venerdì 23 gennaio 2015

Dio Salvi il Topless del Sun



E’ diventata una istituzione, al pari delle cabine telefoniche e degli autobus a due piani rossi di Londra o dei suoi taxi neri, i Black Cabs. Famosa come Carnaby Street, come Buckingham Palace o Piccadilly Circus. Conosciuta da più generazioni come i Beatles.
E’ la terza pagina del Sun, il più popolare dei tabloid britannici, che a partire dal 1970 – anno in cui fu acquistato da un magnate australiano destinato in seguito a diventare il più famoso tycoon dell’informazione planetaria, Rupert Murdoch – sbaragliò la concorrenza ospitando la più clamorosa (per l’epoca soprattutto) delle inserzioni: la fotografia a tutta pagina di qualche bellezza isolana, sempre e comunque rigorosamente in topless.
Da allora, le tette in terza pagina sono diventate un’icona del tabloid ed un simbolo, appunto, della stessa Inghilterra. La trovata mediatica che vanta il maggior numero di tentativi di imitazione, al pari della Settimana Enigmistica. Un clamoroso, indiscusso e apparentemente indiscutibile successo di pubblico, almeno a giudicare dalle vendite. Fino al 2012.
In quell’anno, complice forse l’atmosfera millenaristica instaurata dalle ben note profezie Maya o forse in virtù dei tempi cambiati per quanto riguarda l’approccio alle cose del sesso, si scatenò nelle Isole Britanniche una vera e propria campagna contro la terza pagina del Sun, con tanto di raccolta di firme. Arrivarono a circa 200.000 i sostenitori di “No more page 3”, che chiesero la fine di una pratica bollata come sessista, offensiva per le donne, anacronistica.
L’iniziativa fece scalpore, al punto che lo stesso patron Murdoch in seguito espresse tramite il suo account Twitter le sue evidenti perplessità, definendo la pratica consolidata dal suo tabloid come ormai “fuori moda” e sollecitando i lettori ad esprimere il proprio parere in merito. Finché pochi giorni fa il leggendario Times, nel frattempo diventato anch’esso quotidiano di proprietà dello stesso Murdoch, ha pubblicato un articolo in cui si diceva che il Sun aveva deciso di rinunciare al topless di pagina tre “in silenzio”. Sopprimendolo e basta.
Per alcuni giorni page 3 è diventata, per la prima volta dopo oltre quarant’anni, una normale pagina di giornale. Finché, con un clamoroso colpo di scena, dopo giorni di speculazioni è stato svelato lo scherzo architettato dall’editore nei confronti dei promotori di No more page 3. Ad ulteriore dimostrazione del suo genio, del talento mediatico che ne hanno fatto l’editore più potente e famoso del mondo.
Ieri mattina, il Sun è tornato in edicola con uno dei simboli dell’Inghilterra al suo posto. Per la gioia degli amanti della tradizione, sulla terza pagina del tabloid, sormontata dalla testata "chiarimenti e rettifiche", campeggiava la foto, ovviamente in topless, di una bionda modella che strizza l'occhio ai lettori più affezionati.
In una nota in calce alla foto, il giornale spiegava: "A seguito delle notizie comparse sugli altri media, vogliamo chiarire che questa è la Pagina 3 e questa è una foto di Nicole, 22 anni, da Bornemouth". E ancora, "Vogliamo chiedere scusa a nome dei media che hanno trascorso gli ultimi due giorni a parlare e scrivere di noi".
Pronta la risposta via Twitter dei promotori della campagna anti Pagina 3, che dichiarano che "la battaglia potrebbe ricominciare" e a loro volta ringraziano il tabloid per la pubblicità ricevuta. Ma in Inghilterra, si sa, le tradizioni sono estremamente dure a morire.
There’ll always be an England.

RENZIADE: Die Florentinerin Ferien von Frau Merkel

La cancelliera di ferro è dunque sbarcata a Firenze, per una di quelle visite di stato il cui significato è chiaro soprattutto, o forse è meglio dire soltanto, agli addetti ai lavori dell’informazione, che danno grande risalto all’evento. Loro e gli addetti ai lavori della ricezione alberghiera sono probabilmente gli unici beneficiari di queste vacanze in riva all’Arno di Frau Angela Merkel, dato che i fiorentini sembrano reagire con la consueta indifferenza mostrata in tutte o quasi le circostanze analoghe a questa.
Non è più tempo di esaltazioni lapiriane per gli abitanti del capoluogo toscano, già messi a dura prova dalle opere pubbliche in cantiere (tramvia) e da quelle che ancora devono andarci (stadio alla Mercafir si, stadio alla Mercafir no). Ieri i viali di circonvallazione erano stati trasformati peraltro in una terra di nessuno simile a quella che circondava il Muro di Berlino, per consentire al corteo tedesco di raggiungere il quartier generale posto all’Hotel Savoy. Immaginarsi i commenti più o meno in vernacolo stretto.
Qualcuno stamani, con umorismo tipicamente locale, parla di visita della Merkel a FI-RENZI. Scherzi a parte, è indubbio che il beneficiario reale di questa visita così importante sia proprio il capo del governo italiano, fin dal suo insediamento accreditatosi come il più sincero ed il più fedele partner (dice lui) dell’alleato germanico.
Inutile dire che le assonanze richiamano alla memoria precedenti sinistri, per quanto significativi, nei rapporti tra Italia e Germania. Per risalire ad una precedente visita del capo del governo tedesco a Firenze di pari importanza e risalto, bisogna riandare parecchio indietro nel tempo. Era il 1938, il Fuhrer del Terzo Reich Adolf Hitler in visita all’amico ed alleato Benito Mussolini venne a deliziarsi in riva all’Arno, lui che si riteneva un grande appassionato d’arte. La leggenda vuole che a questa visita così proficua dovette la sua sopravvivenza il Ponte Vecchio, allorché qualche anno dopo, nel 1944, si trattò per la Wehrmacht in ritirata di coprirsi le spalle facendo saltare tutti i ponti sul fiume. Hitler, che non aveva risparmiato fino a quel momento nulla o nessuno, non se la sentì di abbattere quel gioiello davanti a cui si era soffermato in ammirazione estasiata.
Di che cosa sia appassionata la sig.ra Merkel realmente non è dato sapere. Né tantomeno se e cosa ci sarà da salvare qui a Firenze, o altrove in Italia, di fronte ad un perdurante e rinnovato impeto tedesco. La visita della cancelliera serve a rinsaldare più che altro i rapporti tra lei ed il suo omologo italiano. La Fortezza Europa scricchiola sempre di più (non è un caso che mentre Frau Merkel si trova fuori sede Herr Draghi lanci dalla B.C.E. il suo programma di acquisto di titoli di stato, nel tentativo di scongiurare “derive greche”). Berlino non è più tanto sicura dei confini del suo lebensraum.
Scricchiola non poco comunque anche la poltrona del capo del governo italiano, il quale ha atteso la discesa nella penisola della signora come una volta i dignitari dei Liberi Comuni italiani si preparavano alla visita del Sacro Romano Imperatore. A ben guardare, per Matteo Renzi la stampella tedesca in questo momento è l’appoggio più sicuro. Il suo partito si appresta a ridiventare quella palude infida in cui sono affogati molti suoi predecessori come segretari. Vuoi perché a breve si vota per eleggere il nuovo presidente della repubblica (momento critico per antonomasia del nostro sistema politico, che vede venire al pettine anche i nodi più insospettabili, e del resto nell’ultima circostanza precedente fu proprio Renzi ad approfittarne per dare il via alla rivolta contro Bersani ed alla sua scalata alla poltrona di segretario, impallinando il candidato ufficiale Romano Prodi). Vuoi perché in discussione in Parlamento c’è in questi giorni la madre di tutte le riforme, la legge elettorale, altro argomento che pare fatto apposta per far salire allo scoperto mal di pancia e umori rivoltosi.
Il 2015 non compare per la verità come anno fatidico in nessuna celebre profezia, dai Maya a Nostradamus ai Segreti di Fatima. Ma con il suo succedersi di tornate elettorali obbligatorie o opportune (si comincia con il Quirinale, poi tocca alle Regioni e chissà che insieme non si decida o si renda necessario rivotare per il Parlamento) rischia di essere uno di quegli anni che fanno la storia, piccola o grande che sia.
Il Rottamatore affronta critici e nemici a muso apparentemente duro. La luna di miele con l’opinione pubblica (ed elettorato) tuttavia è agli sgoccioli, la stampa raccatta un po’ del coraggio di Don Abbondio abbozzando qua e là le prime critiche, mentre metà del Partito Democratico si raccoglie sotto l’usbergo dei malpancisti della prim’ora quale ad esempio l’ex Presidente della Regione Toscana Vannino Chiti, minacciando sollevazioni e agitando spauracchi (peraltro ricorrenti e mai finora efficaci) di scissione.
Nel frattempo, ha incassato lo schiaffo delle dimissioni di Cofferati a causa dei presunti brogli nelle primarie genovesi, e non è uno schiaffo da poco in quanto si tratta dell’addio di uno dei “padri fondatori” del PD. Il problema sollevato da Cofferati è annoso, già diverse volte e da varie parti erano state lamentate manovre poco chiare in circostanze analoghe. Una delle fedelissime di Renzi, la Governatrice del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani fu accusata di aver beneficiato addirittura del voto di residenti nelle terre perdute dell’Istria, aventi diritto al voto in ragione del loro doppio passaporto e prelevati appositamente oltre confine da pullman targati PD, dove la sigla non sta ovviamente per la provincia di Pordenone.
A scanso di ulteriori equivoci e schiaffi, salta agli occhi anche l’assenza di votazioni primarie nella natia Toscana. Qui in sostanza Renzi ha deciso di ricandidare il Governatore in carica Enrico Rossi, malgrado gli attriti del passato e gli incerti – se non addirittura discutibili – risultati ottenuti. L’uomo che si fa fotografare con i vicini di etnia ROM cavalcherà ancora la sempre più riottosa tigre post-comunista nell’unica regione dove ancora non ha mai perso. E sarà interessante vedere come questa regione, provata da una crisi economica dove il partito democratico ha avuto la sua voce in capitolo aggiuntiva (valga per tutti il caso eclatante di Siena), reagirà alla proposta renziana del vecchio che avanza.
A ben guardare, finora il presidente del consiglio ha rottamato soprattutto le illusioni di chi l’aveva salutato come finalmente il primo – ed anche l’unico – fattore di rinnovamento di una politica e di una società italiana ormai sull’orlo della sclerosi. Per questo per lui in questi giorni è importante accompagnare l’alleato germanico in giro per le bellezze del suo capoluogo natio. Almeno si parla d’altro. E si rinnova l’investitura imperiale.
E chissà che quando la furia tedesca divamperà di nuovo, non si debba ancora una volta ad una visita come questa, non si sa bene se di stato o di piacere, la salvezza della nostra città. E del nostro paese.

mercoledì 21 gennaio 2015

Fiorentina, qualificazione e Diamanti

Voi Papu Gomez, noi Mario Gomez. Per commentare questo Fiorentina – Atalanta ottavo di finale di Coppa Italia gli spunti bisogna un po’ inventarseli. Quasi vent’anni fa questa fu la finale che i tifosi viola attesero di festeggiare fino alle tre di notte, quando il pullman di ritorno da Bergamo depositò Batistuta e compagni dentro uno stadio gremito in ordine di posti come per le partite di cartello.
Stasera è una partita che forse l’Atalanta non avrebbe nemmeno voluto giocare, pressata com’è dall’attualità di un campionato in cui naviga nelle zone pericolose della classifica. Colantuono fa un massiccio turnover iniziale e si consegna in pratica fin da subito ad una Fiorentina che, complice anche il buon momento di forma, sente di volerci riprovare dopo la conclusione beffarda – e tragica - della scorsa edizione contro il Napoli.
Il turnover di Vincenzo Montella si limita a Richards e Badelj. Si fa sul serio insomma, quest’anno del resto gennaio non è il tradizionale mese nero del tecnico campano, anzi. Ed é’ un peccato che il prossimo turno avrà luogo il mese successivo, perché ad attendere questa Fiorentina che in dieci minuti ha già liquidato la pratica Atalanta ci sarà la Roma.
Bastano dieci minuti, un gol di Mario Gomez segnato finalmente alla sua maniera (quella di quando era il miglior centravanti di Germania) e un rigore che in quanto a dubbio è secondo solo a quello dato proprio alla Roma ventiquattr’ore prima, per far sì che Montella ritrovi definitivamente il sorriso e i suoi ragazzi una serata di perfetto relax. Quella in cui bisogna badare soltanto a non farsi male o a fare sciocchezze, perché per il resto la partita scivola via in discesa, sul velluto. Il rigore probabilmente non c’è, si diceva, ma la buona notizia è che anche qui c’entra lo zampino di Gomez, quello della Fiorentina, non quello approdato all’Atalanta dopo essere stato a lungo l’oggetto del desiderio – pare – di Vincenzo Montella.
Al ventottesimo Supermario fa doppietta. L’Atalanta grida al fuorigioco, ma le immagini rallentate danno ragione all’arbitro Valeri, che convalida. A quel punto, Colantuono è già negli spogliatoi perché lo stesso Valeri ha udito le frasi poco urbane urlate dal mister orobico dopo il rigore dato ai viola e trasformato da Cuadrado. La partita è chiusa, e sul Franchi scende l’allegria di una serata spensierata, appena mitigata dal gol segnato da Rolando Bianchi (altra vecchia conoscenza dei diesse viola al mercato) e dal freddo umido che cala da Fiesole.
Sul 3-1 l’intenzione dell’Atalanta sarebbe quella di fare una ripresa all’arma bianca, tentando una rimonta velleitaria, impossibile. In realtà, il secondo tempo serve solo alla Fiorentina per fare luce ulteriore su se stessa. Il ritrovato Borja Valero e la discreta vena di Vargas e Cuadrado a cui si aggiunge spesso un Marcos Alonso in vena di giocate estrose dovrebbero consentire almeno il tentativo di avvicinare il mitico 7-1 con cui la Fiorentina di Hamrin stabilì il suo record di punteggio proprio contro l'Atalanta, ai tempi in cui i viola mettevano paura anche al Real Madrid.
Invece, come sempre succede di questi tempi quando i gigliati si trovano in vantaggio a giocare sul velluto, un po’ la tendenza a fare accademia, un po’ la carenza oggettiva di schemi di attacco (incredibile se si pensa che il loro allenatore è stato uno dei più grandi centravanti dell’ultimo ventennio) fanno sì che il risultato alla fine appaia più bugiardo di quello che è. A metà ripresa Papu Gomez va giù in area per un contrasto con Gonzalo, Valeri lo ammonisce per simulazione ma a voler essere obbiettivi sembra che la massima punizione ci potesse stare più che nella circostanza in cui è stata concessa al Gomez Mario, nel primo tempo. Malgrado il predominio tecnico, la Fiorentina a questo punto potrebbe trovarsi sul 2-2, anziche sul 3-1.
Entrano Mati Fernandez per Borja Valero e Babacar per il (finalmente) goleador Mario Gomez. In entrambi i casi il pubblico fiorentino tributa agli uscenti la standing ovation. Ma l’applauso più forte lo riserva alla terza sostituzione. Alessandro Diamanti torna sul prato del Franchi con la maglia viola dodici anni dopo quella incredibile stagione in cui la Fiorentina si chiamava Florentia Viola, il proprietario era diventato da poco un semisconosciuto imprenditore marchigiano a nome Diego Della Valle, il ragazzo arrivato in prestito da Prato era uno dei gioiellini in erba pescati da Giovanni Galli nelle serie minori per ricostruire una squadra che riportasse Firenze nella serie che le competeva, la serie A.
Il quarto d’ora che gioca entrando al posto di un Cuadrado finalmente sorridente insieme a Montella serve più che altro a fargli riprendere dimestichezza con il calcio che conta, dopo l’esilio dorato cinese. Ma il talento pratese fa vedere subito di sapere cosa fare con il pallone. I suoi assist, quando la forma fisica gli consente di arrivare prima degli avversari, non hanno nulla da invidiare a quelli di Borja Valero ed è un peccato che a quel punto i compagni di squadra abbiano smarrito anche quella poca chiarezza di idee in area di rigore avversaria mostrata in precedenza.
Un altro che sfrutta l’occasione a dovere, ribadendo gli enormi progressi compiuti, è Babacar. Il senegalese compie alcune giocate impressionanti, unendo l’estro ad una fisicità che promette di diventare prorompente. Poi c’è l’Alonso a tutto campo, che a tratti si improvvisa trequartista quando sulla sinistra c’è Vargas e a tratti si concede fughe sulla fascia degne del Cuadrado prima maniera. Peccato che lo spagnolo rovini tutto alla fine facendosi espellere per un fallaccio sul talento nerazzurro D’Alessandro. L’Atalanta a quel punto è in dieci uomini per aver esaurito le sostituzioni e per aver patito l’infortunio di Dramé. Finisce in 10 contro 10, con gli interventi che si fanno sempre più ruvidi e Valeri che deve ricorrere spesso al cartellino giallo.
Montella allunga la striscia positiva di questo suo gennaio anomalo. Il prossimo mese lo attende la Roma nei quarti, un avversario con cui lui non è mai riuscito a fare nemmeno un punto da quando siede sulla panchina viola. La stessa Roma che domenica sera sarà qui al Franchi a difendere il suo secondo posto e a non perdere contatto dal primo. Servirà più cattiveria agonistica, in campionato e coppa, di quella mostrata stasera. Ma con un Gomez che riprende a segnare e con i giocatori più estrosi che sono ritornati in forma, chissà che anche questo record negativo possa avere termine.

Storia di Lola, che morì a Capodanno

Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e non si può essere affatto sicuri dell’universo, disse una volta Albert Einstein. Il padre della teoria della relatività aveva, come spesso gli succedeva, ragione. Se sull’estensione e sulla natura dello spazio che abitiamo ai giorni suoi come ai nostri eravamo e siamo ancora al livello di congetture, sull’imbecillità della specie dominante di questo pianeta – ai giorni suoi ed ancor più ai nostri – esistono ormai tante e tali prove inconfutabili da farne una legge fisica, al pari di quelle che regolano la dinamica dei corpi.
La storia che raccontiamo oggi è una delle più emblematiche, almeno per chi cerca di elevarsi faticosamente dallo stato ferino di natura a quello di essere civilizzato. E’ una delle tante storie rubricate sotto la voce “botti di Capodanno”, la notizia principale di ogni quotidiano o telegiornale il primo giorno di ogni anno che Dio mette in terra, con il consueto bilancio soprattutto di vittime più o meno gravi.
L’Italia non è un paese per esseri umani, lo sappiamo bene. Non abbiamo rispetto di noi stessi, né del nostro prossimo. Figurarsi se può essere considerato un paese per animali. Che noi continuiamo – alla faccia di qualsiasi normativa approvata dal nostro solerte Parlamento – a considerare piuttosto “bestie”. Forse in tal modo sentendoci più a nostro agio con loro, dato che bestie, sostanzialmente, siamo rimasti anche noi.
A Capodanno, da tempo immemorabile (o forse soltanto da quando non ci è più concesso di sparare colpi d’arma da fuoco per motivi ancora più futili) c’è la ben nota usanza di seppellire l’anno vecchio ed accogliere quello nuovo a suon di botti. Fuochi d’artificio e bombe più o meno sofisticate e che spesso hanno poco da invidiare a quelle usate nei cosiddetti teatri di guerra “allietano” i nostri New Year’s Eves più o meno dovunque lungo la Penisola.
Per qualche ora, o a volte per giorni a seconda delle disponibilità economiche, le nostre città finiscono per assomigliare a Kabul, a Damasco, a Bengasi, a uno di quei posti dove invece tanta gente darebbe chissà cosa per godersi un po’ di pace e di silenzio, avendo ben poco da festeggiare. Nelle campagne, regno incontrastato di quelle Tigri di Arkan mancate che sono i cacciatori nostrani, molti sopperiscono inoltre alla difficoltà di reperire le varie bombe di Maradona o di Higuain con i colpi della propria arma da fuoco. Tanto cambia poco, sempre nei paraggi di agglomerati urbani o proprietà altrui sparano, come ogni giorno tra settembre e gennaio.
La mattina dopo, mentre gli spazzini festeggiano l’anno nuovo ripulendo il letamaio accumulatosi nelle piazze e nelle strade in cui si è svolto il fatidico conto alla rovescia, nei Pronti Soccorsi degli ospedali si stila il bollettino delle vittime più o meno gravi, al termine di nottate infernali per gli operatori sanitari e costosissime oltretutto per le finanze pubbliche. Ma non è tutto, ultimamente tra chi è costretto a passare il Capodanno a riparare ai guasti dei festaioli ci sono anche i veterinari delle ASL, che spesso devono mettersi a cercare per ogni dove animali domestici su segnalazione delle rispettive famiglie angosciate. Animali fuggiti in preda al terrore per aver visto improvvisamente i cosiddetti umani trasformarsi in creature impazzite, capaci di provocare un rumore che alle loro orecchie di umano non ha più niente.
La storia di Lola è la storia di una delle tante creature che credevano di essere il miglior amico di questa bestia a due zampe, capace di affetto e cure insostituibili per buona parte del tempo e poi all’improvviso capace di pazzia e crudeltà inspiegabili, inarrestabili, devastanti.
Lola, uno splendido pastore tedesco «docile e buona sia coi cani che con le persone» (come recitava l’annuncio della sua scomparsa), era in casa sua ad Antella, frazione di Bagno a Ripoli. Quando è cominciata la sparatoria, come molti altri tra cani e gatti è caduta in preda al terrore, e fatalmente ha trovato una porta aperta per fuggire lontano. La mattina dopo, non vedendola tornare, i suoi proprietari hanno allertato tutto ciò che era allertabile, dai vigili urbani a quelli del fuoco alle reti di amici degli animali presenti su internet.
Niente da fare. Per oltre quindici giorni di Lola non si è trovata più traccia. La paura l’aveva spinta chissà dove, via dalla pazza folla degli umani scatenati in una guerra assurda e immotivata, e incapace di ritrovare la strada di casa. Oppure, come sa e teme chiunque abbia un animale domestico e gli è affezionato, le era capitato qualcosa. Qualcosa di brutto a cui si cerca di non pensare ma che con il passare dei giorni diventa sempre più probabile.
Alla fine, l’ipotesi peggiore è stata confermata. Qualcuno ha visto nel vicino torrente Isone il corpo di un cane pastore tedesco, evidentemente morto da giorni, ed ha allertato la polizia municipale. Lola era dotata di un microchip e pertanto l’identificazione è stata tragicamente semplice. La causa del decesso è da ascriversi probabilmente al gelo dell’acqua ma più ancora a quello che una volta si chiamava con brutale efficacia crepacuore, non avendo il povero animale segni di ferite addosso. Lascia una famiglia affranta (come tutte le famiglie che amano i propri animali, normalmente fino al punto da considerarli membri a tutti gli effetti). Ma soprattutto lascia in chiunque in questo benedetto paese cerchi inutilmente di elevarsi dallo stato di natura ad uno stadio appena superiore di civiltà, una sensazione di impotenza pressoché totale.
Le leggi son, ma chi pon mano ad elle? diceva Dante Alighieri. Provate a chiamare una qualunque forza dell’ordine, non solo la notte di Capodanno ma tutti i giorni e tutte le notti, per sporgere denuncia a proposito di fatti che configurino qualche reato inferiore all’omicidio efferato, e vedrete quale risposta avrete. Esiste una legge da anni che persegue il maltrattamento agli animali come un vero e proprio reato. Ma come tante leggi, cessa di aver vigore in Italia al calar del sole, o forse anche prima. E soprattutto all’insorgere delle vecchie abitudini cialtronesche che continuiamo a contrabbandare per festaiole.
Chi scrive, la notte di Capodanno ha visto la propria abitazione fatta bersaglio della contraerea sparata dal giardino del vicino senza soluzione di continuità dalla mezzanotte fatidica fino alle prime luci dell’alba. Chiesto al vicino di addivenire a comportamenti meno incivili (alcuni ordigni ricordavano sinistramente quelli usati durante il servizio militare) e ricevuto in risposta la consueta prevedibile sequela di male parole, sempre chi scrive ha ben presto scartato l’ipotesi di farsi giustizia chiamando la forza pubblica, non potendo farsi giustizia da sé per non scendere al livello della bestia circostante.
I Carabinieri della Stazione di Vaglia fanno festa alle ore 16,00. Per qualsiasi segnalazione dopo quell’ora interviene Firenze Centro, tramite citofono con deviazione di chiamata. Chi conosce la zona e le distanze è in grado di capire bene che alle 16,00 a Vaglia cessa la civiltà e comincia il Far West. Figurarsi a chiamare i Carabinieri perché i propri animali sono terrorizzati e il vicino spara petardi all’uranio impoverito ad alzo zero contro le proprie finestre. Chi fa in tempo e può, chiude le porte e le finestre. Gli altri sperano – oltre che di non prendersi una fucilata – di rivedere i componenti animali della propria famiglia la mattina dopo.

Lola non ce l’ha fatta. Il suo nome va ad aggiungersi all’elenco maledetto delle vittime dell’ultimo dell’anno. Il Capodanno 2015 va ad aggiungersi alle prove di quella che Einstein elaborò come la teoria della stupidità umana. All’anno prossimo, c’è un record da migliorare, quest’anno morti e feriti erano un po’ in calo. E nel frattempo un consiglio a tutti coloro che vogliono prendersi un animale domestico: prendetevi un giaguaro. Almeno gioca alla pari con gli armigeri, ed ha qualche chance di vincere lui.

domenica 18 gennaio 2015

JE SUIS BABACAR

Stai già organizzando mentalmente un articolaccio fuoco e fiamme dove spieghi per filo e per segno perché la Fiorentina ha buttato via l’ennesima succosa occasione di agganciare la vetta delle pretendenti all’Europa League e perché la società sta perdendo l’ennesima occasione di dimostrare che dietro le sue azioni c’è un progetto di senso compiuto, quando Khouma El Babacar mette dentro con freddezza pari alla classe il più bello e il più importante dei suoi gol, almeno fino a questo punto della sua carriera.
Minuto 49 del secondo tempo di Chievo-Fiorentina. Il disappunto per un articolo tutto da rifare dura un attimo, al pari dell’incredulità. Poi prende il sopravvento la gioia per una vittoria viola importante quanto a quel punto insperata, ma di sicuro meritata. Come la domenica precedente, i ragazzi di Vincenzo Montella gettano il cuore oltre l’ostacolo e agguantano una vittoria che sembrava compromessa dal loro calo psicofisico e anche da una sorte non propizia. Queste sono partite che nelle annate più disgraziate finiscono in malora. Forse dopotutto non sarà una di quelle annate disgraziate.
Come lo scorso anno, più dello scorso anno, la Fiorentina sbanca Verona, sponda Chievo, all’ultimo respiro di una partita spigolosa, a tratti ben giocata contro un avversario muscoloso ed anche sufficientemente tecnico da metterla in certi momenti in difficoltà, con un Paloschi che se è sempre quello visto oggi è comprensibile che sia un obbiettivo di mercato della stessa Fiorentina. L’anno scorso fu uno stratosferico Cuadrado a pescare il jolly, quest’anno il colombiano è sacrificato in cabina di regia sulla tre quarti d’attacco, e allora ci pensa il ragazzo venuto dall’Africa equatoriale a mostrare una volta di più quei progressi che faranno di lui a sua volta un altro obbiettivo di mercato nel prossimo futuro.
E’ un’annata strana, complicata, ma forse non destinata ad intristirsi nella mediocrità o peggio a infervorarsi in una debacle. In altri momenti, partite come questa - che è stata preceduta dalla più caotica delle conferenze stampa del tecnico gigliato che si ricordi - si perdono tranquillamente. Invece, proprio adesso che si deteriora il rapporto di Montella con la stampa cittadina e forse anche con la società che lo stipendia, i suoi ragazzi sembrano ricordarsi chi sono e tirare fuori quelle qualità migliori che ne avevano fatto nelle passate stagioni la rivelazione del campionato.
Non ride mai quest’oggi in panchina Vincenzo Montella. C’è poco da ridere, anche senza rimuginare sul diverbio del giorno prima e sulle polemiche conseguenti. Il Chievo mena come un fabbro e in contropiede mostra di poter far male alla Fiorentina con Paloschi, Izco e Pellissier. C’è poco da ridere anche se si pensa a quanto è corta oggi la panchina viola, con Aquilani ancora out per infortunio, Pizarro affaticato e Savic squalificato (la Disciplinare esaminerà il ricorso con tutto comodo).
Per fortuna, Borja Valero e Mati Fernandez per oltre un’ora sono in grado di dare spettacolo come nei giorni più belli, e sulle fasce Pasqual e Joaquin sembrano tornati quelli di giorni ancora migliori. Le giocate dei quattro di centrocampo seminano apprensione tra le retrovie del Chievo e meraviglia nella pattuglia di tifosi viola spintisi fino quassù, forse confidando nel fatto che Verona è stata fatale a tante squadre, ma mai alla Fiorentina.
Dalle giocate dello spagnolo nascono due occasioni che un Mario Gomez all’altezza di quello della Bundesliga non avrebbe fallito. La prima esce alta di un soffio, la seconda a lato di metri, entrambe di testa su cross di Borja con il contagiri. Se il tedesco ha un problema di fondo, atteso che quando arrivò a Firenze era considerato un top player e che ora è quasi imbarazzante a vedersi, è quello di essere assai poco tedesco e molto emotivo. Le ennesime occasioni fallite gli generano probabilmente ulteriore ansia, compromettendo il prosieguo di una partita giocata secondo schemi che non sono fatti certo per esaltarlo. Oggi i rifornimenti non mancherebbero, e di qualità, ma la cosa migliore che Marione tira fuori dal suo repertorio è una rovesciata che per poco non lascia secco il suo marcatore. Non è giornata, eppure quando esce per lasciare posto al rientrante Babacar i supporters vola gli tributano un applauso che forse è la cosa più giusta. Non può essere questo Mario Gomez, non può finire così la sua carriera.
L’altro che si danna l’anima cercando di rinverdire i propri fasti è il suo partner d’attacco. Juan Guillermo Cuadrado è evidentemente fuori ruolo al centro dell’attacco, ma lo strepitoso Joaquin di questi giorni (meritatamente all’ala destra) e la mancanza di soluzioni in mezzo obbligano Montella a sacrificarlo, riducendo il suo talento devastante alla fornitura di un apporto sicuramente più oscuro e poco gratificante, anche se alla fine essenziale. Il colombiano merita un buon voto perché si batte su tutti i palloni, prendendo pedate e riuscendo comunque a organizzare azioni d’attacco per i compagni che arrivano in zona tiro più freschi di lui. Così come Gomez si porta via a prescindere uno o due difensori, Cuadrado si porta via gli altri due e Borja e Mati spesso beneficiano di quegli spazi.
Nel primo tempo il match è un film già visto, ma con il finale da scrivere. Tanto possesso palla, ottime giocate, ma non si passa, almeno finché il più improbabile degli assist-men, Nenad Tomovic, non pesca libero sul palo opposto un Gonzalo Rodriguez sulla strada di ritrovare la forma che ne aveva fatto una delle colonne di questa Fiorentina. Sono in quindici ad aver segnato quest’anno tra i viola, molti sono difensori o centrocampisti. Per ora una società poco attenta può risparmiarsi di tornare sul mercato per rinforzare l’attacco. La fortuna continua ad aiutare gli audaci o gli incoscienti.
Dopo il meritato vantaggio, la Fiorentina per un’altra mezz’ora fa gioco e crea occasioni, puntualmente non sfruttate. La sindrome del gol sbagliato - gol subito colpisce anche oggi, come aveva fatto con il Palermo. Paloschi è stato fino a quel punto una spina nel fianco di una difesa dove Basanta, Rodriguez e Tomovic avevano comunque tenuto bene le distanze e assolto i compiti. Appena il fiato cala, dietro la Fiorentina comincia a ballare. Alla fine ne approfitta il Chievo che imbastisce un’occasione quasi in copia dell’azione del vantaggio viola. Il vecchio Pellissier, spesso obiettivo di mercato gigliato in passato, si ricorda come si fanno i gol e non perdona.
E non è tutto. E’ una di quelle partite che in altri momenti finisci addirittura per perdere, perché i tuoi non hanno fiato per novanta minuti e la panchina non ha cambi, almeno non di quelli che possano incidere su un match che all’improvviso la Fiorentina non controlla più. Abbiamo criticato Vincenzo Montella tante volte, oggi si merita almeno in parte la comprensione di tutti. In panchina ci sono solo Pizarro e Vargas, non al meglio, che possono entrare a dire la loro, ma sembra più la mossa della disperazione che qualcosa che può raddrizzare una giornata viola diventata improvvisamente storta.
Meno male che Ciprian Tatarusanu ha deciso di guadagnarsi la pagnotta. A dieci minuti dalla fine compie non uno ma ben due miracoli su Paloschi e Pellissier, altrimenti sarebbe notte fonda per la squadra che ambisce a riconquistare il quarto posto e se lo è lasciato finora puntualmente sfuggire. Il primo cambio è stato quello di Babacar per Gomez, e fino a quel momento è sembrato addirittura quello più improduttivo, inutile. Baba si è fatto vedere e apprezzare ancor meno di Supermario. Quando già il vostro cronista ha steso mentalmente il suo articolo fuoco e fiamme, al minuto quarantanove di una ripresa che altre volte grida vendetta, ecco che un altro degli eroi di oggi, l’inossidabile, splendido Joaquin indovina la giocata giusta mettendo in mezzo per Babacar, che di giustezza mette alle spalle di Bizzarri.
Mentre i viola si abbracciano in mezzo al campo e perfino il freddo Montella sente il bisogno di andare a stringersi a ciascuno di loro, il vostro cronista fa una palla di carta dei suoi appunti e ricomincia tutto da capo. Felice di farlo. La Fiorentina ha appena vinto una partita non bella. Nemmeno una grande partita. La Fiorentina ha appena vinto una partita importante, e l’ha fatto da squadra di carattere, che schiera uomini di carattere. Stasera è ad un punto dal quarto posto. Ognuno tragga le sue conclusioni e faccia i suoi sogni.
Ci permettiamo di chiudere con un appunto. Signori Della Valle, è importante Pitti Uomo, per carità. Ma magari essere più spesso a visionare le prestazioni dei vostri dipendenti in vola (non solo quelli che giocano al calcio) sarebbe altrettanto funzionale ai vostri interessi. E se permettete anche ai nostri. Dopo tredici anni, continuare a sprecare occasioni fa più rabbia dei gol sbagliati da Mario Gomez.

giovedì 15 gennaio 2015

La scissione di Livorno

Quell’anno il congresso, l'XVII dalla fondazione del Partito Socialista Italiano, si tenne a Livorno. Cominciò il 15 gennaio 1921 al Teatro Goldoni, e fu subito chiaro che non sarebbe stato un congresso di routine. I socialisti vi arrivarono già profondamente divisi al loro interno, le profonde tensioni vissute nei primi vent’anni del Novecento avevano lasciato una traccia indelebile, un solco inconciliabile tra le due anime, quella riformista e quella rivoluzionaria, che si contendevano la leadership del partito dei lavoratori italiani.
Il Biennio Rosso seguito alla fine della prima guerra mondiale ed il sogno sempre più affascinante di poter ripetere le gesta dei compagni russi, che nel giro di pochi mesi avevano abbattuto lo Zar e consegnato il potere ai Bolscevichi di Lenin, avevano fatto sì che si creasse all’interno del P.S.I. una corrente di minoranza che si autodefiniva dei comunisti puri, guidati da Amedeo Bordiga e Antonio Gramsci, che si contrapponeva alla maggioranza del partito, ancora ispirata dal riformismo del leader storico Filippo Turati pur con la deriva massimalista di quel dopoguerra.


Il congresso cominciò dunque al Teatro Goldoni di Livorno il 15 gennaio, e finì il 21 al Teatro San Marco, dove la corrente comunista si recò cantando in coro l’Internazionale e sancì la scissione dal Partito Socialista, che aveva riconfermato la sua appartenenza al campo della socialdemocrazia rifiutando le direttive dell’Internazionale Comunista a guida sovietica. I comunisti il 21 gennaio 1921 aprirono quindi al teatro San Marco di Livorno il I° congresso nazionale del Partito Comunista d’Italia, elessero come segretario Amedeo Bordiga, rimasero quali unici interlocutori della neonata Unione Sovietica, che del resto aveva favorito quella scissione in Italia così come negli altri paesi europei.

La storia che ne è seguita la conoscono tutti. Il partito Comunista Italiano emerse dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla caduta del Fascismo come il più grande partito di sinistra del campo occidentale, e costituì un fattore estremamente condizionante per la politica italiana per tutta la durata della Guerra Fredda. La conventio ad excludendum di una opposizione che era ritenuta non compatibile con il sistema democratico occidentale fece sì che in Italia non fosse possibile una vera alternanza di governo fino alla caduta del Muro di Berlino. Prendendo atto faticosamente, dolorosamente e con moltissime riserve al suo interno dell’avvento di una nuova epoca storica e politica, il 3 febbraio 1991 il P.C.I. cambiò nome, travasando uomini e mezzi nelle varie Cose che da allora si sono succedute al suo posto, fino all’attuale Partito Democratico.

mercoledì 14 gennaio 2015

Il cittadino Giorgio Napolitano



«Certo che sono contento di tornare a casa, qui si sta bene, è tutto molto bello ma si sta troppo chiusi, non dico come in una prigione perché non è così, ma ci sono troppi condizionamenti, si esce poco. A casa starò bene e passeggerò».
All’ultimo giorno della sua presidenza, Giorgio Napolitano trova finalmente le parole giuste. Senza la retorica che l’ha sempre contraddistinto, soprattutto da quando è inquilino del Quirinale (il più longevo della storia repubblicana), è così che risponde alla bambina che gli ha chiesto, con l’innocenza tipica della tenera età, se è contento appunto di lasciare questo palazzone e di fare ritorno a casa sua.
E’ l’atto conclusivo del suo settennato, diventato due anni fa un novennato per l’impossibilità conclamata delle forze politiche di trovargli un successore. La manifestazione, “Una vita da social”, che promuove nel cortile del palazzo presidenziale la campagna di sensibilizzazione sull’uso distorto del web e raduna insieme agenti della polizia di stato e studenti delle scuole, lo coglie finalmente con la guardia abbassata. Oggi sarà di nuovo tempo di dichiarazioni ufficiali, allorché le dimissioni promesse da tempo verranno formalizzate e avrà termine quella che resterà sicuramente nella storia d’Italia come una delle Presidenze della Repubblica più controverse.
Non è un caso che ad attendere il prossimo senatore a vita e Presidente Emerito Giorgio Napolitano sia lo stesso studio – a Palazzo Giustiniani – che fu di Oscar Luigi Scalfaro, un altro che lasciò dietro di sé un paese sicuramente spaccato in due almeno per quanto riguarda il giudizio da dare al suo operato. Anche se allora fu indubbiamente più facile individuare e interpretare i due schieramenti. Erano gli anni della fine della Prima Repubblica e della discesa in campo di Silvio Berlusconi, due eventi ai quali Scalfaro si oppose fieramente, rendendo immediatamente identificabili amici e nemici. Con Napolitano è stato tutto diverso.
L’ex rampollo di un partito che alle origini e per lungo tempo si professò rivoluzionario ha chiuso la sua carriera (almeno da un punto di vista istituzionale, gli auguriamo ovviamente ancora lunga vita e prosperità) da paladino dell’establishment come pochi altri. E proprio quell’establishment, dai politici agli addetti all’informazione di alto bordo a quella parte della società civile meno toccata dalla crisi economica (che ha quindi ancora “qualcosa da perdere”) lo ha sostenuto e difeso a spada tratta in ogni sua azione, anche la più discutibile e discussa.
In testa a questo gruppo, ovviamente, l’ultimo dei suoi Presidenti del Consiglio incaricati – staremmo per dire “inventati” – gli rende omaggio con i consueti toni enfatici (anche per lui) da Strasburgo dove si trova a chiudere il semestre italiano di presidenza della UE. «Un grande Presidente, un grande parlamentare europeo, che continuerà a far sentire la sua voce. Sarà un grande servitore del Paese anche come senatore a vita», dice Matteo Renzi che di sicuro si aspetta da lui qualche servizio immediato – absit iniuria verbis – già da domani allorché comincerà in aula del Senato la votazione sull’Italicum, la legge di riforma del sistema elettorale, o quello che ne resta.
E’ assai folto anche il gruppo di quelli che invece salutano questo 14 gennaio 2015 come il giorno in cui sarà forse possibile aprire un “nuovo corso”, avendo sofferto la Presidenza Napolitano come un lungo periodo di stallo delle Istituzioni e della società civile. Tra le varie articolazioni di cui si compone la Destra e in quell’universo frastagliato che fa capo al Movimento Cinque Stelle sono ben pochi coloro che brinderanno al Presidente uscente, se non per augurargli la miglior sorte in ordine a quella vita privata alla quale ritorna.
Da quando nell’autunno 2011 Giorgio Napolitano decise di prendere in mano personalmente le sorti della Repubblica (quasi un novello Cossiga ma di segno diametralmente opposto, in quanto il presidente sardo non si rivelò un fautore dell’establishment ma bensì un fattore di cambiamento anche brusco, un “picconatore” di esso)  accogliendo l’accorato “appello dell’Europa”, il paese si è oggettivamente diviso in due fazioni, quella che lo vedeva come un salvatore della patria e quella che invece si chiedeva se questa patria da lui non fosse stata in ultima analisi tradita, insieme alla Costituzione.
Nel 2011, il governo eletto dal popolo di Silvio Berlusconi fu dimissionato dal Presidente Napolitano su richiesta di una serie di soggetti politici nessuno dei quali era passato dal vaglio delle urne italiane – da Sarkozy alla Merkel ai maggiorenti della B.C.E., per limitarsi a quelli “pubblici” – e con la complicità di un Parlamento in cui il Partito Democratico voleva tornare a vincere possibilmente anche senza giocare (il perché si sarebbe poi visto nel 2013) e il Polo delle Libertà aveva inteso l’assenza di vincolo di mandato per i parlamentari in modo del tutto originale. Mezza Europa era sconquassata dalla crisi politica spacciata per economica scatenata dall’asse franco-tedesco e dalle lobby finanziarie, ma quasi tutta ritornò a votare. Meno l’Italia, dove la riforma costituzionale non era peraltro stata mai condotta a buon fine e dove quindi il Presidente ebbe buon gioco ad interpretare a rovescio l’art. 88 della Carta stessa, che prevedeva lo scioglimento delle Camere qualora fosse stato impossibile addivenire alla formazione di una maggioranza.
La maggioranza, per quanto sciagurata come la Monaca di Monza del Manzoni, c’era e rispose. Peccato che non fosse quella votata dagli elettori, e che a nessuno dei costituzionalisti accorsi a frotte al desco del Presidente venisse in mente di trarre la conclusione più immediata: il ritorno al voto. Per certe cose, la Prima Repubblica esisteva ancora, viva e vegeta. Se del caso, si poteva addirittura operare un downgrade fino allo Statuto Albertino.
Per molti, il Presidente Napolitano diventò Re Giorgio il giorno stesso in cui si cavò dal cilindro come un prestigiatore la figura di Mario Monti, promosso da travet d’alto bordo a salvatore della patria attaccata dallo spread. Qualcuno addirittura procedette verso le conseguenze estreme andando a rispolverare il lavoro teatrale di Alan Bennett, quella Pazzia di Re Giorgio che narrava le vicende del terzo sovrano di quel nome della casa reale inglese Hannover, uno dei più disastrosi della storia britannica, colui che provocò di fatto la Rivoluzione Americana. Ecco quindi che per miracolo qualcun altro (i giuristi non sono mai mancati a Palazzo) andò a rispolverare il vecchio reato di vilipendio al Capo dello Stato, un istituto alquanto demodé che non si applicava più da tempo immemorabile, dopo che peraltro alcuni Capi dello Stato avevano fatto del loro meglio per vilipendere se stessi.
Dopo Monti, anche Letta e Renzi hanno allungato la schiera dei Presidenti del Consiglio non eletti dal popolo, con beneficio pressoché immutato per il popolo stesso. Non è più tempo di spread, ma ancora l’Italia è una Repubblica a sovranità più limitata che mai. Non c’è stato discorso in cui il Presidente, con la sua consueta retorica di stampo risorgimentale, non abbia rimesso l’accento su questa Europa che chiede, chiede, chiede. E sulla Costituzione che a suo dire avrebbe ispirato ogni suo atto, anche il più insignificante. Nel 2013, una Costituzione già in seria difficoltà permise la sua rielezione a furor di popolo, nel senso che la “Casta” non trovò di meglio che chiedergli una proroga mentre fuori del Palazzo il popolo – provato da due anni di cura Monti-Fornero - rumoreggiava assai.
Ai posteri l’ardua sentenza. Mentre la Costituzione per molti motivi appare ormai una anziana genitrice in fin di vita al cui capezzale si accaniscono presunti medici che non avrebbero sfigurato nel Pinocchio di Collodi, il suo ultimo difensore sta consegnando in queste ore le sue dimissioni, e come un novello Cincinnato aspira a tornare alle sue passeggiate da privato cittadino.
Il toto-successione è già avviato da tempo, i nomi che si fanno assai poco rassicuranti. Come successe all’anziana plebea romana che benedisse Nerone al suo passaggio causando l’incredulità dello stesso imperatore, il sollievo per la fine di un regno vissuto da tanti come oscuro, incerto, disagevole ed a tratti anche opprimente è di gran lunga mitigato dal timore che se ne possa aprire uno ancor più infausto.
Ci associamo agli auguri affinché il cittadino Giorgio Napolitano, Presidente Emerito, possa ritrovare quella privacy a cui agognava da tempo, a suo dire, e godersela il più a lungo possibile. Al Paese che si lascia dietro abbiamo smesso da tempo di fare auguri. Forse non se li merita nemmeno più.