domenica 25 gennaio 2015

ITALIA ANNO ZERO: E adesso, signor Presidente?

3 agosto 2013

La riunione dei parlamentari del PDL termina alla stessa ora in cui il giorno prima è stata letta da Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Corte di Cassazione, la sentenza che condanna definitivamente Silvio Berlusconi a un anno di galera e lo rinvia alla Corte d’Appello per l’interdizione dai pubblici uffici. E’ l’ora in cui cominciano i telegiornali su tutte le reti televisive, il momento migliore per annunciare la strategia di risposta del centrodestra. Dimissioni di tutti i parlamentari PDL consegnate nelle mani di Berlusconi, a sua disposizione. Richiesta della grazia da parte del Capo dello Stato, in caso contrario, fine della legislatura e nuove elezioni.
In sintesi, terminata l’epoca delle udienze, delle tattiche processuali e dei rinvii, il centrodestra si trova a dover prendere in fretta una decisione da cui dipende il suo futuro, la sua stessa esistenza in vita. Lo può fare, perché il suo leader anche se condannato ha ancora tutte le carte migliori in mano. A differenza del centrosinistra, la cui sopravvivenza è altrettanto e più in discussione, ma che non ha una strategia unitaria, anzi non ha proprio una strategia ed è caduto subito nella trappola tesagli da un Berlusconi tutt’altro che messo in crisi dalla sconfitta giudiziaria.
Così, Schifani e Brunetta, cioè i capigruppo PDL di Camera e Senato, dichiarano di avere l’intenzione di salire il Colle per chiedere a Napolitano la grazia, e “il ristabilimento di condizioni democratiche” minate dai giudici. Il Presidente della Repubblica, nel frattempo, avrebbe già fatto sapere in via ufficiosa (e improvvida) di non ritenere esistenti i presupposti giuridici per la concessione di tale grazia. Berlusconi nello stesso momento chiarisce di non aver ancora preso una decisione definitiva e irrevocabile, ma la tentazione è quella di resistere, di far sì che il governo delle larghe intese cada e che si bandiscano presto nuove elezioni (per le quali non sarebbe interdetto, non ancora), con prospettiva di vincerle almeno a stare ai sondaggi.
Quello che Berlusconi non dice, è di avere l’intima convinzione che ancora una volta per arrivare ai suoi obbiettivi non dovrà fare nulla di particolare, meno che mai forzare la mano. Sarà il centrosinistra a dargli come sempre una mano, accelerando il processo di martirizzazione della sua persona e togliendo gli ultimi puntelli alla situazione attuale, gettandosi a capofitto verso nuove, rovinose per lui consultazioni elettorali.
Mentre Letta tace più preoccupato di quello che vuol dare a vedere e Napolitano lascia che filtrino segnali poco rassicuranti, tocca al nuovo ed al vecchio segretario dei democratici gettare benzina sul fuoco che già divampa. Epifani chiede a gran voce che il Senato deliberi al più presto l’estromissione del condannato Berlusconi. Bersani chiede addirittura al PDL di separare il proprio destino da quello del suo leader fondatore (non sapendo o fingendo di non sapere che se c’è qualcosa che può ricompattare il centrodestra come una falange è la messa in discussione della figura di Silvio Berlusconi). Nessuno dei due sa dire quali voti andrebbero a sostenere il governo Letta venuta meno la fiducia del centrodestra, ma molti – come la pasionaria Rosy Bindi – rincarano anzi la dose.
Anche Grillo rincara la dose, ma ormai la sua strategia è "tanto peggio, tanto meglio", e poco altro. Sa benissimo che in questo marasma politico-istituzionale la Costituzione non corre rischi, figuriamoci la riforma della giustizia. Sa piuttosto, o spera, di poter essere uno dei beneficiari di nuove elezioni. Che poi stia ereditando sempre di più la strategia omissiva ed esclusivamente antiberlusconiana del Partito Democratico è altra questione, finché nessuno gli presenterà il conto (e può farlo solo l’elettorato) per lui va bene così.
Tace Renzi, un altro dalla strategia omissiva, che però se la sta vedendo assai complicare da questi sviluppi giudiziari. Chi non tace, e magari sarebbe l’ora che lo facesse recuperando un po’ di quell’aplomb anglosassone che viene meno regolarmente quando si occupa di cose italiane, è il Financial Times, che titola senza mezzi termini “E’ calato il sipario sul buffone di Roma”.

Si aspettano dunque le decisioni del Colle. Napolitano sapeva a cosa andava incontro accettando un secondo mandato. Chi ha voluto la bicicletta, è giusto che pedali. E il momento è venuto.

RENZIADE: Draghi “commissaria” l’Italia

La frase è di quelle, lapidarie, che da Giulio Cesare a Napoleone hanno, a dar retta ai libri di storia, deciso inesorabilmente, brutalmente e bruscamente come lo sparo di un fucile i destini di interi popoli: "Per i Paesi dell'Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all'Europa per quanto riguarda le riforme strutturali". 
Mario Draghi non parla “a schiovere”, né per indole personale né per ruolo istituzionale. Quando parla, annuncia la politica dell’Unione, decisa dall’unica istituzione europea realmente funzionante. “Vuolsi così colà dove si puote”, la Banca Centrale Europea, con un rialzo di tassi, una misura antiinflazione o anche l’invio di una semplice lettera (come sappiamo bene noi italiani) può decidere la sorte di uno o più Stati membri, riottosi o semplicemente neghittosi.
Il principio è generale, è giunto il momento di passare ad una Unione politica che superi i particolarismi e le inefficienze nazionali. Ma và da sé che per motivi squisitamente di attualità i riflettori della B.C.E. siano puntati proprio sul Belpaese. "Uno dei componenti del basso Pil italiano è il basso livello degli investimenti privati". Peggio, tutto è dovuto "all'incertezza sulle riforme, un freno molto potente che scoraggia gli investimenti". E’ arcinoto che l’Italia non attira più gli investimenti privati per l’arretratezza delle sue strutture ed infrastrutture, nonché la farraginosità e assurdità delle sue normative e delle sue procedure e burocrazie. E’ un fatto assodato, dice Draghi, che "i Paesi che hanno fatto programmi convincenti di riforma strutturale stanno andando meglio, molto meglio di quelli che non lo hanno fatto o lo hanno fatto in maniera insufficiente".
L’Italia è una volta di più il “ventre molle” del continente, la cartina di tornasole della sua crisi, il suo caso limite. L’italiano Mario Draghi pensa al suo paese d’origine quando decreta la fine delle sovranità nazionali. E passa una palla pesantissima alle istituzioni politiche comunitarie, che dovranno riflettere sulle sue parole oltre che sulle proprie scelte.
In giornata arrivano infatti due notizie che definiscono un quadro se possibile ancora più drammatico rispetto a quello dipinto da Draghi. Matteo Renzi ridimensiona le affermazioni del presidente della B.C.E., dicendo che riguardano tutta l’Eurozona e non solo il suo paese. Già, ma Germania, Francia o Gran Bretagna non hanno bisogno in questo momento di riforme costituzionali, mentre l’Italia sì, e da quelle dipendono drammaticamente le riforme successive. Se non si sbarazza di una partitocrazia parassitaria di cui il Senato è solo la punta dell’iceberg, l’Italia non rinnova le sue norme, le sue procedure, le sue burocrazie, le sue economie. E muore.
Il presidente Renzi fa orecchi da mercante, ma non può non essere consapevole di essere sotto l’occhio delle telecamere comunitarie, con la sua battaglia per la riforma istituzionale impantanata in quel Senato che dovrebbe autoriformarsi, e che invece contratta una ritirata casa per casa, privilegio per privilegio come i nazifascisti a Firenze nel 1944, in giorni d’agosto molto più caldi di quello attuale. Vecchi arnesi della partitocrazia come Vannino Chiti tengono in scacco il Rottamatore, che non può non ostentare comunque ottimismo e nonchalance rispetto a tutto, comprese le parole di Draghi, perché come sempre succede ai grandi riformatori (o presunti tali), chi si ferma è perduto.
L’altra notizia è che la Russia di Putin reagisce alle sanzioni pedissequamente applicatele dall’Unione Europea con l’embargo sui prodotti agroalimentari comunitari, in attesa di presentare il conto complessivo il 1° novembre, quando da Lisbona a Kiev, dal Manzanarre al Reno i bravi cittadini europei andranno ad accendere come di consueto i riscaldamenti. Per l’Italia è – dal giorno alla notte – un danno di 700 milioni di euro.
Tralasciando ogni considerazione su scelte politiche decise laddove (leggasi Washington) problemi di approvvigionamento energetico non sussistono, le cifre comunque parlano da sole. Saltano non solo i calcoli del governo in carica circa le percentuali di crescita del Pil, ma probabilmente salta anche il quadro politico se il presidente non porta a casa qualche risultato reale. Qualcosa di più per esempio del baratto di 300 senatori con non si sa bene quante migliaia di consulenti e dirigenti a contratto della pubblica amministrazione, che costano al sistema poco meno e fanno altrettanto danno.
Oggi è l’anniversario di Marcinelle, un nome sinistro che gelava il sangue ai nostri nonni e ai nostri genitori, la più grande tragedia dell’emigrazione italiana, il primo e a tutt’oggi più alto tributo richiesto dall’Europa Unita (allora Comunità del Carbone e dell’Acciaio, era il 1956) ai suoi cittadini lavoratori, 136 italiani e 95 belgi.

Quanta gente è morta per fare prima questo paese e poi questa comunità europea! Pare brutto proprio oggi, proprio in questi giorni pensare che si stava meglio quando si stava peggio. Che cento anni fa come adesso una persona a Corte può decidere con un proclama della nostra sorte. E non è neanche detto che sia la sorte peggiore.

ITALIA ANNO ZERO: Alfango Unchained

18 novembre 2013

Non c’è niente da fare, a dodici anni dalla sua scomparsa rimane un maestro inarrivabile. La celebre frase di Indro Montanelli, “Per fortuna che il ridicolo non uccide perché altrimenti in Italia ci sarebbe una strage” è ancora oggi l’unica capace di sintetizzare tanti aspetti della vita pubblica e sociale del nostro paese, ma soprattutto – come sempre – la situazione politica.

Se non ci fosse da piangere per una economia in stato preagonico a fronte di una politica che continua imperterrita i suoi giochi con sovrano disprezzo, ci sarebbe da ridere. E infatti il momento più alto di quest’ultima crisi (continuiamo a chiamarle così, per non offendere le celebri “operette” che hanno fatto grande la nostra musica ed i suoi autori) lo ha raggiunto una volta di più un comico. Non Beppe Grillo, ormai prestato (senza diritto di riscatto) alla politica attiva, ma bensì il buon Maurizio Crozza, che cantando la “Ballata di Alfango” sulle note di “Django” ha spiegato più efficacemente lui cosa sta succedendo di tutti gli editoriali della stampa italiana messi insieme.

Dunque il PDL si spacca. Come lo schiavo di Tarantino, Alfango si affranca dal suo padrone e va a fondare il Nuovo Centrodestra. Vent’anni dopo, Berlusconi rifonda Forza Italia richiamando a sé i fedelissimi, i Pretoriani, e disponendosi a combattere l’ultima battaglia, quella che dovrebbe evitargli la decadenza, e conseguentemente la fine politica. Dall’altra parte, nel PD, tutti d’accordo sulla linea da seguire e nessuno sul come seguirla. La testa del “nemico storico” è quasi su un piatto, così come il ministro Cancellieri è da sfiduciare, la linea è chiara ma peccato che non sia opportuna. Filippo Civati detto Pippo presenterà una mozione di sfiducia, ma i “grandi”, gli “adulti”, quelli che stanno con Letta e come lui non hanno fretta, non vogliono creare imbarazzi ad un governo che con il nuovo puntello di Alfango & C. promette di durare – insieme ai loro seggi parlamentari – per tutti e cinque gli anni previsti. E concordati a suo tempo con il Quirinale, che di fretta – vuoi per l’età, vuoi per certa attitudine mentale coltivata da una vita nelle “botteghe oscure” – ne ha meno di tutti.

Enrico Letta va a dire a Bruxelles che ce l’abbiamo fatta, senza l’aiuto di nessuno, anzi addirittura contribuendo noi al “fondo salva-altri stati” (bravo, complimenti, e ce le dice anche queste cose!). Anzi no, contr’ordine compagni, ci dicono da Bruxelles che la manovra non va bene, è tutta sbagliata, tutta da rifare, come avrebbe detto Bartali (con buona pace del Quirinale, il cui inquilino ai suoi tempi era per sua ammissione “coppiano”).

E insomma, il canovaccio della farsa ormai c’è tutto. Non si pagherà l’IMU, ma si pagherà dio-solo-sa-cosa, perché mancano 3 miliardi di euro, anzi otto, anzi chissà. Il Papa ha fatto visita al Quirinale, speriamo abbia lasciato una benedizione speciale per questo paese, che forse ce la farà davvero, ma a sprofondare definitivamente e mortalmente in quel ridicolo che Montanelli ed altri profetizzavano da tanto, tanto tempo.

Tra tanti spunti, alla fine di un periodo storico come quello che abbiamo vissuto negli ultimi vent’anni vale la pena di prendere quello che ha visto l’addio delle “colombe” a Silvio Berlusconi. Comunque vada, il personaggio ha dato nel bene e nel male il suo nome alla sua epoca. E ha fatto tanto, tanto comodo anche a chi lo avversava, per non parlare di chi lo sosteneva. Troppo comodo adesso dare la colpa di tutto a lui. Troppo facile accanirsi su un nemico (o peggio su un ex-amico) che non è ancora battuto ma che sente su di sé gli inevitabili segni del tempo e di qualche sconfitta.

Troppo comodo, troppo facile, e molto italiano. Sempre Montanelli raccontava nelle sue storie d’Italia il disgusto provato per l’esposizione del cadavere di Mussolini e della Petacci a Piazzale Loreto, con la folla che si accaniva su quelli che ormai erano solo miseri resti senza più vita. Folla che magari fino a poco prima aveva osannato e inneggiato al dittatore. C’è qualcosa di altrettanto disgustoso, comunque la si pensi, nell’operazione di Alfano, Cicchitto & C. Di italianamente inevitabile forse, ma indubbiamente disgustoso. Certo, l’on. Cicchitto è già saltato giù da altri carri ugualmente ingombranti per il suo futuro personale. Il P.S.I. di Bettino Craxi era un’altra nave che affondava e Cicchitto non ha mai avuto nulla da invidiare al Comandante Schettino: inchino, salto sull’ultima scialuppa e via, verso nuove avventure. Come lui tanti altri, che adesso possono orgogliosamente affermare: noi siamo il futuro.

Non si sa quanto futuro avrà davvero questo Nuovo Centrodestra. Non si sa nemmeno se avrà di fronte un Nuovo Centrosinistra, oppure il solito. Il PD nel frattempo sta facendo di tutto per suicidarsi, le prossime primarie con la battaglia tra l’anima neodemocristiana di Renzi e quella veterocomunista incarnata da Cuperlo (e soprattutto da chi lo ha candidato) potrebbero sparigliare le carte del governo Letta e dei suoi sponsor (istituzionali e non) più di quanto sia dato di prevedere adesso.


Chi vivrà vedrà, avrebbe detto il compianto Rino Gaetano. Che forse da tutto questo indegno spettacolo che sta andando in scena dalle nostre “aule sorde e grigie” avrebbe tratto almeno una bella canzone. 

ITALIA ANNO ZERO: La caduta

28 novembre 2013

"Essendo stati respinti tutti gli ordini del giorno presentati in difformità dalla relazione della Giunta per le Immunità che proponeva di non convalidare l'elezione di Berlusconi la relazione della Giunta deve intendersi approvata".
Con queste parole il Presidente del Senato Pietro Grasso ha dato ieri sera l'annuncio della decadenza di Silvio Berlusconi dallo status di parlamentare della Repubblica, dichiarando invalidata la sua elezione del 24 febbraio scorso. A prendere il suo posto è il primo dei non eletti del PdL, il molisano Ulisse Di Giacomo, già insediato in carica.
Gli ordini del giorno che si opponevano alla convalida della proposta di decadenza formulata dalla Giunta per le Immunità (la commissione senatoriale che deve appunto giudicare sulla validità dei risultati elettorali confermandoli o meno, qualora ci siano dei ricorsi a norma della vigente legge Severino) erano nove e su ciascuno di essi il Senato ha espresso voto negativo. L'asse pro-decadenza, che andava dai convinti grillini ai parzialmente-convinti-parzialmente-recalcitranti-perplessi democratici ha retto, favorito dal voto palese che ha reso evidentemente impraticabili certi “ripensamenti notturni” verificatisi in passato. Agli onori della cronaca erano assurti in passato soprattutto quelli di Scilipoti e De Gregorio, che in un paio di circostanze assai critiche erano arrivati a portare un soccorso insperato al Cavaliere, determinandone epocali vittorie di misura. Stavolta, ognuno dei senatori ha votato forzatamente “secondo coscienza”.
Il risultato è che da ieri Silvio Berlusconi, il leader tuttora incontrastato di quello che i sondaggi continuano a indicare come il maggior partito italiano, non è più un parlamentare della Repubblica, e per effetto di ciò non gode più dell'immunità riconosciuta dalla legge a chi siede a Palazzo Madama o Montecitorio. Tra le conseguenze, l'impossibilità di ricoprire cariche elettive o di governo, ma soprattutto la possibilità di essere sottoposto a provvedimenti restrittivi quali perquisizioni, intercettazioni o addirittura l'arresto, anche se l'eventualità pare assai remota secondo valutazioni bypartisan.
Berlusconi potrebbe evitare la fine del suo cursus honorum politico solo se un altro Stato della Ue (non l'Italia, evidentemente) gli offrisse una candidatura al Parlamento Europeo. La Legge Severino infatti non gli lascia scampo: decaduto dal suo scranno di senatore immediatamente con il voto del Parlamento, a decorrere dal passaggio in giudicato della sentenza Mediaset e' incandidabile per sei anni. In pratica, è una condanna a vita.
Si chiude in ogni caso un'epoca storica per il nostro paese, un ventennio in cui il leader di Forza Italia è stato il protagonista assoluto che ha relegato qualsiasi altro attore politico al ruolo di comprimario. Che cosa si apre adesso al suo posto è comunque difficile dirlo. Diversi commentatori parlano già di “campagna elettorale aperta”. Del resto tra le valutazioni di opportunità circa l'adozione del provvedimento odierno da parte del Senato, più che la giustizia (categoria dello spirito umano dai connotati non sempre tracciabili con certezza, ma spesso soggetta a determinazioni individuali, ondivaghe, non oggettivabili) è stato chiaro fin da subito che avrebbe influito la convenienza politica. Reggerà o meno il governo Letta all'indubbio terremoto che la decadenza di Silvio Berlusconi dal Parlamento è suscettibile di provocare?
Ai posteri, anche a breve, l'ardua sentenza. "E' un giorno amaro e di lutto per la democrazia", ha intanto commentato lo stesso Silvio Berlusconi da Piazza del Plebiscito a Roma dove parlava ai suoi sostenitori. ''Il Senato di sinistra con il suo potere ha ordinato al tempo di fare freddo'', ha scherzato a denti stretti il leader del centro-destra, che ha accusato la magistratura di cercare "la via giudiziaria al socialismo contro il capitalismo borghese (…) Quando la sinistra non è al potere la magistratura fa di tutto per farla tornare al potere".
Il dramma che si sta svolgendo sul palcoscenico della politica italiana trae ormai sempre più ispirazione dalla poetica shakespeariana. Dall'Amleto al Giulio Cesare sono molti i capolavori letterari a cui potrebbe richiamarsi il copione che sta andando in scena nei palazzi del potere romano. Qualcuno già azzarda discorsi sul “cadavere di Cesare” che vorrebbero non aver niente da invidiare a quello del Marcantonio del grande drammaturgo inglese. Peccato che nessuno, con pur con tutta la buona volontà, possa ravvisare in Angelino Alfano la dignità del “Bruto uomo d'onore” che ha giustificato le sue coltellate con la necessità di abbattere il padre-tiranno per il bene della libertà.
E a proposito di libertà, chiunque stia aspettando i congiurati a Filippi, in ogni caso, speriamo che non ci governi per altri vent'anni.

ITALIA ANNO ZERO: L'Italia è una repubblica fondata su Roberto Benigni

19 dicembre 2012


Torna Roberto Benigni su RAI1 per un nuovo evento nazional-culturale, e fa il 44% di share dell’audience televisiva. Dopo la serata in cui spiegò in diretta a un popolo italiano in quel momento abbastanza distratto da altri problemi esegesi e motivazioni storiche di quell’Inno di Mameli che da centocinquant’anni celebra ufficialmente l’Unità d’Italia, il comico-professore di Vergaio è tornato sul piccolo schermo a cimentarsi con un aspetto ancora più significativo della nostra Comunità-Stato, quella Costituzione che fu siglata nel dicembre 1947 dalle forze politiche riunite in apposita assemblea e che consentì alla neonata Repubblica sorta dalle ceneri della Monarchia Sabauda e del Fascismo di cominciare a funzionare.
Roberto Benigni è, nel panorama culturale italiano, una figura assolutamente unica. Nato come comico d’avanguardia e di rottura su Televacca, sorta di telelibera appartenente al mare magno delle emittenti nate alla metà degli anni 70 per effetto della riforma del sistema televisivo che spezzò il monopolio RAI, è diventato con il tempo una figura di tale rilievo e spessore che, come sempre succede in Italia in questi casi, non se ne può più parlare (e sopravvivere), sia nel bene che nel male: si può solo celebrare.
In effetti, l’uomo di Vergaio ha un palmares che incute rispetto: uno dei pochi autori-attori del nostro cinema a vincere il Premio Oscar, e per di più con quel capolavoro assoluto (e mai più dai lui stesso eguagliato, va detto) che fu La vita è bella; unico professore improvvisato a rendere piacevole, affascinante ed imperdibile la lettura ed il commento dell’incubo di generazioni di scolari italiani, dall’Unità d’Italia in poi, insieme ai Promessi Sposi di Manzoni, la Divina Commedia del Sommo Dante; unico vero erede del Grande Affabulatore Dario Fo, come lui capace di tenere avvinto allo schermo un pubblico televisivo eterogeneo per una intera serata a sentirlo raccontare storie grandi e storie minime, spaziando dal medioevo barbarico ai giorni nostri, dal sacro al profano sempre con la stessa efficacia, sfiorando religiosità e bestemmia con la stessa grazia mai offensiva, rendendo utile e piacevole la cultura a chi ne ha più bisogno, per proprio arricchimento e affrancamento, la gente comune. Che non per nulla lo ricambia con immutati affetto e stima da ormai quasi 40 anni. Se c’è Benigni al cinema o in TV si va, senza discussioni. E poi si sta a vedere.
Detto tutto questo, e dato a Roberto quel che è di Roberto, cioè anche di essere stato capace l’altra sera di un nuovo exploit satirico di quelli di cui solo lui è capace, tentiamo di azzardare un po’ di critica. Non a lui, per carità, che fa il suo lavoro egregiamente. Ma a chi, una volta di più, non ha fatto il proprio. Disgraziata la patria che ha bisogno di eroi, diceva un altro grande, quel Bertolt Brecht in fuga dai mostri che il sonno della ragione aveva scatenato nella sua di patrie, la Germania conquistata da Hitler. Fatte le debite (per ora) proporzioni, si può considerare che se nella nostra di patrie l’unico che sente il bisogno ed ha la capacità e la possibilità di celebrare i nostri momenti fondanti è un guitto di lusso come Roberto Benigni, forse tanto bene non siamo messi. Ma non c’era bisogno di questa serata per accorgersene.
Mala tempora currunt, dicevano gli antichi romani ogni qualvolta si palesava loro un periodo di crisi. La crisi che stiamo vivendo adesso noi, come comunità civile ed economica, è di quelle che non scherzano, e che richiederebbero interventi e soluzioni adeguate alla drammaticità del momento. Se qualcuno ha avuto la sensazione che una sola delle nostre istituzioni e/o delle figure che sono attualmente incaricate di rappresentarle sia stato all’altezza di questo momento, anche solo per un momento, alzi pure la mano. Ci vuole un grande teatrante come Benigni a spiegarci perché la nostra Costituzione è la più bella del mondo, e perché il nostro inno vale la pena di essere cantato, a prescindere dai gusti musicali e dalle costrizioni più o meno imposte per legge.
Il Presidente provvisorio Enrico De Nicola promulga la nuova costituzione
Nessun altro, dal Presidente della Repubblica in giù, ha mai saputo darci anche per un solo istante la stessa sensazione – nei fatti, si intende – di appartenenza a qualcosa che vale, non sapendo offrire altro che retorica a profusione puntualmente smentita da fatti di tutt’altro segno. La più bella del mondo, dice Benigni. Lo era davvero la nostra Costituzione, quando fu scritta da partiti politici che avevano avuto in comune la dura lotta alla dittatura fascista e la sanguinosa guerra partigiana, e volevano dare al mondo più di tutto il resto la sensazione che l’Italia era un’altra cosa, che quel paese che aveva firmato il Trattato di Pace a Parigi il 10 febbraio 1947 era un partner con cui costruire insieme una vita migliore per tutti, non un soggetto di cui avere paura o disprezzo. Quando entrò in vigore, il 1° gennaio 1948, era davvero la più bella del mondo, o almeno se la batteva con altri capolavori quali la Costituzione Americana o la coetanea Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Era bella perché in quel momento sulle regole erano tutti d’accordo, dai Democristiani che prendevano ordini dal Vaticano ai Comunisti che prendevano ordini dall’Unione Sovietica di Stalin.
E’ stata anche la più disattesa del mondo. Per l’attuazione del Titolo V sulle Autonomie Locali ci vollero più di 20 anni, e adesso – vista la cronaca recente – siamo quasi qui a pentircene, e non soltanto per la pessima riforma voluta dal duo D’Alema-Bassanini nel 2000. Più in generale, è stata disattesa perché molto di rado i suoi principi splendidi e quasi perfetti sono stati tradotti in comportamenti all’altezza da una classe politica che dalla Prima alla Seconda e probabilmente anche alla Terza Repubblica ha avuto ed avrà il comune denominatore (fatte poche eccezioni) di una cialtroneria e inadeguatezza pari all’arroganza. E da un corpo elettorale di cittadini che ha fatto spesso di tutto per giustificare il detto che ogni popolo ha il governo che si merita.
E’ di pochi giorni fa la notizia del provvedimento, già licenziato positivamente dal Senato e attualmente all’esame della Camera, che prevede per la prossima legislatura l’affiancamento agli attuali 945 parlamentari di ulteriori 90 costituenti, che avranno cioè il compito esclusivo di provvedere a quella riforma della Costituzione a cui l’organo a ciò deputato dalla stessa non sa provvedere. Pagheremo 90 stipendi, indennità e prebende parlamentari in più, e l’esito poi non è affatto garantito, visto che siederanno uno a fianco all’altro con i colleghi che dovrebbero mandare a casa. Non c’è bisogno, riteniamo, di commentare la notizia, ma solo di richiamare un po’ più di attenzione anche sulle cronache (quelle poche) che raccontano la politica vera, e non solo sugli spettacoli televisivi pur affascinanti come quello di Roberto Benigni.
In conclusione, affascina e fa rabbia in pari misura il nuovo spettacolo di Benigni, per i motivi sopra detti. E anche perché a scuola di queste cose non sono più capaci di parlare, troppo più importanti le 18 ore settimanali lavorative dei primi 12 articoli della Costituzione, e la vecchia sana Educazione Civica di una volta non esiste più, obsoleta, demodée, sparita nel tunnel di qualche ministro della pubblica istruzione tra i tanti – diversamente capaci, diciamo così – che si sono avvicendati in questi anni. E poi perché nella Pubblica Amministrazione ormai si fa altro, rispetto a quello che era stato previsto nella Carta Costituzionale, ed è già tanto se non si spreca malamente.
Perché nel resto della comunità nazionale si fa - anche adesso che la crisi ci morde alle caviglie - né più e né meno che quello che Francesco Guicciardini definiva l’atteggiamento tipico dell’italiano medio, perseguire “el mio particulare”. Dell’IMU mi frega,perché mi tocca in tasca pesantemente ora, subito. Dei 90 parlamentari aggiunti no, di qui all’anno prossimo si vedrà, e poi è capace che qualcosina tocca anche a me. L’arte di arrangiarsi l’abbiamo inventata qui, del resto. Anche se adesso non è detto che basti più.
Grande Roberto Benigni, insomma, e povera Italia come sempre. Un paio di notazioni a margine, se ci è consentito. Benigni non ha mai fatto mistero del suo schieramento politico, che rende peraltro sempre accettabile a tutti con l’umorismo geniale e mai greve di cui è capace. L’altra sera, però, si è alternata troppo la soirée istituzionale con quella politica. Parlare della Costituzione e parlare di Berlusconi non è proprio, o non ancora perlomeno, la stessa cosa, e c’è da pensare tra l'altro che con un taglio più istituzionale lo share avrebbe potuto essere anche più alto, per il campione di vergaio.
L’altra cosa, ci risulta che all’epoca della comparsata alla trasmissione di Fazio e Saviano Benigni avesse destinato il suo compenso in beneficienza, e per la precisione ad alcune sale operatorie dell’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. Che (verrebbe da dire, ovviamente) non hanno mai visto quelle somme a tutt'oggi. Non è chiaro allo stato attuale dove si siano fermate, se alla Fondazione Meyer che le ha diversamente destinate, o addirittura prima. Conosciamo tutti Roberto Benigni per essere un uomo dal cuore d’oro, oltre che dal grande intelletto e dalla grande comunicatività. Non guasterebbe se in futuro prestasse più attenzione, a cosa viene fatto da altri spendendo il suo nome, prima ancora dei suoi soldi.

Che Dio ci conservi in salute Roberto Benigni e la Repubblica Italiana.

ITALIA ANNO ZERO: L'altra metà del cielo, in fondo a sinistra

2 giugno 2013

Diceva Mao Tse Tung, “le donne portano sulle loro spalle la metà del cielo e devono conquistarsela”. Dai tempi del Grande Timoniere, grazie alle battaglie per le pari opportunità condotte soprattutto dalla Sinistra (quando la Sinistra combatteva battaglie progressiste), ne ha fatta di strada l’altra metà di questo cielo non sempre limpido sotto cui viviamo.
Dagli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale in cui in Cina il Padre della Rivoluzione stabiliva per legge che le donne potevano e dovevano fare tutto quello che facevano gli uomini ed in Italia veniva concesso il diritto di voto per la prima volta ai cittadini di sesso femminile, le donne hanno compiuto il percorso più o meno completo che le ha portate in tutti i campi ad eguagliare di diritto e di fatto gli uomini, ed in alcuni casi addirittura a sopravanzarli. Al punto che ormai celebrazioni come quelle dell’8 marzo sono vissute dalle donne stesse quasi con fastidio, come un pleonasmo anacronistico e inutile a migliorare la condizione femminile dove ancora è arretrata oppure meramente ed offensivamente retorico là dove invece essa ha raggiunto il traguardo dell’effettiva parità dei diritti.
Come per qualsiasi categoria sociale partita da posizioni di svantaggio, è nel campo della politica e dell’amministrazione che si misura il grado di emancipazione. Le donne in politica oggi sono molte, sia a sinistra che a destra. Le quote rosa ormai sono rispettate, la quantità è assicurata. Per la qualità, il discorso è diverso. La Seconda Repubblica ha ben poche figure la cui statura è comparabile con quelle della pur bistrattata Prima, e le donne non fanno eccezione.
E se a destra la questione femminile si può semplificare in alcuni stereotipi abbastanza omnicomprensivi (ognuno può divertirsi a identificare a quale appartengono Carfagna, Santanché, De Girolamo, Meloni), a sinistra la faccenda si fa più complessa. Sgombrando il campo da archetipi quali Rosy Bindi e Anna Maria Finocchiaro, l’altra metà della simpatia rispetto a un D’Alema o a un Bersani, ci sono tra le ultime leve alcuni personaggi che vale la pena di esaminare, perché al peggio, politicamente e anche socialmente, non c’è mai fine.
La sera del 22 aprile, mentre il Partito Democratico scavava tra le macerie del dopo-elezione del Presidente della Repubblica per cercare di recuperare qualcosa, la nouvelle vague del centro-sinistra Debora Serracchiani festeggiava la sua fresca elezione a Presidente della Giunta Regionale del Friuli Venezia Giulia lamentando di essere stata completamente abbandonata dal suo partito nel momento cruciale della campagna elettorale, e di avere pertanto vinto da sola, anzi malgrado i suoi compagni.
Pochi giorni dopo, sul Piccolo di Trieste del 27 aprile compariva la notizia (mai smentita da nessuno successivamente) che alla elezione della Serracchiani, risultata vincitrice per 2.000 voti scarsi sul candidato del centrodestra Renzo Tondo, hanno contribuito in maniera evidentemente decisiva i 6.000 istriani (abitanti cioè di un territorio non più appartenente all’Italia dal 1945, di etnia italiana, ma di nazionalità jugoslava fin dai tempi del trattato di pace avendo essi optato in tal senso, che hanno poi recuperato una cittadinanza italiana puramente formale con la fine della Guerra Fredda e l’avvento dell’Unione Europea) che il PD è andato a prendere oltre confine a poche ore dalla chiusura delle urne con appositi pullman, affinché facessero pendere dalla sua parte un ago della bilancia dalle oscillazioni estremamente incerte.
A parte l’interpretazione della legge elettorale discutibile, poiché assimila a emigranti o figli di emigranti persone che non hanno mai risieduto in Italia e che anzi alla fine degli anni Quaranta scelsero la cittadinanza di un altro paese, salta agli occhi da parte della Serracchiani un chiagnere e fottere (absit iniuria verbis) tipico di altre latitudini nazionali. Per chi ricorda le sue lamentazioni in prima serata tv, davvero un bell’esempio di coerenza, nonché di gratitudine e solidarietà di partito.
Altra icona della Sinistra al femminile in rapida ascesa, è la Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, che esterna spesso e volentieri, a 360°, tanto da far concorrenza allo stesso Presidente della Repubblica (al quale almeno però la Costituzione conferisce formalmente tale potere). Così, la troviamo il 1° maggio a parlare di problemi del lavoro a Portella delle Ginestre (luogo dove ogni anno si commemora l’eccidio compiuto in pari data dagli uomini di Salvatore Giuliano sui contadini che chiedevano la riforma agraria, nel 1947), lei che essendo stata in tutti questi anni a giro per il mondo ovviamente conosce bene la realtà dei lavoratori italiani. La ritroviamo poi il 28 aprile subito dopo l’attentato di Prieti a Palazzo Chigi, ma in realtà a due poveri rappresentanti delle Forze dell’Ordine che hanno l’ingrato compito di proteggere lei e i suoi colleghi quotidianamente, in prima linea a stigmatizzare il clima di “violenza verbale” che si registra nei confronti della classe politica.
Come a dire, queste sono le ovvie conseguenze. E neanche una parola sulla violenza ai danni dei cittadini attanagliati da una crisi spaventosa perpetrata da un Parlamento che, a tre mesi dalla sua elezione, si è ben guardato ancora dal cominciare a funzionare per quella che è la sua funzione legislativa e per la quale è lautamente retribuito, eccezion fatta per alcuni provvedimenti importantissimi tra cui la concessione dell’assistenza sanitaria gratuita ai conviventi gay dei parlamentari, oppure la ratifica di una Convenzione firmata a Istanbul che stabilisce che la violenza sulle donne va punita (come se non esistesse già un Codice Penale a tal proposito).
Troviamo ancora la Presidente della Camera, più volte, a ribadire il suo capolavoro di sensibilità politica, l’affermazione che il problema principale della società italiana e la questione più importante nell’agenda del nuovo governo è e non può essere altro che l’accoglienza agli immigrati, regolari e non. Se non lo sa lei del resto, che è stata negli ultimi 25 anni lontana dall’Italia, a lavorare presso le Nazioni Unite come portavoce dell’Alto Commissario per i Rifugiati, chi può saperlo? Il suo è stato sicuramente un osservatorio decisamente privilegiato. Su cosa, quello è un altro discorso.
Ma è soprattutto una l’iniziativa per la quale la Presidente Boldrini si è distinta dal giorno in cui il suo nome è stato estratto dal cilindro del Partito Democratico per andare a sedersi sullo scranno più alto di Montecitorio: l’allestimento di una squadra speciale della Polizia Postale con il compito di scandagliare quotidianamente il web in cerca di qualsiasi cosa che possa essere ravvisata come offesa alla terza carica dello Stato. Cioè alla sua persona. Ora, a parte che la suddetta Polizia Postale, all’epoca del boom di Internet, svolge già istituzionalmente una mole di lavoro impressionante e forse non aveva – in questi tempi di magra (leggasi spending review) - bisogno che le venisse aggravato il carico di lavoro, la creazione di questo reparto speciale con compiti di censura ha inoltre qualcosa di sinistro, e ricorda molto l’atteggiamento verso il nuovo strumento di comunicazione sociale e di informazione digitale assunto da anni dalla Repubblica Popolare Cinese (tanto per ritornare al Grande Timoniere).
Le false foto naturiste della Presidente della camera sono state prese infatti a pretesto per una campagna censoria quale in Italia, va detto, non si vedeva più dagli anni 50. Viene da chiedersi cosa sarebbe successo a un Giorgio Forattini se il compianto senatore Giovanni Spadolini (per dirne uno) avesse ragionato come la signora in questione. Viene anche da chiedersi cosa succederà ad Internet ed alla libertà di espressione, visto che subito la cosiddetta Casta si è schierata compatta, Presidente della Repubblica in testa, dalla parte dell’iniziativa poliziesca della Presidente di Montecitorio. Che ha tenuto a ribadire in varie circostanze che il suo intento è solo quello di combattere i commenti sessisti e violenti. Una categoria, come si vede, talmente labile da gettare un’ombra inquietante sulla libertà di parola in questo paese.
In una di queste circostanze, tra l’altro, ha avuto una sponda più realista del re nella giornalista Concita De Gregorio, altra icona del progressismo rosa, che l’ha intervistata per Repubblica. La De Gregorio non si è fatta scrupolo di parlare di “campagna contro Laura Boldrini”, dipingendo un quadro in cui la signora avrebbe ricevuto più minacce di morte del Presidente John Fitzgerald Kennedy prima del suo viaggio fatale a Dallas, e in cui sarebbe sottoposta quotidianamente a ricevere quantità enormi di messaggi contenenti insulti e minacce varie, i cosiddetti commenti sessisti. “La magistratura è avvertita, le denunce sono partite (…) La politica deve essere coraggiosa, deve agire”. Se queste parole le avesse dette un esponente del centrodestra, senza fare nomi, si sarebbero aperte le cateratte del cielo. Qui, invece, si aggiorna la già problematica agenda del governo, e tutti zitti.
A proposito di agenda, tra le novità introdotte dal Presidente del Consiglio Enrico  Letta con la sua compagine governativa e tra le icone emergenti del panorama politico femminile di sinistra troviamo l’attuale Ministro per l’Integrazione (Boldrini chiama, Letta risponde) Cécile Kyenge. La Kyenge, originaria della Repubblica Democratica del Congo, giunta in Italia come immigrata clandestina (poi regolarizzata) nei primi anni 80 e diventata cittadina italiana nei primi anni 90 a seguito di matrimonio con un italiano, dai primi anni 2000 attivista del Partito Democratico che l’ha candidata alle ultime elezioni, aveva appena giurato nelle mani di Napolitano che un attimo dopo ha pensato bene di uscire con la dichiarazione senza mezzi termini di voler concedere la cittadinanza a tutti gli immigrati presenti sul suolo italiano, a prescindere dalla loro posizione nei confronti della legge. E ciò in virtù, nientepopodimeno, della riforma di un principio cardine dell’ordinamento giuridico italiano, fin dal tempo del suo predecessore illustre, l’Impero Romano: lo jus sanguinis.
Com’è noto, due sono i principi giuridici in virtù dei quali avviene nel mondo moderno la acquisizione della cittadinanza. Lo jus sanguinis consiste nella sua acquisizione per nascita da cittadini, o per matrimonio con cittadini; è il principio in vigore in Italia, ed in molti paesi latini. Dovunque si nasca, si è italiani se si nasce da italiani, o lo si diventa se (come è successo alla Kyenge) si sposa un italiano/a. L’altro principio è lo jus soli, la cittadinanza si acquista in base al suolo su cui si nasce, o alla permanenza su quel suolo per un certo numero di anni ed a certe condizioni; è il caso dei paesi anglosassoni, Gran Bretagna e Stati Uniti, e della Francia.
Ora, a parte il fatto che la questione investe altre problematiche alla base della attuale situazione economica e sociale italiana (siamo un paese di 60 milioni di abitanti censiti e con almeno 8 milioni di immigrati registrati, più tutti quelli irregolari, e che sta attraversando una crisi economica epocale), sarebbe il caso magari che come metodologia applicata alla politica in un paese cosiddetto democratico essa fosse oggetto di consultazione popolare, dato che va a toccare appunto un principio cardine dell’ordinamento.
La Kyenge, invece, dimostra di essersi perfettamente integrata nella mentalità del suo partito quando comunica alla platea dei sudditi il suo intento indiscutibile, anziché interpellare dei cittadini sull’opportunità della sua proposta. Che se fosse approvata tra l’altro avrebbe le conseguenze devastanti facilmente immaginabili, chiunque potrebbe venire a partorire un figlio in Italia (salvo poi andarsene subito) e prendere così la cittadinanza per il figlio, da estendere magari successivamente a tutta la famiglia (cosa vogliamo fare, separarli?). Tutto ciò nel contesto di un paese la cui solidità istituzionale, politica e sociale non è neanche lontanamente paragonabile a quella degli U.S.A., della Gran Bretagna o della Francia, da secoli abituati a concedere l’integrazione agli immigrati sulla base di un rigido sistema di diritti e doveri inderogabile.

Come diceva il Grande Timoniere, le donne portano sulle spalle l’altra metà del cielo. Queste sono alcune delle donne che – dispiace dirlo – ci portiamo sulle spalle noi.

sabato 24 gennaio 2015

Fiorentina-Roma, il sex appeal del nostro calcio

E’ praticamente il primo ricordo d’infanzia che ho, allo stadio con mio padre. 22 gennaio 1967, Fiorentina-Roma 2-2, Brugnera (F), Carpenetti (R), Bertini (F), Enzo (R). Per tutta la sua vita avrei sentito ripetere a mio padre che quella fu la più bella partita che lui si ricordasse di aver visto allo Stadio Comunale, non ancora intitolato ad Artemio Franchi. E con lui erano d’accordo in molti, della sua generazione. Ci ho ripensato tante volte. Viola e giallorossi da allora è come se avessero stabilito un legame kharmico. Destinati spesso e volentieri ad affidare le loro speranze di successo al bel gioco piuttosto che ad altre caratteristiche. Destinati quasi sempre a sublimare il gioco del calcio, quando si incontrano.
E’ una lunga storia di spettacolo e di prodezze, quella dei match tra Roma e Fiorentina. Uscite dal buio degli anni settanta, durante i quali rischiarono di finire fuori più volte dal calcio che conta prima di trovare condottieri dotati delle opportune motivazioni nonché risorse, si presentarono all’inizio del decennio successivo come l’unica seria alternativa allo strapotere juventino. Il 5 aprile 1980 una tripletta di Giancarlo Antognoni stese una Roma in cui già militava gente come Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Bruno Conti e sulla cui panchina già sedeva il mitico Nils Liedholm. I campioni del secondo scudetto giallorosso c’erano già tutti, mancava solo Paulo Roberto Falcao, che sarebbe arrivato nell’estate successiva.
Nel 1981 l’ing. Dino Viola diede il primo assalto allo scudetto juventino. Fu fermato a due giornate dalla fine dall’annullamento – a tutt’oggi inspiegabile – del gol di Ramon Turone che gli avrebbe dato la vittoria a Torino nello scontro diretto con i rivali ed il sorpasso in classifica. L’anno dopo fu la volta della Fiorentina di Pontello, uno squadrone che conobbe due sole sconfitte, una delle quali proprio all’Olimpico con i giallorossi. Tutti ricordano il colpo di tacco volante di Falcao che liberò Roberto Pruzzo per il colpo di testa del 2-0. Al ritorno a Firenze fu ancora spettacolo, con Luciano Miani che segnò il gol che eliminava i capitolini dalla corsa al titolo. Corsa che si concluse a pochi minuti dalla fine del campionato nel solito modo, con un gol annullato agli avversari della Juventus, in quel caso la Fiorentina.
Nel 1983 ancora la Roma, stavolta i bianconeri non poterono fermarla, malgrado la vittoria nella sfida diretta sia all’andata che al ritorno. Liedholm, Falcao & C. si cucirono finalmente il tricolore sulla maglia, Venditti poté cantare al Circo Massimo e la Fiorentina rimase a guardare, alle prese con una stagione di transizione in cui dovette inserire Passarella e rimpiazzare Vierchowod, passato proprio ai giallorossi. Ancora un anno più tardi, la corsa della Fiorentina si fermò sul secondo infortunio di Antognoni, quella della Roma sulla difficoltà di conciliare campionato e Coppa dei Campioni, di cui disputò la sfortunata finale casalinga contro il Liverpool.
Seguì una fase di cosiddetto “tono minore”, con l’unico acuto romanista nella stagione 1985-86, allorché Sven Goran Eriksson – poi ribattezzato Svengo dagli stessi tifosi capitolini – vide la sua squadra farsi battere dal Lecce già retrocesso a due giornate dalla fine, mentre era in rimonta su una Juventus stremata e a fine ciclo, quello dei Mundial.
Vennero poi anni a fasi alterne. A Firenze andò in scena lo psico-dramma della cessione di Baggio alla Juve e del passaggio della società da Pontello a Cecchi Gori. A Roma il “principe” Giannini non seppe far rivivere ai suoi concittadini l’epopea di Falcao & C. Si dovette aspettare il 1993 perché succedesse qualcosa di importante. Quell’anno nella capitale fece il suo esordio con la maglia della sua squadra del cuore un ragazzino che avrebbe fatto parlare di sé a lungo, Francesco Totti.
Quell’anno successe anche qualcosa che avrebbe cementato per lungo tempo rapporti non proprio idilliaci tra le due tifoserie. All’ultima giornata, una Fiorentina costruita per spaccare le ossa a tutti, era con le ossa rotte in fondo alla classifica, dopo la cacciata di Radice da parte del figlio del padrone, già allora assai intemperante. I viola dovevano vincere e sperare che la Roma battesse in casa l’Udinese. La prima condizione si verificò, un 6-0 al Foggia in cui Batistuta & C. sfogarono tutta la loro rabbia per una stagione virata in modo incredibile verso lo scatafascio. La seconda invece no, la Roma era in vantaggio fino a sei minuti dalla fine, quando consentì – in modo a detta di molti troppo accomodante - ai friulani di portarsi sul pareggio. L’Udinese restò in A, la Fiorentina andò in B, e da allora a Firenze se chiedete chi odiano di più tra juventini o romanisti ci devono pensare su, perché la risposta non è più semplice né immediata come prima.
A quell’epoca la Roma passò in mano a Franco Sensi, la Fiorentina a Vittorio Cecchi Gori. Le due squadre si sistemarono stabilmente nelle cosiddette Sette Sorelle, quelle che lottavano per lo scudetto, guidate rispettivamente da Totti e Batistuta. Ogni volta che si incontravano era spettacolo, anche se il risultato – almeno all’Olimpico – finiva per premiare sempre i giallorossi. Dopo un 3-1 a firma di Batigol nel 1992, la Fiorentina per vent’anni riportò dalla capitale a malapena un punto, nel 2006 con Tonigol. Il fuoriclasse Totti, nel frattempo laureatosi campione del mondo con la Nazionale di Lippi a Berlino, sembrava inmarcabile per i difensori viola di almeno un paio di generazioni.
Dopo il passaggio di Batigol alla Roma, il terzo scudetto romanista ed il fallimento della Settima Sorella, quella di Vittorio Cecchi Gori, con la ripartenza dalla C2 dei nuovi patron Della Valle, lo spettacolo riprese nel 2005 con una Roma sistemata stabilmente ai vertici della classifica ed una Fiorentina che remava per ritornarci. La prima vittoria fiorentina a Roma avvenne nel 2012, e fu decisiva per scongiurare un’altra retrocessione, nell’anno in cui sembrò che il progetto dei Della valle fosse andato definitivamente in pezzi. Nel 2009 Prandelli invece aveva fatto registrare uno storico 4-1 casalingo, che rimane a tutt’oggi l’ultima vittoria interna della Fiorentina sulla Roma. In quella circostanza i tifosi viola riadattarono per l’occasione la famosa canzone di Irene Grandi Bruci la città, vittoriosa al festival di Sanremo, a testimonianza dell’immutato affetto verso la capitale.
Nel 2011 il prestigio viola fu affidato alla primavera, che andò a vincere Coppa italia e Supercoppa di categoria proprio sul prato degli acerrimi rivali giallorossi. Canzone viola risuonò all'Olimpico, segnando la rinascita di un settore - quello giovanile - che una volta era un vanto per la Fiorentina (al pari della Roma) e che da dopo la retrocessione in C2 aveva stentato a rinascere.
Nelle ultime stagioni, i giallorossi sono stati l’unica indomabile bestia nera della rinata Fiorentina spagnola di Vincenzo Montella. Le ultime sei partite si sono concluse con altrettante vittorie giallorosse. Vittorie episodiche quanto si vuole, con gol di rapina segnati da Destro, Naingollan e l’ex Pablo Daniel Osvaldo dopo episodi a sfavore dei viola e da questi duramente contestati. Ma non per questo hanno fatto meno male.

La Roma torna domani sera al Franchi di Firenze per fare sette, e per non dire addio anzitempo alle sue speranze di scudetto contro la solita Juventus, già a + 5 in classifica. La Fiorentina dal canto suo ha da inseguire un quarto posto e forse anche un terzo, e confermare la sua disposizione al gioco spettacolo ritrovata nelle ultime settimane. Montella e Garcia difendono gelosamente le loro creature, che onorano il calcio italiano tenendolo inoltre a galla su un palcoscenico europeo che sembra altrimenti ormai distante, inarrivabile. Domani sera vinca il migliore. Magari, per una volta, la Fiorentina.