tornare via con una lezione di vita gratis.
Tra il 24 ed il 28 febbraio questa città ha perso entrambi i suoi punti di riferimento, al di qua e al di là del Tevere. Si è chiusa la Seconda Repubblica lungo la promenade che da Montecitorio e Palazzo Madama porta al Quirinale, e si è chiusa la porta che testimonia la Sede Vacante a San Pietro. E non è cambiato assolutamente nulla. Mentre il resto del mondo si interroga su chi sarà il prossimo Vicario di Cristo in terra e su chi sarà il prossimo a salire le scale di quello che fu il palazzo dei Papi e dei Re e adesso è dei Presidenti, il romano scivola via per le antiche strade della sua immensa città indifferente a tutto.
La città da sempre sognata da Pontefici ed Imperatori va avanti senza bisogno né degli uni né degli altri, adesso meno che mai. Tutti sono destinati a diventare fotografie sbiadite in vendita sulle bancarelle di Porta Portese. Ruderi che difficilmente appariranno più affascinanti di quelli già in mostra nei Fori Imperiali, o in qualsiasi altro angolo di questa città museo a cielo aperto.
Colpisce semmai il grande spiegamento di forze, a difesa di un potere che non c’è più. Per le strade di Roma non si contano i presidi di polizia ed esercito a guardia di luoghi politici, di culto, ambasciate. Viene da chiedersi quanto ci costino, e qui il romano viene in aiuto con la prima delle sue lezioni di vita. E’ abituato da sempre a vedere le ostentazioni del potere, basta un’occhiataccia al carabiniere che lascia la camionetta a motore acceso di fronte al bar.
La mano vergognosa corre subito a girare le chiavi di accensione, e tutto ritorna nei limiti del fisiologico. Presto un nuovo signorotto reclamerà a sé quella scorta, e allora tutto ridiventerà più difficile. Ma in questo momento Pasquino fa male ai potenti. E Pasquino è nato qui, a Roma, e come sa far male lui, qui, non sa farlo nessuno da nessun altra parte.
«Per far ridere, bisogna esse’ seri», diceva Alberto Sordi. Albertone è ancora vivo in ogni angolo di questa città. Quello che si è perso, semmai, è il garbo e la gran classe con cui lui sapeva andare a colpire i difetti di questo popolo italiano che qui in riva al Tevere si sublimano, com'é inevitabile. Questa è la città dove tanta gente campa ai margini del potere, politico ed ecclesiastico. Questa è la città dove girano più soldi e dove non si produce niente, almeno in termini di pura economia.
Eppure, questa è la città dove tutto ha un senso, e può averlo solo qui. Qui si combatterà la battaglia tra la Vecchia Repubblica e le Cinque Stelle, uomini venuti da ogni parte di Italia magari senza neanche sapere dov’era la Capitale fino a un mese fa adesso dovranno familiarizzarsi con un Emiciclo che risale, nello stile architettonico e nello spirito del tempo, a vecchie e mai ben comprese lotte fra la destra storica di Quintino Sella e la sinistra storica di Agostino Depretis, che mancarono di realizzare una vera Unità d’Italia ma in compenso ci insegnarono tutto su sfruttamenti, crisi economiche e scandali, in primis quello della Banca Romana, nella quale pare che fosse coinvolto nientemeno che il Re. Si, proprio lui, quello che adesso è sepolto nel Pantheon insieme ai numi tutelari di questa patria.
Qui, dall’altra parte del fiume, per l’ennesima volta in duemila anni si riuniranno nella Cappella Sistina (chiusa per l’occasione al malcapitato turista magari venuto a portare soldi freschi dall’altra parte del mondo) 115 uomini che dovrebbero rappresentare l’Ecclesia così come l’aveva voluta Gesu Cristo per eleggere un Pontefice di cui Cristo stesso non aveva fatto nessuna menzione. Ma Roma era la capitale di un impero, e una nuova religione poteva affermarsi solo qui. Quindi ecco che il vescovo di Roma è diventato il Papa, ed ecco che per eleggere questo vescovo il mondo si ferma di nuovo, i tetti di Roma si riempiono di poliziotti, militari, agenti segreti sempre da noi pagati.
Il conto aumenta, il turista del 2013 strabilia, perché questa adesso è una città senza potere, ma più che mai una città in armi, a combattere una guerra che interessa più che mai solo Papi e Imperatori. Al malcapitato turista, che ha pagato un prezzo salato per entrare all’Altare della Patria o ai Musei Vaticani (e che ha trovato la porta della Cappella Sistina chiusa senza tanti complimenti e alla faccia di internet), viene chiesto di uscire perché è in arrivo un personaggio importante e la sicurezza deve fare il suo lavoro. Dice, «importante? E io che sono? Io che gli pago lo stipendio (lauto) non sono importante?».
E qui arriva ancora la lezione del romano, abituato a trattare con siffatti soggetti da millenni. Esci, nun poi fa' altro, ma faje senti’ che importante nun è! Questo burino sta qui per una legislatura, o un Conclave, poi se ne torna al paese suo. Diventerà concime per la terra come tutti. Pensa alle cose belle della vita. Una passeggiata a Piazza Navona o un pranzo da Rugantino a Trastevere, questi nun sanno manco che cos’è!
Non c’è romano che non ami la città dov’è nato, e a ragione. E non ce n’è uno che sia disposto a prendere sul serio coloro che arrivano qui con la pretesa di dominare, prima o poi, la Caput Mundi. A chi è nato qui, appaiono tutti un po’ come il marziano di quel racconto di Ennio Flaiano, a cui degli abitanti del luogo rivolgono la fatidica frase: «A’ marzia’…facce ride’!».
E’ così che appare il potere a Roma nell’anno di grazia 2013: ridicolo. Proprio qui dove dovrebbe essere celebrato dalla sua più spettacolare magnificenza. Giulio Cesare, durante i suoi trionfi, acconsentiva che la plebe gli si rivolgesse con tono di scherno, a ricordargli che lui era un uomo come tutti, altro che figlio di dio. Nessuno a Roma l’ha dimenticato. Pasquino e Albertone sono sempre vivi.

P.S. Trattoria da Rugantino a Trastevere. Con 13 euro duemila anni di civiltà romana vi vengono incontro soridendo, e tutte le brutture di questo monno 'nfame spariscono.

venerdì 15 febbraio 2013

Vivere e morire a Pretoria

La tragedia di Reeva Steenkamp e Oscar Pistiorius

FIRENZE - La scena è quella dei grandi thriller che ci hanno tenuti per anni avvinti alla poltrona. Patricia Cornwell, Michael Connelly o Brian De Palma non avrebbero saputo fare di meglio. E’ notte a Pretoria, nel quartiere residenziale dove abita il recordman paralimpico della corsa veloce Oscar Pistorius. L’uomo che ha tolto la paura al mondo, come è stato definito allorché ha vinto la sua battaglia per il riconoscimento dei diritti dei disabili anche in campo sportivo insieme a varie medaglie paralimpiche e ad una semifinale olimpica con i normodotati che vale più di tutto il resto, abita in una villa che come tutte quelle della sua zona è super sorvegliata.
Dovrebbe dormire sogni tranquilli, nel fiore dei suoi 26 anni e cullato dalle sensazioni lasciate dai suoi successi leggendari. E invece no. L’uomo che ormai il Sudafrica considera come una icona nazionale, forse al pari di Nelson Mandela, è solo nel buio. Circondato dai demoni che si agitano nella notte in una metropoli considerata tra le più infestate dalla violenza nel mondo.
Tormentato forse, sarà la polizia a stabilirlo in un prossimo futuro, dai demoni che turbano la sua anima fin dall’adolescenza, che per lui è stata problematica più del normale. "Quando la mia mamma si arrabbiava, diceva a mio fratello mettiti le scarpe! e a me mettiti le protesi!" racconta sempre, lasciando immaginare i sentimenti (ed i turbamenti) di un ragazzo che rispetto ai coetanei era destinato a restare sempre indietro.
Nelle prime ore di giovedi 14 febbraio, quando la notte è più fonda, i vicini sentono rumore di spari, e chiamano la polizia. La quale arriva poco dopo e trova una scena che se fosse tratta dall’opera di uno degli autori di cui si diceva sopra sarebbe la scena madre. Oscar Pistorius è sconvolto, accanto a lui la sua pistola che ha sparato da poco, quattro colpi. I proiettili sono tutti nel corpo che giace riverso a terra, sul pavimento di casa di Pistorius. Reeva Steenkamp, una delle più belle e famose modelle del mondo, di origine sudafricana e fidanzata con l’atleta, giace in una pozza di sangue, colpita anche alla testa e come viene subito constatato dai poliziotti ormai priva di vita.
Gli ingredienti del thriller d’autore ci sono tutti. Pistorius dichiara agli agenti che lo prendono in custodia che si è trattato di un tragico errore. La fidanzata era entrata in casa di soppiatto per fargli una “sorpresa di san Valentino”. Il suo fidanzato, paranoico a proposito della sicurezza come tutti i sudafricani che vivono nelle grandi città (il paese in questo senso è secondo solo agli Stati Uniti) e quindi armato a dovere, estrae da sotto il cuscino la pistola freddando con quattro colpi l’intruso. Salvo accorgersi troppo tardi che l’intruso è una intrusa, e che con quella di lei se n’è andata anche la propria vita.
La polizia prende in carico Pistorius, la magistratura inquirente non crede da subito alla sua storia. E lo incrimina. Il thriller diventerà presto un legal thriller. La storia è destinata a ricalcare quelle che hanno già appassionato l’opinione pubblica in passato: Carlos Monzon e O.J. Simpson per fare soltanto i due nomi più famosi. Un’altra icona, non soltanto per il Sudafrica, finisce nella polvere. Altre giovani vite spezzate, altro tormentone che si protrarrà per mesi tra innocentisti e colpevolisti. Sì, perché se allo stato attuale è sicuramente prematuro e avventato esprimere qualsiasi giudizio, si registra invece tra il popolo del web uno scatenarsi di prese di posizione che contrastano apertamente sia con l’uso corretto delle nuove tecnologie al servizio dell’informazione che con le battaglie di civiltà di gran moda quando si tratta di stigmatizzare gli USA e il loro sistema penale.
A giudicare da quanti si sono immediatamente pronunciati per la colpevolezza del campione sudafricano, c’è
da ringraziare infatti che nella maggior parte dei paesi del mondo la pena di morte non esista più, altrimenti Pistorius sarebbe già spacciato prima ancora di essere indagato e giudicato. Non c’è che dire, dai tempi di Girolimoni è passato quasi un secolo, è arrivato nel frattempo anche Internet. Eppure sembra ieri. Mentre la polizia indaga, il pubblico non può aspettare, ed un nuovo mostro è arrivato finalmente in prima pagina. E il garantismo è sempre di più una parolaccia.


martedì 29 gennaio 2013

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Ustica, il Muro di Gomma è crollato. Lo Stato risarcirà le famiglie delle vittime



Trentatre anni. Tanti ce ne sono voluti perché la frase fatidica fosse scritta sui un documento ufficiale di un organo istituzionale della Repubblica Italiana, la sentenza con cui ieri la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai Ministeri della Difesa e dei Trasporti avverso la condanna a risarcire i parenti delle vittime della strage del 27 giugno 1980 sul tratto di mare compreso tra Ponza e Ustica.
La sentenza è quindi passata in giudicato, è definitiva. La frase che contiene, altrettanto definitiva, incancellabile, inappellabile, è quella che abbatte una volta per tutte il muro di gomma creatosi attorno alla strage e alle sue responsabilità, già all’indomani di quell’ormai lontana tragedia: a causare l’esplosione del DC9 Itavia decollato alle 20,08 da Bologna e di cui alle 20,59 i controllori di volo persero le tracce sopra Ustica, ha detto la Terza sezione civile della corte di Cassazione, fu un missile e non un’esplosione interna, un cedimento strutturale, come hanno sempre sostenuto le autorità militari e civili dello Stato, e come nessuno fino ad oggi aveva avuto la possibilità di smentire.
Adesso lo fa la Corte Suprema, squarciando il velo su quello che è stato uno dei più incredibili misteri di quella che Sergio Zavoli definì la Notte della Repubblica, il lungo periodo delle stragi senza risposta, da Piazza Fontana alla strage di Natale del rapido 904. In questo panorama di enigmi ricoperti di sangue, quella di Ustica è sempre stata una strage particolare. Fu chiaro da subito che il terrorismo non c’entrava nulla, che l’evento aveva avuto luogo semmai in un contesto che vedeva in gioco le forze armate di diversi paesi in un teatro estremamente delicato quale il Mediterraneo centrale, nonché i delicati equilibri di un mondo allora prigioniero della Guerra Fredda e dei rapporti altrettanto conflittuali fra oriente arabo e occidente cristiano. Fu altrettanto chiaro che la ricostruzione offerta all’opinione pubblica dalle autorità non convinceva, ed era semmai dettata da quella che era (e sarebbe rimasta fino ad oggi) una ragion di stato inconfessabile.
Un giovane Emilio Fede dà la notizia della strage al TG1
La tesi del cedimento strutturale sostenuta dal Governo italiano fu presto messa in discussione pesantemente dalle varie perizie eseguite più o meno ufficialmente, e dal lavoro di alcuni giornalisti coraggiosi, tra cui quell’Andrea Purgatori del Corriere della Sera che è stato interpretato dal compianto Corso Salani nel Muro di Gomma di Marco Risi, il film che nel 1991 effettuò una precisa e drammatica ricostruzione della tragedia, dei successivi dieci anni di indagine, delle prime verità emerse e della fatica per farle emergere, tra minacce, incidenti e umiliazioni subite da chi lottava per onorare almeno la memoria delle 81 vittime (tra cui 13 bambini), parenti o addetti ai lavori che fossero.
Molte cose tra quelle successe dopo la strage contribuirono infatti ad aggiungere mistero al mistero: dal caccia libico la cui caduta sull’Aspromonte fu evidentemente posticipata di un paio di mesi, alle
misteriose sparizioni a seguito di incidenti fortuiti di quasi tutti i testimoni dell’incidente, soprattutto il personale in servizio presso le sale controllo di Marsala e Palermo, alle minacce anonime ma non troppo ricevute da Purgatori e da altri, al muro di omertà e rigetto trovato dai parenti delle vittime presso le stesse istituzioni italiane, all’affidamento del recupero dei relitti dell’aereo ad una ditta francese, la Ifremer, quando già si erano diffuse voci di un coinvolgimento della stessa Francia nell’incidente, alla conturbante presenza della portaerei americana Saratoga nel porto di Napoli la notte del 27 giugno (ma - si badi bene la coincidenza - con tutti i radar inspiegabilmente fuori uso per manutenzione), al clamoroso contrasto tra le risultanze delle indagini della procura di Palermo e del giudice Rosario Priore prima e della Commissione Stragi di Libero Gualtieri poi, che suggerivano con evidente verosimiglianza una responsabilità ascrivibile ad azioni militari (in altre parole, all’abbattimento del DC9 Itavia da parte di un missile) e che tuttavia si arrendevano di fronte all’impotenza ad andare oltre nell’accertamento delle responsabilità accettando un non luogo a procedere forse peggiore dello stesso muro di gomma messo su da chi quelle responsabilità voleva nasconderle.
Il DC9 Itavia ricostruito dopo il recupero in mare
Dopo il film di Risi e Salani, non fu più possibile per l’opinione pubblica italiana e per le istituzioni mentire a se stesse, e la tesi del missile sparato da un aereo militare durante una vera e propria azione di guerra svoltasi sui cieli italiani acquistò sempre più fondamento, anche se una vera e propria azione penale nei confronti di chicchessia non è mai stata intentata. Ai parenti delle vittime non restò altro che l’azione civile contro lo Stato, per ottenere un risarcimento sicuramente più morale che materiale, motivato dall’omissione di una condotta tesa ad assicurare la sicurezza nel cielo ai velivoli dell’aviazione civile. In altre parole, il DC9 come qualunque altro velivolo non avrebbe dovuto esser stato fatto transitare in un corridoio aereo dove era in svolgimento una qualunque azione di tipo militare, sia di esercitazione che realmente operativa.
Si è sicuramente trattato della solita via traversa all’italiana, secondo cui una verità così scottante non può mai essere accertata per la strada principale ma deve emergere in modo accessorio, attraverso procedimenti tardivi e che comunque non investono il nocciolo della questione, lasciando intatte le responsabilità personali e collettive.
Tuttavia, confermando la sentenza della corte d’Appello di Palermo, la Cassazione ha stabilito che lo Stato risarcirà i familiari delle vittime, anche oltre il milione e 240 mila euro già concessi, riconoscendo finalmente la ragione delle vittime. Anche se né lo Stato né nessun altro soggetto, nazione o individuo, sono mai stati individuati come colpevoli di quanto successe ad Ustica. Neppure le ammissioni dell’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio, che nel 2007 dichiarò esplicitamente che la colpa della strage era da attribuire ad un missile lanciato da un aereo militare francese secondo quanto riportatogli dai servizi segreti italiani, hanno costituito la base per una azione penale o quantomeno per il sollevamento in sede internazionale della questione tra Stati.
E’ una amara vittoria per le famiglie delle vittime, quindi. E per chi ha lottato per buona parte della sua vita (o magari ce l’ha rimessa) per far sì che questa verità scomoda venisse fuori. Nel frattempo, oltre alle 81 vittime e a molti dei loro familiari, non ci sono più molti attori della vicenda, e lo stesso quadro internazionale è profondamente cambiato, con la deposizione sanguinosa di quel Muhammar Gheddafi che tutti ormai indicano come il bersaglio di quel missile che doveva toglierlo di mezzo con 31 anni di anticipo, e che invece andò a impattare sul volo tranquillo di 81 persone che nessuno aveva avvisato di essere finite in mezzo ad una guerra. 43 dei quali giacciono per sempre sul fondo del Mar Tirreno.
Una vittoria amara, ed una sensazione per descrivere la quale ricorriamo ancora una volta a Marco Risi ed alle immagini finali del suo Muro di Gomma, con Andrea Purgatori/Corso Salani che detta la sua notizia con la voce rotta dall’emozione, senza trionfo ma solo con stanchezza e tristezza, e poi la voce fuori campo che elenca il nome e cognome degli 81 passeggeri.




martedì 15 gennaio 2013

LA NOTTE DELLA REPUBBLICA: Muore Prospero Gallinari. Con lui se ne vanno i Misteri d'Italia



«Eravamo in guerra, come quei poveri ragazzi mandati in Vietnam. Il contesto nazionale e internazionale era questo. Tutto è partito dal movimento operaio. Alle nostre manifestazioni per una migliore condizione sociale, contro la disoccupazione, lo Stato ha risposto con le azioni di polizia, con le cariche. Le forze reazionarie hanno risposto con la strage di Piazza Fontana. A quel punto, non potevamo fare altro, a nostra volta, che rispondere con le armi. Una vera e propria dichiarazione di guerra».
Raccontava così Prospero Gallinari la storia sua e di una intera generazione che aveva visto trasformarsi gli anni più verdi, quelli che dovrebbero essere i più spensierati, in Anni di Piombo. E’ morto ieri mattina stroncato dall’ultimo e più grave di una serie di attacchi di cuore mentre usciva dal garage dell’abitazione dove da qualche anno scontava il resto della sua pena (trasformata da ergastolo in arresti domiciliari per motivi di salute) l’ex leader delle Brigate Rosse che non si era mai pentito, l’irriducibile ex-operaio passato alla lotta armata che era arrivato a diventare il capo militare della Stella a Cinque Punte.
Aveva 62 anni, 36 dei quali li aveva trascorsi tra carcere e arresti domiciliari, dai quali negli ultimi anni aveva il permesso di uscire per recarsi al lavoro nella ditta che l’aveva assunto come autista a Reggio Emilia, dove abitava attualmente. Era nato nel 1951 proprio a Reggio Emilia, da famiglia contadina e di idee comuniste, in una terra dove era rimasta viva più che altrove la memoria della lotta partigiana e dove il vento della ribellione alla fine degli anni sessanta soffiava inevitabilmente più forte. Iscritto giovanissimo alla FGCI, il giovane operaio Gallinari era uscito presto dal Partito Comunista Italiano, ritenendo come tanti giovani militanti di allora insoddisfacente e insufficiente la linea legalitaria adottata dai dirigenti di allora.
Proprio in provincia della sua città, a Pecorile, nel 1970, si era costituita una formazione politica estremista con ambizioni paramilitari destinata presto a diventare la più famosa, o famigerata, di tutte: le Brigate Rosse. Prospero Gallinari era stato tra i fondatori insieme a Renato Curcio, Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Mario Moretti, Adriana Faranda. Dopo un breve periodo di dissidenza, era rientrato nel gruppo ormai consacratosi al terrorismo puro, sotto la direzione di Moretti che aveva rilevato i leader più politici Curcio e Franceschini nel frattempo arrestati, e giusto in tempo per partecipare al rapimento del giudice Mario Sossi, uno dei primi sequestri spettacolari operati dall’organizzazione contro esponenti dello Stato. Gallinari, che nel sequestro e in altre operazioni di commando aveva già messo in luce le sue qualità di capo militare (in sintonia con la leadership politica di Moretti e Faranda), venne arrestato una prima volta a fine 1974.
Nel 1976, al processo di Torino dove si giudicavano i Capi storici BR, Gallinari si mise in mostra leggendo il volantino con cui si rivendicava l’omicidio del procuratore di Genova Francesco Coco ad opera di una colonna dell’organizzazione rimasta in clandestinità. Nel 1977 riuscì ad evadere
dal carcere di Treviso e da quel momento di lui si persero le tracce. Fino al 15 marzo 1978, quando riapparve agli onori della cronaca nel modo più drammatico.
Gallinari fu infatti il leader del commando che in Via Fani rapì il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro (mentre si sta recando in Parlamento per ricevere il voto di fiducia al suo governo che per la prima volta avrebbe dovuto avere l’appoggio del Partito Comunista, il Compromesso Storico), e ne massacrò la scorta. Da quel momento, e per i fatidici 55 giorni, Gallinari insieme a Moretti, Anna Laura Braghetti (che poi avrebbe sposato in carcere) e – pare – Germano Maccari, fu uno dei carcerieri dello statista, e probabilmente quello che lo giustiziò il 9 maggio, nel bagagliaio della R4 poi ritrovata in Via Caetani, al termine dello psicodramma collettivo che cambiò per sempre la storia d’Italia.
Catturato nel 1979 dalla polizia al termine di una sparatoria a Roma nella quale venne gravemente ferito alla testa, riuscì a sopravvivere e ad affrontare il processo che nel 1983 lo condannò all’ergastolo insieme ai suoi compagni. Nello stesso anno subì il primo della serie di infarti che si è conclusa ieri.
Prospero Gallinari è sempre stato uno degli irriducibili delle Brigate Rosse, uno di quelli che non si è mai pentito e non è mai venuto a patti con lo stato, confessando alcunché di tutto ciò di cui era a conoscenza relativamente al periodo della lotta armata. Nel 1988 decise di unirsi allo storico documento con cui Curcio, Moretti ed altri riconoscevano che “la lotta armata è finita e lo Stato ha vinto”, ma senza alcuna concessione al pentimento né desiderio di fare chiarezza circa le responsabilità sue e dei suoi compagni negli eventi drammatici degli Anni di Piombo. Pochi anni dopo, Mario Moretti lo scagionò circa l’esecuzione materiale del delitto Moro assumendosene le responsabilità, ma pare che quel gesto fosse dettato dal tentativo di favorire l’uscita dell’amico e compagno dal carcere, per motivi di salute. Uscita che fu poi accordata nel 1996 con la sospensione della pena e la concessione degli arresti domiciliari.
Con la sua scomparsa, si riducono ulteriormente le possibilità per la giustizia italiana di far luce sul periodo più controverso della storia d’Italia contemporanea, ed in particolare sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Era veramente lui l’Ing. Altobelli che aveva preso in affitto l’appartamento di Via Montalcini in cui lo statista fu tenuto prigioniero? C’era veramente qualcun altro la mattina del 15 marzo 1978 in Via Fani insieme agli uomini delle Brigate Rosse capitanati da Gallinari? Chi ha bruciato o fatto sparire le carte di Moro conservate nel covo, e che cosa contenevano esattamente? E infine, la domanda più importante di tutte, che cosa sono state esattamente le Brigate Rosse? L’organizzazione terroristica che tenne in scacco lo Stato italiano per più di dieci anni nel tentativo idealistico e ideologico di riprendere e portare a compimento una lotta partigiana che si riteneva fosse stata interrotta troppo presto? O una pedina più o meno consapevole su una scacchiera e in un gioco in cui la posta era molto, ma molto più alta, attraversando addirittura i destini stessi dell’Occidente? Chi armò veramente la mano che sparò ad Aldo Moro, di Gallinari o di chiunque altro fosse?
Queste sono le domande a cui adesso si trova a rispondere Prospero Gallinari, davanti al Tribunale a cui si è presentato ieri, alla fine di una delle tante vite spezzate o distorte vissute in quei terribili e incomprensibili anni 70. Chissà se almeno per un attimo, in questi 62 anni in cui ha vissuto (molti di più di quelli che ha concesso a tante sue vittime), ha avuto un attimo non si dice di pentimento, ma almeno di dubbio. Su quei segreti di stato che si è portato con sé per sempre.

Prospero Gallinari e Mario Moretti

domenica 30 dicembre 2012

ITALIA ANNO ZERO



Il paese che si appresta a dare l’ultimo saluto a Rita Levi Montalcini celebra in concomitanza la chiusura di uno dei suoi anni peggiori, e le due cose appaiono giustamente coincidenti. L’addio a uno degli ultimi intelletti di cui siamo stati orgogliosi di essere concittadini cade nel momento in cui forse prendiamo coscienza del fatto che non solo ci ritroviamo a vivere in un sistema-paese che difficilmente ne riprodurrà altri di quella levatura, ma anche che stiamo più o meno consapevolmente distruggendo le ultime vestigia di quanto di buono questi intelletti medesimi unitamente alla nostra coscienza civile faticosamente coltivata sul terreno impervio della nostra storia moderna avevano prodotto, in termini di conquiste sociali e di istituzioni civili.
Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina 1986 e Senatrice della Repubblica a vita dal 2001, ci ha lasciati ieri, e non le sarà dato di vedere che fine farà questa patria disgraziata che ha avuto bisogno di eroi come lei, per dirla con Brecht, e oltretutto quasi non ha saputo che farsene. Quando le sue spoglie mortali avranno trovato l’eterno riposo, molti di coloro che si sono sentiti in diritto di oltraggiare la sua stessa presenza in Parlamento in questi ultimi anni, in ragione delle sue sempre più precarie condizioni di salute, si saranno già ripresentati in lista per farsi un altro giro a quel Win-For-Life che sono diventati ormai da noi il Senato e la Camera dei Deputati. Al punto che per avere un rappresentante tra i senatori del calibro della dottoressa Montalcini dovette nominarla il presidente Ciampi nell’ambito delle sue prerogative. Che venisse fuori da una consultazione elettorale una persona della sua levatura non ci sarebbe stato mai verso.
In un panorama intellettuale e morale sempre più depauperato, quindi, la Seconda Repubblica si prepara a celebrare il suo rito di primavera, senza sapere tuttavia se stavolta si tratterà di una ennesima riedizione del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, quel Gattopardo le cui parole immortali, perché nulla cambi tutto deve cambiare, hanno ispirato secoli di politica nazionale al di là delle possibilità di previsione del suo stesso autore. O se invece avrà luogo uno di quei periodici tentativi che la stessa politica italiana e la società civile che ad essa sottende mettono in scena, dalla Guerra Partigiana agli Anni di Piombo a Mani Pulite. Purtroppo, finora, con risultati non dissimili da quelli preconizzati dal Principe di Salina. Much ado about nothing, molto rumore per nulla, diceva Shakespeare.
Un anno fa se ne andava Giorgio Bocca (Natale non regala più nulla all’Italia, anzi ultimamente si porta sempre via i pezzi migliori), che avrebbe avuto da dirci sicuramente qualcosa di interessante sulle grandi manovre della politica. Soltanto sul Professor Monti e sul suo governo vinil-tecnico avrebbe scritto sicuramente parole memorabili. Ma Giorgio Bocca, come Rita Levi Montalcini, non ci sono più. Siamo più soli, e da soli dobbiamo fare. A capirci qualcosa e a reagire, se ne siamo capaci.
Di governi tecnici è piena la nostra storia, a partire da Badoglio in poi. Periodicamente, la politica si è dimostrata incapace di assolvere ai compiti per cui la paghiamo, e cara, e si è dovuta fare da parte (a volte con acquiescenza infingarda pari alla propria incapacità riconosciuta), lasciando il Monarca di turno, da Vittorio Emanuele III a Giorgio I, a dare l’incarico al tecnico, al professore, così come noi nel nostro piccolo si chiama l’Sos Casa a rimediare ai danni di architetti e ingegneri strapagati a suo tempo.
Quasi sempre, prima di un governo tecnico, o della sua variante esotica minimalista nostrana, il governo balneare, c’era stata in precedenza una bella catastrofe di qualche tipo, bellica o economica. E sempre al tecnico incaricato si chiedeva di ristabilire la situazione dandogli sostanziale carta bianca e nessun obbligo di rendere conto a organi minimamente elettivi e rappresentativi della volontà popolare. Il Re d’Italia incaricò il Maresciallo Badoglio di tirare fuori il paese dalla seconda guerra mondiale con la stessa nonchalance e la stessa lettura disinvolta (ma legale) delle sue prerogative con cui 20 anni prima l’aveva consegnato al Fascismo di Mussolini.
Il Presidente della Repubblica aveva prerogative meno certe ed accertate quando bypassando completamente la volontà popolare ha incaricato il Prof. Mario Monti di tirare fuori il paese dalla crisi finanziaria (non economica, si badi bene) in cui l’avevano gettato le banche (al pari di altri paesi nelle stesse condizioni, che però sono andati a votare) che a suo tempo avevano espresso proprio i Monti, i Draghi e compagnia bella a governare l’economia dell’Unione Europea in senso a loro favorevole. E tuttavia l’ha fatto, con la stessa retorica disinvoltura con cui ha accompagnato ogni azione politica della sua lunga vita, e ci fosse stata una delle forze politiche presenti in Parlamento (ad eccezione di Lega ed Italia dei Valori, peraltro squalificatesi da sole su altri terreni e per altri motivi) che avesse avuto da ridire!
Anzi, proprio loro hanno finito per legittimare l'azione di Napolitano dandogli quella maggioranza che la Costituzione gli impone di cercare. In nome dello spread, della spending review e di altre due o tre parole in lingua inglese che non hanno più significato di quel gramelot con cui Dario Fo ci deliziava nei suoi splendidi spettacoli teatrali di qualche anno fa, dalla sera alla mattina maggioranza e opposizione sono sparite, in una ammucchiata che non ha avuto nemmeno quel minimo di parvenza dignitosa dell’Unità Nazionale successiva al rapimento e al delitto Moro. Tutti compatti a sostenere Mario Monti e la sua politica patrimoniale verso i poveri, con la sua troupe che in un paio di elementi almeno non ha fatto rimpiangere – quanto a sciocchezze e modo di porgerle, se non di attuarle – i bei tempi di Brunetta.
La legislatura comunque dura cinque anni e alla fine devi decidere, o sciogli le Camere e rimandi la gente a votare o fai un colpo di stato, con tutti i rischi, gli incerti e le fatiche del caso. E stavolta, stante la crisi economica reale e in alcuni momenti veramente spaventosa e la sua gestione che è apparsa decisamente sperequativa da parte di un governo di irresponsabili (in senso letterale) e di uomini comunque provenienti dal mondo del privilegio bancario e finanziario, non è affatto sicuro quale prodotto avrà l’umore sempre più nero del corpo elettorale una volta al’interno della sospirata cabina di voto. Ecco allora che la politica, il cui unico problema è tornare in Parlamento, sta correndo ai ripari in uno scontro tra nuovo che cerca di avanzare e vecchio che cerca di non arretrare che avrebbe fatto la felicità dei grandi commediografi e sceneggiatori di una volta.
Tra partiti e personaggi in cerca di autore, tra sequel o semplici remake di film già visti, tra trasformismi ormai consueti della politica italiana eppure sempre affascinanti nel loro ripetersi come se fosse la prima volta, la commedia delle parti sempre meno chiare ha prodotto uno scioglimento delle Camere ed una convocazione dei comizi elettorali per il 24 febbraio 2013. Per quella data, chi ha qualcosa da brevettare lo tiri fuori, non si va oltre. Rien ne va plus.
Per quella data, sapremo se nel campo Democratico avrebbe valso la pena scommettere sulla nuova generazione dei Renzi, o se pure la vecchia dei Bersani, delle Bindi, delle Finocchiaro  dei D’Alema ha qualche possibilità di riciclo (e qualche politica da attuare che non sia quella di Mario Monti, se di politica si è potuto parlare). Se nel campo liberale funziona ancora l’equazione di vent’anni fa tra l’imprenditore di Arcore che sa parlare agli italiani e la loro paura del cambiamento avventuroso rappresentato da chi nel frattempo ha avuto, soprattutto in sede locale, le sue brave occasioni per sgovernare. Sapremo inoltre se l’ennesimo tentativo di ridare vita alla Balena Bianca, la Democrazia Cristiana, ha possibilità di successo e se vecchi arnesi dell’area di governo e sottogoverno come Casini, Rutelli, Fini e lo stesso Montezemolo hanno visto giusto nel tentare di presentare Mario Monti come il novello Alcide De Gasperi, con buona pace di chi ha ragione di pensare che se lo statista trentino tornasse in vita oggi toglierebbe perfino il saluto a questi suoi sedicenti epigoni che a lui pretendono di richiamarsi.
Sapremo infine che sorte avranno i tentativi veri o presunti di rompere il sistema vigente. Da quello del Movimento Cinque Stelle che si è mosso per tempo ponendosi come alternativa platealmente anti-sistema (e accettando di correre i rischi del caso, in termini di reazione da parte di un sistema che non è mai stato né tenero né leale verso i suoi oppositori), a quello di movimenti che stanno nascendo negli ultimi giorni, dai “Fratelli d’Italia” di Crosetto e Meloni, per nulla convinti del ritorno di Berlusconi, alla Rivoluzione Civile dell’ex magistrato di turno Antonio Ingroia.
A tale proposito, al netto del rispetto delle vigenti norme sia costituzionali che ordinarie, si moltiplica il fenomeno dei giudici che decidono di saltare il fosso e di passare dal Giudiziario al Legislativo. Senza voler esprimere un giudizio di merito sulle persone, c’è da pensare che si tratti a questo punto di un fenomeno che si possa configurare anche come degenerativo, oltre che poco produttivo, della nostra politica nazionale. La lista dei magistrati prestati alla politica e non più ritornati indietro è lunga, ormai, e dati alla mano si può affermare che abbia prodotto ben poco di utile alla causa del paese, in ciascuno dei due ambiti e poteri costituzionali. Di sicuro, si può affermare che magistrati anche valenti hanno cessato di servire il loro paese indossando la toga con profitto come avevano fatto, e sono andati a sedersi in un Parlamento a cui hanno dato ben poco lustro o contributo.
Del resto, che c’è una Costituzione da riformare in profondità e che il capitolo della Magistratura non sia secondario nell’ambito delle riforme da fare, non è novità di oggi. Un plauso semmai alla nostra classe politica che ha pensato bene di trasferire anche questa questione a chi le succederà nella prossima legislatura, cioè a se stessa, senza peraltro nessuna fretta.
Questo è il paese che nei prossimi giorni darà l’ultimo saluto a Rita levi Montalcini. Le sia lieve la terra, Dottoressa. E non porti con sé alcun rammarico nel suo viaggio verso il suo meritato eterno riposo. Per scoprire il gene malformato che avvelena da sempre la nostra vita di cittadini italiani sarebbe occorsa una vita decisamente più lunga e avventurosa della sua. Buon anno a chi resta.

lunedì 24 dicembre 2012

Una serata con i volontari di Emergency


Per chi non sapesse o non potesse dare un senso a questo Natale (è sempre più difficile ogni anno che
passa, a prescindere dalle profezie millenaristiche che tentano di spiegarci perché siamo destinati ad estinguerci, come se non lo sapessimo da soli), per chi volesse comunque dare un senso al proprio tempo e ai propri soldi unendo l’utile al dilettevole di acquistare dei bei regali di natale dedicando qualche attimo di sé nello stesso tempo alla riflessione ed alla solidarietà, Emergency ripropone anche quest’anno il suo punto vendita a Firenze in Via dei Ginori14 (foto).
Entrare dentro il negozio di Emergency è fare un salto d’improvviso in un altro mondo, quello (vastissimo) in cui si lotta per la pura e semplice sopravvivenza e quello di chi ha scelto di dedicarsi ad agevolare questa lotta impari, magari lasciando da parte professioni ben più remunerative, almeno da un punto di vista puramente economico. Per chi entra lì dentro con la voglia di capire, libera da qualsiasi pregiudizio, c’è tutto lo spirito dell’organizzazione fondata nel 1994 dal cardiochirurgo milanese Gino Strada e da sua moglie Teresa Sarti, non appena fu chiaro che il mondo non più costretto dalla logica dei blocchi e della Guerra Fredda si stava aprendo a nuovi e ancora più impensabili orrori, e che c’era bisogno di qualche visionario che ritenesse possibile e doveroso (già allora) offrire cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità alle vittime della guerra e della povertà e promuovere una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Tutta merce che con l’andare del tempo si è dimostrata, se possibile, ancora più deperibile. Non a caso, questa organizzazione si chiama, fin dalla sua nascita, Emergency. Non c’è bisogno di traduzione, semmai di constatare che dopo 18 anni quella che era emergenza sta diventando purtroppo, in molte aree del mondo, più che mai la normalità.
Una volta dentro il negozio, i volontari sono ben contenti di accompagnarvi dentro un viaggio che vi porta dentro un sogno: quello di popoli che cercano di recuperare una autonoma e orgogliosa rinascita produttiva magari solo ripartendo da produzioni artigianali che già esistevano e che guerre e dittature
avevano spazzato via. Un caso per tutti, i manufatti di vetro di Herat, una delle zone dell’Afghanistan che più stenta a trovare pace e normalizzazione in un paese che pace e normalità non ne ha mai avute. L’Afghanistan è diventato uno dei paesi simbolo dell’impegno di Emergency, per motivi di storia e di cronaca attuale. Ma stesso discorso si può estendere a varie parti del cosiddetto Terzo Mondo in cui l’organizzazione di Gino Strada, riconosciuta ONLUS dal 1998 e ONG da 1999, tenta ogni anno di avviare nuovi progetti di realizzazione di strutture sanitarie che diano assistenza medica, ma più in generale diritti sostanziali, a chi finora non ne ha mai avuti. Fino al punto di individuare addirittura nel nostro stesso paese, nei tempi della Sanità disastrata pre e post spending review, delle sacche territoriali di sofferenza in cui intervenire, con la certezza di poter fare meglio e a costi molto più contenuti rispetto a chi ha fatto finora.
Per far capire tutto questo, e spiegare perché si sta lavorando e perché le pur generose risorse messe a disposizione ogni anno dai donatori e da istituzioni pubbliche e private sensibilizzate (l’elenco è esposto nel negozio) sono sempre per forza di cose insufficienti, Emergency ha deciso quest’anno di far parlare i propri volontari, in alcune serate messe a disposizione del pubblico dei visitatori. Abbiamo partecipato ad una di queste, la sera del 21 dicembre, in cui due infermiere professionali operanti nelle strutture sanitarie italiane hanno raccontato perché hanno deciso un bel giorno di lasciare tutto, ma veramente tutto, e andare a fare quello che facevano dall’altra parte del mondo, e con che risultati.
Paola Stillo (foto), ex caposala dell’ospedale pediatrico Sant’Anna di Como, ci racconta di come fu convinta nell’arco di una giornata dai “reclutatori” di Emergency a prendere aspettativa ed aggregarsi alla missione destinata a quella che nel 2003 era la zona più calda del mondo, la valle del Panshir, la zona afghana più vicina al territorio cinese da sempre controllata dall'Alleanza del Nord, i Mujahidhin del leggendario Masud il Leone. In quel paese, che veniva da più di 20 anni equamente divisi tra la guerra contro gli invasori sovietici, la dittatura talebana e la guerra di liberazione successiva all’attentato alle Torri Gemelle, Emergency aveva svolto un ruolo fondamentale fin dagli ultimi tempi dei Talebani, riuscendo ad essere presente di fatto come l’unica organizzazione in grado di fornire assistenza sanitaria nel paese.
Tale situazione, non certo semplificata dalla nuova situazione creatasi dopo l’occupazione NATO, era rimasta sostanzialmente immutata. Al punto da spingere i responsabili dell’organizzazione di Gino Strada a valutare come prioritario non solo l’apporto di cure mediche ad una popolazione martoriata da una guerra infinita, ma anche la ri-creazione di professionalità mediche e para-mediche in un paese dove da quando avevano governato i Talebani non era andato a scuola più nessuno (meno che mai le donne, ritenute però essenziali, nella cultura islamica, per l’esercizio di una professione infermieristica nel caso specifico rivolta in molto casi ad un’utenza principalmente femminile, si pensi a maternità e pediatria), e prima ancora di un approccio culturale al mondo moderno che riprendesse quel filo interrotto per forza di cose nel 1979, quando l’invasione sovietica aveva fatalmente frenato lo sviluppo di un paese che almeno nei centri maggiori dimostrava di potersi inserire in quello che consideravamo e consideriamo il mondo moderno. I risultati ottenuti, ha raccontato Paola Stillo, sono andati al di là delle più rosee previsioni. Le infermiere istruite dai volontari occidentali, a prezzo di sacrifici inimmaginabili per chi non ha presente la loro condizione ripiombata in un abisso di violenza e segregazione degni del peggior fanatismo religioso e della peggiore arretratezza culturale, hanno conseguito un livello di professionalità (oltre che titoli di studio legalmente riconosciuti) che lascia ben sperare.
Chiara Peduto (a destra nella foto al tavolo), infermiera del reparto di Terapia Intensiva di Careggi, ha raccontato invece un’altra esperienza altrettanto estrema, e altrettanto nota a chi ha seguito le cronache internazionali della sofferenza e del bisogno. Reclutata anche lei dans l’espace d’un matin dagli uomini di Emergency, la sua destinazione è stata il Centro Salam di Cardiochirurgia di Karthoum, la capitale del martoriato Sudan. Il suo racconto ha messo in evidenza l’incredibile contraddizione tra il prestare servizio in una struttura sanitaria quasi d’eccellenza, che nulla parrebbe avere da invidiare alle nostre europee, e vivere in un paese dove domina una delle dittature più feroci ed oppressive dell’intero Terzo Mondo. Il Sudan è da anni teatro di sofferenza, con la tragedia del Darfur ed il conflitto interrazziale e interconfessionale tra le sue popolazioni per lo più per la maggior parte allo stato tribale. Karthoum è una città dall'apparenza moderna, impiantata nel cuore di uno stato di polizia tribale. In quest’area Emergency ha scelto volutamente di costruire una delle sue strutture più prestigiose, et pour cause. Il paese confina con altre nazioni africane,dall’Egitto, alla Repubblica Centraficana, al Ciad, all’Eritrea, alla Somalia, all’Etiopia, è in posizione strategica tanto più alla luce dell’insorgenza massiccia tra la popolazione di questa vasta regione africana di malattie legate alla contrazione dello streptococco metabolitico, che causa febbri reumatiche con complicazioni cardiache devastanti (una persona su mille abitanti la contrae, ed è destinato alla morte in un paese dove qualsiasi assistenza medica è esclusivamente a pagamento). Come in Afghanistan, la cultura locale dà inoltre pochissimi spazi a quelle persone, soprattutto di sesso femminile, che vogliono emanciparsi acquisendo una professionalità medica e paramedica.
Questo è solo un esempio sommario di quanto è emerso dai racconti dei volontari, di quanto fa Emergency ogni anno per andare a portare vita e rinascita dove altrimenti ormai prospererebbe soltanto la morte. Ci sarebbe da parlare del Centro Chirurgico e Pediatrico di Goderich in Sierra Leone, dell’assistenza sanitaria fornita ai profughi della sanguinosa Primavera Araba del 2011, dei progetti di Emergency per rendere più accessibile e più effettiva la stessa sanità italiana. Ci sarebbe tanto da dire, chi è interessato può approfondire in Via Ginori, e negli altri centri Emergency sparsi in 12 città italiane.

Come ricorda ancora Paola Stillo, gli operatori sanitari volontari farebbero il loro mestiere comunque e dovunque, ma è solo il cuore e la generosità della gente che consentono loro di andare a farlo là dove ce n’è veramente bisogno. Il negozio di Emergency rimane aperto fino al 24 dicembre alle ore 18,00.