sabato 11 aprile 2015

Colpi d'arma da fuoco nella notte italiana

Gli spari che risuonano secchi nel Tribunale di Milano riecheggiano in tutta Italia, e sono un punto di non ritorno. Abbiamo scritto tante volte di giustizia, ma adesso – con quattro persone rimaste a terra – non ci sentiamo di andare ad analizzare le ragioni vere o presunte di chi ha compiuto quello che viene definito da tutti il “gesto di un disperato”.
Per capire le motivazioni che hanno spinto Giardiello ad armarsi la mano, come già Preiti due anni fa (l’attentatore di Montecitorio caduto ormai ampiamente nell’opportuno dimenticatoio che conserva tutte le cose italiane), ci sarà tempo. Quello che magari avrebbero potuto prendersi le massime cariche dello Stato, dal presidente della Repubblica Mattarella al Presidente del Consiglio Matteo Renzi al Ministro dell’Interno Angelino Alfano, prima di rilasciare le consuete dichiarazioni che riempiono inutilmente i telegiornali togliendo spazio alle notizie vere e – nel caso di Renzi – aggiungono un nuovo capitolo in quella saga dell’improntitudine, in quella fenomenologia (per dirla con Umberto Eco) dell’enfant prodige di Rignano sull’Arno che dovrebbe far riflettere un po’ dipiù chi si accinge a votarlo, se e quando ciò sarà possibile.
No, non è questa la sede per tirare in ballo responsabilità vere o presunte della magistratura ferita a morte. Per rispetto alle vittime, ma anche alla funzione, che merita prima o poi di essere ridefinita, con calma e senza la spinta della ennesima tragedia d’attualità. Quello che preme adesso è una considerazione diversa, riguardante l’ordine pubblico, la base stessa della nostra convivenza civile.
Mentre siamo tutti distratti dalla scoperta dell’acqua calda (alla scuola Diaz a Genova ci fu un black out pressoché totale della legalità per il quale – con buona pace del solito ineffabile presidente Renzi – i responsabili non hanno pagato e non pagheranno, tanto è vero che il principale responsabile, l’ex capo della polizia dell’epoca De Gennaro sta scontando una pesantissima condanna alla presidenza di Finmeccanica) o da questioni fondamentali come il riassorbimento nell’ambito della società civile di circa 40.000 persone, i cosiddetti ROM, con annesso dibattito di altissimo livello tra boldriniani e salviniani, pochi si soffermano sul punto centrale della questione aperta dagli spari di Milano. Pochissimi, se andiamo a considerare i mezzi di informazione.
Claudio Giardiello entra nel tribunale di Milano con un falso tesserino da avvocato. Nessuno lo sottopone ad un minimo controllo, tantomeno ad uno scanner di metalli. Nessuno lo ferma. Se entrate nel Tribunale di Firenze quasi vi spogliano, non importa se andate a registrare una società o a ritirare una sentenza di separazione o a farvi condannare per omicidio plurimo. Nel Tribunale di Milano, non un luogo della giustizia qualsiasi, ma l’icona storica della Giustizia italiana da Mani Pulite in poi, si entra invece così.
Non c’è polizia, ma una ditta di vigilantes che ha vinto un appalto, come in tanti altri edifici pubblici. Solo che in questo si decide della vita delle persone come da nessun’altra parte. Facile che ci possa essere qualcuno che prima o poi vi entra non animato da sentimenti positivi e con in tasca qualcos’altro che non siano chiavi o cellulare. La polizia peraltro non arriva nemmeno dopo. Il giudice Ciampi e gli altri feriti a morte rimangono in terra per oltre quaranta minuti, a detta dei superstiti alcuni dei quali costretti a barricarsi nelle stanze del Tribunale per non rischiare di incontrare l’omicida, prima che qualcuno li soccorra.
Claudio Giardiello si allontana indisturbato dal tribunale, e viene arrestato solo più tardi, vicino casa. A quanto pare era intenzionato ad uccidere ancora. Per fortuna il conto delle vittime si arresta a quattro. Il conto per lo Stato italiano invece è salatissimo. Nemmeno questa volta qualcuno si dimetterà, i discorsi scorreranno a fiumi, le strumentalizzazioni anche. Nessuno pronuncerà le fatidiche parole: lo Stato italiano non esiste più.
Dopo anni di tagli alle spese, di caserme dei Carabinieri di periferia ridotte ad orari da ufficio postale, di commissariati dove i poliziotti devono quasi autotassarsi per avere a disposizione la benzina necessaria alle loro gazzelle, siamo arrivati al dunque. Nemmeno il Palazzo con scritto IUSTITIA sul frontone è più presidiato. Una pistola ed un tesserino falso si trovano su internet. Il resto sta alla volontà del singolo ed alla crisi del sistema.
All’incirca nel 400 d.C. l’Impero Romano cominciò a ritirare le sue legioni dalle province più remote, dapprima la Britannia dove il Vallo di Adriano e le coste sassoni rimasero sguarnite, poi via via tutte le altre. Dopo la disastrosa sconfitta di Adrianopoli l’Impero aveva scoperto di non poter reggere più le spese militari (che si aggiungevano a quelle derivanti dalla corruzione dilagante a causa della decadenza dei costumi) per fronteggiare la pressione delle orde barbariche che premevano ai confini. Fu il momento di non ritorno, e per i barbari il segnale che le porte di Roma erano aperte. Con le tecnologie a disposizione all’epoca, occorsero alcuni decenni finché uno dei tanti capobranco catturasse le insegne imperiali e le spedisse a Costantinopoli, significando a tutti i contemporanei che la legalità come era stata fino a quel momento conosciuta era finita, ed era nato un nuovo mondo che avrebbe impiegato un bel po’ di secoli cosiddetti bui a ritornare a condizioni di vita percepite come civili.
Lo Stato italiano ha cominciato da anni a ritirare le sue legioni, dapprima dalle periferie e adesso anche dai suoi centri nevralgici. Gli spari di Milano sono forse il segnale che paventavamo da tempo, i secoli bui sono in arrivo molto più rapidamente (grazie alle tecnologie a disposizione al giorno d’oggi a tutti, barbari interni ed esterni). Il rapporto tra Stato e cittadini è di nuovo ad un punto critico della storia di questo paese. Ci sarà tempo per parlare di Giardiello e del suo insano gesto. Speriamo ce ne sia ancora per parlare, prima ancora che di Giustizia, di legalità e di vivere civile.

mercoledì 8 aprile 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Volpi da pollaio e volpi da uva

Si parla troppo. E’ un vizio maledetto che Firenze non riesce a togliersi. Si tratti di sport o di altre questioni cittadine. Si parla troppo, a sproposito e si conclude poco o nulla. Una volta questa era la città dove si realizzavano opere d’arte in serie, ad ogni angolo di strada, in ogni bottega, come fosse la cosa più naturale del mondo. Ora è la città dove si parla. Dove si sfotte tutto e tutti e non si prende nulla veramente sul serio. Dove poi si piange e ci si sveglia scoprendo che il mondo è andato avanti e qui siamo fermi ad una stazione ed uno stadio del 1930, ad uno scudetto del 1969, a dei viali di circonvallazione del 1865.
Arriva la Juventus per l’ennesimo capitolo di una sfida attraverso i decenni. Stavolta la sorte ed il gioco hanno messo la Fiorentina in vantaggio, basta far trascorrere 90 minuti con attenzione ed umiltà, gestendo quei doni della sorte e del gioco. Basta tenere la testa concentrata e lasciar crescere dentro di sé la voglia di rivincita che cova da tanto, da più di 30 anni, fino al momento di farla esplodere a risultato acquisito. Basta fissarsi sull’obbiettivo e tacere, risparmiando energie preziose ed evitando di stuzzicare un avversario che non ha bisogno di motivazioni particolari per venire qui a fare l’ennesima partita della vita. Perché lo ha nel proprio DNA. Vincere, vincere ed ancora vincere, sempre e comunque.
Ma no, noi no. NOI SIAMO FIRENZE. E tanto basta. E pazienza se Firenze ormai è ridotta ad un cantiere assurdo ed indegno e ad un pellegrinaggio di cialtroni multietnici che non ha bisogno delle parole di una Oriana Fallaci per indignare. Quello che conta è il Cupolone del Brunelleschi, il Campanile di Giotto ed il Ponte Vecchio, il tramonto dal Piazzale Michelangelo, la cartolina ormai spiegazzata, sbiadita che sbattiamo in faccia a tutti, infastidendo tutti. Pazienza se quella Firenze che continuiamo ad avere in testa ormai è come Katmandu, Shan-gri-là o altre città mitologiche che ormai vivono sui libri d’avventura, e non più nella realtà.
Nella realtà, Torino ci ha superati da un secolo e passa, da quando si mise a fabbricare autovetture e quant’altro, mentre qui ancora si continuava ad impagliare sedie o a levare i tarli ai mobili d’epoca. Torino che aveva perso la Capitale a vantaggio di Firenze la recuperò con gli interessi surclassando perfino Roma. E prese a dominare nello sport più amato dagli italiani, il calcio, come dominava in tutti i settori della nostra vita civile. Ma noi eravamo Firenze, e quando la bravura dei nostri presidenti di calcio non bastò più ad assicurarci occasionali rivincite ci accontentammo di sbattere in faccia le coreografie della Curva Fiesole. Loro, i gobbi, se ne ripartivano con i titoli, le qualificazioni, i punti importanti, le vittorie che una volta si dovevano conquistare a carissimo prezzo e che ora ottenevano quasi passeggiando. Ma noi eravamo e siamo Firenze.
Torino ce ne appioppava cinque in una sola serata, ma noi eravamo Firenze. La città dove ci vuole quarant’anni per costruire un tribunale che sembra il delirio di uno psicopatico all’ultimo grado di follia, nemmeno a Blade Runner avevano progettato la sede della malvagia corporazione dei replicanti a quel modo. La città dove ci sono voluti trent’anni per discutere fino allo sfinimento e poi non fare nulla di circonvallazione – tangenziale, piano del traffico e viabilità, decentramento degli uffici pubblici, risistemazione e razionalizzazione dei musei e dei luoghi artistici. Facciamo la tramvia quando perfino in Giappone arrivano a capire che è superata e pericolosa. Parliamo di nuovo stadio quando ormai riempire il Franchi è un evento da segnare sul calendario. Di centro sportivo, Cittadella, merchandising, marketing, sinergie, e fregnacce varie. Tutto per non parlare dei problemi reali. Per vincere, c’è chi spende meglio e chi spende peggio.
La Juventus progetta il nuovo stadio e tre anni dopo l’ha finito, e se ne gode i proventi. La Fiorentina litiga da sei anni con il Comune, o finge di farlo. E tutti a bocca aperta a parlare di bilanci, di plusvalenze, di bacini d’utenza. Perfino Longinotti e Ugolini vinsero dei titoli, i Della Valle zero. Ma va bene così, noi siamo Firenze, e Firenze non può tornare a Gubbio o a Gualdo Tadino. Fine che – dicono - sarebbe stata certa se non ci fossero stati questi imprenditori venuti dalle Marche, non da Sesto o da Campi, dalle Marche. Befani e Baglini chissà da dove venivano.
Noi siamo Firenze, la città che odia la Juve. E che non si preoccupa mai di organizzarsi per superarla sul campo, no. E’ sufficiente riempirsi la bocca di parole, di tappezzare tutti i social network per giorni di inutili sfottò. E poi di incazzarsi se undici giovanotti in bianconero, giustamente orgogliosi della soddisfazione che si sono tolti venendo a segnare altri tre gol qui al Franchi in scioltezza, ce li ritorcono contro.
Vestitevi bene che stasera uscite, scriveva qualcuno a Firenze su Facebook nei giorni scorsi. Marchisio è tutto il giorno oggi che si fa fotografare con la mano atteggiata al segno tre. Morata esce dal campo sfottendo una intera curva. Hanno ingollato la sconfitta dell’andata e preparato la rivincita, in silenzio. I nostri si sono beati delle spacconate e delle fanfaronate di una tifoseria che ancora non ha capito la differenza tra una squadra che vince ed una che si ferma sempre al benedetto salto di qualità. E sono scesi in campo credendo di andare ad una passeggiata, invece che ad un massacro. Ma noi siamo Firenze.

Ci sono volpi che entrano in un pollaio e fanno una strage, e l’anno dopo ci ritornano per sbranare quello che si è salvato l’anno prima. Ce ne sono altre che si fermano a guardare l’uva che poi si rivela troppo alta, ed alla fine sono costrette ad allontanarsi fingendo disinteresse: “è marcia”. Non è marcia, in realtà, ma non lo possono sapere, perché non si sono nemmeno avvicinate abbastanza.

Ore 21, lezione di calcio al Franchi



"Io ci credo”. Lo aveva scritto nei giorni scorsi Massimiliano Allegri sul suo profilo Twitter. Lo aveva scritto, ci credeva davvero e ha fatto sì che ci credessero anche i suoi giocatori. Dopo la partita di andata avevamo messo in guardia contro il rischio di considerare la Juventus già spacciata. Per quella squadra e quella società non esiste altra opzione che vincere, sempre e comunque, se appena ce n’è una minima possibilità. I suoi giocatori sono scesi sul prato del Franchi caricati a molla, com’era prevedibile. Affrontare una squadra come quella viola nel suo periodo di forma migliore ed un pubblico che più ostile non si può era comunque per loro – c’è da scommetterci - una prospettiva meno preoccupante rispetto a tornare a casa a mani vuote. A Corso Galileo Ferraris la sconfitta non è tollerata, i perdenti non durano a lungo.
Ci credeva anche la Fiorentina, ma piuttosto al fatto di aver già vinto. E questo contro la Juventus non si fa, mai, a pena di amare delusioni. E invece per il secondo anno consecutivo un consistente vantaggio conseguito al termine di un’ottima gara di andata allo Juventus Stadium viene dilapidato da una condotta di gara dissennata. Come un anno fa, bastava un pareggio casalingo per passare il turno ed andare in questo caso a giocare la seconda finale consecutiva di Coppa Italia. Non certo una mission impossible, malgrado la forza dell’avversario che si avvia in campionato a vincere il quarto titolo consecutivo.
Come un anno fa, ci si ritrova il giorno dopo invece a gestire un contraccolpo psicologico durissimo provocato da una cocente delusione. Anzi, un anno fa tutto sommato c’era la parziale, parzialissima consolazione derivante dal fatto che la differenza era stata fatta in fondo soltanto da una magia di Andrea Pirlo, quel calcio di punizione subito ingenuamente nei minuti finali e trasformato magistralmente dallo specialista numero uno al mondo. Stavolta invece siamo qui a commentare attoniti una prestazione impalpabile, inconsistente, imbarazzante da parte di una squadra che fino a tre giorni fa aveva incantato e quasi sempre vinto su ogni campo e con qualsiasi situazione, climatica e tecnica.
Come il manzoniano vaso di coccio messo accanto al vaso di ferro, la Fiorentina si dissolve dopo venti minuti al cospetto della Juventus. Subisce l’annullamento del gol iniziale di Salah, è vero, ma francamente – rispetto alla débacle che ne segue – ciò appare un ben misero specchio su cui arrampicarsi. Come le lamentele di Montella sugli atteggiamenti troppo aggressivi dei giocatori juventini e su quelli troppo comprensivi dell’arbitro, il sig. Davide Massa di Imperia.
Caro Vincenzo, cominciamo da te. Sbagliare capita a tutti, prima o poi. Anche magari per il secondo anno consecutivo di fronte alla stessa identica prova d’esame. C’è gente che deve ridare esami come Matematica o Anatomia per dieci volte all’Università, figuriamoci la Fiorentina che cerca da almeno trent’anni prima del tuo arrivo di superare la Juventus in un torneo qualsiasi. Cercare scuse però non migliora le cose. Completa semmai miseramente la caduta di stile già provocata dall’atteggiamento incomprensibile dei tuoi giocatori, che sembravano capitati al Franchi per una partitella di rifinitura e non per il match che avrebbe cambiato la stagione da splendida a trionfale.
L’arbitro Massa ha diretto come difficilmente si poteva fare meglio. Salah ha spinto Sturaro prima di segnare il suo gol e Gonzalo era in fuorigioco sul colpo di testa che pareggiava il gol di Matri. Per il resto, Massa non ha concesso o regalato nulla a nessuno. Ha tollerato le proteste smodate di Chiellini, è vero, e la faccia deformata da una rabbia oscena e demoniaca del terzino livornese non è stato un bello spettacolo a vedersi. Ma di lì a farne il leit motiv del rammarico e delle lamentele viola per questa sconfitta sciagurata ce ne passa.
La Fiorentina, caro Vincenzo, ha perso perché tu ieri sera non hai saputo trasmetterle quella fame di vittoria, quegli occhi della tigre che invece Allegri ha dato ai suoi, semplicemente raccogliendo l’eredità lasciatagli da Antonio Conte. La Fiorentina ieri sera ha perso perché per un motivo o per l’altro quando si tratta di fare l’ultimo passo, quello del famoso salto di qualità, manca sempre qualcosa. Ha perso perché ha un centrocampo fatto di gente che tratta il pallone divinamente, ma che ha la stessa consistenza di un prato di margherite quando spira la Bora, quando si trovano cioè di fronte come dirimpettai dei rudi omaccioni (magari anche loro dai fondamentali più che discreti, come Vidal e Marchisio che da soli valgono la maggior parte dei reparti mediani d’Europa) che li spostano di peso. Ha perso perché Gomez non è un centravanti boa né Salah un rifinitore trequartista. Sono due punte che vanno servite secondo le loro caratteristiche, che non sono quelle del gioco della Fiorentina, almeno quando è in casa propria.
Anche Alessandro Matri è una punta con determinate caratteristiche. Qui a Firenze un anno fa fece disperare, ma appena rimesso in una squadra che lo serve a dovere riprende a segnare come se nulla fosse. E’ una bella beffa che il primo gol bianconero, quello che scioglie la Fiorentina come neve al sole, venga dal suo piede, che questa volta non ha perso neanche la scarpa come in un celebre precedente. E’ una beffa più che altro che di tutti gli attaccanti passati da Firenze da quando c’è Montella non ce n’è o ce ne sarà uno che vincerà la classifica dei cannonieri.
Quando Matri la mette dentro, sono almeno dieci minuti che la Fiorentina preoccupa per la sua leggerezza, sia sul piano fisico che su quello dell’atteggiamento. Basta gestire il risultato dell’andata, ci riuscirebbe forse perfino il derelitto Parma di questi tempi. La Fiorentina no, lei deve giocare a viso aperto, forte delle statistiche sul possesso palla e della presunzione propria, del suo allenatore, della sua città. Sono giorni che i social network sono tappezzati degli sfotto’ dei fiorentini agli juventini. E’ il male oscuro di Firenze, quello che le si rivolta puntualmente contro e trasforma ogni possibile festa in una tragedia sportiva. Mai parlare prima, testa bassa e concentrazione, casomai ci si sfoga dopo. La Juventus vince anche così, ma non lo si vuol capire da queste parti. I giocatori viola invece sono immersi in questa atmosfera di chiacchiere a vuoto rodomontesche, vivono la città come tutti, e alla fine scendono in campo credendo di essere dei predestinati. Lo sono infatti, ma a ripetere quasi la catastrofe del 2012.
Stavolta non c’è in panchina un Delio Rossi a cui dare la colpa di tutto, dopo Mihajlovic. Non c’è una banda di giocatori a cui si è spenta la luce ed accesa la voglia di andarsene altrove. Ci sono gli osannati campioni che da un paio di mesi a questa parte fanno a fette quasi tutti, si giochi sull’erba o sull’acqua. C’è gente che ha giocato finali mondiali, o si riteneva in diritto di giocarle. Gente che dopo venti minuti ed un gol evitabilissimo subito da parte di una squadra a cui mancano ben cinque titolari, Buffon, Pirlo, Pogba, Tevez ed all’ultimo momento Lichsteiner, sparisce dal campo e si fa vedere solo per falli di frustrazione e sceneggiate varie.
Stavolta la Juve non ne fa cinque, si accontenta di tre, facendo arrabbiare Allegri. E anche Neto, suo probabile prossimo giocatore, che alla fine sbotta contro gli attuali compagni, che non lo aiutano a dovere. Al secondo gol di Pereyra, dopo una paratona su Morata resa vana dal buco che c’è in area sulla destra e in cui si avventa l’argentino, il povero Norberto si lascia andare all’esclamazione “un miracolo ve l’ho fatto, due non ve ne posso fare”. Cosa dice in occasione del terzo gol di Bonucci non si può riportare, ai sensi della legge sulla stampa e del buongusto. E’ l’unico peraltro che si merita la sufficienza, il portiere viola. Sugli altri si può stendere lo stesso velo pietoso, per risparmiare tempo e rabbia.
Perfino sui Della Valle verrebbe voglia di dare il voto quest’oggi. L’aplomb british con cui commentano questa ennesima figuraccia, con annessa uscita da una Coppa Italia in cui la Fiorentina stava diventando una favorita d’obbligo, aumenta amarezza e disappunto. E riporta d’attualità quel pensiero mai troppo recondito secondo cui la seconda proprietà per durata nella storia della Fiorentina è anche quella che ha vinto di meno: niente, per la precisione. In compenso ha preso più gol in casa dalla Juventus in due sole partite di Pontello e e Cecchi Gori in oltre vent’anni.
Ci sarà tempo e modo per vincere, dice Diego Della Valle. Domenica intanto si va a Napoli. Siamo ormai su due obbiettivi. C’è da salvare un bambino buttando via solo l’acqua sporca, ieri sera tanta. I contraccolpi psicologici di simili rovesci sono sempre difficili da gestire. Prandelli non ce la fece. Vediamo se ce la farà Montella.

domenica 5 aprile 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: I ragazzi giocano bene

A mente fredda, l’impresa del Padule del Franchi contro la Samp appare ancora più tosta. Condizioni climatiche al limite del proibitivo, di fronte uno degli avversari peggiori possibili in circolazione in serie A. La Fiorentina impone il proprio gioco perfino alle pozzanghere. Una prova di forza impressionante, vien da pensare che Diamanti, Salah & compagni non si sarebbero fermati nemmeno durante l’Alluvione.
Il vento ha smesso di soffiare ostile in faccia alla Fiorentina, preferendo spirarle benevolo e costante alle spalle. Perfino gli arbitri si son messi a dirigere come Dio comanda, senza regalare nulla ma senza togliere più del dovuto. Si discute se Banti avrebbe dovuto espellere Gonzalo, ma se questo fosse il metro quante partite di serie A finirebbero con il numero legale di giocatori? E forse l’arbitro di Livorno ha compensato il primo giallo dato troppo frettolosamente con il secondo sul quale ha giustamente preferito sorvolare.
In altri tempi alle difficoltà ambientali si sarebbero aggiunte anche le malversazioni arbitrali, più magari qualche altro infortunio di quelli pesanti. Adesso la sorte si limita benevolmente a lasciare in pace questa Fiorentina che onora il calcio spettacolo e che ha dimostrato di poter arrivare dove vuole con le proprie forze, senza regali da parte di nessuno.
Ma la crescita di questa squadra non si spiega solo con la fortuna. E’ come se dopo Parma tutti i pezzi del puzzle fossero andati a posto. Miracolosamente? Non diremmo. Abbiamo criticato tante volte Montella per certe sue decisioni tecnico-tattiche che rivelavano una maturazione ancora da completare. La fase acerba del tecnico di Pomigliano d’Arco sembra ormai superata, al punto che mezza serie A è tornata a guardarlo come oggetto del desiderio. Il gioco alla spagnola, con gli uomini giusti al posto giusto, è tornato appetibile, e Vincenzo se la gode, centellinando come suo solito i sorrisi perché la strada da qui a maggio è ancora lunga e irta di insidie.
Con lui, grazie a lui, è cresciuta tutta la squadra, nel complesso e nelle singole individualità. Vediamoli uno per uno. Di Neto che dire? E’ diventato un signor portiere, e quando come ieri rimane praticamente inoperoso (il che la dice lunga sul divario di valori tecnici in campo, con buona pace di viperetta Ferrero) sembra quasi che abbia giocato male, per quanto ci ha abituati ad almeno una prodezza a partita. Speriamo che rimanga inoperoso anche martedi prossimo, la sua quotazione non ne risentirebbe. Quella della Fiorentina sì, in positivo.
In difesa, abbiamo almeno due pezzi buoni, di categoria superiore, e uno in procinto di diventarlo. Gonzalo Rodriguez e Stevan Savic (prima dell’infortunio) sono in condizioni di forma spaventose, la loro classe individuale sta emergendo prepotentemente sia in reparto che in proiezione offensiva. Se entra il tiro da biliardo di Gonzalo nel primo tempo, viene giù lo stadio. In compenso, Muriel, Eto’o e Eder si stanno domandando ancora di che colore fosse il pallone. Stesso discorso per Savic, che prima di farsi male giocava addirittura meglio di lui. Sulle loro orme, José Maria Basanta, uno che ha giocato una finale mondiale senza sfigurare, così per ridere, ma che adesso gioca addirittura meglio, a suo dire grazie al solito Montella. Non abbiamo paura di affermare che per ritrovare giocatori di questo livello in viola forse bisogna riandare indietro fino a Daniel Alberto Passarella.
Che dire di Richards? Micah male, se ci si passa il gioco di parole. Ieri una diga impenetrabile, capace di andare via sulle fasce manco fosse il Vargas o il Cuadrado prima maniera. Stai a vedere che a fine stagione Vincenzo Montella ha fatto plusvalenza anche con lui. Vargas è Vargas, a proposito, giocatore che non devasta più le difese avversarie ma che puoi spendere con profitto in tutte le zone del campo. Pasqual e Tomovic forse impressionano meno, al presente, ma ci sono partite in cui la loro spinta sulle fasce è determinante. E San Turnover estende la sua benedizione anche a loro.
In mezzo, l’Aquila sta tornando faticosamente a volare alle altezze di inizio stagione. E se Viviano fosse stato ancora quello incerto visto – purtroppo – in maglia viola, ieri avrebbe festeggiato anche un gran gol. Alberto si sacrifica spesso da Pizarro, ma è un trequartista, ed è lì che fa la differenza. Di Pizarro del resto ce n’è uno, che Dio ce lo conservi in salute perché sostituti in giro non ce ne sono, hanno voglia a dire gli esperti di mercato. Chi ha fatto la differenza sul bagnato è stato sicuramente Borja Valero Iglesias, a parere di chi scrive vero uomo partita. Nella serata più improbabile, meno adatta alle sue caratteristiche, lo spagnolo rinasce dalle proprie ceneri e tira fuori una prestazione da Furia Rossa. Lo abbiamo criticato tante volte, con la Samp è stato da standing ovation.
Badelj è Badelj, non fa niente che resterà nella storia del calcio, ma provate a levarlo di squadra a questo punto. Come levare la pietra angolare ad un muro maestro. Il croato non butta via un pallone, consentendo ad altri di riproporre subito l’azione o facendolo di persona. Di Mati Fernandez c’è poco da dire, le sue doti non si discutevano, è la sua maturazione che fa impressione. Adesso Montella lo mette quando c’è da gestire il risultato, onore ed onere che da che mondo è mondo tocca solo a coloro che danno del tu al pallone, ricevendo in cambio del lei.
Andiamo avanti. Da squadra spuntata la Fiorentina si ritrova ad essere squadra dall’attacco micidiale. In tribuna Pepito assiste puntualmente alle prestazioni dei suoi compagni, chiedendosi forse a chi riuscirà a levare il posto quando rientrerà. Non facile. Non certo a Mario Gomez, sulla via di tornare Supermario. Nell’acquitrino sampdoriano lotta e gioca anche lui al pari degli altri e sfrutta bene l’unica occasione che gli tocca. E’ lui a lanciare a rete Salah sul raddoppio, i due si intendono bene. Salah del resto si intende con tutti, e se continua così più che chiamarlo il Messi delle Piramidi bisognerà chiamare qualcun altro il Salah di Barcellona. Intanto a Mourinho a questo punto più che un fischio alle orecchie deve arrivare una sirena antiaerea.
Diamanti è rimasto quel ragazzino che da piccolo voleva sempre lui il pallone, per segnare il gol decisivo e vincere l’ennesima partitella di strada. A trentatre anni ha ancora il fiato, la testa e la voglia di tentare gol come quello che ha messo in ginocchio la Samp. La classe l’ha sempre avuta, quella non invecchia mai. Chiedere per conferma a Joaquin Sanchez Rodriguez, altra Furia Rossa che resterà nella galleria del calciomondiale, di sicuro in quella viola. Era difficile far dimenticare Juan Guillermo Cuadrado, toglierlo da questo elenco senza rimpianti. Lui ci sta riuscendo, speriamo solo che la saudade di Siviglia e il tempo inclemente (quello anagrafico, perché quello atmosferico abbiamo visto che non ci fa paura) ce lo conservino.
Teniamo in panchina gente come Gilardino e Babacar, questo dice più che ogni altra cosa. Campioni vecchi e nuovi che non trovano posto a meno che un collega non si faccia male o crolli a terra esausto. Quanto a Bernardeschi, per ora diciamo che non bastano un ciuffo sbarazzino e un paio di assist a fare un campione. Se capisce questo l’anno prossimo in questo elenco c’è posto anche per lui. Altrimenti rischia di fare la fine di Montolivo.

Abbiamo cominciato con Neto, e con Neto concludiamo. La notte porta consiglio, caro Norberto Murara, e tu di notti magiche qui a Firenze ne stai vivendo abbastanza. In questa Fiorentina c’è posto e bisogno di un portiere come te. O vuoi fare come Emiliano Viviano, costretto a veder scappare via gli ex compagni in fuga per la vittoria con i lucciconi agli occhi? A martedi sera, e pensa bene a quello che fai.

sabato 4 aprile 2015

Buona Pasqua Fiorentina, battuti Samp e maltempo

Il calcio che vorremmo sempre di scena su un terreno che nessuno si augura mai. Vincere queste partite va al di là del fatto di essere una squadra che gioca bene. Vincere stasera significa aver raggiunto una dimensione che, comunque vada a finire la stagione, è ormai da grande squadra.
Scendere in campo dopo che le romane hanno vinto allungando la distanza dal terzo posto, contro una Sampdoria che gioca sul velluto – anche se bagnato – e forte del vantaggio acquisito nel match d’andata e difeso per un intero girone, ammazzando “grandi” come e quanto quasi questa Fiorentina.
Essere più forti perfino di un acquitrino che in passato aveva scoraggiato altre imprese e nel presente può rivelarsi l’avversario più micidiale di una squadra che ha trovato la quadratura del cerchio, vincere in Italia e in Europa mantenendo le proprie caratteristiche di gioco assai dispendioso, ma che quando gira come in questo inizio 2015 è un piacere a vedersi.
Si comincia con un Montella nostalgico, che non entra in campo con la squadra ma aspetta nel sottopassaggio l’ex compagno di una Sampdoria molto più forte di questa, quella di Vujadin Boskov. Sinisa Mihajlovic è uno degli ex di questa partita, e quello che ha più voglia di fare risultato oggi, per dimostrare che anche lui avrebbe potuto esser un allenatore di quelli che fanno la storia della Fiorentina. Tra lui e Montella però ci sono soltanto sorrisi ed abbracci, che si prolungano anche al fischio d’inizio. Il serbo si gira verso l’altra panchina e dice al napoletano: “complimenti per il campo!”. Risponde l’allenatore gigliato: “Che ci vuoi fare?”
E’ un campo al limite quello di oggi, malgrado la proverbiale tenuta drenante e l’efficienza dei macchinari idrovori. Sarebbe più adatto ad una partita della Rari Nantes Florentia che della Fiorentina. Ma nessuno cerca scuse, tutti giocano come se i rimbalzi sull’erba fossero quelli di sempre. Luca Banti, arbitro livornese, dice che si può giocare, lo stadio è quasi pieno e ribollente di entusiasmo. C’è in palio un piazzamento in Europa e soprattutto non ci sarebbero quasi più date per un eventuale recupero.
La Fiorentina dopo Pasqua comincia un altro mese di ferro, che la vedrà giocare ogni tre giorni. Oggi tocca alle residue speranze di Champion’s, martedi arriva la Juve per il ritorno di Coppa Italia, e siamo solo all’inizio. Molto più rilassata la Samp, grazie ai due punti di vantaggio e al non dover praticare turnover. Montella invece deve fare a meno di Savic per infortunio, di Pasqual per affaticamento e di Joaquin per rispetto ai chilometri corsi ed agli anni che avanzano malgrado la classe enorme. Ma è una partita da vincere ed ecco allora un inedito 4-3-2-1: Richards affianca Gonzalo, Basanta ed Alonso, Aquilani si riprende la sua posizione accanto a Borja Valero e Badelj, Salah e Diamanti compongono la base del triangolo il cui vertice è Mario Gomez.
Parte bene la Fiorentina, incurante delle pozzanghere. Dopo neanche un minuto Salah vola verso Viviano, un altro ex di giornata, ma viene fermato dal guardalinee. E’ la Samp a rendersi pericolosa un minuto dopo ancora, con Eder che buca l’area viola ed Eto’o che calcia a botta sicura. Salva in calcio d’angolo Gonzalo. E’ una estrema sintesi di quella che potrebbe essere la partita: Fiorentina che rischia di essere frenata dal terreno di gioco a vantaggio di una Sampdoria che ha davanti gli uomini per far male. Meno male che non solo Gonzalo ma tutti i difensori viola sono in giornata strepitosa, e pertanto capaci di salvare qualsiasi situazione pericolosa le ripartenze blucerchiate possano creare.
E’ un primo tempo strano. I viola giocherebbero anche bene, con la consueta maestria di palleggio e anche con qualcosa di più, ma vengono come frenati dall’erba inzuppata, dal catenaccio sampdoriano, dalla bravura di Viviano tornato quello di sempre come prima dell’infelice parentesi nella sua squadra del cuore. Nella palude della tre quarti genovese si ferma e riparte a singulti la manovra viola. Ci sono alcuni verdetti inconsueti. Salah, come molti campioni di Formula 1, sembra dimostrare di non essere un pilota da bagnato, i suoi scatti imperiosi e brucianti vengono spesso complicati da un pallone che galleggia più che rimbalzare. Chi invece è pilota da bagnato è un Borja Valero finalmente tornato in panni che credevamo di non rivedergli più addosso. Lo spagnolo in mezzo fa il paio con il connazionale Alonso sulla fascia sinistra apparendo spesso imprendibile per gli opposti sampdoriani.
La Fiorentina che cerca di nuotare verso la porta di Viviano ha almeno tre occasioni clamorose nel primo tempo. Diamanti mette fuori di un soffio sul portiere in uscita. Su corner Salah mette indietro per Gonzalo che come un giocatore di biliardo la piazza all’angolino, centrando il palo. Gomez viene anticipato di un soffio da Silvestre, e Viviano ancora salva mettendo in angolo.
Nell’intervallo, conclusosi su uno 0-0 strettissimo per i viola, viene in mente il precedente di quella partita contro l’Ascoli che nel 1981-82 frenò la fuga di un’altra forte Fiorentina consentendo la rimonta ed il sorpasso della Juventus. Antognoni e compagni andarono in vantaggio contro i marchigiani, ma il diluvio costrinse a rinviare la partita, che fu poi replicata più avanti, in un momento di appannamento gigliato. Il pareggio casalingo era destinato a costare caro ai ragazzi di Picchio De Sisti.
Anche stavolta l’acquazzone sembra un segno del destino, evidentemente contrario al buon esito di questa rincorsa dei ragazzi di Montella alle zone altissime della classifica. Si torna in campo con i muscoli appesantiti dalla fatica e con il peso di due ammonizioni che condizionano. Gonzalo ha addirittura rischiato il rosso, evitando con mestiere il secondo giallo su Eto’o. Diamanti rischia invece d ripetere lo scontro a distanza di Luciano Chiarugi e Concetto Lo Bello. Banti non gli fischia mai un fallo a favore, ritenendolo un cascatore, e alla fine lo sanziona per le proteste plateali.
Ma è proprio l’eterno ragazzo di Prato il più determinato a ribellarsi alla fine al destino di questo match. Insieme a quelle di tutta la squadra, le sue giocate diventano – o per meglio dire ritornano – più efficaci con il passare dei minuti. Smettendo di litigare con se stesso e con l’arbitro, Alino capisce di doversi inventare qualcosa, e ci prova caparbiamente e ripetutamente, come quei ragazzi di quartiere che nelle partite di strada non mollano mai e vogliono sempre primeggiare.
E’ il quarto d’ora della ripresa, quando si prende la palla sul limite sinistro dell’area doriana, entra dentro e converge, lasciando partire un tiro ad effetto micidiale. Determinante quanto la sua parabola, è il velo di Borja Valero che mette fuori causa tutti, compagni ed avversari compreso Viviano, che vede la palla entrare nel suo angolo sinistro. Montella in quel momento sta parlando con Vargas per fargli sostituire proprio il pratese, ma il gol fa sì che quel cambio venga assolutamente dimenticato.
Tre minuti dopo Vargas si rialza dalla panchina, ancora Montella prende a dargli le consegne. In campo, Gomez innesca la fuga di Salah e stavolta l’egiziano vola sull’acqua come un catamarano. Il gol che va a segnare ricorda quello di Torino, anche se la distanza è minore. E’ splendido e chiude la partita come l’uno-due di un peso massimo. Vargas si mette a ridere e torna di nuovo a sedersi, entrerà di lì a poco.
La Sampdoria è in ginocchio, in tribuna Massimo Ferrero è una statua di sale, i due gol da lui pronosticati sono arrivati, ma non li ha segnati la sua squadra. Mihajlovic mette dentro Bergessio, adesso la Samp ha quattro punte di fatto, ma la sua reazione dura poco o niente. La Fiorentina controlla la partita in modo disarmante e finisce per avere diverse occasioni per arrotondare. Sulla più netta, un Aquilani in crescita si trova solo davanti a Viviano, che fa il Neto, rimane in piedi fino all’ultimo e gli para il tiro a botta sicura con la mano di richiamo.
Ma sono episodi, ormai i giochi sono fatti. La superiorità tecnica dei viola ormai emerge in modo netto ed incontrovertibile, al punto che in prossimità del novantesimo Mihajlovic chiede a Montella se gli sta bene finirla lì, senza recupero. Vincenzo risponde “come vuoi”. Alla fine ci saranno comunque tre minuti, a prolungare l’agonia di una Sampdoria che vede passare avanti la Fiorentina sia sul campo che in classifica.

Finisce con una squadra viola sugli scudi, nella quale è difficile dire chi ha giocato meglio, perché tutti hanno giocato bene, all’altezza della situazione. Una situazione che avrebbe vanificato gli sforzi di molte squadre meno attrezzate e meno determinate. Roma rimane alla stessa distanza, ma Genova e Napoli passano dietro. La Fiorentina è quarta, domenica va a Napoli per restarlo. Ma prima, il destino si chiama Juventus. E questa Fiorentina del destino non ha paura.

Ecce Agnus Dei

«Che m'importa dei vostri sacrifici senza numero?» dice il Signore. «Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco.» (Isaia 1,11)
Di tutte le pratiche ascritte all’osservanza dei precetti veri o presunti della religione cristiana, da quando questa esiste, quella del sacrificio dell’agnello è forse una delle più antiche, sicuramente una delle più barbare. Ogni anno si calcola che nei macelli italiani a ridosso del periodo pasquale soccombano circa 500.000 esemplari di cuccioli di ovini. Ma più del numero, e oltre alla tenerissima età, è il modo che offende.  Gli animali vengono soppressi secondo un “rituale” che non ha nulla da invidiare a quelli resi atrocemente famosi dall’Isis nell’ultimo recente capitolo delle guerre di religione.
La religione, a quanto pare, è sempre a denominatore comune dei massacri più efferati, riguardino essi gli uomini o le cosiddette bestie. Quella cristiana si vanta, nella sua più recente accezione, di essere più progredita delle altre grandi religioni monoteiste, guardando con orrore per esempio le pratiche di macellazione halal o kosher. Dimenticando che nei giorni immediatamente precedenti la celebrazione della morte e resurrezione del Figlio di Dio è capace di fare anche peggio.
Il sacrificio dei piccoli ovini risale all’Antico Testamento, ai giorni lontani in cui una popolazione uscita da poco dall’Età della Pietra cercava di rapportarsi con il proprio Dio così come glielo consentiva un’anima ancora fondamentalmente superstiziosa e per niente sgrezzata dal progresso filosofico e scientifico. Tra genti in gran parte dedite alla pastorizia come mezzo di sussistenza, l’agnellino era il bene più prezioso, perché assicurava il futuro, sia della specie ovina che di quella umana.
Sacrificare a Dio il cucciolo della specie che assicurava la sopravvivenza era il gesto di massima devozione, almeno nell’immaginario collettivo di persone che riuscivano a concepire la divinità come un qualcosa di sostanzialmente ostile e tremendamente vendicativo, si trattasse di una come di tante. Il Dio dell’Antico Testamento era un Dio degli eserciti e del sangue, non dello Spirito e della Fratellanza come sarebbe diventato nel Nuovo.
Era un Dio che imponeva sacrifici, e che aveva fermato la mano armata di pugnale del padre Abramo contro il figlio Isacco solo per deviarla: dal proprio piccolo a quello del gregge lì vicino. Non aveva avuto pietà dei primogeniti degli egiziani schiavisti, e per salvare quelli degli ebrei schiavi aveva imposto il sacrificio di una miriade di agnellini maschi, il cui sangue aveva bagnato le porte delle loro case proteggendole dall’Angelo Sterminatore.
La Pasqua di Sangue, una delle feste all’atto pratico più macabre di tutta la storia religiosa dell’umanità, un bagno di sangue e di morte in contrasto con la pretesa insita in quel nome (in aramaico Pasha, Pasqua, significa rinascita), era nata allora, con la fuga dall’Egitto degli Ebrei e del loro gregge decimato.
Poi venne un Uomo che tentò, non sempre con successo, di trasformare il Patto di Sangue tra Dio Padre e gli uomini in un Patto basato soltanto sui sentimenti. Il Figlio dell’Uomo, che seguiva i Profeti ma andava oltre, riprese il grido di Isaia e ne fece una delle basi della nuova religione. Nel Nuovo Testamento, il Vangelo, non si sacrificano bestie innocenti. Nell’Ultima Cena Cristo prese il pane e lo spezzò distribuendolo ai discepoli, e allo stesso modo fece con il vino. Non c’era carne, e non perché Gesù e i Dodici Apostoli fossero Vegani ante litteram, ma perché quella cena era il simbolo di quella che avrebbe dovuto essere la nuova religione.
Dopo Cristo, non sarebbe corso più sangue per ingraziarsi Iddio. L’ultimo sacrificio sarebbe stato proprio il suo, quello del Figlio di Dio, l’ultimo agnello innocente ad essere sacrificato sull’altare della crudeltà e della stupidità umana. Anche lui il giorno della Pasqua ebraica, che divenne la Pasqua cristiana. Fate questo in memoria di me, furono le ultime parole di Gesù, mentre porgeva ai commensali pezzi di pane e calici di vino.
Inutile dire che, oltre a Cristo e a moltitudini di uomini che nelle epoche seguenti hanno inteso seguirne realmente e non solo formalmente l’esempio, i cosiddetti cristiani ufficiali hanno seguitato a massacrare ed immolare a un Dio malinteso tutto ciò che soddisfaceva una fame rimasta sostanzialmente pagana. La carne di agnello è prelibata al gusto, e le mense pasquali (e non solo) non se ne sono mai private. Dopo l’ipocrisia del digiuno del venerdi, la vigilia, che al pari del ramadan islamico assomma in sé l’assurdità di un precetto stabilito migliaia di anni fa alla mancanza di senso critico e di reale spiritualità dell’uomo contemporaneo, arriva finalmente la carneficina pasquale. Con buona pace dell’Ultima Cena e dell’unico vero comandamento lasciatoci da Cristo.
500.000 agnelli sono un genocidio. E dispiace che a battersi contro questo orrore, questa strage di cuccioli innocenti siano quasi soltanto esponenti di movimenti altrettanto estremisti come i Vegani. Che comunque qualche risultato l’hanno ottenuto se è vero ciò che dicono i recenti sondaggi. Nel 2014 il consumo di agnellini è calato del 40%, quest’anno, a quanto pare dalle dichiarazioni di intenti, si potrebbe scendere quasi al 60%.
Non secondario pare l’effetto delle parole di Papa Francesco, che appena insediatosi su Sacro Soglio due anni fa esortò i fedeli cristiani (soprattutto, va detto, italiani) a rispettare davvero tutti gli esseri viventi, a cominciare dai più piccoli e dai più deboli. “A Pasqua sostituiscano la carne d’agnello e capretto con menù alternativi”. Non a caso San Francesco è il protettore degli animali, e non a caso Jorge Bergoglio ha scelto di portarne il nome.

Se le parole del Papa non bastano, oltre all’invocazione del Profeta Isaia, suggeriamo un po’ a tutti di riandare a quella parte di quel celebre film in cui l’agente dell’F.B.I. Clarice Starling racconta allo psicopatico ma comprensivo dottor Hannibal Lecter della sua infanzia nella fattoria degli zii. E di quel silenzio agghiacciante che calava la notte che precedeva il macello, quasi che le vittime lo sentissero arrivare, come l’antico Angelo Sterminatore. Il silenzio degli innocenti.

venerdì 3 aprile 2015

Sentinella

di Fredric Brown




Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame freddo ed era lontano 50mila anni-luce da casa. Un sole straniero dava una gelida luce azzurra e la gravità doppia di quella cui era abituato, faceva d'ogni movimento un'agonia di fatica. Ma dopo decine di migliaia d'anni, quest'angolo di guerra non era cambiato. Era comodo per quelli dell'aviazione, con le loro astronavi tirate a lucido e le loro superarmi; ma quando si arriva al dunque, tocca ancora al soldato di terra, alla fanteria, prendere la posizione e tenerla, col sangue, palmo a palmo. Come questo fottuto pianeta di una stella mai sentita nominare finché non ce lo avevano mandato. E adesso era suolo sacro perché c'era arrivato anche il nemico. Il nemico, l'unica altra razza intelligente della galassia... crudeli schifosi, ripugnanti mostri. Il primo contatto era avvenuto vicino al centro della galassia, dopo la lenta e difficile colonizzazione di qualche migliaio di pianeti; ed era stata subito guerra; quelli avevano cominciato a sparare senza nemmeno tentare un accordo, una soluzione pacifica. E adesso, pianeta per pianeta, bisognava combattere, coi denti e con le unghie. Era bagnato fradicio e coperto di fango e aveva fame, freddo e il giorno era livido e spazzato da un vento violento che gli faceva male agli occhi. Ma i nemici tentavano di infiltrarsi e ogni avamposto era vitale. Stava all'erta, il fucile pronto. Lontano 50mila anni-luce dalla patria, a combattere su un mondo straniero e a chiedersi se ce l'avrebbe mai fatta a riportare a casa la pelle. E allora vide uno di loro strisciare verso di lui. Prese la mira e fece fuoco. Il nemico emise quel verso strano, agghiacciante, che tutti loro facevano, poi non si mosse più. Il verso, la vista del cadavere lo fecero rabbrividire. Molti, col passare del tempo, s'erano abituati, non ci facevano più caso; ma lui no. Erano creature troppo schifose, con solo due braccia e due gambe, quella pelle d'un bianco nauseante e senza squame...

(1954)