mercoledì 1 luglio 2015

Storia dei Presidenti della Repubblica: Cossiga (1985-1992)

Ci sono delle maglie che sarebbe meglio se fossero ritirate, dopo essere state indossate da fuoriclasse assoluti, per non doverle vedere poi addosso ad altri inevitabilmente non all’altezza. A Napoli, la società è stata a lungo in dubbio se fosse meglio ritirare la maglia n.10, dopo averla messa sulle spalle di Diego Armando Maradona. Il Santos decise di farlo senz’altro, dopo Pelé. A Firenze, ogni volta che c’è da riassegnare il 10 ai tifosi piglia male. E’ un vecchio dibattito, che non avrà mai fine. Fa parte del gioco.
Andare al Quirinale dopo Sandro Pertini era un po’ come ereditare la maglia di Giancarlo Antognoni alla Fiorentina. Chiunque sarebbe uscito penalizzato dal confronto. Quando il Presidente più amato dagli italiani nel giugno del 1985 arrivò alla scadenza del suo mandato, nessuno si illudeva di trovargli un successore all’altezza. Men che meno le forze politiche dell’epoca, che anzi avevano sofferto parecchio, pur senza poterlo ammettere, l’enorme carisma e la travolgente popolarità dell’ex partigiano socialista, al cui confronto la politica tradizionale che esse rappresentavano era sembrata ogni giorno di più incolore e mal digeribile.
E infatti, quasi per un contrappasso di cui avvertivano la necessità, andarono a scegliere una figura che secondo loro si poneva all’estremo opposto di Pertini. Incolore come loro, nel solco di quelle presidenze notarili per le quali la Costituzione era stata disegnata.
Francesco Cossiga era conterraneo di Antonio Segni, ed aveva la stessa formazione giuridica. Le analogie non sembravano finire lì. Era nato a Sassari anche lui, ma da famiglia medio-borghese, imparentata con i Berlinguer. Era cugino di terzo grado di Enrico, e per quanto capitati su fronti decisamente avversi, i due si rispettarono sempre per tutta la vita. Quando il cugino divenne il segretario del più grande Partito Comunista d’occidente, Cossiga entrò nel giro dei democristiani che contavano, quelli a cui andavano gli incarichi di governo più ambiti e prestigiosi.
con Aldo Moro
Fu il più giovane sottosegretario alla difesa di sempre, alle dipendenze del Ministro Andreotti nel terzo Governo Moro, nel 1966. Da lì in poi fu una irresistibile ascesa. Uomo da sempre legato all’Esercito, alla Marina (era capitano di fregata) e ai Servizi Segreti (solo alla caduta del Muro di Berlino venne fuori il suo coinvolgimento nell’organizzazione della struttura segreta in funzione anti-sovietica denominata Gladio, nonché nella messa a tacere delle rivelazioni più scottanti circa il Piano Solo del Generale De Lorenzo), le sue competenze ministeriali andarono sempre equamente ripartite tra l’Interno e la Difesa.
Se la famiglia Cossiga aveva potuto esibire a buon diritto una indiscutibile patente di antifascismo dopo la fine della guerra, il suo rampollo Francesco fu spesso accusato di metodi fascisti nell’esercizio delle sue funzioni. Negli anni settanta, il suo nome veniva scritto sui muri d’Italia con la K e la doppia S runica, a richiamare le Shutzstaffeln di Hitler. Non si faceva scrupolo di usare metodi repressivi nei confronti delle ricorrenti manifestazioni studentesche che alla metà degli anni settanta infiammavano le città italiane.
E’ rimasto famoso l’uso dei mezzi meccanizzati dell’esercito contro gli universitari a Bologna, dopo l’omicidio del militante di Lotta Continua Lorusso, o la disposizione successiva che vietava per un lungo periodo manifestazioni pubbliche. Disposizione disattesa, per la reazione al mai chiarito omicidio della militante radicale Giorgiana Masi a Ponte Garibaldi a Roma, che dette il via ad un ritorno di fiamma negli scontri con le forze dell’ordine.
Ma il destino del Cossiga Ministro dell’Interno non fu segnato da questi eventi, bensì dall’esito del sequestro Moro. Cossiga reagì fulmineamente ai fatti di Via Fani nominando ben due comitati di crisi e scatenando una caccia all’uomo che purtroppo non dette esito. Dopo Via Caetani, non appena il cadavere di Aldo Moro fu trovato nel bagagliaio della R4 rossa, Cossiga dette le dimissioni, unico caso simile nella storia della Repubblica. E dimostrò che nell’uomo il cui nome veniva scritto in caratteri runici c’era molto di più che un aguzzino del popolo.
con Margaret Thatcher
L’anno dopo fu nominato Presidente del Consiglio, carica che mantenne per un anno, finché nuovi scandali lo travolsero. Dopo l’estate del 1980 equamente e tragicamente divisa tra la strage di Ustica e quella di Bologna, vennero le accuse (sollevate dal PCI del cugino Berlinguer) di favoreggiamento per l’amico e collega Carlo Donat Cattin, il cui figlio Marco era un terrorista militante che grazie ad una soffiata riuscì a sottrarsi all’arresto e ad espatriare. Cossiga dovette dimettersi, e anni dopo fece anche qualche parziale ammissione di responsabilità in quella vicenda.
Dopo anni opportunamente passati lontano dai riflettori per rifarsi una immagine, all’inizio della Legislatura del 1983 fu nominato Presidente del Senato, funzione che svolse in modo assolutamente notarile, come gli veniva richiesto e come era del resto in alcune delle corde del professore di diritto che in fondo era. E quando nel 1985 al segretario DC Ciriaco de Mita servì trovare un successore a Pertini che ne fosse più distante possibile, ecco venirgli l’idea di far eleggere questa figura ormai incolore, talmente slavata da risultare oggettivamente super partes e assolutamente innocua per un sistema dei partiti che sotto l’apparente floridità (erano gli anni del CAF, Craxi, Andreotti e Forlani) nascondeva già delle crepe consistenti.
L’elezione di Francesco Cossiga a Presidente della Repubblica fu la più veloce della storia, al primo scrutinio e a maggioranza dei due terzi, votato anche da quel PCI che una volta aveva chiesto la sua messa in stato di accusa, e che sarebbe ritornato a farlo. I primi cinque anni del suo settennato furono altrettanto incolori, inodori e insapori dei suoi anni alla Presidenza del Senato. Il calcolo di De Mita sembrava essersi rivelato giusto, e l’uomo che una volta aveva terrorizzato le piazze studentesche e operaie d’Italia adesso sembrava diventato un emulo postumo di presidenti notai come Einaudi, Saragat, Leone.
con Giulio Andreotti
In realtà, poiché non si può fare violenza alla propria storia e al proprio carattere, il temperamento dello statista sardo covava come brace sotto la cenere. Aspettava solo l’occasione giusta, che si presentò subito dopo la caduta del Muro di Berlino, e la fine insieme alla Guerra Fredda di quello che per Cossiga era stato l’avversario di una vita, il nemico da combattere con ogni mezzo, meglio se militare.
Se la Costituzione attribuiva al Presidente della Repubblica il potere di esternazione, di inviare cioè al Parlamento messaggi in cui manifestava il suo pensiero sulle questioni politiche di attualità, Cossiga ne iniziò a fare un uso smodato, e ben presto travalicò quella che era la lettera della carta costituzionale. I suoi discorsi di denuncia del sistema dei partiti e dell’apparato dello Stato sottostante alla politica e al mantenimento dell’ordine pubblico, non più giustificato dalla fine della contrapposizione tra le Superpotenze e troppo costoso per la collettività come l’inchiesta Mani Pulite avrebbe dimostrato di lì a poco, divennero una forza d’urto decisiva per travolgere quel sistema e decretare la fine della Prima Repubblica. L’Esternatore divenne il Picconatore, e i suoi colpi di piccone calarono sempre più inesorabili sui palazzi della politica, di fronte a un paese che cominciava a risvegliarsi e a rendersi conto della corruzione e dell’inefficienza dei suoi rappresentanti.
Le sue polemiche scatenarono reazioni sempre più virulente, andando a prendere di mira non soltanto Parlamento e Governo, ma anche la magistratura (famosa l’invettiva sui giudici ragazzini, a cui dette purtroppo risonanza l’omicidio mafioso del giudice Rosario Livatino) ed il CSM che formalmente presiedeva. Cossiga si ritrovò solo, con l’unica eccezione del Movimento Sociale Italiano, che orfano del segretario storico Giorgio Almirante e sotto la fresca leadership del giovane rampante Gianfranco Fini vide nel sostegno al Presidente l’occasione finalmente per sdoganarsi ed entrare nell’arco costituzionale.
Dopo lo scalpore suscitato dalle rivelazioni su Gladio (o Stay Behind, come era chiamata negli ambienti della NATO) e uno scontro frontale con l’intero sistema politico in cui non c’era più esclusione di colpi, alla fine del 1991 vari esponenti del PCI, dei radicali e di altre forze politiche più o meno dell’area di sinistra presentarono in Parlamento mozioni per la sua messa in stato di accusa, prendendo a pretesto proprio la vicenda Gladio, ma in realtà avvertendo la necessità di regolare i conti con il Picconatore a trecentosessanta gradi. Il 3 febbraio 1992 la commissione parlamentare giudicante dispose l’archiviazione dei procedimenti, per manifesta infondatezza.
Per il Presidente della Repubblica non ci fu tempo né bisogno di cantare vittoria. Due settimane dopo, un giovane magistrato della procura di Milano, tale Antonio Di Pietro sorprendeva il mariuolo Mario Chiesa con le mani in una tangente nel Pio Albergo Trivulzio. Nessuno lo sapeva ancora, ma era cominciata Mani pulite, che avrebbe travolto in un anno e mezzo la Prima Repubblica italiana e quasi tutti i partiti che le avevano dato vita. E se la gente si dimostrò desiderosa di vedere l’esito dell’inchiesta fino al punto di sconfinare nel tifo da stadio, fu anche grazie alla preparazione dell’opinione pubblica operata dalle picconate di Francesco Cossiga.

Il quale decise improvvisamente di dimettersi il 28 aprile 1992, con due mesi di anticipo sulla scadenza del mandato, ma in tempo utile per consentire che elezioni politiche ed elezione del Presidente non si sovrapponessero. Alla fine il Picconatore era ritornato al punto di partenza, un costituzionalista preoccupato del corretto funzionamento delle istituzioni. Che dopo di lui, con buona pace di chi l’aveva fatto eleggere perché facesse dimenticare il presidenzialismo di Pertini, non sarebbero mai più state le stesse.

Storia dei Presidenti della Repubblica: Leone e Pertini (1971-1985)

L’Italia nel 1971 era un paese che viveva al buio. Non solo per la imminente crisi economica che avrebbe posto fine al boom degli anni sessanta e avrebbe introdotto nel vocabolario degli italiani la parola austerity, ma anche e soprattutto per la recrudescenza delle attività terroristiche. Gli opposti estremismi, la strategia della tensione ed il debito di sangue pagato ad essi quasi quotidianamente da cittadini e forze dell’ordine stava togliendo al paese molte delle recenti certezze acquisite.
Giovanni Leone
E lo stava spingendo più o meno consapevolmente a destra. In un quadro internazionale, del resto, che a destra ci stava andando a causa della fine dell’epoca della distensione e della Guerra del Vietnam. La Democrazia Cristiana, come già aveva fatto in passato, spostava il suo baricentro interno a seconda degli umori del momento. Il pendolo stava tornando verso il centro, se non verso destra. Le leadership di Fanfani e Moro erano messe in discussione. Era il tempo di uomini per tutte le stagioni (ma preferibilmente non troppo rosse) come gli Andreotti, i Rumor, i Leone.
Già, proprio lui, Giovanni Leone si ritrovò sbalzato agli onori della cronaca e della politica al di là di quelli che erano stati i propri meriti personali. Dopo due settimane e ventitre votazioni senza esito DC e PSI dovettero rinunciare ai propri candidati di bandiera contrapposti, Fanfani e De Martino, e ripiegare su un candidato che urtasse il meno possibile le rispettive suscettibilità. Che fosse il più incolore e istituzionale possibile.
Giovanni Leone veniva da Napoli e dalla professione di avvocato, come Enrico De Nicola di cui era stato tra l’altro allievo. Un uomo per tutte le stagioni, si è detto. Fascista quando la tessera del PNF serviva per esercitare la professione, democristiano quando essa fu sostituita da quella dello scudo crociato con scritto Libertas. Alla Costituente fece parte del "Comitato dei Settantacinque", incaricati della redazione materiale del testo della Costituzione.
Negli anni sessanta fu incaricato di un paio di governi balneari, l’espediente con cui si trascorrevano i mesi intercorrenti tra una crisi di governo e la successiva consultazione elettorale. Quando la DC chiamava, l’avvocato napoletano rispondeva, salvo poi tornare nei ranghi in buon ordine. Quando la DC, nel dicembre 1971, disperata a causa del rischio di perdere la leadership dello schieramento politico di maggioranza lo chiamò, Leone rispose subito. Fu eletto Presidente il giorno prima di Natale, da un Parlamento ormai stremato da quella che a tutt’oggi resta la votazione più lunga della storia repubblicana. Entrò in carica a capo di un paese ancora più stremato, anche se i momenti peggiori erano di là da venire.
Le corna del Presidente rivolte ad un gruppo
di manifestanti che lo contestavano
Leone fu all’inizio un presidente puntigliosamente formale, nel rispetto della lettera della carta costituzionale. Questo formalismo nel sottolineare la sua indipendenza dai partiti, compreso soprattutto quello da cui proveniva, gli tolse ben presto simpatie in tutto l’arco costituzionale. E quando per lui vennero i momenti difficili, nessuno alzò la voce a difenderlo.
Mentre il paese sprofondava sempre di più negli Anni di Piombo ed il pendolo politico tornava ad oscillare verso sinistra (nel 1976 il PCI raggiunse il suo massimo storico, arrivando quasi ad eguagliare la DC), si diffuse la leggenda nera di un Presidente privo di stile, una macchietta tratta dalla peggiore iconografia partenopea, capace di fare le corna come un guitto qualsiasi di fronte a un corteo di studenti che gli gridava contro slogan non certo benevoli. Ma furono altre le voci che affossarono definitivamente la sua immagine. Lo scandalo Lockeed scoppiato nel 1974, che vide incriminati ministri del governo di allora per corruzione nell’acquisizione di aerei dall’industria americana omonima, arrivò alla fine a coinvolgerlo.
Fu una delle inchieste all’italiana, che non arrivano mai in fondo, ma grazie al lavoro di giornalisti coraggiosi come Camilla Cederna, ai colleghi dell’Espresso ed al Partito Radicale di Marco Pannella ed al Partito Comunista di Enrico Berlinguer (per il quale allora la questione morale era un punto cardine), ci furono presto ben pochi dubbi che l’Antelope Cobbler di cui si parlava nelle carte dell’indagine altri non fosse che il capo dello stato.
Seguirono le accuse di malversazioni varie, tra cui quelle legate al tenore di vita eccessivo, e a carico pubblico, della famiglia presidenziale. La famiglia Leone venne descritta in vari pamphlet (tra cui il famoso “Giovanni Leone: la carriera di un presidente” di Camilla Cederna) come una torma di cavallette che costavano all’erario cifre già all’epoca esorbitanti. Il Presidente chiese sostegno al suo partito, ed al governo l’autorizzazione a difendersi in sede legale. Per tutta risposta, il Presidente del Consiglio Andreotti gli negò tale autorizzazione e lo lasciò solo al centro della tempesta politica. Nei primi mesi del 1978 Leone rimase incerto se presentare le dimissioni anticipate, liberando la scena politica dalla sua presenza ormai discreditata.
La spinta decisiva gliela dette il delitto Moro. Il paese sconvolto chiedeva una svolta. Gli Anni di Piombo e della corruzione erano al culmine. Il 15 giugno 1978 Giovanni Leone annunciò agli italiani le sue dimissioni, con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza. A fine giugno, il Parlamento che si riunì in seduta comune doveva dare una risposta agli italiani che andasse ben al di là dei soliti schemi politici e della salvaguardia dei soliti equilibri. Serviva un uomo che per il suo prestigio personale fosse capace di rilanciare l’immagine delle istituzioni stesse, di disperdere la cappa di piombo che si era distesa sul paese con un segnale di pulizia e di speranza. Per fortuna, quell’uomo c’era.
Sandro Pertini
Dopo sedici scrutini a vuoto, DC, PCI e PSI si misero d’accordo per una figura carismatica e rispettata da tutti. Sandro Pertini, Sei condanne e due evasioni, era la bandiera del Partito Socialista, della Resistenza al nazifascismo, delle istituzioni repubblicane stesse. Mai un leader carismatico nel suo partito, ma un uomo coraggioso e leale in tutto quello che aveva fatto. Ex Presidente della Camera, fu eletto al Quirinale con quella che resta a tutt’oggi la più ampia maggioranza nella storia italiana, 832 voti su 995. Il paese non tardò a ringraziare. Con i suoi modi schietti ed il suo essere sempre e comunque dalla parte della gente senza per questo sminuire le istituzioni di cui faceva parte, lo resero subito quella figura paterna che tutta l’Italia cercava, nel buio di quegli anni.
“Se non vuoi mai smarrire la strada giusta, resta sempre a fianco della classe lavoratrice nei giorni di sole e di tempesta”, fu uno dei suoi primi discorsi in pubblico, all’Italsider di Savona, sua città natale. Sempre dalla parte del popolo, sempre dalla parte delle istituzioni. Come mai nessuno prima e dopo di lui. Nel 1979 fu il primo a dare l’incarico di governo ad un non democristiano, il segretario socialista Craxi. E fu anche pronto a rispedirlo a casa a cambiarsi, allorché gli si presentò davanti in jeans.
Sempre pronto ad accorrere, a nome proprio e dello Stato, sul luogo dove qualcuno aveva sofferto o rimesso la vita, divenne ben presto il “Presidente dei funerali”, il “Presidente che baciava la bandiera”. Fu il Presidente più irrituale della Storia. L’unico di cui gli italiani sentono a tutt’oggi il rimpianto e la mancanza. Più ancora irrituale di lui fu la First Lady, sua moglie Carla Voltolina, ex partigiana a sua volta, che rifiutò sempre di trasferirsi al Quirinale, luogo dove il suo stesso marito si adattò a vivere con difficoltà, soltanto per rispetto alle istituzioni.
Sull'aereo di ritorno da Madrid con la
Coppa del Mondo, Zoff, Causio e Bearzot
Fu il Presidente che passò la notte al pozzo di Vermicino, rappresentando l’angoscia impotente di noi tutti di fronte agli infruttuosi tentativi di salvare il piccolo Alfredo Rampi. Fu il Presidente che urlò a nome di tutti noi al gol di Tardelli al Santiago Bernabeu “è fatta, non ci riprendono più!”. Fu il Presidente che riportò a casa sul suo aereo, lo stesso su cui aveva giocato la famosa partita a carte con Bearzot, Causio e Zoff, le spoglie mortali di Enrico Berlinguer stroncato da un malore durante il suo ultimo comizio. Fu il Presidente che seppe commemorare tutte le vittime della Mafia e del Terrorismo senza dire mai una sola parola banale, facendo sentire per la prima e unica volta lo Stato veramente vicino a famiglie sconvolte e cittadini affranti.

Fu il Presidente che quando riconsegnò il potere nel 1985, oltre ad aver scritto l’ultimo leggendario capitolo di una vita già leggendaria prima del Quirinale, non fu ringraziato per aver salvato la Repubblica, la democrazia, l’Italia stessa, nel momento più buio della sua storia. Ma la gente lo ringrazia ogni giorno, e lo rimpiange ancora di più. C’è solo un Presidente. Il suo nome è, e sarà sempre, Sandro Pertini.

Storia dei Presidenti della Repubblica: Segni e Saragat (1962-1971)

Antonio Segni era un rampollo di una nobile famiglia sarda, le cui origini rimontavano addirittura al patriziato genovese dal 1752. Anche lui uscito dalla scuderia di Don Sturzo, e poi fondatore clandestino della Democrazia Cristiana nel 1942, nel 1962 fu il candidato ideale per un partito in cui montava la marea anti-centrosinistra, la coalizione inaugurata quell’anno da Fanfani con il primo governo con il sostegno esterno del PSI.
La destra DC rumoreggiava, c’erano tensioni e pressioni internazionali, il nobile professore di diritto che veniva dalla Sardegna e il cui cuore batteva più a destra possibile sembrò ai vertici DC (guidati da quell’Aldo Moro che prediligeva dare un colpo al cerchio e subito dopo uno alla botte) la scelta migliore e più rassicurante.
Antonio Segni con John Fitzgerald Kennedy
La presidenza di Segni fu in carattere con il personaggio, che entrò subito in conflitto con la parte sinistra dello schieramento politico, soprattutto quella che faceva parte dell’area governativa, dai repubblicani di La Malfa ai socialisti di Nenni. In particolare, l’uomo del Colle era disturbato dal riformismo invocato da questi ultimi. La preoccupazione per quella che lui vedeva come una pericolosa deriva bolscevica lo spinse a prestare ascolto ad un personaggio come il Comandante dell’Arma dei Carabinieri Generale Giovanni De Lorenzo, monarchico e reazionario convinto, che nel marzo del 1964 gli presentò il cosiddetto Piano Solo, elaborato con i vertici delle Forze Armate del momento, che prevedeva la neutralizzazione di più di 700 esponenti di partiti e sindacati di sinistra, l’occupazione dei mezzi di stampa vicini a quell’area politica e la repressione di qualsiasi manifestazione filocomunista. Il Piano, che doveva essere messo in atto teoricamente solo in situazione di emergenza (manifestazioni di piazza, ulteriore avanzata delle sinistre), lasciò Segni fortemente impressionato.
Non è mai stato accertato completamente il coinvolgimento del Capo dello Stato nel Piano Solo, i maggiori storici del periodo concordano nel ritenere che fosse sua unica intenzione utilizzarlo come forma di pressione, spauracchio per le sinistre, per indurle ad uscire dal governo o comunque a ridimensionare i propri progetti riformatori.
Seguirono fasi concitate. Nei mesi successivi De Lorenzo fu notato più volte recarsi a colloquio con Segni al Quirinale. Ci furono scambi di messaggi ed altri segnali che allarmarono forze politiche e opinione pubblica. Il "tintinnare di sciabole", come lo definì Eugenio Scalfari autore della leggendaria inchiesta dell’Espresso sulle attività di De Lorenzo e del SIFAR, l’allora servizio segreto militare, divenne assordante.
Generale Giovanni De Lorenzo
Il 7 agosto Giuseppe Saragat, segretario socialdemocratico, e Aldo Moro, segretario DC e Presidente del Consiglio in carica, si recarono al Quirinale per chiarire la situazione. Al termine del concitato colloquio che seguì, Segni risultò essere stato colpito da trombosi cerebrale. Nessuno ha mai rivelato il contenuto di quel colloquio né ha mai messo in discussione la veridicità dell’impedimento temporaneo di cui si certificò che il Presidente era caduto vittima.
Cesare Merzagora, Presidente del senato, fu fatto in fretta e furia Presidente supplente come voleva la Costituzione. La crisi fu provvidenzialmente risolta dalle dimissioni volontarie di Antonio Segni, che nell’ottobre abbandonò Quirinale e vita pubblica. Lasciandosi dietro un figlio, Mario detto Mariotto, a cui il destino avrebbe lasciato in serbo una carriera accademica e politica altrettanto brillante, oltre all’occasione (lasciata sfumare malamente) di cambiare per sempre la storia politica d’Italia, all’epoca di Mani Pulite.
Non fu facile scegliere il successore di Antonio Segni. Dopo due anni di paventata, e in certa misura anche reale svolta reazionaria, la bilancia tornava a pendere verso la sinistra, e la ripresa di quel progetto politico di centro-sinistra che sembrava al passo con i tempi (erano gli anni della distensione tra le due Superpotenze) e nello stesso tempo l’unico modo di evitare una radicalizzazione della lotta politica che avrebbe portato ad estreme conseguenze, come la vicina Grecia di lì a poco avrebbe dimostrato. C’era soprattutto un uomo in grado di rappresentare tutto questo. Un uomo a cui la socialdemocrazia in Italia doveva molto, se non tutto. Un uomo verso cui la stessa democrazia in quanto tale in Italia nell’estate del 1964 era debitrice.
Giuseppe Saragat era uno di quei giovani borghesi che avevano aderito al socialismo essendo rimasti impressionati dalle condizioni di vita della povera gente, proprio nel momento tuttavia in cui esso stava per cadere vittima delle manganellate delle Camicie Nere di Mussolini. Saragat, piemontese di famiglia sarda, aveva aderito al socialismo riformista di Turati, e non rinnegò mai quella scelta nei tempi successivi. Per quanto amico di Nenni e Pertini, con il quale divise anche la cella della morte a Regina Coeli, non si fece scrupolo a manifestare il suo dissenso verso l’alleanza dei socialisti con i comunisti, il cosiddetto Fronte Popolare costituito in vista delle elezioni politiche del 1948.
Giuseppe Saragat
Con quella che è passata alla storia come la scissione di Palazzo Barberini, uscì dal PSI e dette vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, in seguito Partito Socialista Democratico Italiano, che si alleò con la DC e si allineò alla sua politica di fedeltà al Piano Marshall ed al Patto Atlantico con gli USA, posizione che il PSDI avrebbe mantenuto fino alla fine dei suoi giorni, cinquant’anni dopo. Tutto ciò causò una temporanea rottura dei rapporti con Nenni e gli altri amici socialisti, che lo gratificarono di appellativi quale social-fascista, rinnegato e traditore, ma gli valse a gioco più lungo dei crediti da riscuotere allorché la tensione della Guerra Fredda si allentò, arrivò la stagione del centro-sinistra ed il PSI, passata la sbornia frontista, approdò nel campo dei partiti di governo.
Nel 1964 insomma Saragat era un padre benemerito della Repubblica e, lo si intuiva più che saperlo, il recente salvatore della democrazia in Italia. Fu eletto al ventunesimo scrutinio, decisivi furono i voti di socialisti e comunisti ben felici di approfittare delle spaccature interne alla DC, dove i cavalli di razza Fanfani, Moro ed Andreotti si facevano una guerra senza esclusione di colpi. La sua presidenza, che coincise con l’esplosione del ’68, dell’autunno caldo e con l’inizio della strategia della tensione a Piazza Fontana, fu tutto sommato abbastanza incolore. L’unica nota di colore venne semmai dalle storielle che si raccontavano a proposito della sua propensione per il buon vino della sua terra, il Barolo. Fu una presidenza neutra, ricondotta nell’alveo disegnato dai padri costituenti, che voleva un capo dello stato in funzione esclusivamente di rappresentanza all’estero e notarile all’interno, dopo i tentativi di Gronchi e soprattutto di Segni di assumere un peso politico imprevisto e indebito.

L’uomo che riconsegnò le chiavi del Quirinale nel 1971 era comunque un uomo invecchiato, superato dai tempi nuovi come del resto buona parte della sua generazione e della intera classe politica. Non ci fu tempo di ringraziarlo per i suoi trascorsi, né per lo stile con cui aveva retto la massima carica dello Stato. Il peggio doveva ancora venire. E stava rapidamente arrivando.

Storia dei Presidenti della Repubblica: da De Nicola a Gronchi (1946-1962)

Il 2 giugno 1946 il popolo italiano avente diritto al voto (donne comprese, per la prima volta nella storia d’Italia) stabilì che la forma di governo della Nazione non sarebbe stata più una monarchia, ma bensì una repubblica, ed elesse una Assemblea con l’incarico di elaborare una nuova Costituzione che sostituisse il glorioso, ma logoro e non più adatto ai tempi Statuto Albertino. Conseguentemente, Umberto II di Savoia il Re di Maggio si caricò sulle spalle le colpe di tutta la sua reale famiglia e si imbarcò per un esilio da cui non sarebbe più tornato (l’avrebbero fatto i suoi eredi molti anni dopo), a Oporto, in Portogallo.
Umberto II di Savoia
Il suo posto al Quirinale fu preso, come capo dello Stato provvisorio e di fatto primo Presidente della Repubblica Italiana, da un avvocato napoletano che aveva già avuto esperienza politica e ricoperto cariche istituzionali nell’Italia prefascista. Enrico De Nicola era un predestinato, un primo in molte cose, e lo fu anche nel cursus honorum politico. Dal 1920 era stato Presidente della Camera dei Deputati nell’ultima legislatura prima dell’incarico di governo a Mussolini. Come molti liberali, inizialmente De Nicola aveva visto nel futuro Duce un freno provvidenziale alla marea rossa, un male necessario, ma minore rispetto ai tempi che correvano. Come molti liberali, tra cui il suo conterraneo ed amico Benedetto Croce, dovette ricredersi più o meno all’epoca del Delitto Matteotti, e ritirarsi in un Aventino lungo più di vent’anni.
Decaduto nel 1924 per non aver prestato giuramento ad uno Stato che ormai prescriveva di indossare la camicia nera, arrivò con la reputazione intatta al dopoguerra, e parve ai costituenti la persona ideale per rappresentare un paese emerso da un disastro e profondamente spaccato nelle sue varie anime: i monarchici che contestavano brogli nel referendum, le sinistre che subivano la pericolosa deriva sovietica e che però avrebbero accettato un liberale di prestigio (il primo candidato era stato lo stesso Croce), le destre e la neonata DC che volevano la maggior continuità possibile con lo stato sabaudo (il candidato era stato Vittorio Emanuele Orlando, il presidente del consiglio della vittoria nella prima guerra mondiale).
De Nicola fu la soluzione di compromesso, che consentì alla Repubblica di uscire dalla delicata fase post partum (in quegli anni peraltro si calcolava che quattro neonati su dieci non superassero le prime settimane di vita), e che malgrado avesse neanche tanto segretamente sperato di essere riconfermato nelle elezioni presidenziali successive al 1° gennaio 1948 (data di entrata in vigore della Costituzione), finì per abbandonare il Quirinale con stile migliore di diversi suoi successori. Primo senatore a vita della repubblica, divenne dapprima Presidente del Senato
e poi nel 1955 primo Presidente della neonata Corte Costituzionale. Un cursus honorum difficilmente superabile, anche nei tempi a venire.
Enrico De Nicola
La Costituzione del 1948 stabiliva (e stabilisce tutt’ora) che il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune presieduto dal Presidente della Camera dei Deputati e con l’aggiunta dei delegati dei Consigli Regionali, tre per ogni regione meno la Val d’Aosta che ne esprime solo uno. L’art. 83 della Costituzione fu voluto espressamente così dai Padri Costituenti, preoccupati di evitare che nell’Italia post-fascista si ricostituisse un Esecutivo forte. La Repubblica doveva essere parlamentare, non presidenziale. Il Presidente e il governo dovevano essere eletti dal Parlamento, non da una investitura popolare diretta (come nelle principali democrazie occidentali), perché non succedesse in futuro che una folla volubile cadesse di nuovo preda di demiurghi contro i quali la fragile democrazia italiana non sarebbe stata forse più forte del regno sabaudo.
Il problema era che la legge costituzionale che regola l’elezione del Presidente, nell’intento di farne una figura condivisa da tutte le forze politiche e super partes, richiede per questa elezione una maggioranza di due terzi per le prime tre votazioni, e comunque una maggioranza assoluta dalla quarta in poi. E siccome in Italia la maggioranza assoluta non l’ha mai avuta nessun partito (anche beneficiando dei cosiddetti premi di maggioranza), il Presidente della Repubblica è sempre stato frutto di compromessi faticosissimi. 
Il successore di De Nicola fu il giornalista economista Luigi Einaudi, ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Torino. La DC che nel 1948 subiva la fortissima e indiscussa leadership di De Gasperi ed il candidato prescelto che per i suoi trascorsi filo-socialisti turatiani era ben visto dal Fronte Popolare socialcomunista consentirono l’elezione di Einaudi al quarto scrutinio. Era comparso il fenomeno dei franchi tiratori, che avrebbe funestato le elezioni successive, ma si trattò ancora di un fenomeno circoscritto.
Luigi Einaudi
Luigi Einaudi era un economista liberal, non certo un keynesiano. Lo Stato doveva rimanere fuori dell’economia, della sua collaborazione con la rivista Critica Sociale di Filippo Turati era rimasto poco o nulla all’epoca della sua maturità politica e della sua presidenza. Il suo liberismo esaltava l’iniziativa privata, e andava a pennello per un paese che doveva affrontare il problema della Ricostruzione. La sua frase storica, “I guai cominciano quando si spende una lira in più di quello che si guadagna”, dettò anche un modello di comportamento per Governo e Pubblica Amministrazione che non sarebbe stato destinato ad avere seguito negli anni a venire.
Nel 1955, non c’era più De Gasperi al timone della Democrazia Cristiana, ma bensì l’enfant prodige dell’epoca, Amintore Fanfani, esponente della corrente di sinistra. E dalla sinistra DC andò a pescare il candidato presidente. Giovanni Gronchi era uno che veniva da lontano. Toscano di Pontedera, era stato esponente di spicco del partito Popolare di Don Sturzo, uno dei triumviri che resse il partito dopo che il prete scomodo fu costretto alle dimissioni dal Vaticano. Partecipò all’Aventino e fu dichiarato decaduto da parlamentare dalle leggi fascistissime. 
Giovanni Gronchi
Nel 1942 fu tra i partecipanti agli incontri segreti da cui prese il via la Democrazia Cristiana, di cui fu esponente all’Assemblea Costituente. Fu Presidente della Camera dei Deputati, e alla metà degli anni cinquanta era un esponente di spicco di quella corrente DC che guardava con antipatia agli alleati americani e con simpatia al PSI, che si cercava di separare dai compagni comunisti in un’ottica già proiettata verso il centrosinistra.

Gronchi fu eletto al quarto scrutinio, e fu il presidente dell’Italia che si avviava verso il boom economico. Giovanni al Quirinale, e Giovanni (XXIII) in Vaticano assicurarono all’Italia un periodo in cui speranza e fiducia sembravano aprire orizzonti assai rosei. L’idillio era tuttavia destinato a finire presto. Il Presidente Gronchi venne ben presto chiacchierato per sue presunte partecipazioni ad affari economici da cui la sua alta carica avrebbe dovuto tenersi fuori, e per un atteggiamento complessivo a volte fin troppo disinvolto. 
Ma soprattutto, il centrosinistra si dimostrò un affare molto più complicato del previsto da condurre in porto, non solo per le resistenze americane, ma anche per quelle interne. Nel 1960 incaricò del governo uno dei suoi DC di sinistra, Fernando Tambroni, che nella situazione conflittuale che viveva il partito in quel momento non trovò di meglio che andare a cercare i voti necessari per la maggioranza a destra, in quel M.S.I. che aveva raccolto l’eredità fascista di Salò. Gli scontri violenti che ne seguirono in tutta Italia furono la pietra tombale sulle ambizioni di rielezione di Gronchi, che nel 1962 raccolse i voti soltanto di pochi franchi tiratori.

martedì 9 giugno 2015

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: L'Aeroplanino se ne va

Arrivò in pieno marasma, ed in pieno marasma se ne va. Nel luglio 2012 la Fiorentina era soltanto un mucchio di buone intenzioni, o forse soprattutto un mucchio di incubi da cui allontanarsi prima possibile. Per due anni vari personaggi avevano cercato di rimettere insieme i cocci rotti nella vicenda Prandelli, senza riuscirci. A Moena nel luglio 2012 non c’era il numero legale per fare partitelle amichevoli di calcio a cinque. Vincenzo Montella ebbe pazienza, e fu ripagato.
I Della Valle sono un fenomeno imprenditoriale che andrebbe studiato a fondo. Gestissero tutte le loro imprese così come gestiscono – o lasciano gestire – la Fiorentina, probabilmente a quest’ora a malapena riuscirebbero a produrre e vendere infradito. Da quando sono nel calcio, la programmazione – quella cosa che tiene a galla al loro pari imprenditori molto meno accreditati di loro – è una parola per loro sconosciuta. Ma quando si trovano con le spalle al muro, riescono in pochi giorni a inventare squadre. Lo fecero nell’estate del 2012, dieci anni dopo il primo miracolo (o presunto tale) seguente al fallimento di Cecchi Gori.
Montella, che aveva creduto forse di aver sbagliato località per le vacanze, si ritrovò di punto in bianco una squadra. E che squadra. La Fiorentina fu la rivelazione del campionato successivo. Il calcio spagnolo trapiantato in Italia, ed allora il calcio spagnolo era il Vangelo secondo Matteo. L’anno dopo cominciò il difficile. Persi Jovetic e Llajic sull’altare delle plusvalenze e delle illusioni di due ragazzi convinti di essere fuoriclasse, la società gli mise in mano due scommesse, Pepito Rossi e Mario Gomez. Due ex ragazzi convinti di poter essere ancora all’altezza di se stessi. L’asticella si alzò, ma si alzarono anche le aspettative di dirigenza e tifosi.
La scoperta di avere in casa un fenomeno come Cuadrado coprì buona parte delle lacune aperte dagli infortuni di Gomez e Rossi. La Fiorentina arrivò a lambire il calcio che conta, lasciando una bella impressione di sé insieme alla suggestione di pensare che con un po’ più di fortuna e pochi ritocchi il calcio che conta le avrebbe detto “prego, si accomodi”. Peccato che quei ritocchi lo erano solo per chi si intendeva di bilanci, non per chi si intendeva di calcio vero. “Brillante” di nome e non di fatto, la Fiorentina che mieteva successi nei tornei estivi vendicando addirittura un vecchio conto aperto con il Real Madrid fu bruscamente ridimensionata già alla prima uscita seria all’Olimpico di Roma.
Difficile dire se fu Montella ad amplificare le lacune viola, oppure furono le lacune viola a disamorarlo all’avvio di una stagione che doveva essere quella decisiva. Per lui, per noi, per tutti. Il girone di andata fu in pratica una polemica a distanza tra il mister ed i suoi datori di lavoro, convinti di avergli messo in mano una squadra più forte di quella che lui riusciva a schierare in campo. A gennaio, quando dal cilindro della cessione di Cuadrado saltò fuori la briscola Salah, il clima era compromesso. La squadra cominciò a volare, almeno per un paio di mesi. Ma il mister forse faceva fatica a gioire della ritrovata sintonia con il suo lavoro attuale. Faceva fatica perché si immaginava già altrove, proprio mentre il mondo era costretto ad accorgersi della Fiorentina.
Ne ha di strada da fare Vincenzo Montella prima di diventare un top mister. Lo ha dimostrato nel momento cruciale, dopo Pasqua, quando tutti i giochi entrarono nella fase decisiva e tutti i nodi vennero al pettine. Non era convinto di reggere su tre obbiettivi, Vincenzo Montella. Forse non si inventò nulla per riuscirci malgrado tutto. Di sicuro società e tifosi non gli perdonarono di non esserci riuscito, anche se forse in mancanza di meglio avrebbero continuato ad affidarsi a lui.
O per meglio dire, i tifosi di sicuro. La società chissà. Quando i Della Valle prendono qualcuno sulle scatole, a torto o a ragione, non c’è più niente da fare. Prandelli fu liquidato la notte della vittoria a Liverpool. Montella viene esonerato nel momento in cui si dovrebbero programmare pochi, misurati acquisti per ridare l’assalto al Gotha del calcio italiano ed europeo. A metà giugno, qualunque siano le motivazioni che hanno spinto la proprietà a prendere questa decisione, questo significa compromettere forse la campagna acquisti per la prossima stagione, e quindi la prossima stagione stessa.
Adesso si scateneranno dellavalliani e montelliani. Ma c’è qualcosa che non va, qualcosa che ricorre, il male oscuro di questa Fiorentina che non sa o non vuole decollare. Mondonico che si dispera la notte dello spareggio vittorioso con il Perugia, Prandelli che si stacca da Firenze la notte di Liverpool, Montella che esce di scena malamente dopo giorni di scazzi a distanza a mezzo stampa con una società che per il terzo anno consecutivo guarda anche grazie a lui dall’alto società ben più blasonate e perfino l’arrogante e pompatissimo Napoli. C’è qualcosa nell’anima di questa Fiorentina che si rifiuta di crescere, di maturare. E siccome i suoi padroni sono gente che ormai va per i sessant’anni o c’è già arrivata, è difficile pensare che a quell’età si facciano ulteriori maturazioni.
Non si tratta di difendere Montella, che magari sa già bene dove andare l’anno prossimo, e che quantomeno si ritrova nella peggiore delle ipotesi uno stipendio già pagato. Si tratta di scongiurare la perdita di altri due anni. Con personaggi improbabili come questo Paulo Sousa che sembra tanto – con rispetto parlando - un Ottavio Bianchi in versione portoghese, o con altre improvvisate del genere. Per poi magari ritrovarsi tra un po’ a stipendiare il terzo allenatore – il Delio Rossi della situazione – che venga di corsa a salvare il salvabile.

Tutto questo non lo trovate nel comunicato dell’ACF Fiorentina. Ma è un film già visto. E come le repliche del vecchio, glorioso cinema Universale, ormai forse lo abbiamo visto troppe volte.

venerdì 5 giugno 2015

Il signor Rossi va al raddoppio



“Abbiamo vinto perché abbiamo governato bene, esiste un modello toscano”. Bisognerà che prima o poi qualcuno obblighi i vertici del Partito Democratico a frequentare quanto meno dei corsi di comunicazione, e magari altre materie fondamentali tra quelle delle scienze sociali ed economiche. Le parole del neo-rieletto governatore Rossi non si discostano peraltro da quelle consegnate ai mass media un po’ dovunque – a livello sia nazionale che locale – dai suoi compagni di partito. La parola d’ordine è, Liguria a parte (sarebbe troppo perfino per il PD) celebrare la vittoria, a costo di sacrificare completamente la realtà.
Alla fine è 5-2, secondo la metafora calcistica escogitata da un Renzi evidentemente a corto di argomenti.
Quando si ricorre al calcio, vuol dire che politicamente siamo alla frutta. Ma nel Partito che celebra il secondo anno di governo nazionale sia pure in coabitazione forzata, il primo del suo nuovo segretario strappato al Comune di Firenze, l’altra parola d’ordine è: contano solo i numeri. Che notoriamente di per sé sono freddi e per niente comunicativi. Ma che si prestano a tutte le letture consentite dalla fantasia non appena si esce dal ristretto ambito della matematica, che com’è noto è una delle poche se non l’unica scienza esatta.
Così, alla faccia della buon’anima di Pirro il proverbiale Re dell’Epiro alla fine sconfitto dai Romani dopo alcune iniziali batoste (ma c’è qualcuno nel PD che ha un’idea di chi fosse?), dopo il voto del 31 maggio nel centrosinistra si celebra una vittoria che forse nessuno, appena al di sotto dei vertici e delle loro clientele, riesce a considerare tale.
A livello nazionale, mentre la magistratura prosegue il suo risveglio da un torpore che durava almeno dal Giurassico continuando a riservare attenzioni non si sa quanto gradite a Matteo Renzi ed al partito che guida e presentandogli diversi conti maturati nel breve, nel medio ed anche nel lungo periodo, il povero Matteo è costretto a ricorrere ad artifici di bassa lega presentandosi prima alle nostre forze armate di stanza in Afghanistan con indosso una mimetica che ai suoi tempi non ha vestito per servizio di leva nemmeno per mezza giornata. Poi a perorare la causa del suo centrosinistra allargato, che vacilla sotto i colpi di Mafia Capitale prima e dell’elettorato poi.
La luna di miele del Belpaese con il Nuovo Che Avanza è terminata. Sotto i colpi dell’azione di governo del Rottamatore, che hanno prodotto finora sconquassi degni di una Fornero a fronte di risultati degni di un Monti, gli elettori hanno scelto la via della protesta e soprattutto quella del mare. Restano rosse le regioni che ne hanno fatto un debito kharmico, più la Puglia che per dimenticare Vendola aveva da scegliere tra Michele Emiliano (la faccia pulita del PD) e Raffaele Fitto (il centrodestra che non ha più faccia), e la Campania che non ha capito che con la Legge Severino Vincenzo De Luca non può fare il presidente, ma che in compenso ha capito benissimo come funziona il partito democratico e ha intenzione di divertircisi. Resta alla destra il Veneto, dove il capitale della Lega Nord è talmente forte da sopportare la secessione di Tosi. Passa alla destra la Liguria, dove probabilmente cinque anni di alluvioni selvagge a Genova e dintorni sono più esemplificativi di qualunque altra sciocchezza detta o fatta dalla sinistra.
Nel complesso, sono circa due milioni i voti persi da Renzi & C. dopo un anno di quello che Rossi chiama buongoverno. Ed è proprio la Toscana, malgrado i trionfalismi scappati di bocca al suo governatore-bis ed ai suoi addetti stampa, ad offrire il caso più emblematico. Cinque anni fa, malgrado un avvio stentato, Rossi vinse su un candidato forte della destra come l’ex sindaco di Castiglione della Pescaia Monica Faenzi con una percentuale maturata soprattutto nella mattinata del secondo giorno di voto, quando fu trascinato ai seggi praticamente chiunque si reggesse appena in piedi. Alla fine risultò aver votato il 60% degli aventi diritto, e di questi oltre il 59% preferì l’ex sindaco di Pontedera ed ex assessore alla sanità regionale, contro il 34% della Faenzi.
Dopo cinque anni di buongoverno secondo il modello toscano, per dirla con il Presidente, la situazione vede la percentuale dei votanti scesa a poco più del 48%. Troppo più appetibili evidentemente il ponte del 2 giugno e la concomitanza con il Motomondiale al Mugello. Difficile dar torto peraltro ad una popolazione in età da voto evidentemente stremata da cinque anni al termine dei quali, dati alla mano, la sanità (c’è chi dice praticamente l’unico motivo per cui ormai esistono le Regioni) è ridotta – malgrado la propaganda della stessa amministrazione regionale – a servizi sempre meno comprensivi in termini di prestazioni e peraltro sempre più costosi; l’economia consiste nel registro delle grandi, medie e piccole imprese che ogni giorno chiudono o passano di mano (anche grazie al ritardo ingiustificato ed ingiustificabile dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione), e non certo ad una imprenditoria – chiamiamola così – italiana; la convivenza sociale viene messa a dura prova da certe scelte oggettivamente estreme dell’amministrazione regionale stessa, quali l’espressione di una disponibilità a dare ricetto a qualunque tipo di immigrazione, a prescindere dalla sua connotazione rientrante tra quelle espressamente previste dalla Costituzione, con costi per la collettività locale che la collettività stessa evidentemente non può sopportare, come dimostrano peraltro i continui tagli ai servizi pubblici operato dal governatore rieletto e dalla sua amministrazione. Per non parlare di certe recenti fotografie che forse sono apparse un bel messaggio politico sia a chi si è messo in posa per farsele fare sia a chi le ha scattate, ma che hanno – crediamo - soltanto ottenuto il risultato di esasperare a gratis una cittadinanza che ormai chiede soprattutto sicurezza, sia nel settore dell’ordine pubblico che negli altri.
Morale di questa favola, di quel 48% solo il 48% ha ritenuto opportuno ripetere la scelta del 2010, tracciando il segno sul nome del candidato Enrico Rossi. In pratica, un elettore su quattro, e solo grazie ad una legge elettorale opportunamente revisionata nel disinteresse generale dell’opinione pubblica ciò frutta al PD 24 consiglieri come nella precedente legislatura.
Claudio Borghi
In compenso, oltre ad un Movimento Cinque Stelle che ha confermato la sua presenza consistente nella regione più rossa d’Italia (15% con Giacomo Giannarelli), è esploso dal nulla (rispetto alle precedenti elezioni, ma non certo al disagio sociale dopo di esse ulteriormente maturato) il 20% della Lega Nord, presentatasi in Toscana a sostegno del candidato Claudio Borghi, milanese, docente alla Bocconi, quanto di più estraneo alla realtà toscana tradizionale poteva esserci. Eppure capace di intercettare alla guida locale di un movimento assolutamente finora non toscano una protesta sociale e politica clamorosa, e suscettibile di ulteriore incremento in un futuro in cui le cose non dovessero cambiare, ed il modello di governo restasse quello che ha ridotto lo zoccolo duro del PD ai minimi termini.
La prossima volta, continuando così le cose, le elezioni potrebbero capitare in epoca non adatta alla balneazione, e alla disperazione ed allo scoramento dell’elettorato toscano al posto di Rossi Enrico potrebbe risultare appetibile piuttosto che Rossi Valentino qualche altro soggetto che si è dimostrato capace di parlare al cuore ed alla testa della gente usando temi e linguaggio tratti dalla realtà, e non dalle favole o dalle veline di partito.
Chissà se a Palazzo Sagrati Strozzi, terminate le celebrazioni di prammatica, qualcuno sta analizzando anche questo dato. Chissà come sarà la Toscana nel 2020, dopo altri cinque anni di modello di governo toscano.

VIOLA NELLA TESTA E NEL CUORE: Della Valle - Montella, la commedia delle parti



A quanto sembra, l’ovazione finale del Franchi al termine di Fiorentina – Chievo ha messo in seria crisi un Vincenzo Montella che aveva già da giorni cominciato a salutare amici e conoscenti fiorentini, in vista di una partenza per le ferie da cui non avrebbe dovuto fare ritorno. La dimostrazione di affetto da parte della tifoseria viola ha spazzato via dentro di lui certezze maturate ed accumulate attraverso i mesi, da quando scese in campo all’Olimpico di Roma con una “formazione Brillante” a quando rispose per le rime ai fischi di uno stadio che si era illuso di vincere finalmente un trofeo, l’Europa League, e si era poi adirato di non poterne neanche uscire a testa alta.
Da mesi circolano le voci di un Montella stanco del progetto viola che non decolla, e che aveva già spinto – con le buone o con le cattive, non lo sapremo mai – il suo predecessore Prandelli “a cercarsi un’altra squadra”. E dunque, in questo scorcio di primavera 2015 si riapre il celebre dibattito: “pole il progetto dei Della Valle dirsi di decollare”?
Sullo sfondo scorrono i nomi di tutti gli allenatori attualmente in attività o presunti tali, accostati o prima o dopo alla panchina viola che tutti ritengono ormai orfana del Montella Fuggiasco. Unica eccezione, i poveri Bruno Pesaola e Giovan Battista Fabbri, che avendoci lasciati per miglior vita hanno dovuto restituire il patentino alla Federazione e non potrebbero anche volendo usufruire di una deroga, pace all’anima loro. Gli altri ci sono tutti, compreso un Prandelli 2 Il Ritorno ed uno Spalletti a Stipendio Ridotto. Fantacalcio, Fantamercato, Fantagiornalismo.
Nel frattempo, l’unica cosa certa è che la Fiorentina – società che soffre di enormi lacune nel settore della comunicazione mediatica fin dai tempi della famosa maledizione del Mago di Prato e che ha visto crescere queste lacune in modo esponenziale nell’era dei per altri versi modernissimi imprenditori marchigiani -  ha ripreso a parlare con un, fino a prova contraria, proprio dipendente a mezzo di comunicati stampa.
In medio stat virtus, dicevano gli Antichi Romani. La verità, la ragione stanno nel mezzo. Allora a chi credere, al celebre aforisma dellavalliano secondo cui “i contratti si rispettano” (e Montella se non andiamo errati ne ha ancora uno in vigore della durata di due anni)? Oppure a quanto si evince tra le righe della dichiarazione del fratello minore Andrea, che sembra quasi sollecitare alla firma un nuovo allenatore indeciso se venire a Firenze piuttosto che richiamare un proprio dipendente al rispetto di quanto già pattuito?
Dall’altra parte gli risponde il mister di Pomigliano d’Arco, il quale anziché godersi le strameritate vacanze passa più tempo con i giornalisti che con la famiglia, impegnato ad accreditare la propria immagine di parte soccombente in un progetto che se è venuto meno, non lo ha fatto di certo per colpa sua. Da ambo le parti si parla di correttezza, di non illudere la gente, di mantenere fede agli impegni presi a suo tempo, e semmai di farlo con rinnovata energia.
E’, ci sia consentito dirlo, una commedia delle parti a cui Firenze ha già assistito in passato, e che ormai conosce bene. La realtà, probabilmente, è che queste due parti si sono guardate in giro in cerca di sistemazioni migliori, e che come tante coppie usurate dal tempo e dalle delusioni grandi o piccole hanno scoperto tuttavia che separarsi è più doloroso, costoso e dalle prospettive incerte di quanto non sia rimanere insieme, a costo di veder sostituita la passione travolgente di un tempo da una più fredda ma più equilibrata convivenza sotto lo stesso tetto.
In poche parole, da una parte si è scoperto forse che Spalletti (o chi per lui) costa troppo, se non come stipendio come impegno a costruire una squadra ancora più forte. Perché il tecnico di Certaldo verrebbe di corsa ad allenare la sua squadra del cuore, ma non a condizione di partecipare e basta. E per restare anche soltanto al livello di quest’anno la Fiorentina dell’anno prossimo necessita di investimenti consistenti.
Dall’altra parte si aspettava forse una chiamata ad Arcore, che non è arrivata perché probabilmente cinque-sei milioni di euro sono diventati troppi anche per chi in trent’anni ha profuso nel calcio somme probabilmente pari al prodotto interno lordo di diversi paesi africani. A Milanello andrà a sistemarsi una vecchia conoscenza viola, quel Sinisa Mihajlovic che grazie al suo anno in blucerchiato è tornato quello che era prima della infausta esperienza in viola: una promessa del settore tecnico italiano.
Con la Roma orientata alla conferma di Garcia ed il Napoli ridimensionato dalla perdita probabile di Higuain in direzione di una clamorosa soluzione Prandelli, va a finire che la Fiorentina non deve sembrare più a Montella quel colore viola sbiadito di una settimana fa soltanto. A Firenze si sta bene, lo stipendio è lauto e pagato puntualmente, la stagione appena conclusa è stata ancora più positiva delle precedenti due che già erano state buone, un progetto di squadra c’è e si tratterebbe solo di fare investimenti intelligenti, liberandosi tra l’altro di scommesse sbagliate del recente passato. Stai a vedere che Vincenzo Montella prenoterà anche un volo di ritorno dalle ferie. Atterraggio a Peretola.
Quante volte in questa città chi ha buttato via l’acqua sporca si è dimenticato di togliere il bambino da dentro la vasca? Tante, e c’è da sperare che stavolta le due parti in causa si fermino sull’orlo di una probabile, reciproca sciocchezza. L’anno scorso la Fiorentina si è fermata a due semifinali oggettivamente mal gestite e ad un quarto posto che poteva almeno essere terzo, se fosse stata fatta con più decisione la corsa su una Roma che a marzo era in ginocchio, come lo scontro diretto aveva dimostrato ampiamente. Con la Juventus in Coppa Italia bastava un minimo di attenzione in più e di presunzione in meno, con il Siviglia bastava buttarla dentro all’andata. Forse ora staremmo a fare discorsi del tutto diversi.
Al netto di questi rimpianti, la stagione viola è stata enormemente positiva. Perché siamo arrivati a lottare fino agli ultimi atti dei tre obbiettivi stagionali, e perché in tante altre stagioni passate potevamo solo sognare di lamentarci un giorno per una semifinale di Coppa giocata male. Per fare meglio di tutto ciò, dunque, sia affidandosi a Spalletti che affidandosi ad un Montella quadris o a chiunque altro, c’è da investire oculatamente. Nessuno chiede a questa proprietà Ibrahimovic o altre spese folli, che del resto questa proprietà ha dimostrato negli anni di non essere disposta a fare (e forse giustamente), ma delle spese di rafforzamento più azzeccate di quelle delle stagioni scorse sì. Non fosse altro che per tenere fede ai proclami fatti più volte dagli stessi fratelli di Casette d’Ete.
L’arrivo di Pedro Pereira dallo Sporting Braga a sostituire il talent scout Eduardo Macia va in tal senso. Aspettiamo adesso il rinnovo del patto d’onore tra i DV e Montella, poi ragazzi muoviamoci con questa campagna acquisti, perché il calciomercato è alle porte. Ad aspettare ancora, come ha fatto notare nei giorni scorsi Giancarlo Antognoni (uno che il mestiere di “diesse” l’ha fatto, e con risultati egregi), la Fiorentina rischierebbe di partire in svantaggio per l’ennesima volta. Con la probabilità, tra un anno, di ritrovarci tutti qui a fare come minimo discorsi simili a questi.