domenica 13 settembre 2015

Il Grande Tennis

6 giugno 2010

Francesca Schiavone mi ricorda Adriano Panatta. E gli anni in cui scoprii che il Tennis era lo sport della mia vita, quello che adoravo davvero. Non il Calcio, con la sua gente becera e violenta, i "tifosi", sinonimo di malati, tipologia che non esiste in nessun altro sport, perché negli altri sport si chiamano "appassionati", termine ben più nobile.
Degli sport di squadra ho amato il Basket, perché i miei anni verdi erano gli anni d'oro del Basket italiano, e perchè ai miei tempi una squadra di Basket era soprattutto una SQUADRA. Il Calcio era già la Curva ribollente di Ultras, decerebrati che si opponevano a decerebrati provenienti da altre città. Morte civile già negli anni 70. Mi piaceva il gioco, ma detestavo la gente che ci si affollava intorno.
Poi c'era questo sport individuale. Una scuola di vita, prima ancora di uno sport. Sul campo da Tennis sei da solo, con la tua racchetta e tutta la forza che riesci a tirar fuori da dentro di te. Il carattere, i valori, la grinta, la personalità. Tutta roba che ormai negli altri sport vendi a un tanto al chilo. Nel Tennis no. E' rimasto quello di Pietrangeli, dei "gesti bianchi" di Gianni Clerici", del grande campione della mia giovinezza, quell'Adriano Panatta che quando doveva giocare io non ci dormivo la notte. Per la Davis del '79, negli Stati Uniti, feci notte bianca, e il giorno dopo ero scuro di essere interrogato a scuola. Nel '76 a Santiago Panatta & C. vincevano la prima e unica Davis italiana, io ero alla Pergola ad ascoltare un'altra fuoriclasse, Manuela Kustermann che recitava Amleto, e "maledicevo Iddio e miei parenti" per non avermi dato più forza e dire NO, stasera resto a casa,  a vedere gli azzurri....
Il Tennis era quello che mi aspettavo dalla vita. Mi piaceva giocarlo. Io da solo, con le mie forze. Dipendere da nessun altro. Costringere il braccio al colpo che l'estro nel cervello ti suggerisce. Se ce la fai bene, se no alla prossima. E alla fine la stretta di mano all'avversario. Allo stadio si picchiavano tutte le domeniche. Io sognavo uno sport dove la gente NON APPLAUDE MAI IL COLPO SBAGLIATO DI UN AVVERSARIO.
Ho visto l'epoca d'oro di Adriano Panatta. Francesca me lo ricorda tanto, soprattutto nella capacità di trasformare partite drammatiche e iniziate malissimo in apoteosi epiche. Quando la vedo giocare, mi sento più giovane, di circa 30 anni...e mi ricordo perché giocare a Tennis mi sembrava tanto bello, e l'unica strada per la vittoria vera.
C'é un motivo se a Wimbledon, all'ingresso in campo dei giocatori è trascritta la poesia di Kipling "SE". Invito tutti a rileggerla. Aiuta tanto per vivere una vita migliore.

Il cielo sopra New York è azzurro

Quando Martina Navratilova e Chris Evert giocarono la prima delle loro tante finali di un major tournament, Roberta Vinci e Flavia Pennetta non erano ancora nate. Era il 1978, il campo era il grass court di Wimbledon. L’americana era già il numero uno del tennis femminile, un mostro sacro, una specie di Borg in gonnella. La cecoslovacca, che poi sarebbe fuggita negli U.S.A. saltando una Cortina di Ferro allora ancora assai presente ed oppressiva, cominciò timidamente, per poi trovare coraggio e liberare i suoi colpi che l’avrebbero portata a vincere quel giorno ad a scalzare poi la Evert dal tetto del mondo.
Le nostre due campionesse gentilmente fornite dalla Regione Puglia non erano state neanche concepite dai genitori quando l’archetipo del loro tennis andò in scena per la prima volta. Navratilova-Evert diventarono quello che Borg-Connors o Borg-McEnroe erano per il tennis maschile. L’attaccante dai colpi spettacolari contro l’altrettanto spettacolare regolarità di un fondista che non sbaglia mai.
Prima del 1978 il tennis femminile era qualcosa che gli appassionati di tennis guardavano con sufficienza, una specie di manifestazione di contorno a grandi e piccoli tornei. Dopo quel primo scontro ed i successivi, il women’s tennis è cresciuto fino a quello spettacolo da stropicciarsi gli occhi (nulla più da invidiare all’equivalente maschile) che è andato in scena ieri sera sul campo centrale del circolo tennis di Flushing Meadows, New York, dove a partire proprio da quel fatidico 1978 vengono disputati gli U.S. Open, i campionati internazionali americani, quarta e conclusiva prova del cosiddetto Grande Slam, un campionato nel campionato che raggruppa i principali storici tornei di Australia, Francia, Gran Bretagna ed appunto Stati Uniti.
Titolo di merito quasi leggendario è vincerli tutti nello stesso anno, il cosiddetto Grande Slam, termine preso a prestito dal gioco del Bridge. L’impresa finora è riuscita tra i maschi solo a Don Budge nel 1938 ed a Rod Laver nel 1962 e 1969 e fra le donne a Maureen Connolly nel 1953, a Margaret Court Smith nel 1970 e a Steffi Graf nel 1988. Come si vede, impresa difficilissima che è stata solo sognata e mai compiuta da fior di fuoriclasse di tutte le epoche. Stava per aggiungersi all’elenco Serena Williams, quando è stata fermata in semifinale da Robertina Vinci da Taranto.
Partita senza alcun favore di pronostico al pari di tutti i colleghi azzurri maschi e femmine, Roberta ha ritrovato proprio qui sul concrete, il cemento che nel 1978 ha sostituito la vecchia, gloriosa erba di Forest Hills, la condizione fisica, la voglia di giocare e di vincere, di lasciare andare i colpi secondo il talento di cui Madre Natura l’ha dotata. La voglia di tornare ad alzare uno di quei trofei che per lei erano diventati abitudine in doppio a fianco di Sara Errani.
In questa vicenda, a Serena Williams è toccata incredibilmente la parte della malcapitata. Mentre all’amica di sempre e collega Flavia Pennetta è toccata quella della predestinata. Le troppe poche ore di distanza dalla semifinale alla finale hanno probabilmente handicappato la Vinci nei confronti dell’altra azzurra, accreditata da sempre peraltro di una maggiore solidità in campo. Flavia Pennetta ha finito per liberare sul campo colpi altrettanto spettacolari di quelli dell’amica. E nei momenti decisivi è stata lei a prevalere.
Alla fine, la standing ovation con cui lo stadio intitolato al grande Arthur Ashe le ha reso omaggio (sportivamente, malgrado la delusione patita dal pubblico americano per l’assenza dell’enfant du pays Williams), insieme alla Coppa consegnatale dalla presidentessa dell’U.S.T.A., la federazione americana, sono apparsi come due premi assolutamente meritati, fuori discussione per la brindisina. Che ha coronato con la vittoria nel torneo più importante del mondo una già splendida carriera, e che ha trovato il coraggio di annunciare nel discorso di ringraziamento che la sua carriera si conclude proprio qui, a Flushing Meadows, con la Coppa che fu di Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf, Venus e Serena Williams tra le sue mani leggermente tremanti per l’emozione.
Un’emozione che gli appassionati di tennis hanno potuto condividere con lei grazie alla sensibilità della rete televisiva Dee Jay Television, che ha tempestivamente deciso di trasmettere in chiaro le immagini del trionfo italiano a New York colmando così la consueta madornale lacuna causata dalla R.A.I., affidataria di un servizio pubblico ormai inesistente. Più che sulla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi nella tribuna dell’Arthur Ashe Stadium, doverosa se si considera il ruolo istituzionale di rappresentanza in occasione di un successo italiano all’estero prestigioso come pochi altri, sarebbe stato giusto appuntare le numerose polemiche scatenatesi in patria a margine di questo episodio proprio sul ruolo della televisione pubblica. Un ruolo disatteso una volta di più, a fronte del quale si è fatta apprezzare la sensibilità del Gruppo Mediaset, del cui pacchetto Premium Dee Jay Television fa appunto parte.
Ma tornando all’evento sportivo, parlavamo di emozione. Quella che le due nostre campionesse, due ragazze tra l’altro amiche da sempre (“abbiamo giocato contro la prima volta che forse non avevamo neanche nove anni”, ha ricordato Flavia Pennetta), hanno scaricato l’una abbracciata all’altra in mezzo al campo dopo la conclusione dell’ultimo punto. Quella che hanno saputo gestire alla grande nel simpaticissimo siparietto precedente la bella cerimonia di premiazione (a proposito, quanta suggestione nella cerimonia di apertura, con i Marines che srotolano la bandiera a stelle e strisce e la voce soul che intona God bless America…quanta suggestione e quanta invidia per un sentimento nazionale che noi non riusciamo più a ritrovare neanche in occasione di queste grandi vittorie). Quella intuita più che vista nell’abbraccio acrobatico di Flavia al fidanzato Fabio Fognini, tra l’altro autore anche lui di una grande impresa contro il “mostro sacro” Rafael Nadal.
Quella emozione, infine, che hanno inevitabilmente provato i più vecchi aficionados del tennis, per dirla con il grande maestro Gianni Clerici, a vedersi scorrere sotto gli occhi queste immagini, questi Momenti di Gloria, dopo una rincorsa durata molto più di una vita. Nei centocinquant’anni da che esiste il tennis moderno i nostri campioni e le nostre campionesse hanno solo potuto sognare di alzare questi trofei, con l’unica eccezione di Nicola Pietrangeli ed Adriano Panatta in campo maschile al Roland Garros di Parigi, e di Francesca Schiavone sempre a Parigi e adesso Flavia Pennetta in America in quello femminile.

E’ stata una lunga strada, che forse il buon sangue di questa nuova generazione di tenniste e tennisti saprà proseguire. Finché un giorno una ragazza come Flavia Pennetta o un ragazzo come il suo fidanzato Fabio Fognini riusciranno ad alzare l’ultima Coppa che manca. L’ultimo sogno che per lungo tempo è apparso impossibile. La Coppa di Wimbledon.

DIARIO VIOLA: Genova per noi

Con quella faccia un po’ così, che abbiamo noi quando giochiamo con Genova. Scomodare Paolo Conte per la terza giornata di campionato può sembrare un’eresia, eppure come sempre i grandi artisti con due versi riescono a sintetizzare stati d’animo e situazioni che altrimenti richiederebbero voluminosi trattati.
Genova per noi, è sempre sofferenza. Da tanto tempo. Forse da quella maledetta domenica in cui i viola di Giancarlo Antognoni conquistarono drammaticamente all’ultimo minuto di campionato la permanenza in serie A proprio a spese dei rossoblu di Roberto Pruzzo. Forse ancor più da quando – era l’anno di disgrazia 2002 – Leonardo Domenici sindaco pro-tempore di Firenze ed Eugenio Giani assessore allo sport (proprio lui, quello che dopo tante poltrone adesso siede su quella di Presidente del Consiglio Regionale e si distingue principalmente per dare del “gobbo” a tutti coloro si dimostrino critici verso l’attuale oggettivamente problematica gestione della maggiore società calcistica fiorentina) andarono a consegnare il titolo sportivo di Firenze al semisconosciuto Diego Della Valle, snobbando quell’Enrico Preziosi già conosciuto imprenditore del settore giocattoli ed aspirante patron del calcio che conta che aveva già posseduto il Como, ma sognava di entrare nel grande giro proprio raccogliendo le spoglie della defunta Fiorentina di Cecchi Gori.
Preziosi se la legò al dito per l’eternità, e da allora pretende che il suo Genoa, comprando il quale si consolò pochi anni dopo dello sgarbo fiorentino, quando vede viola veda rosso come i tori. Tanto più dopo quel 2009 in cui Adrian Mutu rimontò a Marassi i tre gol di Diego Milito e spense in maniera cocente le velleità di Champion’s dell’imprenditore avellinese.
Con il Genoa è guerra, in campo sono botte e spigoli acuminati, fuori sono parole al vetriolo. L’allenatore rossoblu Gasperini, ogni volta che viene a Firenze, a parte i discorsi imposta la partita su catenaccio e contropiede, botte da orbi, tutti dietro e stiamo a vedere. L’anno scorso gli andò bene, in porta aveva quel Mattia Perin che anch’egli quando vede viola diventa Lev Jascin o Rinat Dasaev. I viola sprecarono lo sprecabile, Montella impostò la partita alla sua maniera, possesso palla a girare, tiki taka. Anche Gasperini impostò la partita alla sua maniera, pedatoni, palla lunga e pedalare. Finì 0-0, e su quel brutto pareggio casalingo si impantanò l’avvio di campionato di una Fiorentina comunque brillante, ma destinata alla fine ad un quarto posto che col senno di poi qualcuno sorbì come minestra riscaldata.
Venendo al presente, i “grifoni” (che proprio in questi giorni hanno festeggiato il loro centoventesimo compleanno, la più antica società d’Italia, la prima a vincere lo scudetto, erano i tempi dei marinai inglesi alla fonda nel porto di Genova) si sono presentati a Firenze dopo una campagna acquisti moderatamente ambiziosa, con l’intento di ripetere la fortunata partita di un anno fa e di vedere di costruirci sopra qualcosa. I viola li hanno attesi dopo una campagna acquisti (si fa per dire) moderatamente avvilente, con l’intento di non impantanarsi subito di fronte ad una presunta “pari grado” come un anno fa, o peggio ancora come in quel terribile 1977-78.
Paulo Sousa era alla sua prima esperienza contro Gasperini. Credeva di potersela giocare a viso aperto, dando tra l’altro la centesima fascia da capitano della sua carriera all’ex terzino Manuel Pasqual, dando l’occasione a Giuseppe Rossi di ripresentarsi titolare al Franchi dal primo minuto. Dando ai propri tifosi la sensazione di voler giocare sempre e comunque in attacco, anche se le prime due uscite sono state, diciamo così, contraddittorie. E così ecco una linea difensiva dove ai probabili squilibri offensivi creati da Alonso e Pasqual contrappone la presenza di Tomovic ed Astori, due che comunque fermi dietro ci restano il meno possibile. Ecco un centrocampo dove Badelj e Vecino devono rompere il gioco altrui e ricostruire il proprio immediatamente, con avanti un Borja Valero trequartista avanzatissimo a ridosso delle punte. Che sono un inedito tridente Bernardeschi, Babacar, Rossi. Roba, sulla carta, da leccarsi i baffi.
Tutto bello, tutto giusto. E allora perché quella gran fatica a fare gioco nel primo tempo, e quel calo clamoroso nel secondo pari pari come contro il Milan ed a Torino, con l’aggravante oltretutto dell’espulsione di Badelj, una delle più stupide e inutili che l’intera storia del calcio ricordi?
Nella gabbia di Gasperini i viola lottano ed annaspano con cuore impavido e scarsa lucidità. Malgrado i propositi bellicosi della vigilia, il Genoa non arriva quasi mai dalle parti di Tatarusanu e mostra chiaramente di essere aggrappato solo al vecchio Pandev per le sue velleità offensive. I ragazzi di Sousa invece davanti a Lamanna, sostituto di Perin dai piedi da visita ortopedica, ci arrivano in diverse circostanze, malgrado la fatica immane a superare la trequarti difensiva genoana. Sono altrettante ciabattate, ad eccezione di un gran tiro di Babacar appena deviato sopra la traversa da un difensore rossoblu. Nkouma scalpita dalla voglia di riprendersi la maglia di centravanti titolare, e di dimostrare che i suoi gol dell’anno scorso non erano casuali.
Il problema è che nel suo spazio convergono fatalmente sia un Bernardeschi che è tutt’altro che un’ala destra, sia un Giuseppe Rossi che affronta con coraggio i pedatoni rossoblu ma trova poco spazio per i suoi micidiali cambi di direzione. Appiccicato a loro, Borja Valero si perde spesso nelle sue esitazioni, dimostrando di non essere proprio un rifinitore da limite dell’area, né tantomeno una mezza punta.
Si va al riposo interdetti. Non gioca nemmeno malaccio la Fiorentina, ma ha poco peso, ed ancor meno idee, in mezzo al campo. E questo vanifica un po’ tutto il resto. Vecino forse non vale i dodici milioni offerti dal Napoli, che forse andavano accettati al volo. Badelj non vale Pizarro, e questo si sapeva. La colpa è di chi l’ha lasciato solo lì in mezzo a fare il Pizarro.
Nella ripresa Borja arretra un po’, e finalmente nella nuova posizione comincia a giocare all’altezza del suo talento. Volano più cartellini gialli che azioni da rete. Pepito Rossi comincia a boccheggiare e Sousa fa togliere la tuta a Kalinic. Questo Genoa è da battere, per questa Fiorentina che però si sta perdendo nelle sue attuali contraddizioni. Se qualcosa deve succedere, è il momento che succeda. E’ il quarto d’ora del secondo tempo quando Borja crossa per Nkouma El Babacar, che come a Verona un anno fa si fa trovare al posto giusto. Lamanna raccoglie il pallone in fondo alla rete, la Fiorentina si dispone ad una partita molto meno angosciosa di quella fin lì disputata.
O per meglio dire, vi si disporrebbe se quel buontempone di Badelj non facesse la madre di tutte le sciocchezze, falciando – già ammonito – un avversario più o meno alla riga di centrocampo. Doveri forse ha sorvolato fino a quel momento su qualche spigolosità di troppo dei rossoblu, ma sul rosso da sventolare in faccia al croato non ha e non può avere esitazioni.
Da quel momento, al consueto calo viola che dobbiamo abituarci a considerare fisiologico in questo scorcio di stagione si somma l’uomo in meno. Ne viene fuori uno sterile ma non meno preoccupante assedio di Fort Apache da parte del Genoa, a cui non possono evidentemente porre rimedio neppure i cambi di Sousa: Kalinic per Rossi, Suarez per Babacar, l’ultimo acquisto Blaszczykoski per Borja Valero. Il polacco ha tempo di dimostrare poco se non una certa personalità in campo, coadiuvando un Bernardeschi peraltro oggi meno brillante di quello apprezzato in Nazionale nel tentativo di far trascorrere i minuti con astuzia e mestiere.
E i minuti trascorrono, compresi i cinque di recupero, senza che succeda più niente da annotare sul taccuino. L’episodio più eclatante è l’abbandono della tribuna anzitempo da parte di un Andrea Della Valle che riferiscono essere amareggiato dalle critiche che cominciano a salire verso il cielo dagli spalti di un Franchi attanagliato dalla preoccupazione di veder la Fiorentina soccombere ancora una volta.
Caro signor padrone, per fortuna la Fiorentina non soccombe alla fine, ma i suoi tifosi sono più amareggiati di lei. Che ha disfatto un giocattolo che alla fine dell’anno scorso funzionava alla grande per elargirci al suo posto un altro che francamente sembra – per ora – quello della Befana dei Poveri. Che manda in giro i suoi dirigenti a parlare di “clienti” o di “foi tifosi di Fiorentina” senza che si capisca cosa volete fare da grandi. Se ancora volete fare qualcosa.

Le sortite del presidente Giani, che di sicuro continueranno imperterrite nel tempo a venire finché ci sarà una poltrona da cui declamarle, sono una ben magra consolazione per chi voleva riformare il calcio e vincere. Ma chi si contenta, com’è noto, gode. Di inquietante, caro Della Valle, c’è solo il tempo che passa, uguale a se stesso.

CONTROCORRENTE: Quando vince l'Italia, il Premier ha da esserci


Flavia Pennetta sale sul tetto del mondo. Il cielo sopra New York è azzurro. Il nome di Flavia e dell'Italia è stato inciso per la prima volta e per sempre sulla Coppa degli U.S. Open.
C'é di che essere felici ed orgogliosi. E di dimenticare per qualche ora le polemiche italiche, visto che oltretutto oggi e nei prossimi giorni festeggeremo probabilmente altri successi (Aru, Valentino Rossi, Italbasket).
Noi no. Noi, no. Grandi polemiche sulla presenza di Matteo Renzi nella tribuna di Flushing Meadows. Sono - credo di poter dire - un antirenziano della prim'ora. Lo considero una rificolona ambulante e considero il popolo che lo sopporta, lo subisce, il più stupido della Terra.
Eppure, ieri ha fatto bene. Il Presidente del Consiglio italiano DEVE ESSERCI, là dove atleti e atlete italiane stanno per conseguire successi storici. Napolitano era all'Olympiastadion di Berlino nella notte magica di Lippi & C. La Merkel era al Maracana allorché i suoi ragazzi hanno vinto un clamoroso titolo mondiale a spese dei padroni di casa del Brasile. Quanto a Pertini....beh, che vittoria sarebbe stata quella azzurra al bernabeu senza i suoi colpi di pipa sulla testa di quello seduto di sotto ad ogni gol dei ragazzi di Bearzot?


Renzi doveva esserci. Ovviamente a spese nostre, non credo che né la Merkel né Napolitano né il nostro amato Pertini abbiano pagato una lira o un euro di tasca loro. Sono trasferte di Stato.
Giusto così. Le polemiche sollevate da ogni parte stamani sono italianamente pretestuose ed infondate, da D'Alema a Brunetta a Salvini. Semmai, giusto sarebbe stato essersi assicurati che anche i propri connazionali avessero la possibilità di assistere alla storica impresa delle ragazze pugliesi gratuitamente, come succedeva una volta per il tennis e per tutti i grandi sport.
Mi riferisco alla RAI, quell'Ente che una volta ha fatto la storia di questa Repubblica alfabetizzandola nel momento della sua difficile nascita e crescita, e che adesso è ridotta ad una pallida e stupida imitazione della TV commerciale. E' diventata la madre degli Enti inutili. Era la nostra BBC, adesso è peggio della Cassa del Mezzogiorno o degli ordini professionali. Inutile mafia.
Ecco, Renzi doveva imporre alla RAI di fare il suo dovere verso chi paga un lauto canone tutti gli anni, e poi salire giustamente sull'aereo di Stato per New York. I diritti erano detenuti da Dee Jay Television, non certo una major. La spesa era abbordabile, come ha capito al volo il gruppo Mediaset del cui pacchetto Premium fa parte, consentendo la trasmissione in chiaro.
Insomma, l'Italia sportiva e non applaude Flavia Pennetta ed il tennis azzurro, attacca Matteo Renzi e il suo apparato di sottogoverno e ringrazia (o dovrebbe farlo) Silvio Berlusconi e Mediaset, come al solito un passo avanti a tutti in quanto a intuizione e sensibilità commerciale.
Oggi a Madrid Fabio Aru verrà insignito della maglia rossa per celebrare la vittoria della Vuelta di Spagna. Fossimo in Renzi andremmo anche lì. Dopo aver dato magari uno scapaccione negli orecchi a tutto lo staff dirigenziale della RAI.

Il Royal Baby e la favola della monarchia inglese

23 luglio 2013

It’s Prince William. Con questo titolo il Times di Londra salutava 31 anni fa la nascita del Royal Baby di allora, il figlio dei Principi di Galles Charles Windsor e Diana Spencer. Immagini sfocate di un’altra epoca, una vita fa. Quella di Lady Diana senz’altro. Oggi sarebbe diventata nonna, ma gli dei amano certi personaggi più di altri e li reclamano a sé avanti tempo.
La Principessa di Galles più amata dagli inglesi, la Lady britannica più amata e ammirata dal resto del mondo, la Candela nel Vento di Elton John non è qui oggi a congratularsi con la nuora Kate Middleton divenuta duchessa di Cambridge per effetto delle nozze con quel bambino che lei mise al mondo il 21 giugno 1982, quel principino William di cui i genitori conoscevano in anticipo il sesso e avevano già deciso il nome. Un bel nome british, appartenuto al Conquistatore di Hastings e al Principe di Orange chiamato dall’Olanda all’epoca della Gloriosa Rivoluzione per scacciare i "papisti" Stuart. Un nome nella tradizione Windsor, la famiglia reale inglese. Quando toccherà a lui regnare, sarà il quinto di quel nome, il quarto fu il padre della Regina Vittoria, la sovrana che regnò nell’800 per 64 anni, un record che la nonna di William, Her Majesty Queen Elizabeth II sta inseguendo con prospettive di batterlo.
Per loro figlio, Kate e William hanno voluto mantenere la suspence fino all’ultimo, rifiutando di conoscere il sesso del nascituro e di conseguenza assegnandogli un nome già all’istante della nascita. Il sesso del Royal Baby è stato comunicato alla Nazione, al Commonwealth ed al mondo intero allorché dopo le 16,24 (ora della nascita del bimbo asl St. Mary’s Hospital di Londra, lo stesso dove nacque il padre) al portone di Buckingham Palace è stato affisso un fiocco azzurro, mentre l’Araldo Reale in costume settecentesco dava lettura del relativo proclama a quanti avevano atteso, stavolta come 31 anni fa e come sempre da quando la Monarchia regna in Albione, nella grande piazza di fronte al Palazzo, sotto il Monumento alla Regina Vittoria.
Il piccolo principe è il terzo nella linea di successione a Elisabetta, dopo il nonno superstite Charles (che chissà quante altre cose farà tempo a diventare, prima che Re) ed il padre William, mentre il fratello di costui, Harry, il secondo figlio di Lady Di, passa in quarta posizione. La successione al trono degli Windsor è assicurata, e grazie anche alle nozze mediatiche dei duchi di Cambridge William e Kate ed alla loro attesa dell’erede vissuta altrettanto mediaticamente la riconciliazione dell’Inghilterra con la propria Monarchia può dirsi un fatto compiuto. L’istituzione più vecchia del paese più vecchio del mondo è destinata a durare ancora per almeno un altro paio di generazioni. William e Kate, e da adesso in poi anche il loro erede, promettono di compiere l’impresa che non riuscì a Charles e Diana, anche se la giovane principessa morta a Parigi nel Tunnel dell’Alma per cause che non sapremo mai fece moltissimo per accreditare una immagine del mondo dorato dei Reali inglesi compatibile con il 20° e 21° secolo.
Immagini di teste coronate, di rituali che si ripetono nel tempo, come se si fosse fermato per sempre. La Union Jack che torna a sventolare come ai tempi dell’Impero, le salve di cannone sparate 103 volte da Green Park e dalla Torre di Londra. Si ha un bel dire, ma questo film visto e rivisto con protagonisti in costume come in un romanzo di Sir Walter Scott potrà ripetersi all’infinito senza mancare mai di affascinare una quantità di persone incredibile in tutto il mondo. Su tutti i mezzi di informazione, la nascita del Royal Baby ha surclassato perfino il primo storico viaggio di Papa Francesco, per di più nel suo continente d’origine, l’America Latina.
E la gente comune, malgrado numerose esternazioni sui social network improntate ad un fastidio di maniera, mostra di subire il fascino di tutto quanto è legato alla Monarchia per antonomasia, quella britannica, in un modo imprevedibile per gli anni 2000. A meno di non considerare che, a dispetto del tempo passato, siamo rimasti gli stessi, e le belle storie di principi e principesse, a lieto fine o meno, ci prendono come poco altro. Anche gli stessi americani, che contro questa Monarchia trovarono il loro fondamento come nazione rendendosene indipendenti dopo cinque anni di guerra civile sanguinosa, hanno seguito l’evento come e più che se si fosse trattato di qualcosa legato alla famiglia del loro Presidente. Potenza delle favole, in un mondo attanagliato dalla crisi. O più semplicemente, potenza della natura dell’animo umano.
Sia come sia, Sua Maestà la Regina Elisabetta può rilassarsi, e partire per le sospirate vacanze al castello reale di Balmoral. L’erede è nato, Dio salvi la Regina. There’ll always be an England.

venerdì 11 settembre 2015

CONTROCORRENTE: Bruno Vespa soltanto un giornalista

Non ho visto la puntata "incriminata" di Porta a porta. Non ne conosco quindi il "contenuto". Non so e non mi interessa sapere se Bruno Vespa si fregava le mani e che domande faceva. Il mio discorso è a prescindere. Vorrei sapere perché giornalisticamente parlando Bruno Vespa non doveva fare quella puntata con quegli ospiti. Vorrei sapere perché un giornalista (bravo o non bravo, non mi interessa) non dovrebbe fare il suo mestiere sempre e comunque: le interviste, soprattutto.
Oriana Fallaci andò ad intervistare Khomeini (insieme ad altri figuri del XX° secolo). Ma nessuno - almeno allora - si sognò di infamarla, accusandola di essere favorevole alla rivoluzione islamica iraniana.
Siamo quel paese dove la ineffabile magistratura non è stata capace di comminare a Giovanni Scattone più di cinque anni e poco più di galera per l'omicidio di Marta Russo (che comunque non è stato provato al di là di ogni ragionevole dubbio). E però ci si scaglia contro l'Università che l'ha stabilizzato a ruolo dopo che ha pagato il suo debito mal calcolato con la giustizia ed è stato PENALMENTE RIABILITATO dalla Cassazione.
Siamo quel paese lì. A Roma tutti si prostravano davanti a Casamonica. Ma l'infame è soltanto Bruno Vespa.


VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Vendesi



Mi si chiede di buttare giù un giudizio sulla sessione di mercato appena conclusasi. Brutta storia. Troppo facile scrivere quando le cose vanno bene. Troppo complicato – ed impopolare – tentare di spiegare perché non va bene più nulla.
Cominciamo dalle buone notizie. Yakovenko rimane. Il che significa soprattutto che rimane sua moglie. Abbiamo già perso la mamma di Cuadrado, la fidanzata di Gomez e un discreto numero di first ladies viola. Se avessimo detto addio anche alla avvenente sig.ra Anna Nyzhnyk allora sì che il panorama fiorentino a poche ore dalla chiusura del mercato estivo sarebbe plumbeo come una giornata ucraina di periferia (non me ne vogliano i connazionali del buon Yakovenko).
Dice, te hai voglia di scherzare. La voglia per la verità sarebbe di piangere. E’ stata una campagna cessioni e basta. Una trentina circa di calciatori dati via a costo zero (contratti scaduti o prestiti gratuiti, l’ultimo e più clamoroso quello di Basanta), poco e male sostituiti nei tre mesi di tempo avuti a disposizione. Una società che si riduce come di consueto alle ultime ore dell’ultimo giorno per fare qualche acquisto “salva immagine”, un po’ come noi da bambini ci si riduceva  alla sera della Befana per sbrigare almeno l’essenziale dei compiti a casa per le vacanze di Natale.
Una società che rimedia inesorabilmente le ultime brutte figure spicciole che vanno ad aggiungersi a quelle molto più clamorose accumulate nel corso di questa lunga ed insopportabile estate. Nell’ordine, andiamo ad elencare. Scoppia subito a giugno la grana Salah. Il Messi delle Piramidi si rende irreperibile a Firenze e dopo un po’ lascia Londra per Roma, dove firma un secondo contratto che si affianca e sovrappone a quello con i viola. Grana legale? Macché, qualcuno l’ha autorizzato a farlo, già a gennaio. Avrà avuto le sue buone ragioni?
A luglio è la volta di Milinkovic Savic giovane ex promessa croata del Genk (squadra belga). Arriva a Peretola per essere presentato al pubblico fiorentino, viene portato al Franchi dove annuncia che prosegue per Formello, provincia di Roma, sede della Lazio. Sarà stato un malinteso?
Ad agosto è la volta di Joaquin. Che vuole tornare a casa, mentre l’ACF non ce lo vuole mandare. O dice di non volerlo fare, mentre in realtà qualcuno già l’anno scorso gliel’ha promesso. Si rispolverano schemi vecchi e consolidati, il reprobo viene additato al pubblico ludibrio, e liberato soltanto nelle ultime ore di agonia di questa campagna acquisti (si fa per dire). Ogni riferimento a Montolivo non è per niente casuale.
Nel frattempo, il monte ingaggi è stato liberato da cifre ingenti, ma anche il nuovo tecnico Paulo Sousa è stato scippato di giocatori su cui aveva già cominciato a disegnare i suoi schemi. Savic gli viene sottratto mentre è all’aeroporto ad imbarcarsi per gli Stati Uniti. Lo addolciscono dicendogli che stanno trattando un sacco di gente. Vero o no, si tratta di gente di proprietà di società con cui si è litigato da tempo, e come belve. Iturbe dalla Roma e Andreolli dall’Inter (non Facchetti od Eusebio, si badi bene)  sfumano al calar delle tenebre (in tutti i sensi) del 31 agosto 2015. Quando si apprende che la squadra che secondo Andrea Della valle alla fine della partita contro il Milan era “a posto così” e che alla fine della partita contro il Torino andava rincorsa su per Viale dei Mille come ai vecchi tempi, non ha più possibilità di essere emendata.
Sono arrivati, è vero, un paio di convalescenti, Suarez dall’Atletico e questo impronunciabile Blaszczykowski dal Borussia Dortmund, tra l’altro in prestito. Poi c’è Verdu, quello che il bilancio tira su, e Baez. Che non è la Joan che abbiamo amato tutti quando eravamo ragazzi al tempo di Woodstock, ma qualcos’altro di inimmaginabile al momento.
Mi si chiede di esprimere un giudizio su tutto ciò. So che non è bello rispondere ad una domanda con una domanda. Ma voglio chiedere io per una volta ai sig.ri Della Valle quanto pensano ancora di poter gestire l’ACF Fiorentina in questo modo. I fratelli di Casette d’Ete hanno un patrimonio personale stimato in circa 2 miliardi e mezzo di euro. Dall’attuale campagna dismissioni hanno ricavato un ulteriore attivo che qualcuno stima in 4 milioni, e qualcun altro vi aggiunge pure Cuadrado, Savic e compagnia bella. Altro che 4 milioni.
Possibile che non si trovi più un euro da spendere per la Fiorentina? Cari signori, Firenze non è solo un brand e la Fiorentina non è solo una vostra proprietà a norma dell’asettico diritto commerciale. E’ un patrimonio ed un simbolo di Firenze al pari del Ponte Vecchio e della Cupola del Brunelleschi. Se avete intenzione di venderla, come nelle strade della città ormai si dice a voce neanche tanto sommessa, vi preghiamo: fatelo e alla svelta. Di vedere la nostra squadra del cuore trattata in questo modo, di vivacchiare, noi vecchi e nuovi tifosi viola non ne possiamo più.
Spero di avere risposto esaurientemente.