giovedì 19 marzo 2015

Crociera di sangue



La calda estate del 2001, che avrebbe cambiato per sempre la storia del mondo, cominciò in Afghanistan a Bamiyan, quando i Talebani che controllavano allora il paese decisero e attuarono la distruzione dei Buddha che da quasi 2.000 anni sorvegliavano la vallata dai costoni di pietra prospicienti. All’inizio oppure al culmine di una guerra di religione c’è sempre un atto di iconoclastia. Si vuole distruggere, attraverso i simboli, oltre all’avversario l’idea stessa di avversario. C’è un solo Dio, Allahu akbar.
La guerra di religione che va avanti dal VII secolo dopo Cristo tra Islam e Cristianesimo è una guerra a tappe. Non è mai finita, si interrompe soltanto momentaneamente, per stanchezza delle parti oppure per occasionale prevalenza degli elementi più laici nei rispettivi campi avversi. Lo sapevamo anche prima che Papa Francesco lo ribadisse in uno dei suoi ultimi discorsi.
L’Isis è sicuramente l’ultimo mostro in ordine di tempo creato da una certa realpolitik per scopi più o meno inconfessabili e poi scappato di mano al suo creatore, come il Golem della leggenda nera ebraica. Ma è anche – fin dove è genuino - l’ennesimo Baal Moloch in cui si è incarnato il fanatismo islamico in questo scorcio di ventunesimo secolo, quando si pensava ormai illusoriamente che le Primavere Arabe portassero ad una laicizzazione di quelle società che invece purtroppo è ben lungi da venire.
L’Isis colpisce in tutti i modi che eccitano in negativo la nostra fantasia occidentale, da troppo tempo abituata ai confort ed ai gadget dell’età moderna. Taglia la gola come facevano i pirati berberi all’epoca della Battaglia di Lepanto o del Sacco di Otranto, e rinnova così la paura ancestrale nascosta in profondità nelle nostre coscienze cristiane, quel “mamma li Turchi!” che risuonava spesso lungo le nostre coste in epoche meno comode per viverci dell’attuale. E distrugge le vestigia artistiche ed architettoniche di epoche e civiltà gloriose, ciò che condisce cioè con spezie assolutamente insostituibili le pietanze delle nostre irrinunciabili vacanze di occidentali. Ieri l’altro Mosul, ieri Ninive, oggi Tunisi, domani chissà. Dovunque la morte faccia da propaganda al fanatismo.
A Tunisi la posta si è alzata, sono state fatte entrambe le cose, l’assalto al Museo e le gole tagliate. Sotto gli occhi dell’occidente, in pieno giorno e a telecamere accese, nell’unico paese in cui una parvenza di Primavera Araba aveva dato qualche frutto non indigesto. Diciassette turisti morti (oltre a due tunisini) e una quarantina di feriti è il bilancio dell’aggressione di ieri al Museo del Bardo da parte della locale cellula jihadista. Di queste vittime, almeno due accertate sono italiane, crocieristi in gita secondo le più felici usanze di questi tempi.
La notte scorsa la nave “Costa Fascinosa” della Costa Crociere è ripartita senza tredici dei passeggeri con cui aveva attraccato nel porto della capitale tunisina. La Costa, che non sta vivendo certo il periodo più fortunato della propria esistenza, sta collaborando attivamente con la Farnesina per stabilire esattamente la sorte di tutti i connazionali nonché degli altri passeggeri che le avevano affidato l’organizzazione delle proprie vacanze invernali. Il primo ministro tunisino, al termine di una giornata in cui del commando di cinque terroristi (tutti latitanti da mesi) ne sono stati abbattuti due e ne sono al momento sfuggiti tre, parla di una “lunga guerra da combattere”.
E’ la contraddizione del mondo in cui stiamo vivendo, questo Mare Mediterraneo che non si sa più bene cosa sia, in cui si incrociano le navi da crociera con i barconi della disperazione sotto gli occhi di motovedette impotenti, con regole di ingaggio malcerte. Non è più Mare Nostrum e non è ancora tornato il mare di Lepanto, ma sta andando in quella direzione. Quella che molti di noi si ostinano a considerare la location ideale delle nostre vacanze da status symbol, per l’altra sponda è ormai un teatro di guerra.
Una guerra per ora da “Armiamoci e partite”, tutti fremono dal desiderio di dichiararla, tutti sperano che il primo a scattare dai blocchi sia il vicino. Non si sente mai parlare così tanto di Europa come in queste ore. Non è mai stata così divisa e inesistente come adesso, l’Europa.

martedì 17 marzo 2015

Fiorentina inferno e paradiso



Il Diavolo e tanta acqua. Fino al minuto 83 di Fiorentina – Milan questo sarebbe stato il titolo dell’articolo che state leggendo. Un resoconto piuttosto dimesso delle difficoltà della Fiorentina stessa a far fronte a tanti impegni ravvicinati di alto livello con un organico sottodimensionato in quantità e qualità. Tanto da far risorgere come Lazzaro anche il Milan crepuscolare di Pippo Inzaghi, dopo l’incerottata Roma di Rudy Garcia.
Fino al minuto 83. Poi il vento che soffia favorevole alle spalle della squadra viola in questo scorcio di inverno 2015 ha scompigliato tutto, dal risultato finale di una partita incredibile dapprima per quanto è stata brutta e poi per le emozioni che ha comunque saputo dare nei minuti finali, fino alla necessità per il cronista di inventarsi un titolo capace di riassumere efficacemente tutto ciò che a livello di sentimenti e sensazioni era contenuto nell’urlo finale dello stadio Franchi al 96’.
Abbiamo parlato tante volte di “inerzia” della partita. E’ un concetto che più che con la fisica dei corpi ha a che fare con la metafisica dell’essere, quel concetto di Destino, o più appropriatamente di Fato, che fin dal tempo degli Antichi Greci sappiamo essere sotteso a tutte le cose umane, e quindi anche a quello che è lo sport umano per eccellenza, il gioco del calcio.
Il Destino - o Fato a seconda dei gusti e delle inclinazioni filosofiche - di una partita appare a volte segnato in partenza. Ci sono match che chiaramente non cambierebbero nel risultato neanche se durassero quattro giorni di fila. Altri invece che per quanto male comincino e proseguano appaiono (non soltanto ai tifosi più accecati dalla passione) destinati a concludersi in apoteosi. Termine che significa a sua volta glorificazione.
Al minuto 83 i nodi del destino di questa Fiorentina vengono sciolti, e la partita va ad aggiungersi al filotto da lei messo insieme in quest’ultimo mese. Roma, Inter, Tottenham, Juventus e adesso anche Milan sono le vittime illustri della Banda Montella, una serie che a occhio e croce non ha precedenti negli ultimi 40 anni. Un filotto che vale il quinto posto in coabitazione con la Sampdoria ad un punto dal Napoli e cinque dalla Roma, a cui tra due giorni i viola andranno a rendere visita per il passaggio ai quarti di Europa League.
Presentando questa partita avevamo scritto che la gara più difficile era proprio questa casalinga contro una nobile decaduta come la truppa di Pippo Inzaghi, che come già un anno fa avrebbe potuto trovare qui al Franchi le condizioni favorevoli per risorgere. Per buona parte del match infatti succede proprio questo. Il turnover obbliga Montella a schierare una sorta di Fiorentina B, anche se a questo punto della stagione non si sa più realmente chi è titolare e chi no.
Tra infortunati, convalescenti, risparmiati per giovedi, risparmiati per rispetto all’età e squalificati, sono fuori gioco Salah, Diamanti, Tomovic, Savic, Pizarro, Gomez, Babacar. Vargas ed Alonso sono in panchina, con Joaquin e Badelj. In tribuna – per condire il tutto – c’è quel Rossi che a quest’ora avrebbe dovuto essere rientrato in gruppo. In compenso, lo strepitoso Neto di queste ultime settimane viene confermato a furor di popolo, e anche stasera avrà il suo da fare risultando determinante.
In campo va un 3-5-2, o meglio un 3-5-1-1 che apparentemente ricalca gli schemi consueti di Montella. In realtà, senza Savic e Pizarro dietro e con il peso dell’attacco tutto sulle spalle di un Gilardino per la prima volta impiegato per 90 minuti e di un Ilicic a cui ormai la qualifica di falso nueve si attaglia come un debito kharmico, con Rosi e Richards sulle fasce e Borja Valero e Aquilani nel mezzo a non far rimpiangere tra tutti e due il Pek, ne viene fuori qualcosa che della squadra allenata finora da Vincenzo Montella è francamente parente alla molto lontana.
Il primo tempo sembra un deja vu, una di quelle partite degli anni bui, gli anni 70, quando il calcio italiano viveva un momento di crisi epocale quasi come l’attuale, e cercava una sua dimensione trascorrendo le domeniche tra pallonate inguardabili e giocate – chiamiamole così – da dimenticare. La Fiorentina appare messa in campo approssimativamente, e anche stanca di testa. Il Milan non fa niente di eccezionale, ma la scelta di Inzaghi di mandare tre attaccanti contro i tre difensori di Montella si rivela pagante. Honda, Menez e Destro fanno paura in almeno tre occasioni ad un Franchi che si aspetta ad un certo punto di rivivere incubi che si chiamano Lazio o Napoli. Un po’ la presenza puntuale dell’ottimo Neto, un po’ l’insipienza tecnico tattica degli attaccanti milanisti fanno sì che il tempo si concluda provvidenzialmente sullo 0-0.
Così non può andare avanti. Per quanto Ilicic e Gilardino, lo sloveno soprattutto, si battano con coraggio e determinazione, risultano tagliati fuori dal resto della squadra. Il centrocampo viola è inesistente. Aquilani è costretto a fare il vice Pizarro, e soffre la posizione non essendo ancora ritornato al meglio delle sue condizioni. Borja Valero meriterebbe un discorso a parte, l’abbiamo fatto più volte e non vorremmo ripeterci. Questo non è più parente del campione arrivato tre anni fa dal Villareal, è un giocatore che in questo momento difficilmente raggiunge lo standard minimo per la Serie A. Che cosa gli succede lo sa solo lui. Qui ci limitiamo a dire che anche stasera la Fiorentina gioca in 10, anzi peggio perché a volte il giocatore spagnolo è di ostacolo ai compagni e ad una manovra più fluida e veloce.
La difesa, non protetta da un filtro di centrocampo, vede esaltate ampiamente le proprie lacune. In questo schema tattico Richards è un po’ spaesato, Rosi fa quello che può e Pasqual sacrifica la propria spinta in avanti per tappare buchi che i suoi 33 anni appena compiuti rendono sempre più larghi. Gonzalo e Basanta sono di fatto l’unica fune di sicurezza insieme a Neto che trattiene la Fiorentina dal baratro lungo il quale corre per tutto il primo tempo.
Qualcuno parla di ennesima formazione sbagliata di Montella, qualcuno sottolinea invece che la situazione attuale non offre alternative. Una cosa è certa, questo Vincenzo Montella si fa sempre più coraggioso ogni giorno che passa, e non si spaventa a cambiare addirittura due giocatori insieme. Al rientro in campo, restano fuori due che pagano al di là delle loro colpe individuali, Aquilani e Richards, ed entrano Badelj e Joaquin, con Rosi arretrato terzino.
E’ un’altra Fiorentina. Forse c’è stata anche la strigliata del tecnico negli spogliatoi, forse c’è la consapevolezza che il turno di campionato offre occasioni di risalita in classifica irripetibili, e che a questo punto non si può scegliere ancora su quale competizione puntare. C’è un campionato da onorare e finora stasera la Fiorentina non lo ha fatto, a parte un tiro di Ilicic che nel primo tempo meritava miglior sorte. Ad avvio ripresa ci prova Badelj, allo stesso modo sfortunato. Sembra il segnale della riscossa viola, ed invece passa il Milan, nel momento migliore dei padroni di casa.
Bonaventura è stato a lungo seguito dalla fiorentina, per poi accasarsi a Milanello. Stasera è la fonte di gioco principale dei rossoneri, ed anche quello che se capita l’occasione non si perita a tirare in porta. Gli capita al 10’, il tiro è sbilenco e finirebbe forse sotto la Maratona, ma incoccia nei piedi di Destro, uno che quando si tratta di rapinare gol alla Fiorentina è sempre presente, con ogni maglia e ad ogni latitudine.
Nemesis, Fato, lo chiamavano i greci. Sembra il segno lasciato su una partita destinata a finire male per la Fiorentina. Che da quel momento mostra sì il carattere necessario a reagire ma anche una pochezza di idee disarmante. Il gioco alla spagnola funziona bene quando tutti stanno bene e l’avversario non si chiude in 10 dietro la linea del pallone. Altrimenti è una jattura che vanifica qualsiasi sforzo. Per andare contro al destino stasera ci vuole il colpo di genio di qualche campione, la giocata di un fuoriclasse che riscatti serata e risultato.
La Fiorentina per l’appunto di campioni in campo nella circostanza ne ha almeno due. Minuto 83’, una delle tante discese di Joaquin Sanchez Rodriguez, incontenibile per la difesa milanista come già per molte altre in passato. Il cross che mette alla perfezione tra Diego Lopez ed i suoi compagni di reparto aspetta solo uno che salti al momento giusto. La Fiorentina ce l’ha, ha il numero 2, si chiama anche lui Rodriguez, è argentino e di nome fa Gonzalo. E’ il capocannoniere viola, da stasera.
La gioia rabbiosa di Gonzalo mentre scappa via stringendo i pugni dopo l’inzuccata vincente mostra che la squadra viola ha buon sangue, e lotta e lotterà fino alla fine per farselo da sola il proprio destino, che ci riesca o no. I compagni intanto son già nel cerchio di centrocampo, c’è fretta di riprendere. Già, la stessa fretta che ha il pubblico, che guarda l’orologio. Altro che accontentarsi di un pareggio a cui non credeva più nessuno. C’è il tempo per vincerla, sette minuti più recupero. Mentalità da grande squadra, nella serata in cui si è giocato peggio. Firenze è cresciuta tanto, insieme ai suoi giocatori.
Succede di tutto nei minuti finali, e tutto va nella direzione sperata dalla Fiorentina. Il Fato è tinto di viola. Al 40’ si ripete per la seconda volta l’inusuale episodio dell’infortunio dell’arbitro, come già in occasione di Genoa – Fiorentina allorché si fece male Rizzoli e fu sostituito dal quarto uomo Di Bello. Stasera tocca al sig. Carmine Russo, che non ha arbitrato male, ma ha avuto la tendenza a tirare fuori il giallo sempre e soltanto davanti al viola. La sua faccia, detto senza offesa, non è né simpatica né beneaugurante. Molto meglio il subentrante Valeri, fino a quel momento arbitro di porta.
E comunque i viola non danno al nuovo arbitro alcun motivo di sbagliare. Tre minuti dopo l’azione con cui Pasqual arriva a crossare dalla tre quarti milanista è regolarissima, ed altrettanto lo è la posizione di Joaquin che si avventa di testa sul pallone e fa esplodere il Franchi grazie al più bello ed al più importante dei suoi gol italiani. E’ un peccato che il nome di questo campione non sia nell’elenco delle Furie Rosse che vinsero il primo mondiale per la Spagna nel 2010. Di sicuro il suo nome era già nel cuore dei tifosi viola prima di stasera. Adesso lo sarà ancora di più.
I sei minuti di recupero sono un torello a tutto campo fatto al Milan. Alla fine, agli infradiciati spettatori del Franchi resta la consapevolezza di aver assistito ad una bruttissima partita finita con il risultato più desiderabile ai danni di un’avversaria storica, un 2-1 in rimonta di quelli che si sognano la notte. Resta anche il conforto di aver assistito ai battiti del cuore di una squadra che forse non avrà al proprio arco tutte le frecce necessarie, ma vuole provarci fino in fondo a tutti i costi. E resta anche una classifica che riapre tanti discorsi, anche se la concorrenza è nutrita e agguerrita. In serata arriva la notizia della vittoria sampdoriana a Roma, che complica un po’ il quadro di campionato e di coppa per i viola, destinati giovedi ad incontrare un avversario con il sangue agli occhi.
E’ una Fiorentina che ogni tre giorni gioca contro il Destino. La volevamo così. Avanti la prossima.


domenica 15 marzo 2015

Piccoli viola crescono, battuta anche la Juventus Primavera

La Fiorentina gioca di lunedi il posticipo di campionato? Nessun problema, c’è la Primavera a tenere banco in questa domenica di rifiato tra gli impegni passati, presenti e futuri dei ragazzi di Montella. La Fiorentina dei grandi ci ha lasciato orfani nelle sue due ultime uscite della grande impresa compiuta allo Juventus Stadium subito dopo quella di San Siro? No problem, ci pensano i ragazzini a rinverdirne i fasti, allo stadio “Silvio Piola” di Vercelli. Vittoria in trasferta per 3-2 in rimonta in dieci uomini, a confronto per Salah & soci fu una passeggiata.
I ragazzini terribili viola sul treno che li sta riportando a Firenze
Il Campionato Primavera Tim Cup è un po’ come quella marcetta The world turned upside down che i ribelli delle colonie americane fischiettarono al generale Cornwallis dopo avere sconfitto le Giubbe Rosse nella battaglia decisiva di Yorktown, quella che dette i natali agli Stati Uniti d’America. Il mondo sottosopra, qui può accadere che la Fiorentina sia capolista e la Juventus sia quarta a dieci punti di distanza, impegnata in una difficile rimonta ai danni eventuali non solo dei viola ma anche di Torino e Spezia, rispettivamente seconda e terza.
Insomma, nel campionato dei nostri sogni più lussuriosi, accade che siano i viola ad aver meno da perdere nel rendere visita all’avversario storico bianconero nella sua roccaforte. Accade anche che siano proprio i viola, dall’alto della loro forza attuale, a non accontentarsi di niente di meno che bissare la vittoria dell’andata. Accade infine che come all’andata la vittoria arrivi dopo due terzi di partita giocati in dieci. Ma che importa, quando si è più forti si è più forti. L’hanno insegnato i grandi a Milano, i ragazzini hanno lo stesso buon sangue. Che com’è noto, non mente mai.
Sulla panchina della Juve c’è un’icona del calcio italiano, quel Fabio Grosso che rese azzurro il cielo sopra Berlino calciando il rigore decisivo contro la Francia nel 2006, e che dopo non ha saputo più rivivere momenti di gloria come quello, indimenticabile. Su quella viola invece, c’è un capitano di lungo corso. Un corso tutto viola. Federico Guidi succede a Leonardo Semplici, l’uomo che aveva fatto risuonare la Canzone Viola all’Olimpico con due anni di anticipo su Vincenzo Montella. Federico Guidi da Cerreto Guidi ha già vinto per parte sua uno scudetto con i Giovanissimi Nazionali, quasi bissato con gli Allievi. Quest’anno ci prova con la Primavera, dove ha ritrovato i suoi vecchi pupilli Gondo e Bangu.
E’ il calcio giovanile multietnico, con buona pace di Tavecchio & C. Nella Juve giocano del resto Blanco Moreno, Macek e Udoh, chi più ne ha più ne metta. Sono ragazzi che fanno sul serio, e non portano certo disdoro al nostro calcio. In casa viola, si lavora per tirar fuori i prossimi Babacar e Bernardeschi. Nel frattempo si tira fuori quest’altra vittoria in casa della Juventus, che se proprio si deve essere sinceri non inorgoglisce meno di quella colta due settimane fa dai più grandi.
Per quasi mezz’ora le due squadre si affrontano a viso aperto con discrete occasioni. L’arbitro, il sig. Niccolò Pagliardini di Arezzo sorvola su alcuni falli da ammonizione dei ragazzi bianconeri e addirittura su un rigore netto commesso ai danni di Minelli, al 18’. Il replay mostra il fallo netto del difensore bianconero Tello, derubricato a calcio d’angolo. Arbitro toscano non porta buono, è una costante di questo campionato Primavera e non solo. Parenti serpenti? Forse solo coincidenza, come si vedrà più avanti.
Simone Minelli è un piccolo fuoriclasse che cresce. Lo ha già dimostrato in prima squadra addirittura sul palcoscenico dell’Europa League. Nella notte sciagurata della sconfitta casalinga con la Dinamo Minsk, l’unica cosa positiva della Fiorentina la fece lui andando a mettere in mezzo la palla dell’unico goal viola per Marko Marin. Entrare e sostituire il mostro sacro Cuadrado in quel modo richiedeva personalità e classe da vendere. Ancora tanta ne richiede rialzarsi da quel fallo senza alcun timore reverenziale o vittimismo e andare a segnare dieci minuti dopo il gol del vantaggio di questa Primavera. Bangu crossa, la Juve intera va a vuoto, Minelli insacca a porta vuota.
Luzayadio Bangu
Quattro minuti dopo la Fiorentina di Guidi dimostra che non è prima per caso. Pagliardini espelle Bagadur per doppia ammonizione, le uniche da lui comminate fino a questo momento. Guidi non batte ciglio, fuori Di Curzio, dentro Gigli, e avanti come se nulla fosse. Difesa senza affanno del vantaggio, Peralta potrebbe addirittura raddoppiare.
Un minuto di recupero, peccato che poi diventino due e sul secondo la Fiorentina smetta di giocare malgrado l’arbitro non abbia ancora fischiato. Clemenza si ritrova il pallone liberissimo in piena area viola e sbagliare è impossibile. 1-1, e si va al riposo dopo un bel primo tempo.
Si riparte con lo stesso leit motiv, Juventus che attacca, Fiorentina che si difende e in contropiede avrebbe l’occasione di tornare in vantaggio, soprattutto con Minelli che manca di poco una deviazione su cross di Bangu. Sarebbe stato un bel bis del primo gol.
Al 20’ ci sarebbe la svolta del match per i bianconeri. Peralta perde palla sulla tre quarti viola e Macek, da poco entrato al posto di Cassata, non perdona. E’ un gran gol, e la partita appare inevitabilmente segnata per una Fiorentina che in dieci ha speso tanto.
Simone Minelli
Tanto ma non tutto. Minelli si ributta avanti e due minuti dopo va a riprendersi un altro fallo in area bianconera da parte di Tello. Stavolta Pagliardini fa il suo dovere, è calcio di rigore per la Fiorentina. Il colombiano della Juve non viene ammonito nemmeno stavolta (ci vorrà un gol segnato platealmente con la mano in zona Cesarini per arrivare a tanto), ma dal dischetto Bangu fa 2-2. Palla da una parte, Audero dall’altra.
E’ finita? I ragazzi si possono accontentare? Neanche per sogno. Al 37’ entra Bandinelli per un esausto Peralta. Un attimo dopo Pagliardini riperde punti ammonendolo per uno scontro aereo con Zappa. Non c’è niente da fare, il cartellino esce più facile davanti ai viola, chissà se l’arbitro aretino è andato a scuola con lo spagnolo che giovedi ha diretto Fiorentina-Roma.
Un minuto dopo invece Bandinelli dimostra che l’ammonizione tutto ha fatto fuor che condizionarlo. Svarione difensivo della Juventus, la palla giunge a centroarea al neo-entrato viola, che con freddezza pari a classe infila centralmente l’estremo difensore bianconero Audero.
Mancano dieci minuti alla fine. Resta il tempo per un’occasione per parte. Per i bianconeri la spreca Blanco Moreno calciando alto da buona posizione. Per i viola, al 50’, è Minelli che non ce la fa a finalizzare dopo un bel contropiede. Il fischio dell’arbitro arriva un attimo dopo, e dà inizio alla festa viola.

Cosa gli vuoi dire a questi ragazzi? Piccoli viola crescono. Come meglio non si potrebbe.

venerdì 13 marzo 2015

Roma orgogliosa, Fiorentina presuntuosa



Lo abbiamo definito più volte uno dei migliori spot del nostro calcio, altrimenti sempre più derelitto. Fiorentina-Roma va in onda per la quarta volta in questa stagione, e stavolta non si gioca in Italia ma in Europa. A poche ore di distanza da un Chelsea –Paris Saint Germain che è apparso francamente lo spettacolo di un calcio ormai di un altro pianeta, quella viola e quella giallorossa sono tra le poche squadre in grado di consolarci, anche se i segni di una stagione logorante si fanno ormai sentire.
Rispetto ai precedenti incontri, Fiorentina e Roma sono fedeli a se stesse eppur diverse. A questo punto i turnover sono dettati più dagli infortuni che da reali necessità atletiche o tattiche. L’istinto è sempre quello, giocare la palla in velocità per aggirare l’avversario, ma gambe e testa rispondono come possono.
Per fortuna rispondono bene, anzi benissimo, i tifosi. Il match è preceduto dagli ottimi riscontri dell’iniziativa calcio + cultura. Degli oltre duemila tifosi romanisti saliti a Firenze, si calcola che siano circa cinquecento coloro che hanno approfittato della possibilità di utilizzare il biglietto dello stadio anche per la visita ai musei del capoluogo toscano. La vigilia ed il post partita si svolgono quindi in un clima di assoluta civiltà. Romani e fiorentini danno dunque una bella lezione all’Europa, e se Erasmo fosse nato da queste parti anziché a Rotterdam c’è da credere che avrebbe scritto l’elogio della assennatezza piuttosto che quello della follia che l’ha reso celebre.
Venendo al calcio, non è invece il momento migliore per dare lezioni, anche se le due squadre cercano di affrontarsi a viso aperto. La Roma sta insieme con i cerotti, e perde altri due pezzi a partita iniziata. Daniele De Rossi si strappa probabilmente nell’azione del vantaggio della Fiorentina, Holebas poco dopo. Dopo 25 minuti Garcia ha già dovuto spendere due cambi.
Montella appare messo meglio solo in apparenza. Ha già dovuto schierare una squadra senza attaccanti di ruolo perché Babacar pare ancora non in grado di tornare in campo, e per fortuna che stasera il falso nueve Ilicic è un po’ meno falso del solito, e addirittura è lui a portare in vantaggio i viola, su assist di quel Salah che come il Cuadrado degli ultimi tempi si trova più spesso a impostare il passaggio piuttosto che a riceverlo.
La Fiorentina per quasi un tempo sembra la solita degli ultimi tempi, giro palla in velocità e inserimenti sulle fasce. In realtà il suo è un fuoco che è destinato a non durare. Anche il centrocampo viola ha diversi punti deboli. Dei tre titolari scelti da Montella, uno è destinato a strapparsi per logorio eccessivo, Pizarro, uno non è né un fuoriclasse né un fulmine di guerra, Badelj, uno ormai vive soprattutto di ricordi, Borja Valero. Finche tutti corrono e supportano i tre davanti e i quattro dietro (con Tomovic ancora preferito a Richards, chissà perché Montella l’inglese non lo vede proprio) il gioco funziona, appena calano fiato e idee i nodi vengono al pettine e la Roma dall’orlo del baratro torna in partita.
Gol di Ilicic
Tra l’infortunio di De Rossi e  quello di Pizarro si capisce la reale dimensione di queste due squadre. Tutte e due sono orfane a quel punto dei loro condottieri, ma i giallorossi – come già è successo quando si sono trovati con le spalle al muro – riescono in qualche modo a tirare fuori orgoglio ed energie residue per qualche giocata individuale che prima o dopo frutta il risultato atteso. I viola invece si spengono progressivamente, mortificati da una panchina non sufficientemente lunga per una squadra impegnata ancora su tre fronti, ed anche purtroppo da una presunzione non giustificata né dalla qualità del gioco né dalle energie psico-fisiche rimaste.
Succede infatti che una squadra che si trova in vantaggio (meritatamente) grazie a quella che risulterà comunque l’unica azione finalizzata da un tiro nello specchio della porta nelle ultime due partite tra Lazio e Roma riesce poi a farsi sorprendere in contropiede da una avversaria stanca e in difficoltà almeno in quattro occasioni. E meno male che, in assenza di Totti e di altre soluzioni d’attacco efficaci, l’uomo migliore di giallorossi nonché il suo capocannoniere stagionale Adem Llajic sembra stregato stasera quasi dalla nostalgia dei suoi trascorsi in viola. Il serbo ha almeno due volte l’occasione di pareggiare per i suoi, e in entrambe le circostanze i regali che fa ai suoi ex compagni sono clamorosi.
Mateu Lahoz
Nella prima circostanza, è il 41’ quando per la prima volta la Roma libera un uomo in area della Firoentina. E’ Florenzi, che fa un bel gesto atletico e si libera al tiro a botta quasi sicura. Neto risponde da Neto, cioè alla grande, ma non può far altro che ribattere a centro area dove Llajic arriva di gran carriera. La ciabattata finisce in Curva Fiesole, le mani non solo del serbo finiscono nei capelli.
Al quarto d’ora della ripresa l’arbitro Mateu Lahoz, della federazione spagnola, concede ai giallorossi un calcio di rigore quantomeno generoso. Iturbe si presenta di fronte a Neto, il quale gli toglie il pallone dai piedi con la consueta ottima scelta di tempo. Il guaio è che in caduta la mano trova poi anche il piede dell’argentino, che va giù. Dopo consistenti proteste viola, sul dischetto va ancora Llajic, che si ricorda di quando qui era soprannominato “Nutella” ed i rigori li sbagliava tutti. Da come resta su, immobile ma pronto a scattare, si capisce subito che quel tiro Neto glielo para. E infatti è così, per la gioia del Franchi e la maggior gloria di questo portiere che sta scrivendo pagine sempre più entusiasmanti della sua giovane carriera.
Due campanelli d’allarme squillanti come sirene antiaeree sarebbero più che sufficienti, ma no, la Fiorentina non fa tesoro dell’esperienza, non scende a compromessi. E’ una squadra votata all’attacco, anche quando l’attacco non ce l’ha. Non sa chiudersi, risparmiarsi, gestire. Senza Savic, dietro prima o dopo si balla. Con il Borja Valero attuale e senza Pizarro a centrocampo non si tiene un pallone. Senza una punta davanti si è costretti a giocare per vie laterali, gli altri lo sanno, ti aspettano, ti levano palla soltanto facendo muro e ripartono. E ti fanno male.
Ha un bel recriminare a fine partita Vincenzo Montella sull’arbitraggio. Certo, il signor Lahoz di Valencia, con quel suo piglio da Hidalgo mancato è indisponente, e tende a fischiare un po’ troppo verso la porta difesa da Neto e molto meno verso quella di Skorupszki (alla fine, rigore a parte e sceneggiata finale di perdita di tempo, quattro ammoniti viola contro uno solo giallorosso, l’ineffabile Naingollan, sono un po’ troppi). Ma la verità è che la Fiorentina è tanto presuntuosa quanto poco attrezzata a gestire questo ottavo di finale di andata di Europa League come già occasioni analoghe in passato.
La testata di Keita con cui la Roma ottiene il pareggio a un quarto d’ora dalla fine sull’ennesimo calcio d’angolo in cui la Fiorentina è schierata come peggio non si potrebbe è in pratica un deja vu. Quanti risultati favorevoli, non solo contro questi stessi avversari, se ne sono volati via malamente negli ultimi anni in situazioni analoghe?
A quel punto per una Roma che il mestiere del calcio lo conosce ancora bene è un gioco da ragazzi far passare il tempo con falli e falletti fatti e subiti, palle gettate fuori e massaggiatori che miracolano tarantolati e fulminati. La partita in pratica finisce all’80’ e i tre soli minuti di recupero concessi sono quasi scandalosi visto il tempo che si è perso. Ma la colpa è anche e soprattutto della Fiorentina che non ne ha più, e che dopo la ciabattata infame di Alonso a metà ripresa non è più arrivata al limite dell’area avversaria e quasi non ha passato più la metà campo.
Pareggio di Keita
I cambi danno ragione a Montella, nel senso che il convento passa questo, un qualcosa che stasera non porta la Fiorentina molto vicino al passaggio del turno. Se Mati Fernandez prova a non far rimpiangere il più anziano ed esperto connazionale Pizarro (riuscendoci solo in parte), Aquilani riesce ad incidere sul match ancora meno di Borja Valero, ed è un’impresa. Quanto a Babacar, a parte la manfrina con cui Montella è quasi costretto a chiedergli per favore se se la sente di entrare, c’è di che rimpiangere Ilicic che gli lascia il posto, almeno nella versione di stasera dello sloveno. Il ragazzo senegalese ha qualche problema caratteriale, non lo si scopre adesso, e altrimenti non si spiega perché in una partita come questa dove dovrebbe spaccare tutto con la propria fisicità ai danni di avversari assai provati, riesce a non toccare nemmeno un pallone.
Finisce con un risultato di parità che autorizza la Roma a parlare di superiorità e di qualificazione ai quarti già ipotecata. Ed è difficile darle torto. Per quanto incerottata, stasera è sembrata ancora in grado di tenere a bada una Fiorentina che sembra aver esaurito la sua serie positiva, con un Salah a cui i difensori cominciano a prendere le misure e tutta una serie di giocatori che non hanno più di un tempo nelle gambe.
All’Olimpico la settimana prossima servirà un’impresa più difficile di quella portata a termine in Coppa Italia. E magari, con Gilardino ormai fuori lista UEFA, che qualcuno degli altri giovanotti di belle speranze e miglior ingaggio dell’attacco si riaffacci sul campo. Sarebbe un peccato aggiungere un altro rimpianto a quelli delle passate stagioni. I titoli, quelli veri, intanto sono sempre a zero. Se la Roma è davvero più forte, facciamole almeno dannare l’anima un po’ più di quanto ci è riuscito ieri sera. E per una volta dimentichiamo gli spot del calcio. Per una volta conta vincere, e basta.

giovedì 12 marzo 2015

Il giorno del plebiscito



L'11 e il 12 marzo 1860 si ebbero in Toscana e in Emilia Romagna i plebisciti. La scelta proposta agli elettori era: "Annessione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II, ovvero regno separato?". In ambedue le regioni la stragrande maggioranza degli elettori si pronunciò per l'annessione. In Toscana, su 534.000 aventi diritti al voto, si ebbero 386.445 votanti, dei quali 366.571 si dichiararono favorevoli all'annessione alla Monarchia Costituzionale di Vittorio Emanuele II, e solo 14.925 optarono per il Regno separato.
Canapone, l’ultimo Granduca di Toscana Leopoldo II di Lorena così soprannominato per il colore biondo sbiadito dei capelli, aveva lasciato Palazzo Pitti avviandosi verso la Via Bolognese e l’esilio da quasi un anno. Gli eserciti di Napoleone III e di Vittorio Emanuele di Savoia avevano appena varcato il Ticino per l’attacco al Lombardo-Veneto austriaco che il popolo di Firenze era insorto, rifiutando di continuare a prestare obbedienza anche a colui che era pur sempre stato il più benvoluto dei sovrani.
Il richiamo della patria italiana e del mito risorgimentale era così forte che fiorentini e toscani tutti non seppero resistere. Dopo essersi tolti il cappello al passaggio della carrozza granducale al grido di “addio babbo Leopoldo!”, nominarono subito un governo provvisorio che nei mesi successivi organizzò la partecipazione dei volontari regionali alla guerra d’indipendenza e poi l’annessione all’Italia, sancita dal plebiscito popolare, o almeno di quella parte di popolo che allora aveva il diritto di elettorato attivo (cittadini di sesso maschile di età superiore ai 25 anni che possedessero il requisito dell'alfabetismo e pagassero un'imposta diretta complessiva di almeno 40 lire).
Mentre Garibaldi si preparava a partire da Quarto con i suoi Mille, il governo della Toscana adottava già il tricolore che avrebbe sostituito lo stemma granducale degli Asburgo-Lorena, caratterizzato dal bianco e rosso della bandiera austriaca. Già nel 1848 i patrioti toscani avevano versato sangue a Curtatone e Montanara sotto le insegne del vessillo della nazione italiana adottato sul modello francese fin dai tempi della repubblica Cisalpina di Napoleone I, il 7 gennaio 1797. Ma vi avevano allora mantenuto al centro della banda bianca lo stemma dei Lorena.
Canapone aveva però ripagato questa tutto sommato importante manifestazione d’affetto uniformandosi alla restaurazione austriaca con la revoca dello Statuto liberale e la persecuzione (blanda) dei patrioti. Gli ultimi anni dei Lorena in Toscana erano stati grigi, per nulla in linea con il secolo glorioso che li aveva preceduti, e avevano finito per favorire lo scoppio di entusiasmo patriottico dell’aprile 1859. Il vecchio Granduca che si avviava verso le terre superstiti della sua famiglia imperiale era stato salutato con benevolenza, ma nessuno aveva mosso un dito per trattenerlo.
Vittorio Emanuele II riceve i risultati del plebiscito della Toscana
La bandiera dei tre colori ebbe quindi al centro – per la Toscana come per il resto dell’Italia redenta – lo stemma sabaudo, e nessuno da queste parti ne fu geloso. Molti invece erano stati orgogliosi del decreto del governo provvisorio che il 30 aprile 1859, soltanto tre giorni dopo l’addio di Canapone, aveva in faccia al mondo reclamato il primato morale e civile dei toscani dichiarando di nuovo abolita in tutto il territorio dell’ex Granducato la pena di morte, senza eccezioni, come ai tempi di Pietro Leopoldo, il figlio di Francesco primo Granduca di Lorena in Toscana e dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, che prima e meglio di tutti aveva incarnato in Europa la figura del sovrano illuminato.
«Oggi, giorno diciotto del mese di febbraio dell’anno mille ottocento sessant’uno, regnando Vittorio Emanuele II, si apre in Torino il Parlamento Italiano», fu il primo atto di una Camera dei deputati riunita a Palazzo Carignano nella ex capitale sabauda, che un mese dopo il 17 marzo avrebbe proclamato il Regno d’Italia. C’erano anche i delegati toscani quel giorno in quell’aula.
Proprio a Firenze Torino avrebbe dovuto cedere il prestigio di essere capitale del Regno, di lì a poco. Ma questa è un’altra storia, per i prossimi giorni.

martedì 10 marzo 2015

Firenze capitale

La sera del 3 febbraio 1865 alla stazione fiorentina di Santa Maria Novella arrivò un viaggiatore d’eccezione, nientemeno che Sua maestà Vittorio Emanuele di Savoia primo Re d’Italia. Era un viaggio di sola andata, il Re non sarebbe più tornato nella natia Torino, e portava con se lo status di capitale del Regno per la città dove aveva avuto sede fino a pochi anni prima il potere del Granducato di Toscana.
Torino non l’aveva presa bene, ovviamente. Dopo la firma della convenzione italo-francese del 15 settembre 1864 nella ancora per poco capitale del neonato regno d’Italia erano scoppiati disordini sanguinosi, con 52 morti e 187 feriti. Addirittura erano state prese d’assalto le carrozze dirette a palazzo reale. Si preferì soprassedere sulle responsabilità, in considerazione della necessità di non esacerbare gli animi in una città che vedeva soprattutto lo spostamento della corte savoiarda come un tradimento imperdonabile.
Dall’anno Mille in poi, Torino era stata un possedimento dei Savoia. Dalla metà del Cinquecento era diventata la capitale dei loro possedimenti. E quindi la prima capitale di quei possedimenti che dal 13 marzo 1861 coincidevano in buona parte con lo stato nazionale unitario italiano. In realtà, il tradimento nasceva da una necessità storica imprescindibile.
«La nostra stella, o Signori, ve lo dichiaro apertamente, è di fare che la città eterna, sulla quale 25 secoli hanno accumulato ogni genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico.». Era stato un piemontese doc, Camillo Benso Conte di Cavour suddito fedelissimo ed ossequioso di Vittorio Emanuele II, a pronunciare queste parole. E a scoprire le carte fino a quel momento segretamente custodite nell’animo di ogni patriota risorgimentale. C’era una sola capitale possibile per lo stato che stava nascendo. Il destino di Roma era scritto appunto nelle stelle, oltre che nella storia bimillenaria della città che aveva dominato il mondo conosciuto.
Nel 1864 Il Conte di Cavour non c’era più, ma i suoi successori continuavano saggiamente la sua accorta politica. Il Risorgimento era ancora di là da concludere, con le Tre Venezie ancora in mano austriaca e Roma con il Lazio ancora in mano al Papa, sorretto più che dalle Guardie Svizzere dagli chassepots, i fucili a ripetizione dell’esercito di colui che purtroppo era anche giocoforza il miglior alleato dell’Italia Unita: Napoleone III. L’ex rivoluzionario divenuto imperatore era sostenuto in patria da un’opinione pubblica clerico-conservatrice, e a sua volta sosteneva il Papa nella sua pretesa di mantenere il potere temporale sulla Città Eterna.
Piazza del Mercato Vecchio
La Convenzione del 1864 fu un equivoco voluto da ambo le parti. A Parigi si intese come la rinuncia a Roma, a Torino invece come un passo avanti decisivo verso di essa. Un passo che portava inevitabilmente a Firenze. L’ex capitale del Granducato di Toscana era una predestinata. Non soltanto perché era sulla strada di Porta Pia (una strada che gli italiani avrebbero dovuto attendere di portare a termine per sette anni, fino alla sconfitta di Napoleone a Sedan nella guerra franco-prussiana, con la battuta d’arresto sanguinosa dei garibaldini a Mentana), ma anche perché – lungo quella strada – era l’unica città, con Venezia ancora in mani straniere, che potesse vantare una classe dirigente di levatura pari a quella piemontese.
Piazza Vittorio Emanuele II
La città in riva all’Arno accolse la designazione, per dirla alla fiorentina, con poco o punto entusiasmo. Il Conte Girolamo Cantelli, arrivato come superprefetto incaricato di preparare il trasferimento di capitale, avrebbe annotato di essere rimasto «stupefatto; credeva di trovare una città entusiasta, tripudiante, animata da un grande fervore di iniziative e invece incontrò molta indifferenza e una discreta preoccupazione».
Perfino un vate del Risorgimento più romantico e retorico come Giosué Carducci non avrebbe fatto mistero delle sue prosaiche perplessità: «Il trasporto della capitale l’approvo. (...) Non nego che, come fiorentino antico e artista, penso con orrore alla città di Dante e di Giano, di Machiavello, di Michelangelo, e di Ferruccio, cambiata in un’uggiosa capitale di uno stato accentrato!».
Firenze sarebbe rimasta la poco entusiasta capitale italiana fino al 1871. Il 20 settembre dell’anno precedente il bersaglieri di Cadorna avevano sfondato le mura di Roma a Porta Pia, mettendo fine a millecinquecento anni di potere temporale del Papa e ricongiungendo alla nazione quella che tutti sapevano essere destinata a diventarne la capitale definitiva, non solo in ossequio al testamento politico lasciato in eredità alla Nazione da Camillo Benso conte di Cavour, artefice del nostro Risorgimento.
Nel salone del Cinquecento, adibito ad aula
 per la Camera dei Deputati, viene aperta
 solennemente da Vittorio Emanuele la nona
 legislatura del parlamento
Il Conte – come detto - non c’era più allorché i bersaglieri dilagarono per le strade di Roma, il parlamento italiano per parte sua fu ben lieto di non poter fare altro che prendere atto della realtà, che concludeva le guerre di Indipendenza lasciando in sospeso soltanto le questioni di Trento e Trieste. Il 3 febbraio Vittorio Emanuele era arrivato a Firenze con la sua corona e la sua corte, il 3 febbraio – stavolta del 1871 – se ne ripartì, diretto al Quirinale dove da allora avrebbero risieduto tutti i capi di stato italiani, monarchi e presidenti.
I sei anni in cui era stata capitale avevano lasciato Firenze profondamente cambiata. L’Arco di Trionfo del Micheli che corona i portici di Piazza della Repubblica, allora Piazza Vittorio Emanuele II (i vecchi fiorentini hanno continuato a chiamarla così a lungo anche nell’ultimo dopoguerra, Piazza Vittorio), è adornato dalla celebre scritta che riporta i versi di Isidoro Del Lungo: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. La storia di Firenze ruota tutta intorno a questa piazza e a questa scritta.
Dal giorno in cui i legionari di Giulio Cesare si accamparono per la prima volta su queste rive dell’Arno per costruire il centro da cui ne avrebbero dominato la valle a spese dei vecchi e riottosi insediamenti etruschi, la Piazza che nel 1946 sarebbe stata intitolata alla neonata repubblica italiana era stata il centro di quel centro, come testimonia ancor oggi la colonna che segna il punto in cui, più o meno, si incrociavano secondo lo schema classico romano il cardo ed il decumano, gli assi intorno a cui, in parallelo, si sarebbero sviluppate tutte le altre strade della città. Più o meno, le odierne Via Roma e Calimala da un lato, Via Strozzi e Via Speziali dall’altro.
Quello schema urbanistico ovviamente non esiste più. E’ uno dei tanti che stanno sotto la pavimentazione del centro, e che gli archeologi hanno potuto rinvenire e studiare in varie circostanze, come quando nel 1981 si trattò di rifare la pavimentazione di Piazza Signoria, con annessi dibattiti e soprattutto immancabili polemiche. La civitas romana non esisteva più ben prima che gli architetti come Micheli mettessero mano al risanamento del “secolare squallore”.
Al tempo dell’istituzione del libero Comune, più o meno ai tempi di Dante Alighieri per capirsi, il geometrico reticolato di strade costruito dai soldati di Cesare era stato sostituito dal più caotico e se si vuole più pittoresco accumulo di vicoli, vicoletti, anfratti e piazzette che rendeva la città più funzionale alle nuove esigenze medioevali: quella di ripararsi dalle intemperie (contro cui gli uomini dell’Anno Mille avevano disimparato a usare gli accorgimenti dei predecessori Romani) e quella di rendere più difficoltosa un’invasione da parte di un esercito nemico, che nel dedalo di viuzze che correva intorno a Battistero e Palazzo del Comune avrebbe finito per perdersi.
Nel 1871, gli architetti partirono infine da Firenze al seguito di Sua Maesta Re Vittorio Emanuele diretti a quella che sarebbe diventata la sua capitale definitiva. Attesi da una nuova e ancora più grande opera di restituzione a vita nuova da secolare squallore, al termine della quale anche il volto di Roma sarebbe profondamente cambiato. Ed il panorama delle professioni italiane si sarebbe arricchito di una nuova categoria destinata ad un prospero futuro: i palazzinari.

A Firenze rimasero i ricordi di sei anni contraddittori e interlocutori, insieme a quelli di ormai scomparse vestigia di un passato glorioso e irripetibile. Sotto le scarpe dei turisti ci sono infatti Giulio Cesare, Dante Alighieri, e soprattutto quella lunga successione di signori lungimiranti e illuminati che da Cosimo Il Vecchio a Pietro Leopoldo, passando per Lorenzo il Magnifico e Cosimo il Primo Granduca, avevano fatto di Firenze il faro dell’Umanità che è rimasto fino al Ventesimo Secolo, quando il centro dell’elaborazione culturale ed artistica si spostç – grazie ai tempi nuovi – dal signorile Palazzo Pitti al popolare ma raffinato Caffè Le Giubbe Rosse, sempre nella fatidica Piazza Vittorio, che un giorno – in ossequio al corso inesorabile della Storia – sarebbe stata intitolata alla Repubblica.

LA NOSTRA VITA: Capitolo 2 - Angiolino e Angiolina

Ho fatto in tempo a conoscere la tua tris-nonna Giulia, la moglie di Stefano. Quando ero piccolo, me la ricordo come una donna antica, segnata dalla vita che aveva fato, e tuttavia a modo suo dolce e piena di saggezza. Quando poi ho appreso le storie che ti sto raccontando, mi sembrava impossibile che provenisse da un mondo così diverso da quello in cui vivevo io bambino, molto più simile a quello in cui ora vivi tu, e che avesse visto e fosse sopravvissuta a tutte queste cose senza perdere quella dolcezza e quella saggezza, senza odiare nessuno, né la vita in generale, per le difficoltà che aveva vissuto. E lo stesso era per suo figlio, il mio nonno Angiolino. Erano sempre pronti a darti qualche consiglio, o meglio qualche proverbio che proveniva dalla vecchia saggezza popolare di una volta, e che io ovviamente allora non capivo: “stai attento o ripasserà il guadagno” (comportati bene o ne pagherai le conseguenze), “la compagnia è bella in dispari e tre sono troppi” (meglio stare da soli che con gente balorda, cioè quasi tutti, dicevano loro…..soprattutto nel mondo di oggi), detti di questo genere. Io non capivo, ma mi divertivo e pendevo dalle loro labbra. Erano una miniera d’oro, di storie e di esperienza. Meglio che guardare la televisione. Li vedevo così, erano sempre stati così, per me. E invece no, c’erano diventati così, alla fine delle loro vite. Sentivo mio nonno ogni tanto canticchiare: “Santa Madre dolorosa, manca il pane, il vino e ogni cosa, e i figlioli piangono”. Credevo che fosse uno dei suoi proverbi incomprensibili, un gioco o un suo modo di fare come quelli che hanno i grandi a volte, da accettare senza chiedersi perché. E ci ridevo,a volte facendo ridere anche lui. E non capivo che quelle parole venivano da un altro tempo che lui aveva vissuto e che non riusciva neanche a raccontare, né a me né a nessun altro. E quando l’ho capito, come spesso succede, lui non c’era più, e non potevo più dirgli quanto gli volevo bene e quanto gli ero grato per essere sopravvissuto a quei tempi e a quelle difficoltà, e per aver regalato a me e a tutti noi della famiglia tempi decisamente migliori.
Immaginati una mamma e due figli che si trovano soli, senza più una lira e senza un aiuto. Dall’oggi al domani, alla morte del babbo, Angiolino, che aveva avuto il privilegio di andare a scuola e che – come mi raccontò tanti anni più tardi – ci andava anche volentieri, “perché non è vero che la penna è più dura della zappa” (perché era meglio andare a scuola, a 10 anni, piuttosto che andare a lavorare), ebbe dunque il privilegio, come unico “uomo” (di poco più di 10 anni) rimasto in casa, di andare a lavorare, perché la scuola non se la poteva permettere più e perché adesso doveva provvedere lui a mantenere la famiglia.
A volte il tuo bis-nonno aveva voglia di parlare, di raccontare, soprattutto con me che gli facevo sempre tante domande. A volte mi accontentava. Una sera, a Siena, mi raccontò tutti i lavori che aveva fatto da giovane, dopo che alla morte del suo babbo si era trovato sbattuto nel mondo dei grandi. Me ne ricordo pochi, purtroppo. Ricordo che mi disse che a vent’anni si era ritrovato a fare il pavimentatore di alabastro nelle ville dei signori al mare. Ormai conosci bene la zona di Sabaudia, dove c’è la casa al mare di zia Rita. Hai visto che ci sono delle case stupende, alcune sono vere e proprie ville, costruite all’epoca in cui il tuo bis-nonno era un ragazzino come te. Ecco, in alcune di esse ci saranno ancora dei pavimenti in alabastro che ha messo lui. E chissà in quanti altri posti in Toscana e nel Lazio ci sono i suoi pavimenti o altre cose fatte da lui.
Era una vita dura, per un ragazzo di vent’anni, un’apprendista che lavorava con operai più grandi con poca pazienza e poca comprensione per un ragazzo che sicuramente a quell’epoca non era molto felice della vita che stava facendo, sempre lontano da casa, dalla mamma Giulia e dalla sorella Beppina a cui ha sempre voluto molto bene, sempre senza un soldo, perché quei pochi dovevano andare a casa. Era un mondo duro. Non c’era più la guerra, ma dopo era stato anche peggio. In Italia c’era il Fascismo, la dittatura, la mancanza di libertà per tutti. I ragazzi poi dovevano solo lavorare, ubbidire e fare il soldato per la Patria (tuo bis-nonno si salvò perché, avendo la madre vedova a carico, non poteva smettere di lavorare, come si salvò poi tuo nonno Mario, perché, avendo gli occhiali da sempre, fu giudicato inadatto a fare il soldato; l’unico che, come sai, non si è salvato ed è partito militare è il tuo babbo che ti scrive questa storia….per fortuna, non avevo difetti fisici, avevo tutti e due i genitori e avevo finito di studiare….e partii…..ma per fortuna non c’era una guerra, come al tempo del tris-nonno Stefano, anche se ci si andò vicino….).
Era una vita dura, e il tuo bis-nonno non resse più di tanto. Dopo pochi anni riuscì a trovare lavoro a Siena come barista, in un bar che esiste sempre, vicino a quella cartoleria dove mi facevi comprare sempre giocattoli, quando eri più piccolo. E fu mentre lavorava in quel bar che conobbe tua bis-nonna. Vicino al bar c’era, e c’è tutt’ora il più grande e bell’albergo di Siena, il Continental. La tua bis-nonna Angela lavorava lì come cuoca, e a volte andava al bar a prendere un caffè. Alla fine notò questo barista, o lui notò lei. Fatto sta che nel 1933 erano sposati, Angelo e Angela, che per noi sarebbe stata sempre – come il marito – Angiolina.
Se il tuo bis-nonno Angiolino è uno dei più bei ricordi della mia infanzia che ho, la tua bis-nonna Angiolina è il più bello in assoluto. La mia mia nonna era la dolcezza in persona. L’ho avuta solo per cinque anni, ma me la ricordo come fosse adesso.